Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2016

La presidente Clinton e l’Europa

È di un paio di settimane fa un sondaggio di Gallup International su come il resto del mondo voterebbe se fosse chiamato a scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton. Il risultato non è sorprendente: pur non avvicinandosi ai picchi di popolarità globale di Obama, la candidata democratica prevale in 44 dei 45 paesi in cui si è svolto il sondaggio. L’unica, scontata eccezione è la Russia, dove Trump ottiene ben 23 punti percentuali in più. Secondo questa rilevazione, lo scarto è particolarmente ampio all’interno dei principali paesi dell’Unione Europea: Clinton vince 77 a 8 in Germania, 72 a 10 in Francia, 73 a 16 in Italia, 70 a 4 in Spagna.
Incide, ovviamente, l’immagine straordinariamente negativa di Trump e il convincimento – che le sue parole peraltro ben motivano – che un successo del miliardario newyorchese avrebbe effetti destabilizzanti sull’ordine internazionale e sulle relazioni transatlantiche. Rispetto a queste ultime, Hillary Clinton sembra dare molte garanzie. Non solo una Presidenza Clinton agirebbe in continuità con molti aspetti della politica estera di Obama. L’ex segretario di Stato rappresenterebbe anche una figura più collocabile rispetto all’attuale Presidente entro quella rete di élites transatlantiche la cui influenza è grandemente decresciuta durante gli anni di Obama, contraddistinti da una politica estera Asia-centrica, che ha a lungo declassato l’Europa nella gerarchia degli interessi geopolitici di Washington.
Cosa può aspettarsi l’Europa da un’amministrazione Clinton? Nel prossimo quadriennio quali potrebbero essere i dossier nodali delle relazioni transatlantiche?
Per convenienza, potremo dividere la questione in tre categorie cruciali: l’ideologia, la sicurezza, l’economia. Laddove Obama era una figura globale e, come ha affermato lui stesso, il “primo Presidente americano del Pacifico”, la biografia politica di Hillary Clinton sta dentro schemi in cui la dimensione euro-americana sembra pesare maggiormente. Parla il lessico di un internazionalismo dove centrale è il comune denominatore democratico ed occidentalista; offre una retorica lontana dal cerebrale realismo obamiano, nella quale forte è l’eco di un interventismo umanitario sul quale parve formarsi negli anni Novanta una nuova convergenza tra liberal americani e sinistra democratica europea, poi travolta dagli attentati dell’11 settembre e da quel che ne è seguito. È un’atlantista, insomma. E lo è anche perché mossa da una visione delle relazioni internazionali dove l’elemento di potenza, e gli antagonismi che ne conseguono, sono riconosciuti e sottolineati.
Questo ci porta al secondo punto: la sicurezza. Ha fatto specie nell’ultimo dibattito televisivo tra i due candidati sentire la Clinton descrivere la Russia, e Vladimir Putin, con toni che sembravano riecheggiare quelli della Guerra Fredda. Incidono certamente le rivelazioni ultime di Wikileaks, dietro le quali paiono esservi hackers e servizi russi. Ma l’ostilità alla Russia della Clinton predata quest‘ultimo episodio. E alcuni degli intellettuali e dei diplomatici statunitensi che più si esposero a sostegno dei manifestanti anti-russi in Ucraina, su tutti l’allora vice-Segretario di Stato per gli Affari Europei Victoria Nuland, erano e sono assai vicini alla candidata democratica. Da una presidenza Clinton è quindi plausibile aspettarsi un’accentuazione dell’importanza strategica dell’Europa orientale, centrata però su un paradigma anti-russo potenzialmente pericoloso e rispetto al quale i principali paesi europei, a partire dalla Germania, saranno chiamati a un cruciale compito di mediazione, che peraltro stanno già in parte svolgendo.
L’economia, infine. Hillary Clinton ha sempre sostenuto un’agenda di liberalizzazione commerciale globale, solo temporaneamente abbandonata in questo ultimo anno, per ovvie ragioni di convenienza elettorale. Gli Stati Uniti sono un partner fondamentale dell’Europa, con cui hanno un deficit delle partite correnti significativo ancorché meno marcato rispetto a quello con la Cina. Passata la buriana elettorale, è scontato che la Clinton cercherà di rivitalizzare quell’accordo commerciale transatlantico che oggi giace semi-moribondo, vittima di un clima dove dominano su entrambe le sponde dell’Atlantico parole d’ordine protezionistiche, alimentate anche dall’onda lunga della crisi del 2007-8. È probabile pertanto che il negoziato riparta in forme silenziose e il più lontano possibile dai riflettori. E che la sua sorte sia destinata a essere legata a quella dell’accordo transpacifico, firmato ma non ancora ratificato da Washington (e oggi formalmente osteggiato dalla Clinton, che da segretario di Stato contribuì però a negoziarlo). A dimostrazione, in ultimo, di un’interdipendenza globale della quale l’Europa e le relazioni transatlantiche continuano a costituire elementi fondamentali.

