Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2016

Dibattiti e narrazioni

I sondaggi fatti a ridosso del primo dibattito televisivo e l’esito dei tanti focus group creati per valutarne l’impatto non sembrano lasciare adito a dubbi: Hillary Clinton ha vinto, e nettamente, questo primo confronto con Donald Trump. Lo scarto in termini di preparazione e competenza – di professionalità politica, in altre parole – è apparso ancor più marcato del previsto. Pur venendo costantemente interrotta dal suo avversario, la candidata democratica è stata attenta a non farsi trascinare in alcuna bagarre, anche a costo di risultare algida e poco appassionata. Con freddezza e cinismo ha denunciato – spesso in modo davvero aspro – il dilettantismo, il razzismo e la misoginia di Trump. Che ha perso progressivamente controllo e pazienza, dispensando un campionario di smorfie e battute che tutto lo facevano apparire fuorché presidenziale.
Con lo scorrere dei minuti Trump è divenuto sempre più il Trump che conosciamo. Il suo sforzo di moderazione e autocontrollo ha retto sì e no per il primo terzo della discussione. Una fase dove è stato talora incisivo, soprattutto quando ha riproposto le parole d’ordine di un protezionismo commerciale dalla dubbia praticabilità, ma capace di raccogliere consensi ampi e trasversali nell’elettorato. Di fronte all’incalzare della sua avversaria è però gradualmente imploso, salvato infine solamente dal gong che ha posto termine a questo primo round.
Trump ha evitato gaffe devastanti, anche se dichiarare, come ha fatto, che fosse normale per un uomo d’affari auspicare il crollo del mercato immobiliare nel 2006 (“si chiama business”, ha affermato in risposta alle critiche di Hillary) offre ai democratici uno spot che sarà utilizzato ad nauseam nelle prossime settimane. Di certo, Trump non ha convinto gl’indecisi. Che non sono molti, schiacciati tra due campi elettorali militarizzati e impermeabili l’uno all’altro. Ma che proprio per questo potrebbero risultare decisivi l’8 novembre.
La cattiva performance di Trump non si spiega però solo con i suoi limiti politici, fin troppo evidenti e conosciuti. È anche il portato di una tensione assai difficile da risolvere. Il messaggio radicale, scorretto ed estremo del miliardario newyorchese ha funzionato nel catalizzare la piena mobilitazione della base repubblicana. Da un lato, la rigida polarizzazione politica fa sì che anche i repubblicani più scettici convergano infine sul miliardario newyorchese pur di evitare una vittoria della Clinton. Dall’altro, Trump è riuscito a recuperare alla causa un pezzo di elettorato, bianco e disilluso, il cui astensionismo aveva contribuito alla sconfitta di Romney nel 2012. Nel farlo, però, ha allontanato ancor più sia le minoranze sia quegli elettori indipendenti, inclini a votare repubblicano che sono però spaventati dal suo radicalismo. Nelle ultime settimane Trump ha cercato di moderare il proprio messaggio, come si è visto bene in questo primo dibattito televisivo, quando ha ad esempio evitato di sollevare un tema divisivo, ancorché centrale per i suoi successi elettorali, come quello dell’immigrazione. La coperta appare però troppo corta, anche perché, dati alla mano, maggiori sembrano essere i margini di cui la Clinton ancora dispone per ampliare la propria base elettorale, tra giovani, donne e minoranze.
Difficile infine comprendere quale impatto possa avere questo primo confronto, e quelli che seguiranno, sull’esito ultimo del voto. Da più parti s’invita correttamente a non sopravvalutarne la rilevanza e gli effetti, come la storia recente ben evidenzia. In un contesto caratterizzato da forte polarizzazione e bassissima mobilità elettorale, un dibattito può cambiare assai poco. E però, quel che Hillary Clinton è riuscita ad alterare è stata una narrazione della sfida che l’ha vista costantemente sulla difensiva nelle ultime settimane. Una narrazione che per il momento torna a porre al suo centro la fragilità e impreparazione ultima di Trump e non le tante debolezze della sua avversaria.

