Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2016

Purezza democratica

Un tempo le convention erano momenti dirimenti, dove nel fumo a mezz’aria e in un caldo spesso irrespirabile– con compromessi e scontri, urla e sotterfugi, errori e furberie – i delegati sceglievano il candidato, invariabilmente maschile, alla Presidenza. Col tempo, e soprattutto a partire dagli anni Settanta, sono diventate altro: momenti asettici, controllati e altamente televisivi d’incoronamento dei prescelti e, oggi, finalmente anche delle prescelte. Questo lungo anno elettorale non manca però di sorprendere. E nel 2016 le convention democratiche e repubblicane, pur continuando a fungere da momento incoronatore, sono tornate a essere quel che storicamente furono: arene di scontro e contestazione, di passione e di tensione. Politica, insomma. All’atmosfera circense che ha caratterizzato la nomination di Donald Trump a Cleveland la settimana scorsa fanno da contraltare le polemiche feroci e divisive che hanno marcato il primo giorno della convention democratica iniziata ieri a Philadelphia. Agisce l’onda lunga dell’aspra contesa delle primarie che ha contrapposto Hillary Clinton e Bernie Sanders, l’establishment e l’insorgenza, i giovani (per Sanders) e gli over-30 (per Clinton). Trova sfogo l’insoddisfazione di un pezzo non marginale della sinistra democratica verso una scelta, quella di Hillary Clinton, che non piace e finanche irrita: una figura dell’establishment quando l’establishment appare logoro e discreditato; una scelta calata dall’alto quando la mobilitazione vera si attiva sempre più dal basso; una proposta centrista e moderata laddove polarizzazione e radicalizzazione spingono per una più netta contrapposizione tra destra e sinistra, repubblicani e democratici. Ma è anche la conseguenza, dell’ultimo, ennesimo scandalo che colpisce i democratici. Sono delle email, una volta ancora, a costituire l’oggetto dello scalpore e della protesta. Le email del comitato nazionale democratico che rivelano come esso – e la sua presidente, la deputata della Florida Deborah Wasserman Schultz – tutto sono stati fuorché neutrali durante le primarie. Venendo meno al proprio ruolo e al proprio statuto, il comitato avrebbe in più occasioni agito per danneggiare Sanders, mostrano messaggi riservati, violati e resi pubblici da hackers che – scandalo nello scandalo, assurdo nell’assurdo – avrebbero agito per conto dei servizi di Putin, interessati a favorire Trump e i repubblicani.
Poco di cui scandalizzarsi, in fondo. L’establishment è l’establishment e Sanders – che nel partito democratico è entrato solo per partecipare alle primarie – non poteva pensare di correre contro di esso senza pagare dazio alcuno. A sufficienza, però, per alienare ancor di più l’elettorato giovane e di sinistra che ha votato massicciamente contro la Clinton, che ha trovato in un 74enne socialista del Vermont il proprio improbabile profeta e che oggi quel socialista lo rinnega nel momento in cui egli chiede, come ha fatto Sanders, di votare la Clinton pur di fermare la mostruosità di una presidenza Trump. Vi è al contempo del nuovo e del vecchio in tutto ciò. Il vecchio è rappresentato da una sinistra che, nel rincorrere una purezza mai pura abbastanza, rischia di far vincere la destra, anche quella più retriva e bigotta, come nel caso di Trump. Sanders ha in fondo ottenuto molto di più di quanto non immaginasse, a partire dal programma che uscirà dalla convention in cui sono recepite diverse sue proposte e richieste, dal salario minimo ad un’ulteriore riforma di Wall Street fino alla legalizzazione dell’uso della marijuana. Il nuovo, invece, deriva dal fatto che questa politica fluida, partecipata e volatile sembra ormai sfuggire a qualsiasi controllo: anche a quello delle élite più abili e spregiudicate. Sfugge, oggi, addirittura ai Clinton e ai clintonistas. E apre scenari semplicemente inimmaginabili fino a non molto tempo fa.

