Mario Del Pero

15 anni dopo

È un’America orgogliosa e fiera quella che si ritrova a celebrare questo ennesimo anniversario dell’11 settembre. Che nel ricordare i morti di quella orribile giornata fa sfoggio di compattezza e unità. Che mostra, a se stessa e al mondo, come sulle ceneri del World Trade Center abbia voluto edificare nuovi simboli della sua tenacia e resilienza, della sua grandezza e potenza: lo splendido memoriale da un lato; la possente (e un po’ pacchiana) Freedom Tower dall’altro.
Dietro le apparenze e il fervore patriottico del momento si celano però delle fragilità che gli attacchi terroristici del 2001 hanno in parte causato e in parte accentuato. Tre parole chiave ci aiutano a comprenderle e sintetizzarle. La prima è divisione. La mobilitazione successiva agli attentati, il logico raccogliersi del paese attorno a un Presidente, George Bush, poi destinato a rivelarsi del tutto inadeguato, e lo stato di guerra permanente in cui il paese si trovò produssero inizialmente un senso di unità nazionale tanto sovraccarico quanto effimero. Sottotraccia, occultate dalle contingenze ma potenti, correvano dinamiche che stavano frammentando il paese e minando la sua coesione. Si assisteva a un’accentuazione di processi demografici che stravolgevano il volto dell’America per come lo si conosceva e portavano la sua componente bianca e cristiana verso una condizione di minoranza che essa avrebbe fatto (e fa) molta fatica ad accettare. Un quarantennio di “guerre culturali” – sui curricula scolastici e la bandiera, sull’aborto e l’omosessualità – si sarebbe infine concluso con vari successi del fronte liberal, ma avrebbe lasciato ferite profonde e mai del tutto cicatrizzate. Lo scontro politico ne sarebbe stato a sua volta influenzato, con un inarrestabile imbarbarimento del confronto pubblico e una polarizzazione partitica senza precedenti nella storia recente del paese, con le due parti incapaci di trovare punti di convergenza e uno stato di sostanziale militarizzazione delle rispettive basi (come dimostrato dai livelli bassissimi di mobilità elettorale dell’ultimo decennio, con un 90/95% di votanti che sceglie sempre e solo una parte: alle presidenziali, così come alle elezioni per il Congresso e a quelle statali). Queste spaccature sono state per molti aspetti esacerbate dalle scelte post-11 settembre 2001. Una politica estera ideologica e fallimentare ha alienato un pezzo di paese. Soprattutto, ha finito per accentuare il risentimento e la diffidenza dell’opinione pubblica verso un establishment politico (e, dopo la crisi del 2007-8, economico) autoreferenziale e inetto. Le radici del populismo che ha prodotto il fenomeno Trump stanno insomma anche nelle scelte compiute 15 anni fa.
La seconda parola chiave è paura. Una paura che con l’11 settembre si è fatta in qualche modo strutturale e con la quale solo più tardi noi europei abbiamo imparato a convivere. Questa paura il potere politico ha pensato di poterla cavalcare, finendone però disarcionato. Ed è stata questa paura che ha giustificato scelte securitarie estreme e draconiane, dal carcere di Guantanamo all’uso della tortura, dall’utilizzo invasivo e spregiudicato degli strumenti di spionaggio alla piena legittimazione di una politica di assassini mirati di sospetti terroristi quale non si vedeva dai tempi più bui della Guerra Fredda.
E questo ci porta alla terza e ultima parola chiave: isolamento. Come la coesione nazionale post-11 settembre sarebbe rapidamente evaporata così la solidarietà internazionale con gli Stati Uniti – simboleggiata da quel “siamo tutti americani” con cui il direttore di Le Monde Jean-Marie Colombani titolò il suo editoriale del 12 settembre 2001 – non sopravvisse né alle ipocrisie e ambiguità di tale solidarietà né alle scelte unilaterali e radicali della politica estera e di sicurezza di Bush. Anche in questo caso, gli effetti sarebbero stati di lungo periodo, con una maggioranza di americani che ancor oggi rivendicano la necessità, ed efficacia, di molte delle misure più controverse adottate allora e gran parte del mondo che osserva perplessa se non inorridita.
L’elezione di Obama è parsa poter rovesciare questo processo. In fondo, tutto il discorso politico dell’ultimo Presidente è stato centrato sulla necessità di ricostruire l’unità interna perduta, riportare il paese in quel mondo dal quale si era dolosamente distaccato, superare una paura che non ha ragioni d’essere in assenza di minacce “esistenziali” alla sua sicurezza (nemmeno l’ISIS lo sarebbe, ha spesso affermato Obama). I suoi successi sono stati però al meglio parziali. E l’America celebra questo anniversario nel mezzo di un confronto elettorale abbruttito e finanche violento, dal quale rischia di uscire ancor più divisa, isolata e spaventata.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2016

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