Il Mattino/Il Messaggero, 21 ottobre 2016

Renzi e Obama

Cercato e probabilmente sollecitato, l’appoggio di Obama a Renzi è giunto in forme significative e per nulla scontate. L’invito al premier italiano a quella che è stata l’ultima cena di Stato del Presidente statunitense già costituiva un segnale rilevante. La calorosa accoglienza e, infine, il cenno da parte di Obama all’importanza di una vittoria del Sì al referendum ci dicono che di più, Renzi, non poteva proprio chiedere a questo viaggio americano. Inevitabili, sono già partite le proteste per le ingerenze nella politica italiana. È chiaro, però, che il premier e il suo entourage ritengono utile una simile presa di posizione degli Usa e del loro Presidente, i cui tassi di popolarità in Italia sono sempre stati molto alti.
Perché Obama si è esposto così? Come può essere letto questo schierarsi tanto apertamente a sostegno di Renzi? Varie spiegazioni possono essere offerte, anche se una duplice premessa è necessaria. La prima è che dentro una relazione inevitabilmente squilibrata e asimmetrica quale è quella tra Italia e Stati Uniti, questi eventi contano molto più per la parte italiana che per quella statunitense. Lo mostra bene la copertura mediatica che negli Usa è stata pressoché inesistente, a parte qualche bizzarro articolo di costume – dietro il quale molti hanno intravisto l’abile mano di Jim Messina, l’ex spin doctor di Obama chiamato da Renzi ad aiutare la Campagna per il Sì – che comparava il nostro Premier con quello canadese Justin Trudeau (ahimè, il marcato gap di sex appeal e pettorali tra i due tende a minare a monte la credibilità del paragone). Ne consegue, quindi, che il potenziale costo (e rischio) politico di un simile sostegno è per Obama prossimo allo zero. La seconda premessa è che è difficile pensare che Obama abbia usato il suo prezioso tempo per leggere l’articolo 70 della costituzione italiana o che si sia fatto un’idea precisa di cosa contenga la riforma che ha invitato ad approvare. La sua è una posizione tutta politica: è un appoggio, come detto significativo e affatto scontato, a Matteo Renzi e al suo governo.
Un appoggio motivato da tre ragioni, che legano in una certa misura il quadro interno italiano con quello europeo e internazionale. La prima è la posizione assunta dall’Italia rispetto alle politiche economiche adottate nella UE: a una linea dettata dalla Germania, sovente criticata a Washington e ora apertamente sfidata da Renzi. È un ruolo non nuovo, questo, per l’Italia che però Renzi ha rilanciato con un vigore chiaramente apprezzato dall’amministrazione Obama. Anche perché si combina con la sostanziale convergenza italo-statunitense su alcuni dossier nodali, a partire ovviamente da quello libico. Italia e Stati Uniti sostengono una linea congiunta che invece altri partner della Comunità Atlantica, la Francia su tutti, contestano e cercano di correggere se non addirittura di boicottare. L’Italia di Renzi – come peraltro prima di essa quelle di Letta e Monti – ha visto crescere il suo peso in quanto alleato di una superpotenza deliberatamente intenta a delegare responsabilità e ruoli ai suoi partner per poter così ridurre la propria esposizione e i propri impegni. Terzo e ultimo: il quadro politico italiano ed europeo. La paura evidente, già manifestata dall’irrituale intervento a favore del Si dell’ambasciatore Phillips, è che una sconfitta di Renzi sul referendum possa portare a una caduta del governo con conseguenze, e riverberi in Europa, assai pericolosi. Renzi rappresenta per gli Usa uno degli argini al populismo che rischia di travolgere il progetto europeo e destabilizzare le relazioni transatlantiche. Un argine da puntellare e sostenere, quindi, come da tempo un Presidente statunitense aveva smesso di fare.