Il Messaggero, 28 settembre 2016

Terrorismo ed elezioni

In attesa di saperne di più sull’attentato di sabato sera a New York, è possibile provare a fare qualche riflessione sul suo potenziale impatto in una corsa alla Presidenza che, stando agli ultimi sondaggi, pare essere divenuta assai meno scontata di quanto non si credesse solo qualche settimana fa. La prima considerazione è che una chiusura di campagna elettorale dominata dalla questione sicurezza, e da una rinnovata minaccia terroristica, presenta rischi e opportunità tanto per Hillary Clinton quanto per Donald Trump.
La candidata democratica potrebbe ovviamente far leva sulla credibilità che le deriva dalla sua esperienza di statista, della quale vi è un surplus di bisogno in momenti di crisi per la sicurezza nazionale. Gran parte della campagna della Clinton su questo ha puntato: sulla riconosciuta competenza governativa dell’ex segretario di Stato, costantemente contrapposta all’approssimazione e al dilettantismo del suo avversario. Sondaggi alla mano, infatti, non è quasi mai la preparazione della Clinton a essere messa in discussione da chi è in dubbio se votarla o meno, quanto la sua onestà e trasparenza (di cui dubiterebbero almeno il 60/70% degli americani). E però la candidata democratica ha anche molto da perdere in una sfida dominata dai temi della sicurezza. Una recrudescenza della paura nei confronti del terrorismo rischia infatti di legittimare le proposte e le parole d’ordine, estreme e scorrette, del suo avversario. Che sulla paura di un pezzo d’America, non maggioritario ma certo rilevante, ha costruito le sue fortune elettorali e che quella paura ha dimostrato di saperla cavalcare e strumentalizzare. Gli attacchi di Trump a immigrati illegali e mussulmani da essa hanno in fondo origine: offrono bersagli semplici e consolatori; garantiscono soluzioni tanto draconiane quanto efficaci; promettono risposte certe e chiare. Stanno insomma dentro un discorso binario e semplicistico – fondato sullo schema essenziale amico-nemico – che funziona bene in tempi di emergenza per la sicurezza del paese e dei suoi cittadini, reale o esagerata tale emergenza sia. Un discorso, questo, che nello specifico contesto odierno può attingere anche alla più generale insoddisfazione dell’opinione pubblica verso la politica estera statunitense e la campagna infinita contro un terrorismo che sembra, una volta di più, un’Idra dalle teste infinite e replicabili. L’effetto, in altre parole, potrebbe essere opposto a quello auspicato dalla Clinton e favorire un avversario che, è ben ricordarlo, continua a non piacere a una larga maggioranza degli americani, con uno scarto – storicamente altissimo – di circa venti punti tra chi ne dà un giudizio positivo (il 35/40%) e chi ne dà uno negativo (il 55/60%).
Questi dati vanno letti nel contesto di una polarizzazione politica di molto accentuatasi nell’ultimo ventennio. I due campi elettorali – repubblicano e democratico – si sono cioè fatti assai meno mobili, laddove le barriere tra i due sono divenute assai più rigide. È un aspetto, questo, paradossalmente rivelato dai buoni risultati nei sondaggi dei “candidati terzi” di queste presidenziali, il libertarian Gary Johnson e la verde Jill Stein. Che certo sottolineano l’affaticamento di un modello bipartitico il quale, presentandosi coi volti della Clinton e di Trump, ha perso molta credibilità, soprattutto con gli elettori più giovani. Ma che mostrano anche quanto difficile sia oggi per un simpatizzante repubblicano o democratico votare per l’altra parte. Lo evidenzia lo scarsissimo successo del gruppo d’intellettuali repubblicani che hanno invitato a sostenere la Clinton. Lo rivelano i dati delle ultime tornate presidenziali, contraddistinte dalla limitatissima mobilità del voto, con un 90% o più di elettori che hanno scelto candidati dello stesso partito per la Presidenza e il Congresso (20/30 punti percentuali in più rispetto a qualche decennio fa).
Come può incidere un ritorno del terrorismo su questa situazione di elettorati “militarizzati” e sostanzialmente impermeabili? Anche in questo caso, due risposte antitetiche possono essere offerte. La prima è che, trattandosi appunto di due fronti contrapposti e inscalfibili, l’effetto sia limitato: gli elettori della Clinton troverebbero un motivo aggiuntivo per preferirla e altrettanto farebbero quelli di Trump. La seconda lettura, invece, enfatizza come in una competizione così serrata, anche un limitato spostamento di consensi – quale quello generato da una risposta più o meno convincente alla sfida del terrorismo – potrebbe risultare dirimente. Sapendo però anche che con due candidati deboli, molto deboli, come quelli di questo ciclo elettorale, a determinare finora spostamenti significativi nelle intenzioni di voto sono stati gli errori di una parte o dell’altra più che le rispettive proposte: l’avere, come entrambi hanno spesso fatto, parlato troppo più che troppo poco. E forse, la soluzione migliore per Clinton e Trump è attendere che sia l’avversario a fare la prima mossa e, appunto, a sbagliare per primo.

