Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2016

Americhe contrapposte

Un Iman e un suo assistente assassinati in un atto che la polizia newyorchese sembra incline a rubricare come di matrice islamofoba. Nuovi scontri tra giovani afroamericani e polizia, questa volta a Milwaukee, dopo l’ennesima uccisione di un giovane nero da parte delle forze dell’ordine. Un candidato presidenziale ben sotto la soglia minima della decenza che accusa la sua avversaria, Hillary Clinton, e Obama di essere “i fondatori dell’ISIS” e invita, con quello che a molti è parso un vero e proprio incitamento alla violenza, il “popolo del II emendamento” (ossia i possessori d’armi) ad agire contro la Clinton.
L’America appare divisa e lacerata come non accadeva da tempo. Attraversata da molteplici linee di frattura; frammentata in molte Americhe, violentemente contrapposte le une alle altre e non disposte a cercare un qualche terreno comune.
A catalizzare e acuire queste fratture concorrono almeno tre fattori generali, tra loro strettamente interdipendenti. Il primo è quello politico. Gli ultimi vent’anni hanno visto una forte intensificazione della polarizzazione politica: una graduale, ma inarrestabile, decrescita della mobilità elettorale da una parte all’altra e la conseguente formazione di due campi rigidamente contrapposti e vieppiù impermeabili. Se da un lato non si tratta di un fenomeno nuovo nella storia statunitense, che al di là della retorica bipartisan è spesso stata connotata da un’aspra partigianeria, dall’altro questa fase storica sembra ricalcare i momenti di massima polarizzazione, con un 90% degli elettori che in occasione delle elezioni presidenziali del 2008 e del 2012 hanno votato per uno straight ticket, scegliendo candidati dello stesso partito tanto per la Presidenza quanto per il Congresso. Vari fattori hanno contribuito a questa polarizzazione: dalle primarie, alle quali partecipano per lo più elettori motivati e militanti con una radicalizzazione delle posizioni e del messaggio politico, al fatto che l’identità dei due partiti è sempre più definita da temi ad alto contenuto simbolico ed emotivo, sui quali è più difficile individuare comuni denominatori. Ciò che consegue, però, è la difficoltà di trovare punti di convergenza, che sarebbero peraltro immediatamente puniti dai due elettorati. L’esperienza di Obama – un presidente che tutto è stato fuorché radicale in termini di politiche attuate – è lì a dimostrarlo. I suoi provvedimenti più importanti sono stati duramente osteggiati dalla controparte repubblicana; la sua legge più famosa, la riforma del sistema sanitario, esplicitamente modellata su proposte avanzate in passato dal fronte conservatore, è passata al Congresso senza un solo voto repubblicano; il tasso di approvazione/disapprovazione del suo operato è stato il più stabile da quando Gallup, a partire dal 1945, fa questo tipo di rilevazioni ed è oscillato tra il 45/50% a dimostrazione della inossidabile fissità dei due campi, quello pro-Obama e quello anti-Obama.
Questa dimensione politica s’intreccia strettamente con quella economica e sociale. Agisce indubbiamente l’onda lunga della crisi del 2007-8 e la trasformazione, forse strutturale, che essa ha imposto all’economia statunitense. Sotto fondamentali che appaiono più che buoni – un PIL che negli anni di Obama è cresciuto al ritmo del 2/2.5%, una disoccupazione passata dal 10 al 5% – covano contraddizioni potenti. Permane una diseguaglianza marcata, solo in parte corretta dagli effetti riequilibratori della crisi; s’accentuano differenze generazionali, con i lavoratori giovani assai meno tutelati e dalle prospettive più incerte; continua a pesare un processo di de-industrializzazione che ha colpito duramente alcune comunità e aree (nelle quali Trump ottiene spesso un ampio sostegno). Incide, infine, la sostanziale non ripetibilità di un modello di alti consumi a debito che ha connotato una fase – i primi anni del XXI secolo – della quale molti americani conservano una vivida memoria, ma che ha infine rivelato la sua insostenibilità. Se i consumi hanno rappresentato un fondamentale, ancorché indiretto, ammortizzatore sociale, essi non assolvono (né possono più assolvere) quella funzione.
Terzo e ultimo fattore: la razza. Da un lato vi è un mondo afroamericano vittima nell’ultimo trentennio tanto delle politiche securitarie della “tolleranza zero” quanto di un discorso meritocratico e neoliberale che ha colpito molte delle conquiste del movimento dei diritti civili. Dall’altro, vi è la realtà di un’America bianca e cristiana che cessa gradualmente di essere maggioranza nel paese e che fatica ad accettarlo: che rivendica l’esistenza di una presunta essenza statunitense ora minacciata e messa in discussione. Un’America, questa, che ne contiene al suo interno tante altre, incluse quelle realtà post-industriali vittime principali della globalizzazione, dove sono scomparsi i lavori che hanno storicamente rappresentato i vettori primari di ascensione sociale. E che, arrabbiate, incattivite e spaventate, diventano talora preda dei demagoghi alla Trump e dei facili bersagli – gli immigrati messicani, le pratiche commerciali cinesi, l’Islam – che essi spregiudicatamente le offrono.
Difficile immaginare un’attenuazione di queste dinamiche nel ciclo elettorale odierno, di suo aspro e incarognito. E difficile, in tutta onestà, anche sperare che esse rientrino dopo un voto dal quale, qualsiasi sia l’esito, uscirà quasi certamente un’America ancor più divisa e polarizzata.