Il Giornale di Brescia, 19 ottobre 2016

Trump e i repubblicani

I partiti, negli Stati Uniti, sono apparati leggeri e decentrati, contraddistinti da profonde diversità tra stato e stato, permeabili ai condizionamenti di gruppi di pressione, obbligati a interagire con le macchine elettorali che i singoli candidati, a ogni livello, sono chiamati a costruire per realizzare le loro ambizioni elettorali. Svolgono in minima parte, e in misura decrescente, il ruolo del partito moderno inteso come struttura che promuove e gestisce il dibattito politico, elabora le conseguenti piattaforme programmatiche, forma, seleziona e legittima candidati e classi dirigenti. Anche negli Usa, però, i partiti garantiscono – o dovrebbero garantire – ordine e disciplina a un processo democratico sempre a rischio di deragliamento, ancor più in una fase storica come quella attuale, connotata da una fortissima personalizzazione della politica.
Questo ciclo elettorale ci mostra invece lo stato di estrema difficoltà in cui versano i partiti politici statunitensi: perché la debolezza, estrema, dei due candidati è specchio di quella assai meno contingente di repubblicani e democratici. Nel caso dei primi, l’implosione si sta fragorosamente manifestando nella candidatura, improponibile e suicida, di Donald Trump. Ma la sfiducia che larga parte d’America nutre nei confronti di Hillary Clinton ci dice che anche i secondi non versano in ottime condizioni di salute.
Tre fattori aiutano a spiegare sia questo stato di cose sia il suo impatto più radicale su un partito repubblicano che sta uscendo in mille pezzi da questa interminabile campagna elettorale. Il primo è rappresentato da una più generale crisi e delegittimazione di una politica che ai più appare ormai autoreferenziale, lontana e corrotta. Agisce su questo un evidente paradosso. Da un lato si tratta di una politica oggettivamente indebolita da processi e dinamiche globali che ne limitano la capacità d’azione ponendo vincoli e costrizioni forti al pieno esercizio della sovranità nazionale. Dall’altro si tratta di una politica cui si continua a chiedere molto, moltissimo in termini di tutela e sicurezza. L’elettore di Trump vuole simultaneamente meno tasse, meno Stato e più protezione: dalla competizione cinese così come dai lavoratori messicani o dai terroristi islamici. È una politica screditata, quindi, dalla quale si pretende troppo e da cui si ritiene di avere troppo poco. Tutto ciò si riverbera inevitabilmente anche sui partiti, con un altro paradossale corto-circuito: che per sopravvivere finiscono essi stessi per parlare la lingua dell’anti-politica; per ammiccare a quel populismo di cui sono il bersaglio preferito.
Un populismo, questo, che si alimenta di un discorso anti-elitario ormai trasversale, politicamente e culturalmente. Che colpisce ovviamente un’élite, quella politica, fatalmente vulnerabile stante la sua assoluta, e strutturale, esposizione pubblica e mediatica. La classe politica vive di riflettori sotto i quali, oggi, è assai più facile ricevere pomodori che applausi. Almeno di non spostarsi, spesso opportunisticamente, dalla parte del pubblico che grida e insulta; fingerne non solo di comprenderne le ragioni, ma di esserne pienamente parte.
E questo ci porta al terzo ultimo elemento, legato direttamente alla parabola di Trump e dei repubblicani. Che non si sono limitati a difendersi dal vento dell’anti-politica e dai suoi tanti eccessi, ma hanno pensato di poterli cavalcare nella loro campagna, tanto implacabile quanto pregiudiziale, contro Obama. Sono stati agevolati, in ciò, da una narrazione che storicamente si nutre della contrapposizione tra potere federale e potere locale, l’oppressivo centro washingtoniano e le libertà statali. Ma l’hanno estremizzata come non avveniva da tempo, creando le premesse per la scalata ostile infine lanciata da Donald Trump. A quel punto la slavina è partita e fermarla – con un buon 40% dell’elettorato saldamente schierato a sostegno del miliardario newyorchese – è parso impossibile. L’obiettivo è allora diventato quello di ripulire e normalizzare Trump, per sperare di conquistare la Casa Bianca o, almeno, di salvare il partito. Compito rivelatosi infine impossibile: per quel che Trump è e, come scopriamo ogni giorno, ancor più per quello che è stato. La slavina si è infine abbattuta sullo stesso partito repubblicano, travolgendolo e aprendo scenari e prospettive post-voto oggi assai difficili da prevedere.