Il Mattino, 26 luglio 2016

Il partito di Donald Trump

Coerente con il personaggio che ha incoronato, la convention repubblicana di Cleveland tutto è stata fuorché rituale e ordinaria. Dal caso di plagio del discorso della moglie di Trump, Melania, agli scontri del primo giorno sulle modalità di voto, dagli attacchi scomposti a Hillary Clinton alle urla contro Ted Cruz – l’avversario delle primarie che non ha dato il suo endorsement a Trump – fino all’aggressiva chiusura del candidato repubblicano, diversi sono stati i momenti circensi e sopra le righe. Momenti, questi, che hanno rievocato le vecchie, fumose e aspre convention di una volta più che quelle asettiche e controllate dei tempi recenti. Per i tanti critici, la quattro giorni di Cleveland ha mostrato una volta di più l’impresentabilità di Trump, oltre che l’impatto divisivo e polarizzante della sua ascesa, sul paese e sullo stesso fronte repubblicano. I sostenitori del miliardario newyorchese, al contrario, hanno letto questa convention come rivelatrice una volta ancora della forza di Trump e del suo messaggio politico: come espressione di una spontaneità fresca e genuina, da contrapporre alla politica inquinata e autoreferenziale, ovviamente rappresentata nelle fattezze di Hillary Clinton (per la quale molti intervenuti hanno addirittura invocato la galera).
Può darsi che Cleveland sia stata entrambe le cose, come da vecchia, buona politica: teatro e strategia; arena e compromesso; urla e mediazione. La gran parte dei commentatori ha letto la convention come l’ultimo momento buono per ricompattare il partito repubblicano; come l’ultima chance a disposizione di Trump per ripulire la sua immagine e moderare il suo messaggio. Per divenire, in altre parole, un candidato normale. Ma è così? Per sperare di vincere, Trump ha (o, meglio, aveva) davvero bisogno di “de-trumpizzarsi”?
Numeri alla mano e con Cleveland alle spalle, è lecito nutrire più di un dubbio. I repubblicani partono con un handicap pesantissimo, in parte strutturale e in parte contingente. Si confrontano con una mappa elettorale che nelle elezioni presidenziali si è fatta vieppiù sfavorevole, con i democratici certi di avere dalla loro più grandi elettori (dai 20 ai 40, a seconda delle stime) di quelli garantiti dagli stati a maggioranza repubblicana. E hanno, i repubblicani, davvero poche chances di migliorare il risultato del 2012 presso una minoranza ispanica decisiva in stati ancora in bilico, come il Nevada e il Colorado, ma che Trump ha ulteriormente allontanato con le sue posizioni xenofobe. Può sperare di vincere, il candidato repubblicano, solo rischiando di perdere ancor più largamente, subendo quella che sarebbe una delle più pesanti sconfitte della storia. Deve, insomma, raddoppiare e rilanciare: sovraccaricare ancor più il suo messaggio, con l’obiettivo di mobilitare appieno un elettorato bianco e radicalizzato che gli potrebbe consegnare stati decisivi della Rustbelt postindustriale, come l’Ohio e la Pennsylvania, o di un sud atipico e assai composito, quali la Virginia, la North Carolina e la stessa Florida. Ecco perché non debbono sorprendere il tono estremo di molti interventi sentiti a Cleveland, la reiterata demonizzazione di Hillary Clinton, gli attacchi ai movimenti neri, la natura quasi mono-razziale della convention (più dell’80% degli speakers era bianco). E non debbono sorprendere le parole di Trump sulla politica estera e il suo ostentato rifiuto dei vincoli imposti dalle alleanze degli Usa, a partire dalla stessa Nato. Il candidato newyorchese parla a un elettorato che conosce bene; offre un messaggio scopertamente nazionalista con cui promette di ripristinare la grandezza dell’America, liberandola da costrizioni interne e internazionali; denuncia la debolezza e la corruzione di chi ha guidato il paese. E sa, Trump, che i rapporti di forza tra lui e il partito si sono almeno temporaneamente invertiti. Che il suo elettorato – quello che lo ha portato alla nomination – i repubblicani li tiene in fondo in ostaggio, come la processione a Cleveland/Canossa di molti leader congressuali ha ben evidenziato. Sa, insomma, che dopo Cleveland e fino all’8 novembre il partito repubblicano sarà il partito di Donald Trump.