Il Mattino, 19 settembre 2016

I corpi dei candidati (e delle candidate)

Da quando le competizioni elettorali statunitensi sono diventate fenomeni pienamente mediatici – da quando cioè lo strumento primario della loro rappresentazione è quello audiovisivo – i corpi dei candidati e delle candidate hanno occupato e riempito la scena di questa rappresentazione. Corpi che devono rispondere a canoni estetici tanto basilari quanto stringenti (l’ultimo presidente calvo ad essere eletto, ad esempio, fu Dwight Eisenhower, che non a caso chiuse la lunga era pre-televisiva). Corpi spesso esibiti: come sfoggio di forza e mascolinità (l’altissimo e possente Lyndon Johnson che si chinava minaccioso sui suoi avversari); per occultare fragilità e infermità (il bel volto giovanile di Kennedy); per accentuare dinamismo e giovinezza (l’improbabile jogging mattutino di Clinton); per enfatizzare una capacità di empatia con il mondo (la sinuosa camminata di Obama). E corpi inevitabilmente scrutati e vagliati, poiché il vigore fisico – la virilità, insomma – è attributo richiesto ai presidenti, che essi hanno ostentato in un’arena, quella politica, non di rado rappresentata come gladiatoria: come un luogo dove solo i più forti si affermano.
Dentro una narrazione ad alto tasso di testosterone, una donna parte inevitabilmente svantaggiata. O riesce a rovesciarla, questa narrazione; o cerca di mascolinizzarsi essa stessa: di dimostrare di poter competere e sconfiggere l’avversario sul piano proprio della virilità. Che è quanto alcune candidate recenti hanno cercato di fare. Come Sarah Palin, la vice di McCain nel ticket repubblicano del 2008, di cui si ricorda l’affermazione secondo la quale l’unica differenza tra una “mamma di giocatori di hockey” (a hockey mom) e un “pitbull” fosse il rossetto. Non le giovò granché questo rappresentarsi come un “pitbull con il rossetto”, ma il messaggio era chiaro. Ed è un messaggio che Hillary Clinton ha in più occasioni fatto proprio. Costruendo un’immagine di donna tenace e inflessibile, capace di reggere ritmi di lavoro che sfiancano anche i suoi collaboratori più giovani. Questa candidatura – alla soglia dei 70 anni, dopo la durissima sconfitta del 2008 contro Obama, le umiliazioni subite da First Lady, l’esperienza da senatrice e segretario di Stato – si colloca in fondo entro questa narrazione: quella di una donna che non molla mai. E che alla fine è a più a suo agio in mimetica, tra quei generali dai quali – narrano le cronache – è amata e riverita, che nei cocktail washingtoniani dove imperano giornalisti dei quali invece diffida apertamente.
E però, per reggere questo gioco – per rendere credibile, appunto, questa narrazione – è chiamata a uno sforzo ben superiore rispetto alla controparte maschile. In quanto donna le si applicano standard assai più severi, come ben si è visto in questa campagna elettorale quando già prima della polmonite i suoi avversari hanno frequentemente avanzato insinuazioni sul suo stato di salute – sulla sua intrinseca fragilità di donna quasi settantenne – che difficilmente si sarebbero permessi con un uomo. Improbabile vi siano conseguenze elettorali, a maggior ragione se di rapida polmonite davvero si tratta. I due elettorati, polarizzati e in una certa misura militarizzati, sono già ben definiti e la mobilità dall’uno all’altro è davvero ridottissima. La Clinton resta favorita e si fatica a vedere una possibile via alla Presidenza per Trump, al di là delle evidenti debolezze della sua avversaria. Tra le quali c’è, appunto, anche la vulnerabilità di un corpo femminile costretto ad agire dentro un discorso politico che continua a essere maschile e, non di rado, volgarmente misogino.