Il Messaggero, 11 ottobre 2016

Trumpismi

Un altro scivolone, forse il peggiore in un anno di campagna elettorale di suo scandito da gaffe, offese e volgarità assortite. Il Washington Post – il quotidiano che forse più di tutti ha mosso guerra in questi mesi a Donald Trump – ha pubblicato un video del 2005 nel quale il candidato repubblicano si lascia andare a un campionario di commenti e battute così sessisti e violenti da lasciare senza fiato. Eppure, è assai improbabile che Donald Trump si ritiri dalla corsa, come alcuni membri del suo partito ora chiedono. Mancano i tempi tecnici per procedere a una sostituzione; in alcuni dei trentasette stati che consentono il voto anticipato numerosi elettori hanno già compiuto il loro dovere (Trump, in altre parole, ha già ricevuto migliaia di voti, anche in stati che potrebbero essere decisivi come la Florida e la North Carolina); in altri è i impossibile registrare oggi una nuova candidatura. Soprattutto, il miliardario newyorchese non sembra avere alcuna intenzione di fare un passo indietro. È riuscito a uscire indenne da innumerevoli controversie, dopo aver preso in giro disabili, offeso donne e mancato di rispetto a veterani ed eroi di guerra. E a dispetto di tutto, si ritrova ancora testa a testa con Hillary Clinton nei sondaggi (l’ultima media delle rilevazioni indica un 44 a 41% su scala nazionale a favore della candidata democratica).
Ed è da questo elemento che è utile partire per provare a capire che cosa sia il trumpismo e cosa esso ci dica sugli Stati Uniti e, forse, sullo stato della stessa democrazia. Tre elementi meritano una riflessione. Il primo è la vera e propria delegittimazione delle élite politiche, di cui Hillary Clinton è esponente emblematica. È un populismo politicamente e culturalmente trasversale, quello che soffia oggi in America come in Europa. Che si nutre degli errori e dell’autoreferenzialità di un mondo politico ombelicale, sempre più scollegato da quella realtà che pretende di conoscere, rappresentare e governare. Ma che si alimenta anche del messaggio, facile e consolatorio, che esistano soluzioni semplici a problemi complessi; che mostra un’attrazione irresistibile per quelle chiavi di letture binarie e manichee che il demagogo di turno invariabilmente offre.
E questo ci porta al secondo elemento, che di nuovo sembra accomunare gli Stati Uniti all’Europa: questa retorica anti-establishment viene spesso ritorta anche contro conoscenza, preparazione e competenza. Il sapere – e nella fattispecie il sapere politico – viene rappresentato anch’esso come una forma di elitismo, da contestare e rigettare, approfittando ora di strumenti di accesso alle informazioni sempre più orizzontali e meno filtrate. Trump non è solo politicamente scorretto, misogino e violento. È anche un candidato alla carica elettiva più importante al mondo che prende in giro la preparazione della sua avversaria, rilancia falsità e acclarate leggende metropolitane, ostenta e dispensa orgogliosa ignoranza.
Nel farlo, sfrutta e inasprisce un confronto pubblico di suo abbruttito e incattivito. Prodotto di una polarizzazione politica, sociale e culturale di molta intensificatasi nell’ultimo ventennio. Che l’esperienza di Obama alla Casa Bianca ha finito ancor più per accentuare. È questo il terzo e ultimo elemento – prettamente statunitense – su cui ci si deve soffermare. Pochi di noi, nell’inebriante momento della vittoria di Obama nel 2008 avrebbero immaginato che una parte di America bianca – minoritaria, ma tutt’altro che marginale – avrebbe potuto rispondere con tanta, pregiudiziale ostilità all’elezione del suo primo presidente nero. Certo, in un pezzo di quest’America il rigetto di Obama era stato inequivoco (in alcuni stati del sud il voto bianco andò per l’85/90% al suo avversario sia nel 2008 sia nel 2012). Ma difficile era prevedere che questa metastasi si sarebbe diffusa nel paese e nel partito repubblicano. Stando ai sondaggi di cui disponiamo, il 60-65% dei sostenitori di Trump alle primarie credeva che Obama fosse mussulmano o non fosse nato negli Usa (e che quindi occupasse abusivamente la Presidenza). Di tutto ciò – di questi pregiudizi e della narrazione che essi informano – Donald Trump è il prodotto più che la causa. La sua ascesa è stata facilitata dalla opportunistica pavidità dei repubblicani, che queste dinamiche hanno cercato di cavalcare, e dalla sconcertante debolezza dei democratici, che hanno infine scelto la candidata meno idonea per questo ciclo elettorale. E se anche la Clinton dovesse vincere, come si auspica e prevede, l’America che uscirà dal voto sarà un paese ancor più diviso, avvelenato e prostrato.

