Mario Del Pero

Il Donald

Ha accusato Hillary Clinton e Barack Obama di essere i “fondatori” dell’ISIS. Il giorno prima aveva invitato il “popolo del II emendamento” – ossia i possessori di armi – ad agire contro la candidata democratica: una formulazione deliberatamente ambigua che a molti è parsa come un vero e proprio incitamento alla violenza. Donald Trump continua a essere se stesso: a fare il Donald Trump. Smentite sono le previsioni di chi credeva che avrebbe moderato toni e messaggio una volta conquistata la nomination. Rigettati sono i consigli di tanti leader repubblicani che lo imploravano di assumere un atteggiamento più pacato e, anche, civile, pena il rischio di una pesantissima sconfitta in novembre. Una sconfitta, questa, che potrebbe ricadere come una slavina su tutto il partito, con la prospettiva assai concreta di consegnare almeno una delle due camere (il Senato) ai democratici.
Trump invece tira dritto. Se possibile rilancia, con parole e attacchi violenti, politicamente scorretti e, spesso, privi di alcun ancoraggio alla verità. Lo fa perché probabilmente è l’unico linguaggio che conosce e in una certa misura padroneggia. E perché ritiene che esso sia in sintonia con gli umori dell’opinione pubblica statunitense o almeno di quella parte che lo ha portato, contro tutte le previsioni, alla vittoria nelle primarie. Difficile capire se vi sia dietro una strategia o se si tratti dell’ennesima dimostrazione di un dilettantismo e di un’approssimazione per i quali Trump non ha ancora pagato dazio alcuno. Il sentiero che lo può condurre alla Casa Bianca sarebbe di per sé impervio, visto il vantaggio quasi strutturale di cui godono i democratici alle presidenziali, dove i repubblicani debbono vincere molti degli stati in bilico, gli swing states, per pareggiare il numero di grandi elettori già certi di andare alla controparte. Se di strategia invece si tratta, essa appare ad altissimo rischio: per mobilitare appieno un elettorato bianco arrabbiato e conservatore, potenzialmente decisivo in stati come l’Ohio e la Pennsylvania, Trump sta rischiando di alienare ancor più il resto del paese e di perdere così altri stati potenzialmente decisivi, dalla Florida alla Virginia al Colorado.
Ma forse non vi è alcuna strategia. E a parlare, per bocca di Trump, è una pancia del paese che più si scopre minoritaria più s’incarognisce e abbruttisce. I sondaggi questo sembrano dirci oggi. Nelle ultime due settimane la forbice tra Clinton e Trump si è costantemente ampliata, tanto a livello nazionale quanto negli swing states (quasi il 10% in Pennsylvania, secondo le rilevazioni più recenti); il panico tra i repubblicani è ormai palpabile. Tutto può accadere, ovviamente, ma dalle due convention di luglio è emerso un Trump più fragile, insicuro e vulnerabile.
Che cosa ci dice tutto ciò, anche rispetto alla efficacia elettorale di una retorica che un certo populismo, spregiudicato e razzista, utilizza a man bassa pure in Europa? Innanzitutto, che alzare i toni della polemica politica può pagare in un quadro polarizzato come quello degli Usa odierni, ma al contempo fissa un recinto, in termini di consenso e voti, oltre il quale non è possibile spingersi. Serve a vincere le primarie, insomma, ma può poi essere molto penalizzante nelle elezioni generali. Dove, approssimazione, dilettantismo e finanche cialtroneria sono esposte ai riflettori assai più (e più intensamente) che durante le primarie. E forse le difficoltà odierne di Trump ci mostrano anche come gli elettori siano più maturi di quanto non credano i tanti spregiudicati demagoghi che popolano il mondo politico oggi.

Il Giornale di Brescia, 14 agosto 2016

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