Mario Del Pero

Uragani e prevenzioni

Milioni di persone evacuate; centinai di migliaia destinate a rimanere per giorni senza elettricità; danni ingenti anche se, per il momento, pochissime vittime. È un quadro già visto, quello portato dall’uragano Matthew sulle coste di Florida, Georgia e South Carolina. Un quadro in sé rivelatore della forza e della fragilità degli Stati Uniti nel fronteggiare catastrofi naturali tanto ricorrenti – in un contesto climaticamente estremo quale sa essere quello americano – quanto, spesso, mal prevenute. Nel caso specifico è evidente come abbiano pesato le lezioni del passato recente: i terribili effetti dell’uragano Katrina su New Orleans nel 2005 e quelli, meno devastanti ma comunque rilevanti, che la tempesta Sandy inflisse a New York nel 2012. La propensione oggi è a eccedere in precauzioni, non ultimo per i danni politici che possono derivare dalla cattiva gestione di un’emergenza. Lo stesso Matthew è stato derubricato a tempesta di categoria 3 e ha finito per lambire più che altro le zone costiere.
Precauzione non è però prevenzione. La risposta efficace all’emergenza è, in America, spesso proporzionale al deficit di preparazione ad essa. Si avvale di una macchina securitaria imponente che può essere dispiegata con rapidità; e poggia, come abbiamo visto anche in questa occasione, su di un senso civico e una propensione all’auto-sufficienza – a farsi individualmente carico della risposta alle avversità – che rimangono forti e diffuse negli Usa: che non delegano passivamente alla mano pubblica il compito di tutelare e proteggere.
Lo fanno, però, anche perché questo pubblico ha nel tempo abdicato a molte delle proprie funzioni. Su tutte quella di investire nel potenziamento e ammodernamento di una rete infrastrutturale fattasi negli anni drammaticamente obsoleta in gran parte del paese. È questo uno dei tanti paradossi di uno stato all’avanguardia nella scoperta e nell’innovazione tecnologica, ma drammaticamente in ritardo in termini di infrastrutture pubbliche. Un paese nel quale gli ultimi grandi investimenti federali risalgono ormai a mezzo secolo fa; dove prima di attraversare alcuni ponti ci si fa il segno della croce; dove non vi è alta velocità ferroviaria nemmeno nei corridoi strategicamente nodali (la linea più moderna copre i 350 chilometri che separano Washington da New York in circa tre ore; il confronto con un TGV francese è imbarazzante). E dove due fiocchi di neve imprevisti possono mandare in tilt un sistema elettrico il cui simbolo più visibile, e in una certa misura iconico, sono ormai le decine di cavi – spesso di utilities non più operanti – che penzolano su pali e tralicci piegati dal loro peso.
È qualcosa di cui la classe dirigente più consapevole ha piena contezza. Obama ha cercato, con successo limitato, di rilanciare un vasto programma d’investimenti; influenti figure pubbliche chiedono a gran voce un intervento ambizioso e ampio (l’ultimo è stato l’ex segretario del Tesoro Robert Rubin sul “Washington Post”). Un contesto politico polarizzato e paralizzato, un sistema di potere decentrato e, anche, una ostilità all’iniziativa pubblica pregiudiziale se non ideologica rendono però tale azione assai complessa. Ed ecco che investimenti e risorse vengono destinate alla gestione ma non alla prevenzione. E se sulla prima – dall’America e ancor più dagli americani – abbiamo molto da imparare, sulla seconda, invece, gli Stati Uniti sembrano condividere con noi carenze e fragilità le cui conseguenze, lo sappiamo bene, possono risultare in ultimo devastanti.

Il Giornale di Brescia, 8 ottobre 2016

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