Il Mattino, 9 ottobre 2016

Uragani e prevenzioni

Milioni di persone evacuate; centinai di migliaia destinate a rimanere per giorni senza elettricità; danni ingenti anche se, per il momento, pochissime vittime. È un quadro già visto, quello portato dall’uragano Matthew sulle coste di Florida, Georgia e South Carolina. Un quadro in sé rivelatore della forza e della fragilità degli Stati Uniti nel fronteggiare catastrofi naturali tanto ricorrenti – in un contesto climaticamente estremo quale sa essere quello americano – quanto, spesso, mal prevenute. Nel caso specifico è evidente come abbiano pesato le lezioni del passato recente: i terribili effetti dell’uragano Katrina su New Orleans nel 2005 e quelli, meno devastanti ma comunque rilevanti, che la tempesta Sandy inflisse a New York nel 2012. La propensione oggi è a eccedere in precauzioni, non ultimo per i danni politici che possono derivare dalla cattiva gestione di un’emergenza. Lo stesso Matthew è stato derubricato a tempesta di categoria 3 e ha finito per lambire più che altro le zone costiere.
Precauzione non è però prevenzione. La risposta efficace all’emergenza è, in America, spesso proporzionale al deficit di preparazione ad essa. Si avvale di una macchina securitaria imponente che può essere dispiegata con rapidità; e poggia, come abbiamo visto anche in questa occasione, su di un senso civico e una propensione all’auto-sufficienza – a farsi individualmente carico della risposta alle avversità – che rimangono forti e diffuse negli Usa: che non delegano passivamente alla mano pubblica il compito di tutelare e proteggere.
Lo fanno, però, anche perché questo pubblico ha nel tempo abdicato a molte delle proprie funzioni. Su tutte quella di investire nel potenziamento e ammodernamento di una rete infrastrutturale fattasi negli anni drammaticamente obsoleta in gran parte del paese. È questo uno dei tanti paradossi di uno stato all’avanguardia nella scoperta e nell’innovazione tecnologica, ma drammaticamente in ritardo in termini di infrastrutture pubbliche. Un paese nel quale gli ultimi grandi investimenti federali risalgono ormai a mezzo secolo fa; dove prima di attraversare alcuni ponti ci si fa il segno della croce; dove non vi è alta velocità ferroviaria nemmeno nei corridoi strategicamente nodali (la linea più moderna copre i 350 chilometri che separano Washington da New York in circa tre ore; il confronto con un TGV francese è imbarazzante). E dove due fiocchi di neve imprevisti possono mandare in tilt un sistema elettrico il cui simbolo più visibile, e in una certa misura iconico, sono ormai le decine di cavi – spesso di utilities non più operanti – che penzolano su pali e tralicci piegati dal loro peso.
È qualcosa di cui la classe dirigente più consapevole ha piena contezza. Obama ha cercato, con successo limitato, di rilanciare un vasto programma d’investimenti; influenti figure pubbliche chiedono a gran voce un intervento ambizioso e ampio (l’ultimo è stato l’ex segretario del Tesoro Robert Rubin sul “Washington Post”). Un contesto politico polarizzato e paralizzato, un sistema di potere decentrato e, anche, una ostilità all’iniziativa pubblica pregiudiziale se non ideologica rendono però tale azione assai complessa. Ed ecco che investimenti e risorse vengono destinate alla gestione ma non alla prevenzione. E se sulla prima – dall’America e ancor più dagli americani – abbiamo molto da imparare, sulla seconda, invece, gli Stati Uniti sembrano condividere con noi carenze e fragilità le cui conseguenze, lo sappiamo bene, possono risultare in ultimo devastanti.

Il Giornale di Brescia, 8 ottobre 2016