Il Messaggero, 22 Luglio 2016

Convention e violenze

Si apre la convention repubblicana che incoronerà Donald Trump. E si apre in un clima sovraccarico di tensioni e rabbia; con altri poliziotti morti, questa volta a Baton Rouge in Louisiana, ove un nero era stato ucciso dalle forze dell’ordine solo pochi giorni fa. In un clima, cioè, dove la faglia della razza – uno dei principali fattori che ha mosso e lacerato la storia degli Stati Uniti – torna a farsi profonda e quasi incolmabile: dove l’America si trova di nuovo divisa e contrapposta. Questo clima Trump lo ha cavalcato e alimentato: ne è stato tanto il prodotto quanto la causa. Il candidato repubblicano non ha avuto scrupoli nel gettare benzina sul fuoco e nello sfruttare il rabbioso malcontento di un pezzo d’America bianca, spaventata, arrabbiata e in sofferenza. Quest’America – dove chiaramente sovra-rappresentato è l’elettorato con bassi livelli d’istruzione e reddito – si è trovata sistematicamente dalla parte dei perdenti in quei processi d’integrazione globale che negli ultimi trenta/quarant’anni gli Usa hanno guidato e, spesso, sfruttato. Ha visto scomparire – delocalizzate all’estero – le opportunità di lavoro in un settore manifatturiero che pagava bene e offriva, a molte famiglie, il vettore primo di un’ascensione sociale che pareva sostanziare la retorica del sogno americano. Si è trovata a fare i conti con programmi di sostegno alle minoranze che l’hanno fatta sentire discriminata e punita. Ha reagito perplessa a trasformazioni culturali– si pensi solo al tema dei diritti degli omosessuali – che hanno messo in discussione certezze binarie e stravolto ruoli sociali e famigliari consolidati. E osserva con sgomento, questa America, la trasformazione demografica di un paese nel quale cresce il peso d’ispanici e asiatici: un paese che sembra destinato a essere sempre meno bianco e, anche, cristiano. La parola d’ordine che domina i raduni trumpiani è quella del tradimento: tradimento dell’America vera da parte di una politica corrotta e autoreferenziale; tradimento di valori centrati su ancore identitarie vissute come immutabili e fisse, ma oggi contestate o rigettate; tradimento della potenza americana per mano di leader deboli e pavidi che ne permettono l’umiliazione quotidiana su scala mondiale.
È una messa in stato d’accusa di un’intera classe politica, come ben si è visto durante le primarie repubblicane. Che Trump sfrutta e rilancia con la promessa incapsulata nello slogan della sua campagna: “rendere nuovamente grande l’America” (Make America Great Again). Poco è detto su come concretare questa promessa. Il programma del candidato repubblicano è in realtà un pot-pourri incoerente e vago. Un rozzo guazzabuglio fatto di protezionismo e roboante nazionalismo, dove si promette una ritirata dalla globalizzazione libero-scambista e la contestuale disponibilità a ricorrere in modo spregiudicato e ampio a quello strumento, la forza militare, che ancor oggi distingue gli Stati Uniti dal resto del mondo, rendendoli potenza superiore del sistema. Sulla praticabilità di una simile azione è lecito nutrire molti dubbi; così come sulle effettive chances di vittoria di Trump in novembre. I pozzi del confronto politico – oggi feroce e irrimediabilmente abbruttito – sono stati però in larga parte avvelenati. E le conseguenze non possono essere minimizzate, anche a prescindere dall’esito finale del voto. Dal quale gli Stati Uniti sono destinati a uscire ancor più spaccati. Con un’America trumpiana probabilmente non maggioritaria ma rilevante e in grado di tenere in ostaggio il paese; con un sistema internazionale frastagliato e privo dell’ordine che il soggetto egemone era in grado di garantire e spesso imporre; con un partito repubblicano ancor più radicalizzato e ostruzionista. E con il rischio, oggi davvero molto concreto, che le violenze cui stiamo assistendo in questi giorni continuino e s’intensifichino.

