Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2016

Generazione Bataclan

La terribile strage di Orlando ci dice tre cose. La prima è che, come a Parigi, ad essere colpita è una generazione: essa e quel che rappresenta, simboleggia ed è destinata a produrre. È, questa, la “generazione Bataclan”: i 20/30enni cresciuti nella bellezza della diversità, nella quotidianità del pluralismo e nell’ovvietà della tolleranza. Pratiche e valori che un certo, bigotto oscurantismo scambia per lascivia e assenza di principi. Quello di Orlando è un attentato omofobo perché colpisce chi sta sull’ultima frontiera dei diritti civili, gli omosessuali appunto. Che questi diritti li hanno conquistati con importanti battaglie politiche, significativi successi legislativi e cruciali sentenze della Corte Suprema, che negli Usa hanno infine annullato le leggi statali che vietavano il matrimonio a coppie dello stesso sesso. Tra gli under-30 statunitensi il sostegno a questa decisione si attesta attorno all’80%. Per loro è la normalità, come è giusto e logico che sia.
Una normalità che rimane però esposta a quotidiani pericoli. Che non può essere data per scontata. A maggior ragione laddove esiste un marchio – un brand territorializzato e statualizzato, quello dell’ISIS – che del rigetto di questa modernità plurale e multicolore ha fatto la propria bandiera. È questa la seconda indicazione della strage di Orlando. È molto probabile che essa sia opera di un cane sciolto; che non vi siano dietro la rete di appoggi e la struttura logistica che hanno connotato invece gli attentati di Parigi e di Bruxelles. L’ispirazione viene però dal radicalismo di matrice religiosa: i cupi simboli dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante albergano nell’immaginario di questi terroristi; hanno un potere mobilitante che non può né deve essere sottovalutato; alimentano uno spirito emulativo che nelle maglie larghe e tolleranti della nostra società trova modo di essere dispiegato.
E questo ci porta alla terza indicazione: il rischio che la portata della minaccia, e l’inesistenza di scorciatoie e soluzioni facili, possa creare un terreno assai fertile per i demagoghi e gli estremisti di casa nostra. I Donald Trump che di odio e paura si nutrono e che su di essi prosperano politicamente ed elettoralmente. Il candidato repubblicano ha subito cercato di capitalizzare sull’attentato, chiedendo addirittura le dimissioni di Obama. Le sue poche possibilità di successo in novembre dipendono proprio dall’esistenza di un clima diffuso e pervasivo di paura che altri atti terroristici inevitabilmente alimenterebbero. Dipendono dalla possibilità di riprodurre, ovviamente con altri metodi, quella logica amico-nemico che muove l’azione del terrorismo fondamentalista. Ed è anche contro quest’altro oscurantismo che la “generazione Bataclan” è chiamata oggi a rispondere, negli Usa come in Europa.

Il Giornale di Brescia, 14 giugno 2016

Due Populismi?

Le primarie democratiche e, ancor più, repubblicane hanno smentito tutte le previsioni e rovesciato le regole consolidate di questo tipo di competizioni elettorali. A destra come a sinistra, la mobilitazione contro l’establishment – contro quella che noi chiameremo la “casta” – ha travolto politici di lungo corso, portato Donald Trump, il più improbabile dei candidati, alla nomination repubblicana e permesso a un 74enne socialista di rimanere in corsa fino alla fine della contesa democratica.
Populismo sembra essere oggi la parola magica usata, e talora abusata, per spiegare e accomunare i successi di Trump e Sanders. E delle comunanze tra i due in effetti vi sono. In entrambi i casi, agisce con forza un sentimento anti-politico diffuso e trasversale. Trump rappresenta e cavalca l’anti-politica. Sanders si presenta come l’altra-politica: radicale, onesta e aliena ai compromessi. Ma perché questo populismo anti-politico è vincente oggi più che in passato, negli Usa e anche in Europa? Varie spiegazioni possono essere offerte. La politica vilipesa e rigettata è una politica che ha gravi responsabilità: che è stata, e talora continua a essere, lontana, autoreferenziale, incapace di riformarsi. È però anche una politica oggettivamente debole: priva della strumentazione necessaria per confrontarsi con processi globali che hanno da tempo travolto gli argini della governance nazionale dentro cui l’azione politica ed elettorale ancora si dispiega. Nel caso degli Usa – e di questo ciclo elettorale – uno dei dati più significativi è rappresentato dall’attivazione di quel pezzo d’America che nella globalizzazione degli ultimi 30/40 anni si è trovata dalla parte dei perdenti. Un’America bianca, con bassi livelli d’istruzione, che un tempo costituiva la spina dorsale di un mondo operaio ben retribuito e decentemente tutelato e che, in concomitanza col tracollo del settore manifatturiero e la delocalizzazione della produzione industriale, ha visto diminuire redditi, garanzie, possibilità di ascesa sociale e, in taluni casi, anche aspettative medie di vita. Se andiamo a guardare dentro l’elettorato di Trump e Sanders vediamo come questa America sia sovra-rappresentata. Nel caso del miliardario newyorchese si può addirittura sostenere che abbia recuperato alla causa milioni di votanti che avevano disertato le urne nelle ultime tornate elettorali (uno dei dati più significativi di questo ciclo è l’altissima partecipazione elettorale tra i repubblicani).
Sottolineare l’esistenza di alcune, comuni matrici che spiegano i fenomeni Sanders e Trump non dove però indurre nell’errore di accomunarli passivamente, come talora fanno alcuni commentatori. Nel caso del candidato repubblicano, la risposta alla crisi e finanche alla delegittimazione della politica è stata veicolata attraverso un messaggio identitario e nazionalista, fondato sull’esplicita contrapposizione tra questa America e i suoi presunti nemici interni (immigrati) ed esterni (in modi diversi Islam e Cina). Le proposte politiche di Sanders, forse irrealistiche e a sua volta protezionistiche, sono state anch’esse indirizzate contro un nemico: la finanza e il grande capitale. Ma hanno parlato la lingua di un repubblicanesimo civico centrato ancor oggi sull’idea di solidarietà, responsabilità, cooperazione e dialogo. Sono due populismi, quelli di Trump e di Sanders, le cui radici stanno, solide e profonde, dentro la storia degli Stati Uniti. E che, in questo difficile snodo storico, sembrano aver trovato il terreno per ottenere un consenso mai avuto in passato.