Il Messaggero/Il Mattino, 15 agosto 2016

Il Donald

Ha accusato Hillary Clinton e Barack Obama di essere i “fondatori” dell’ISIS. Il giorno prima aveva invitato il “popolo del II emendamento” – ossia i possessori di armi – ad agire contro la candidata democratica: una formulazione deliberatamente ambigua che a molti è parsa come un vero e proprio incitamento alla violenza. Donald Trump continua a essere se stesso: a fare il Donald Trump. Smentite sono le previsioni di chi credeva che avrebbe moderato toni e messaggio una volta conquistata la nomination. Rigettati sono i consigli di tanti leader repubblicani che lo imploravano di assumere un atteggiamento più pacato e, anche, civile, pena il rischio di una pesantissima sconfitta in novembre. Una sconfitta, questa, che potrebbe ricadere come una slavina su tutto il partito, con la prospettiva assai concreta di consegnare almeno una delle due camere (il Senato) ai democratici.
Trump invece tira dritto. Se possibile rilancia, con parole e attacchi violenti, politicamente scorretti e, spesso, privi di alcun ancoraggio alla verità. Lo fa perché probabilmente è l’unico linguaggio che conosce e in una certa misura padroneggia. E perché ritiene che esso sia in sintonia con gli umori dell’opinione pubblica statunitense o almeno di quella parte che lo ha portato, contro tutte le previsioni, alla vittoria nelle primarie. Difficile capire se vi sia dietro una strategia o se si tratti dell’ennesima dimostrazione di un dilettantismo e di un’approssimazione per i quali Trump non ha ancora pagato dazio alcuno. Il sentiero che lo può condurre alla Casa Bianca sarebbe di per sé impervio, visto il vantaggio quasi strutturale di cui godono i democratici alle presidenziali, dove i repubblicani debbono vincere molti degli stati in bilico, gli swing states, per pareggiare il numero di grandi elettori già certi di andare alla controparte. Se di strategia invece si tratta, essa appare ad altissimo rischio: per mobilitare appieno un elettorato bianco arrabbiato e conservatore, potenzialmente decisivo in stati come l’Ohio e la Pennsylvania, Trump sta rischiando di alienare ancor più il resto del paese e di perdere così altri stati potenzialmente decisivi, dalla Florida alla Virginia al Colorado.
Ma forse non vi è alcuna strategia. E a parlare, per bocca di Trump, è una pancia del paese che più si scopre minoritaria più s’incarognisce e abbruttisce. I sondaggi questo sembrano dirci oggi. Nelle ultime due settimane la forbice tra Clinton e Trump si è costantemente ampliata, tanto a livello nazionale quanto negli swing states (quasi il 10% in Pennsylvania, secondo le rilevazioni più recenti); il panico tra i repubblicani è ormai palpabile. Tutto può accadere, ovviamente, ma dalle due convention di luglio è emerso un Trump più fragile, insicuro e vulnerabile.
Che cosa ci dice tutto ciò, anche rispetto alla efficacia elettorale di una retorica che un certo populismo, spregiudicato e razzista, utilizza a man bassa pure in Europa? Innanzitutto, che alzare i toni della polemica politica può pagare in un quadro polarizzato come quello degli Usa odierni, ma al contempo fissa un recinto, in termini di consenso e voti, oltre il quale non è possibile spingersi. Serve a vincere le primarie, insomma, ma può poi essere molto penalizzante nelle elezioni generali. Dove, approssimazione, dilettantismo e finanche cialtroneria sono esposte ai riflettori assai più (e più intensamente) che durante le primarie. E forse le difficoltà odierne di Trump ci mostrano anche come gli elettori siano più maturi di quanto non credano i tanti spregiudicati demagoghi che popolano il mondo politico oggi.