Il Giornale di Brescia, 14 settembre 2016

Candidati deboli

La polmonite d’Hillary introduce un’ulteriore variabile in questo strano ciclo elettorale. Una variabile che, come molte altre, segnala la vulnerabilità di entrambi i candidati. È questo un dato difficilmente oppugnabile oggi: a fronteggiarsi sono due contendenti fragili, che non a caso hanno impostato una campagna principalmente negativa, centrata sulla sottolineatura delle reciproche debolezze. Misurabili, queste, attraverso diversi parametri. L’anagrafe, innanzitutto: i 68 anni di Hillary Clinton e i 70 di Donald Trump. Che se eletti sarebbero tra i più vecchi presidenti nella storia degli Stati Uniti (rispettivamente terza e primo, con il Ronald Reagan del 1980 nel mezzo). E che tutto trasmettono fuorché vitalità e dinamismo, come dimostrato dalle tante insinuazioni fatte circolare dalle due parti sullo stato di salute dell’avversario. L’anagrafe s’intreccia con un secondo, palese fattore: la straordinaria impopolarità di Clinton e Trump. Secondo gli ultimi sondaggi Gallup, un ampio numero di americani – attorno al 50% per Clinton, dieci punti in più per Trump – danno una valutazione negativa dei due candidati. Si tratta, nuovamente di numeri record. Che si accompagnano alla diffusa sfiducia sulla stessa integrità di Hillary Clinton e Donald Trump. In un recente sondaggio CNN coloro che dissentivano con l’affermazione secondo la quale la Clinton sarebbe “onesta e degna di fiducia” sfiorava il 70%; per Trump si attestava attorno a un comunque altissimo 55%. Come ha sottolineato l’analista di Gallup V. Lance Tarrance, quella a cui stiamo assistendo è una “battaglia epica tra due individui che non sono stati capaci di riabilitare la propria immagine presso il pubblico americano e che quindi puntano tutto sul rendere il più sgradevole possibile il proprio opponente”. Lo fanno anche per dare risposta a una terza e ultima debolezza: la loro limitata capacità di mobilitare appieno le proprie basi elettorali, come è vitale fare per poter ambire alla Presidenza. Tra l’establishment repubblicano sono sorti comitati a sostegno di Hillary e non passa giorno senza che appaia sui principali quotidiani statunitensi l’articolo di qualche conservatore che annuncia di non poter votare per Trump, vuoi per la sua politica estera isolazionista e protezionista vuoi per il suo passato libertino e filo-democratico. A sinistra e tra i giovani, la Clinton convince poco o nulla: per la sua moderazione; per una carriera marcata da svolte tanto repentine quanto opportunistiche; per il suo convinto sostegno a un interventismo centrato anche sull’uso dello strumento militare.
Ma come si è giunti a ciò? Come si spiega questa bizzarra sfida tra due candidati tanto impopolari? Due risposte possono essere offerte. La prima è comune a entrambi, anche se colpisce ovviamente di più la Clinton. Ed è l’avversione di un pezzo rilevante d’America verso una politica che appare lontana, delegittimata e priva di credibilità. La seconda spiegazione è invece diametralmente opposta per le due parti. Semplificando, si potrebbe dire che la selezione dei due candidati ha mostrato un establishment troppo debole tra i repubblicani e troppo forte tra i democratici. Il primo ha cercato di cavalcare spregiudicatamente il vento dell’antipolitica nella sua opposizione pregiudiziale e rigida a Obama, finendone però malamente disarcionato e ritrovandosi così con un candidato ingestibile e, anche, impresentabile. Il secondo ha invece preso in ostaggio il ciclo elettorale, dissuadendo altri possibili competitori e portando alla nomination una figura tanto preparata e competente quanto inadeguata a una fase storica, e a un umore politico, che ben altro richiedevano. Perché malattia o meno, Hillary Clinton è a tutti gli effetti la candidata sbagliata: l’esponente emblematica di una vecchia politica che l’America, a torto o ragione, oggi rigetta; la rappresentante di un approccio moderato e centrista in un contesto polarizzato che premia invece la radicalità; l’algida tecnocrate in un’era di demagogico populismo. L’avversaria ideale di Donald Trump, insomma, e forse una delle poche ragioni per le quali il miliardario newyorchese abbia ancora qualche chance di arrivare alla Casa Bianca.