Il Mattino 18 luglio 2016

Sulla crisi degli studi nordamericani in Italia

Mario Del Pero (SciencesPo, Parigi) e Ferdinando Fasce (Università di Genova)

Sulla crisi degli studi nordamericani in Italia

Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Raimondo Luraghi, uno dei padri fondatori dell’americanistica in Italia. Luraghi, la cui celebre Storia della Guerra civile compie quest’anno mezzo secolo di vita, contribuì a rendere l’università di Genova uno dei centri fondamentali per gli studi di storia degli Stati Uniti, oltre che l’unico spazio dove per alcuni anni furono attivi contemporaneamente un dottorato di ricerca e una Fulbright Chair destinata a studiosi statunitensi che venivano a insegnare in Italia. Dottorato e Chair che oggi non esistono più; come non esiste più la cattedra di Luraghi. Gli studi e gli insegnamenti di storia nordamericana a Genova sono ridotti a un paio di contratti rinnovabili di anno in anno. Situazione simile esiste in gran parte d’Italia, dove di cattedre ne sono rimaste quattro. In una recente tavola rotonda sullo studio della storia americana fuori dagli Stati Uniti, al convegno della Organization of American Historians (OAH), due docenti di Cambridge e Oxford, Andrew Preston e Jay Sexton, hanno lamentato la debolezza dell’americanistica nei rispettivi dipartimenti. Un rapido sguardo ci mostra però come il numero di docenti di storia degli Stati Uniti in ognuna delle due università sia più o meno equivalente al totale di quelli presenti in Italia. Questi ultimi – raggruppati nel settore SPS05, “Storia e Istituzioni delle Americhe”, dove hanno casa anche i latino-americanisti – sono oggi undici in totale: quattro professori ordinari, sei associati e un solo ricercatore. Nessuno si trova in un’università a sud di Roma. Alcuni insegnamenti – invero molto pochi – sono tenuti da studiosi che hanno delle competenze americanistiche, ma che per scelta o necessità hanno optato per un altro settore disciplinare, principalmente “Storia Contemporanea” (MSto04) o “Storia delle Relazioni Internazionali” (SPS06). Sono però casi assai rari e sempre più marginali.
La situazione è disarmante. Questo a dispetto della popolarità degli insegnamenti di storia degli Usa tra gli studenti e dei risultati scientifici ottenuti dai membri della piccola comunità nordamericanistica italiana (tra i quali si trovano molti vincitori dei premi dell’OAH per i migliori libri e articoli in lingua non inglese). E a dispetto, anche, di un’attenzione pubblica per gli Usa che in Italia rimane assai viva.
Proprio dall’ultimo dato, la persistente fascinazione per gli Stati Uniti, è utile partire per provare a spiegare la crisi dell’americanistica italiana: lo scarto, invero macroscopico, tra quanto si parla di Usa in Italia e come se ne parla; tra la presenza pubblica – pervasiva e talora quasi ossessiva – delle cose statunitensi e quella accademica – limitata e decrescente. È chiaro come gli Stati Uniti stiano nella nostra quotidianità più di qualsiasi altro paese. I loro prodotti culturali invadono le nostre case. La loro