Il Giornale di Brescia, 14 agosto 2016

Spy stories

Email penetrate e rese pubbliche che rivelano le discussioni dei vertici del partito democratico su come danneggiare Sanders e favorire la Clinton nelle primarie. Messaggi riservati, questi, divulgati proprio all’inizio della convention democratica con l’intenzione evidente di alimentare tensioni tra i delegati e rendere più difficile il raggiungimento dell’unità a sostegno di Hillary Clinton. E messaggi che pare siano stati fatti circolare da hackers dei servizi di Putin, con l’obiettivo di danneggiare la Clinton e favorire il candidato repubblicano Donald Trump, grande ammiratore del presidente russo.
Una spy story un po’ surreale, a dire il vero, che irrompe in una campagna presidenziale già di suo ai limiti del grottesco. La Clinton denuncia con asprezza le ingerenze putiniane; Trump si guadagna l’accusa di alto tradimento laddove sollecita Putin a promuovere altre operazioni simili e a divulgare le email secretate che rivelerebbero le malefatte dell’ex Segretario di Stato; i servizi d’intelligence statunitensi s’interrogano sull’opportunità di rispettare tradizione e protocollo, mettendo informazioni sensibili a disposizione di un candidato fuori controllo come Trump. Putin finora tace, ma si può immaginare che osservi compiaciuto il teatrino di questi giorni.
È probabile che la polemica rientri rapidamente: che la tempesta stia in fondo in un bicchiere d’acqua. E che ognuna delle parti in causa reciti la propria parte con il chiaro obiettivo di trarre il massimo vantaggio possibile. La Clinton può rimarcare una volta ancora l’impresentabilità di Trump: un uomo capace di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, anche quello di sollecitare ingerenze palesi nella politica degli Stati Uniti da parte di uno loro dei principali nemici. Trump ha avuto una giornata di tensioni dentro la convention democratica, anche se la frattura non è durata e il partito è riuscito a esprimere un’unità d’intenti che era invece mancata alla controparte repubblicana. Ma il magnate newyorchese spera comunque di ottenere un tornaconto elettorale da questo suo indiretto flirt con Putin. Sa che una parte non marginale di americani considera il presidente russo leader abile e spregiudicato, capace in più occasioni di mettere in un angolo Obama. E sa che l’ammirazione per lo spregiudicato realismo di Putin origini anche da un’infatuazione autoritaria che pare oggi assai diffusa tra gli elettori di Trump. Non ritiene, insomma, di dover pagar dazio alcuno per il tentativo di cooptare il leader russo nella campagna elettorale, come ha in pratica fatto con il suo invito a continuare l’opera di hackeraggio della mail della Clinton. Putin, infine, è certo consapevole che il suo accorto silenzio alimenta il convincimento che la Russia sia in qualche modo coinvolta. E la cosa presumibilmente non gli dispiace. Questa spregiudicatezza rafforza la convinzione, dentro e fuori la Russia, che egli sia un leader forte capace di giocare la sua partita con efficacia e senza scrupoli. E lo aiuta ad occultare le difficoltà interne e internazionali di Mosca, con una economia in sofferenza e una Russia oggi assai isolata. Soprattutto, la vicenda gli permette di dire che quel gioco spesso rinfacciato agli Usa – quella intrinseca propensione a interferire negli affari interni di altri paesi – lo sa giocare bene anche Mosca se chiamata a farlo. Difficile credere che il Presidente russo voglia davvero aiutare Trump; più probabile invece che – realismo per realismo – Putin sappia che le chance del candidato repubblicano di conquistare la Presidenza siano assai limitate. E che questa piccola dimostrazione di forza, se di ciò davvero si è trattato, non sia destinata ad avere un impatto significativo sull’esito ultimo delle elezioni.

Il Messaggero/Il Mattino 1 agosto 2016