Il Giornale di Brescia, 8 giugno 2016

Icona Globale

A lungo amato o odiato, senza vie di mezzo, Muhammad Ali era divenuto col tempo una sorta d’icona globale: una figura rispettata e riverita, quasi al di sopra delle parti; qualcuno a cui la gente si avvicinava come fosse “il Dalai Lama o Papa Francesco”, ha scritto uno dei suoi migliori biografi, il giornalista David Remnick.
Amato o odiato, Ali lo fu inizialmente per il suo modo di boxare: leggero, sfuggente, poco maschio secondo i suoi tanti critici. Invecchiando, la sua boxe pungente e poco virile lasciò spazio a un altro tipo di pugilato, brutale e violento, che trovò il suo apogeo nei terribili scontri con Foreman a Kinshasa (1974) e, ancor più, con Frazer a Manila (1975). La parabola pugilistica avrebbe però continuato a intrecciarsi con quella politica di cui essa fu specchio e, in molte occasioni, strumento.
Ali non crebbe in un ghetto nero, come molti degli avversari che avrebbe negli anni sfidato e sconfitto, ma in un quartiere della piccola borghesia nera di una città segregata del primo sud, Louisville in Kentucky. In quel sud, violento e razzista, il giovane Alì, ancora Cassius Clay, trovò nella palestra lo strumento di un riscatto che fu da subito razziale quanto e più che sociale. Prima di divenire, in forme diverse, icona globale, Alì lo fu di un mondo nero che cercava la sua emancipazione in un’affermazione identitaria centrata sulla riscoperta delle origini africane, la contrapposizione, talora estrema, all’America bianca e la costruzione di una specifica ed eccentrica religiosità islamico-statunitense. Icona afroamericana, Ali fu anche attore pienamente e consapevolmente politico. Il suo fu un protagonismo marcato da gesti coraggiosi e di grande dignità: la sua obiezione di coscienza durante la guerra del Vietnam, che gli sarebbe costata gli anni migliori della sua carriera pugilistica; la critica della politica estera del suo paese e delle tante ipocrisie che l’accompagnavano; le utopie pan-africaniste; la denuncia della corruzione imperante nel mondo della boxe. Non mancarono momenti bassi ed errori madornali, su tutti la scelta di schierarsi contro Malcolm X quando questi fu espulso dalla Nazione dell’Islam o d’insultare gratuitamente (e reiteratamente) il suo grande rivale Joe Frazer, presentandolo come uno “zio Tom”, mentre Frazer si adoperava per aiutarlo e si recava addirittura alla Casa Bianca per perorarne la causa con il Presidente Nixon (Ali vide la sua licenza a combattere sospesa per 4 anni, dal 1967 al 1971, per renitenza alla leva).
Ritornato a combattere nel 1971, e subito sconfitto da Frazer, Ali non era solamente un altro pugile – più lento e appesantito, capace di compensare il perduto gioco di gambe solo col pugno e, soprattutto, con la straordinaria capacità di assorbire e mediare i colpi – ma anche un altro soggetto politico. Un soggetto non più confinato in un recinto strettamente statunitense, ma proiettato su una scala vieppiù globale. L’“Ali boma ye” (“Ali uccidilo”) – come urlava la folla tutta schierata dalla sua parte – dell’epico scontro con Foreman nello Zaire era il simbolo di un mondo terzo e nero che cercava di affermarsi nel quadro internazionale. L’Ali, spento e forse già colpito dal Parkinson, degli ultimi combattimenti, maltrattato dal suo vecchio sparring partner Larry Holmes, incarnava la fine, drammatica e senza appelli, di un’epoca: di una modernità che aveva esaltato il pugilato – sport di sofferenza, fatica, riscatto ed emancipazione – e che nella boxe, mediatica e politica, di Ali aveva avuto la sua fase ultima e terminale. Rimaneva, a quel punto, l’icona: pacificata, e in una certa misura drammaticamente sedata dalla vita, dall’esperienza e dalla terribile malattia, che ne avrebbe infine silenziato l’irriverenza, l’ironia e la sfacciataggine. L’icona di un uomo che, con pugni e parole, ha concorso a rappresentare (e fare) un’epoca e il mondo che ne è seguito.

Il Messaggero, 5 giugno 2016