politica, spettacolare e talora circense, continua ad ammaliarci. Le molteplici proiezioni della loro egemonia – contestata e sfidata quanto si vuole – investono direttamente e indirettamente le nostre vite. Con l’America, come continuiamo a chiamarla pur sapendo che non è politicamente corretto farlo, sentiamo tutti di avere ancora un’intima familiarità. E pensiamo quindi di poterne parlare – e magari scrivere – senza conoscerla o averla studiata davvero. Siamo un popolo non solo di commissari tecnici, ma anche di americanisti. Basta un rapido sguardo alle pagine dei principali quotidiani, e ai loro editoriali, per comprenderlo. Nessuno studioso serio di politica estera statunitense si sognerebbe, ad esempio, di usare oggi la categoria di “isolazionismo”, che invece ancora imperversa in non pochi di questi commenti. Se di Stati Uniti si parla male e tanto perché tutti, come per il calcio, si sentono titolati a farlo, per qual motivo si dovrebbe studiarne in profondità la storia? Perché mai l’università italiana dovrebbe investire su di essa?
A questa prima spiegazione ne va aggiunta però una seconda. Che si lega sia alla difficoltà delle humanities in Italia sia a quella, anche più marcata, degli studi d’area. I tagli generalizzati alla ricerca hanno colpito i secondi, tra i quali l’americanistica, in modo pesantissimo. Sarebbe bello credere che ciò derivi da un’effettiva sprovincializzazione della ricerca e degli stessi campi del sapere storiografico. Gli studi d’area sono in fondo ambiti storicamente e socialmente determinati: definiti, in modo non di rado arbitrario, dalle priorità geopolitiche e dalle contingenze, più che da ragioni scientifiche forti e immutabili. La svolta globale degli studi storici ha portato spesso a contestare, o almeno qualificare, le partizioni d’area, anche quelle consolidate. Alcuni dei filoni di ricerca più originali e innovativi questo hanno fatto: hanno inserito l’esperienza storica degli Stati Uniti entro una parabola più ampia e transnazionale, di cui si evidenziano le tante connessioni e interdipendenze. Ma non da questo, ahimè, deriva la debolezza della storia americana in Italia. A insegnarla – nei rari corsi universitari affidati a studiosi fuori dal gruppo SPS05 – non sono nella gran parte dei casi docenti capaci di partecipare a questa operazione scientifica: in grado, cioè, di “de-provincializzare” la storia degli Stati Uniti, come va di moda dire. Sono invece studiosi che di altro si occupano e che degli Usa hanno una conoscenza, spiace dirlo, non proprio approfondita.
Come uscirne? Lamentele e doglianze non sono mancate negli anni, ma hanno sortito assai poco. Come non sono mancate rilevanti iniziative scientifiche, su tutte quelle promosse dal principale centro interuniversitario, il CISPEA, che raggruppa le università di Bologna, Firenze, Piemonte Orientale, Roma Tre e Trieste. La strada rimane quella dell’impegno nella ricerca e nella didattica, rimarcando e denunciando ora non più il ritardo dell’Italia, come si faceva in passato, ma quella che è a tutti gli effetti un’inaccettabile regressione.

