Mario Del Pero

Americhe contrapposte

Un Iman e un suo assistente assassinati in un atto che la polizia newyorchese sembra incline a rubricare come di matrice islamofoba. Nuovi scontri tra giovani afroamericani e polizia, questa volta a Milwaukee, dopo l’ennesima uccisione di un giovane nero da parte delle forze dell’ordine. Un candidato presidenziale ben sotto la soglia minima della decenza che accusa la sua avversaria, Hillary Clinton, e Obama di essere “i fondatori dell’ISIS” e invita, con quello che a molti è parso un vero e proprio incitamento alla violenza, il “popolo del II emendamento” (ossia i possessori d’armi) ad agire contro la Clinton.
L’America appare divisa e lacerata come non accadeva da tempo. Attraversata da molteplici linee di frattura; frammentata in molte Americhe, violentemente contrapposte le une alle altre e non disposte a cercare un qualche terreno comune.
A catalizzare e acuire queste fratture concorrono almeno tre fattori generali, tra loro strettamente interdipendenti. Il primo è quello politico. Gli ultimi vent’anni hanno visto una forte intensificazione della polarizzazione politica: una graduale, ma inarrestabile, decrescita della mobilità elettorale da una parte all’altra e la conseguente formazione di due campi rigidamente contrapposti e vieppiù impermeabili. Se da un lato non si tratta di un fenomeno nuovo nella storia statunitense, che al di là della retorica bipartisan è spesso stata connotata da un’aspra partigianeria, dall’altro questa fase storica sembra ricalcare i momenti di massima polarizzazione, con un 90% degli elettori che in occasione delle elezioni presidenziali del 2008 e del 2012 hanno votato per uno straight ticket, scegliendo candidati dello stesso partito tanto per la Presidenza quanto per il Congresso. Vari fattori hanno contribuito a questa polarizzazione: dalle primarie, alle quali partecipano per lo più elettori motivati e militanti con una radicalizzazione delle posizioni e del messaggio politico, al fatto che l’identità dei due partiti è sempre più definita da temi ad alto contenuto simbolico ed emotivo, sui quali è più difficile individuare comuni denominatori. Ciò che consegue, però, è la difficoltà di trovare punti di convergenza, che sarebbero peraltro immediatamente puniti dai due elettorati. L’esperienza di Obama – un presidente che tutto è stato fuorché radicale in termini di politiche attuate – è lì a dimostrarlo. I suoi provvedimenti più importanti sono stati duramente osteggiati dalla controparte repubblicana; la sua legge più famosa, la riforma del sistema sanitario, esplicitamente modellata su proposte avanzate in passato dal fronte conservatore, è passata al Congresso senza un solo voto repubblicano; il tasso di approvazione/disapprovazione del suo operato è stato il più stabile da quando Gallup, a partire dal 1945, fa questo tipo di rilevazioni ed è oscillato tra il 45/50% a dimostrazione della inossidabile fissità dei due campi, quello pro-Obama e quello anti-Obama.
Questa dimensione politica s’intreccia strettamente con quella economica e sociale. Agisce indubbiamente l’onda lunga della crisi del 2007-8 e la trasformazione, forse strutturale, che essa ha imposto all’economia statunitense. Sotto fondamentali che appaiono più che buoni – un PIL che negli anni di Obama è cresciuto al ritmo del 2/2.5%, una disoccupazione passata dal 10 al 5% – covano contraddizioni potenti. Permane una diseguaglianza marcata, solo in parte corretta dagli effetti riequilibratori della crisi; s’accentuano differenze generazionali, con i lavoratori giovani assai meno tutelati e dalle prospettive più incerte; continua a pesare un processo di de-industrializzazione che ha colpito duramente alcune comunità e aree (nelle quali Trump ottiene spesso un ampio sostegno). Incide, infine, la sostanziale non ripetibilità di un modello di alti consumi a debito che ha connotato una fase – i primi anni del XXI secolo – della quale molti americani conservano una vivida memoria, ma che ha infine rivelato la sua insostenibilità. Se i consumi hanno rappresentato un fondamentale, ancorché indiretto, ammortizzatore sociale, essi non assolvono (né possono più assolvere) quella funzione.
Terzo e ultimo fattore: la razza. Da un lato vi è un mondo afroamericano vittima nell’ultimo trentennio tanto delle politiche securitarie della “tolleranza zero” quanto di un discorso meritocratico e neoliberale che ha colpito molte delle conquiste del movimento dei diritti civili. Dall’altro, vi è la realtà di un’America bianca e cristiana che cessa gradualmente di essere maggioranza nel paese e che fatica ad accettarlo: che rivendica l’esistenza di una presunta essenza statunitense ora minacciata e messa in discussione. Un’America, questa, che ne contiene al suo interno tante altre, incluse quelle realtà post-industriali vittime principali della globalizzazione, dove sono scomparsi i lavori che hanno storicamente rappresentato i vettori primari di ascensione sociale. E che, arrabbiate, incattivite e spaventate, diventano talora preda dei demagoghi alla Trump e dei facili bersagli – gli immigrati messicani, le pratiche commerciali cinesi, l’Islam – che essi spregiudicatamente le offrono.
Difficile immaginare un’attenuazione di queste dinamiche nel ciclo elettorale odierno, di suo aspro e incarognito. E difficile, in tutta onestà, anche sperare che esse rientrino dopo un voto dal quale, qualsiasi sia l’esito, uscirà quasi certamente un’America ancor più divisa e polarizzata.

Il Messaggero/Il Mattino, 15 agosto 2016

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