Il Mattino, 13 settembre 2016

15 anni dopo

È un’America orgogliosa e fiera quella che si ritrova a celebrare questo ennesimo anniversario dell’11 settembre. Che nel ricordare i morti di quella orribile giornata fa sfoggio di compattezza e unità. Che mostra, a se stessa e al mondo, come sulle ceneri del World Trade Center abbia voluto edificare nuovi simboli della sua tenacia e resilienza, della sua grandezza e potenza: lo splendido memoriale da un lato; la possente (e un po’ pacchiana) Freedom Tower dall’altro.
Dietro le apparenze e il fervore patriottico del momento si celano però delle fragilità che gli attacchi terroristici del 2001 hanno in parte causato e in parte accentuato. Tre parole chiave ci aiutano a comprenderle e sintetizzarle. La prima è divisione. La mobilitazione successiva agli attentati, il logico raccogliersi del paese attorno a un Presidente, George Bush, poi destinato a rivelarsi del tutto inadeguato, e lo stato di guerra permanente in cui il paese si trovò produssero inizialmente un senso di unità nazionale tanto sovraccarico quanto effimero. Sottotraccia, occultate dalle contingenze ma potenti, correvano dinamiche che stavano frammentando il paese e minando la sua coesione. Si assisteva a un’accentuazione di processi demografici che stravolgevano il volto dell’America per come lo si conosceva e portavano la sua componente bianca e cristiana verso una condizione di minoranza che essa avrebbe fatto (e fa) molta fatica ad accettare. Un quarantennio di “guerre culturali” – sui curricula scolastici e la bandiera, sull’aborto e l’omosessualità – si sarebbe infine concluso con vari successi del fronte liberal, ma avrebbe lasciato ferite profonde e mai del tutto cicatrizzate. Lo scontro politico ne sarebbe stato a sua volta influenzato, con un inarrestabile imbarbarimento del confronto pubblico e una polarizzazione partitica senza precedenti nella storia recente del paese, con le due parti incapaci di trovare punti di convergenza e uno stato di sostanziale militarizzazione delle rispettive basi (come dimostrato dai livelli bassissimi di mobilità elettorale dell’ultimo decennio, con un 90/95% di votanti che sceglie sempre e solo una parte: alle presidenziali, così come alle elezioni per il Congresso e a quelle statali). Queste spaccature sono state per molti aspetti esacerbate dalle scelte post-11 settembre 2001. Una politica estera ideologica e fallimentare ha alienato un pezzo di paese. Soprattutto, ha finito per accentuare il risentimento e la diffidenza dell’opinione pubblica verso un establishment politico (e, dopo la crisi del 2007-8, economico) autoreferenziale e inetto. Le radici del populismo che ha prodotto il fenomeno Trump stanno insomma anche nelle scelte compiute 15 anni fa.
La seconda parola chiave è paura. Una paura che con l’11 settembre si è fatta in qualche modo strutturale e con la quale solo più tardi noi europei abbiamo imparato a convivere. Questa paura il potere politico ha pensato di poterla cavalcare, finendone però disarcionato. Ed è stata questa paura che ha giustificato scelte securitarie estreme e draconiane, dal carcere di Guantanamo all’uso della tortura, dall’utilizzo invasivo e spregiudicato degli strumenti di spionaggio alla piena legittimazione di una politica di assassini mirati di sospetti terroristi quale non si vedeva dai tempi più bui della Guerra Fredda.
E questo ci porta alla terza e ultima parola chiave: isolamento. Come la coesione nazionale post-11 settembre sarebbe rapidamente evaporata così la solidarietà internazionale con gli Stati Uniti – simboleggiata da quel “siamo tutti americani” con cui il direttore di Le Monde Jean-Marie Colombani titolò il suo editoriale del 12 settembre 2001 – non sopravvisse né alle ipocrisie e ambiguità di tale solidarietà né alle scelte unilaterali e radicali della politica estera e di sicurezza di Bush. Anche in questo caso, gli effetti sarebbero stati di lungo periodo, con una maggioranza di americani che ancor oggi rivendicano la necessità, ed efficacia, di molte delle misure più controverse adottate allora e gran parte del mondo che osserva perplessa se non inorridita.
L’elezione di Obama è parsa poter rovesciare questo processo. In fondo, tutto il discorso politico dell’ultimo Presidente è stato centrato sulla necessità di ricostruire l’unità interna perduta, riportare il paese in quel mondo dal quale si era dolosamente distaccato, superare una paura che non ha ragioni d’essere in assenza di minacce “esistenziali” alla sua sicurezza (nemmeno l’ISIS lo sarebbe, ha spesso affermato Obama). I suoi successi sono stati però al meglio parziali. E l’America celebra questo anniversario nel mezzo di un confronto elettorale abbruttito e finanche violento, dal quale rischia di uscire ancor più divisa, isolata e spaventata.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2016