Il Sole 24Ore, 17 luglio 2016

Obama e la linea del colore

Doveva essere il presidente di un’America finalmente post-razziale. Un’America che la sua persona e la sua biografia in fondo incarnavano, perché l’Obama orgogliosamente nero era anche il figlio di una donna bianca di origini irlandesi, cresciuto e divenuto adulto in luoghi – l’Indonesia con la madre e il patrigno, le Hawaii con i nonni – che costituivano, nei fatti e nella simbologia, il crocevia emblematico di ibridazioni e meticciamenti transpacifici: spazi di pluralismo e contaminazione, dove le differenze scompaiono o si fanno storicamente meno determinate e divisive. È invece, Barack Obama, il Presidente chiamato a confrontarsi con una delle crisi razziali più acute e profonde della recente storia statunitense; una crisi che colpisce in modo spesso indistinto le grandi aree urbane, siano esse in Minnesota o in Texas, nel Maryland o in Louisiana. Il Presidente di un’America nella quale torna cioè ad agire, lacerante e violenta, quella linea del colore che ha segnato la storia del paese e dalla quale esso non è mai riuscito del tutto ad affrancarsi. Obama si trova ora sul banco degli imputati. Accusato dai movimenti neri, su tutti il Black Lives Matter (“Le vite dei neri contano”), di non aver affrontato con il dovuto coraggio la violenza strutturale che gli apparati statuali dispiegano contro gli afroamericani. Denunciato da molti intellettuali di colore come esponente di un ceto politico nero compromesso, imborghesito e incapace ormai di rappresentare e tutelare la minoranza afroamericana. E messo sul banco d’accusa da parte di un pezzo d’America, bianca e non solo, che si sente tradita; che ritiene che le critiche alle forze di polizia, e al loro uso sproporzionato della forza, abbiano finito per rovesciare l’equazione tra vittime e oppressori se non, addirittura, per contribuire al clima che ha portato alla strage di Dallas.
Obama può certo avere delle responsabilità. Almeno fino ai disordini di Ferguson, Missouri, dell’agosto 2014 sulla questione razziale si è mosso con una cautela che rasentava la passività. È stato forse condizionato dal timore di apparire di parte, oltre che da un passato – suo e della moglie Michelle – che lo esponeva all’accusa di contiguità con ambienti radicali del mondo nero. Si è però anche trovato a fare i conti con la piena deflagrazione di contraddizioni a lungo represse e non più contenibili, e con un pezzo d’opinione pubblica e di mondo politico – minoritario, ma non marginale – che mai ha accettato l’idea di avere un nero alla Casa Bianca. Due, in particolare, sono le dinamiche che intrecciandosi inestricabilmente hanno prodotto la drammatica miscela che vediamo in azione oggi: le politiche di sicurezza e la frattura razziale. Le prime sono state dispiegate secondo una logica draconiana di “tolleranza zero” che, soprattutto nelle aree urbane, ha colpito senza pietà gli afroamericani e quelli giovani in particolare. Nel mentre il gap razziale – di reddito, occupazione, istruzione – è rimasto immutato o si è attenuato in minima misura. L’idea che maggior sicurezza nelle strade avrebbe garantito maggiori possibilità sociali non si è realizzata. Questo scarto – tra promesse e risultati, retorica e realtà – Obama l’ha ereditata nel momento in cui essa diveniva tanto visibile quanto insostenibile. Perché non appare più tollerabile che un bambino nero su nove abbia un genitore incarcerato o che il 30% degli afroamericani sotto i 35 anni senza diploma di scuola media superiore si trovi oggi in una prigione. E di certo non appare più accettabile che in nome della sicurezza si tollerino pratiche poliziesche tanto invasive quanto discriminatorie e, non di rado, violente. Le politiche securitarie adottate in risposta alla grave crisi urbana degli anni Settanta e Ottanta paiono in altre parole aver perso molta della loro legittimità. Anche perché, nell’epoca in cui viviamo, esse risultano documentabili e visibili in tempo reale, come drammaticamente rivelato dalle immagini inviate dalla fidanzata di Philando Castile, il 32enne afroamericano ucciso tre giorni fa in Minnesota da un poliziotto. Per la sua storia e per ciò che la sua elezione ha simboleggiato, Obama era forse l’uomo sbagliato per gestire una transizione tanto difficile in un’America ancora così spaccata. A chi gli succederà spetterà il compito di confrontarsi con una situazione divenuta straordinariamente complessa, che una campagna elettorale divisiva e violenta come quella che si prospetta rischia ancor più di aggravare.

Il Messaggero, 9 luglio 2016

Chilcot & emailgate

In modi diversi il rapporto Chilcot sulla partecipazione britannica alla guerra in Iraq del 2003 e le dichiarazioni del direttore dell’FBI James Comey in merito alle e-mail di Hillary Clinton aiutano a comprendere alcune delle matrici del clima politico odierno, negli Usa e in Gran Bretagna, e l’impatto che questo potrebbe avere sulle presidenziali statunitensi del novembre prossimo. Il rapporto Chilcot non pare aggiungere nulla a quanto già non si sapesse e, nemmeno, a quello che molti oppositori della guerra – incluso l’ex ministro degli Esteri di Tony Blair, Robin Cook – sostennero prima dello stesso intervento. Il rapporto rivela però una volta di più la sconcertante leggerezza con la quale Blair portò il paese in guerra e la deliberata e dolosa cecità del Primo Ministro di fronte alla solida intelligence che enfatizzava i pericoli di un’azione militare ed evidenziava come Saddam Hussein non fosse prossimo a dotarsi di armi non convenzionali. L’archiviazione dell’inchiesta del FBI sull’utilizzo di un server privato da parte della Clinton nella gestione della sua corrispondenza istituzionale le evita un procedimento legale che avrebbe avuto costi politici immensi, forse la stessa rinuncia alla Presidenza. Ma è accompagnata, questa decisione, dalla severissima censura dell’“estrema negiligenza” dell’ex Segretario di Stato e dalla sistematica smentita di molte delle giustificazioni addotte dalla Clinton. La quale – ora lo sappiamo per certo – ha contravvenuto alle più elementari norme di sicurezza, usando diversi server privati, controllando la propria mail su più dispositivi elettronici e permettendo che circolassero su di essi oltre cento messaggi riservati, inclusi 22 marcati come “top secret”, il livello di classificazione più elevato che esista.
Per l’FBI la Clinton non solo ha agito irresponsabilmente, ma ha anche deliberatamente minimizzato la portata della sua negligenza, mentendo sul numero di documenti secretati inviati su server privati, facilmente hackerabili. Trump e i repubblicani ora tuonano contro il sistema corrotto e manipolato che avrebbe salvato Hillary Clinton da un meritato processo. Sanno però di avere in mano un potente strumento elettorale di cui faranno abbondante e spregiudicato uso nelle settimane a venire, quando le parole di Comey saranno abilmente rimpacchettate in brevi spot elettorali destinati a invadere gli schermi televisivi d’America. Fare leva sull’impopolarità della Clinton – sulla convinzione radicata di un pezzo di paese che la candidata democratica sia inaffidabile se non addirittura corrotta – è una delle poche armi di cui Trump dispone in una corsa per lui ancora pesantemente a handicap. È un’arma, però, che gli è stata in fondo consegnata dalla sua stessa avversaria o, meglio, dalla cultura ed esperienza politica in cui si sono formate figure come Tony Blair e Hillary Clinton (la quale, tra le altre cose, quella guerra sbagliata in Iraq la sostenne e autorizzò). Una cultura ed esperienza, queste, basate sulla convinzione che competenza e preparazione possano in fondo dispensare i leader politici dal rispetto di procedure basilari o, addirittura, consentir loro di anteporre i propri convincimenti (e, di fatto, pregiudizi) alla valutazione obiettiva di fatti e informazioni. Una politica arrogante e autoreferenziale, insomma, nella quale quasi si rivendica il diritto dei migliori di agire fuori dalle regole o al di sopra di esse. E una politica elitaria e lontana, che finisce per alimentare una delle bestie più pericolose oggi in circolazione: quel rigetto, violento e populista, dell’establishment che ha prodotto fenomeni come Donald Trump. Resta da capire perché questa politica faccia così fatica a riformarsi; perché i Clinton siano ancora in grado di prendere in ostaggio un ciclo elettorale, impedendo l’emergere di candidati meno vulnerabili e compromessi. Di certo, sarà ora più difficile per la Clinton presentare la sfida con Trump come quella tra preparazione e imperizia, serietà e approssimazione. Perché quando il direttore del FBI descrive i tuoi comportamenti come avventati e negligenti, e suggerisce addirittura la possibilità che a causa di ciò “attori ostili possano avere avuto accesso all’account email personale” di un Segretario di Stato sul quale circolano messaggi segreti, allora l’accusa all’avversario di essere impreparato e irresponsabile si fa inevitabilmente più labile e meno credibile. Nel mentre, la lunga ombra della guerra in Iraq continua a far sentire il suo peso. Concorre anch’essa al discredito di quelle classi dirigenti che la vollero o, per pavidità e opportunismo, non seppero opporvisi con la necessaria fermezza ed efficacia; informa giudizi retrospettivi binari su esperienze di governo, come appunto quella di Blair, assai più complesse e sfaccettate; incide sulla politica estera statunitense, oggi condizionata dalla paura che una maggioranza dell’opinione pubblica americana ha di vedere replicati quelli errori. Contribuisce, insomma, anch’essa alla delegittimazione di un’élite le cui responsabilità sono certo gravi, ma alla quale non di rado si contrappone il nulla o il peggio.

Il Messaggero, 7 luglio 2016