Trump in Messico

In una campagna elettorale ricca di stravaganze, il viaggio lampo di Donald Trump in Messico ha aggiunto un’ulteriore, inattesa bizzarria. Il candidato repubblicano ha sfruttato l’improvvido invito del presidente messicano Peña Nieto per volare a Città del Messico e avere un rapido faccia a faccia. Difficile capire cosa abbia mosso Peña Nieto quando ha proposto a Clinton e Trump d’incontrarlo. La sua popolarità è ai minimi storici e forse ha cercato di risollevarla presentandosi come leader capace di relazionarsi alla pari con il gigante statunitense (inesplicabile diventa però la cautela e moderazione poi dispiegata con Trump, un uomo che nell’ultimo anno ha più volte insultato il Messico e i messicani). Più facile, invece, definire gli obiettivi che il miliardario newyorchese sperava di raggiungere con questo viaggio.
Nettamente dietro alla Clinton – nei sondaggi nazionali così come in quelli, più significativi, degli stati che saranno cruciali in novembre – Trump ha un disperato bisogno di alterare una dinamica che appare oggi irreversibile. Recarsi in Messico serviva quindi per dare un messaggio a diversi segmenti dell’elettorato statunitense. Da un lato, intendeva rafforzare il profilo, oggi assai fragile, del Trump statista e Presidente in pectore. Lo rendeva, questo profilo, più credibile attraverso la legittimazione derivante dall’essere ricevuto da un capo di stato. Dall’altro, permetteva al candidato repubblicano di apparire simultaneamente moderato e inflessibile, capace d’interloquire responsabilmente con la controparte messicana ovvero di non indietreggiare dalle sue posizioni di fermezza e rigore. Ecco perché, diversamente da quanto affermato da molti commentatori, non vi è contraddizione tra il Trump cauto e misurato dell’incontro con Peña Nieto e quello che solo poche ore più tardi a Phoenix tornava a tuonare contro gli immigrati clandestini, proponeva deportazioni di massa, invocava “certificati ideologici” per i futuri immigrati – in modo da selezionare quelli in linea con i valori e principi statunitensi – e prometteva di far pagare al Messico il grande “splendido” muro che sarà costruito alla frontiera dopo la sua elezione (“non lo sanno ancora”, ha affermato Trump, “ma lo pagheranno loro al 100%”).
Sconclusionato, incoerente e violento, il discorso di Phoenix ha offerto l’ennesimo concentrato del Trump-pensiero. E ha mostrato, una volta ancora, come la prevista moderazione e civilizzazione del candidato repubblicano sia lontana dal realizzarsi. Anzi, consapevole che le sue chance di vittoria sono poche o nulle, Trump può solo rilanciare sul terreno della demagogia e della provocazione. Può, insomma, giocare l’unica fiche che sembra essergli rimasta: quella che punta alla piena e totale mobilitazione del suo elettorato e in una contestuale defezione dei molti elettori che di Hillary Clinton diffidano apertamente. È una strada stretta e impervia, però. Perché la violenza verbale e il razzismo di Trump porteranno alle urne tanti che altrimenti per Hillary Clinton non avrebbero mai votato; perché cresce il peso dell’elettorato ispanico (un +17% tra il 2012 e il 2016 a fronte di un aumento di quello complessivo che è stato solo del 5%); perché tra chi vota Trump è ampiamente sovra-rappresentato un segmento dell’elettorato, bianco e anziano, il cui peso relativo sta inesorabilmente calando. E contro queste dinamiche poco possono i colpi di teatro, come l’improvviso viaggio in Messico, e le tante acrobazie alle quali Trump ci ha ormai abituato.

Il Giornale di Brescia, 3 settembre 2016