Mario Del Pero

Gli Usa e Castro

Tanti elementi hanno contribuito a fare di Fidel Castro un’icona globale. Positiva o negativa; idealizzata o demonizzata; amata o odiata. Simbolo di coraggio, emancipazione e appeal rivoluzionario, per una parte; ennesimo, imperituro e demagogico dittatore, per l’altra. “Fidel” – come amici e nemici hanno finito familiarmente per chiamarlo – è stato entrambe le cose. Ed è proprio nella relazione conflittuale con gli Stati Uniti che queste diverse dimensioni si sono intrecciate e alimentate, dentro una rappresentazione eroica di uno scontro impari – di un “Davide contro Golia” – nel quale si tendeva inevitabilmente a parteggiare per la Cuba castrista e si finiva così spesso per chiudere gli occhi di fronte alla sua rapida deriva autoritaria.
L’ascesa al potere di Castro nel 1959 fu in realtà accolta con curiosità e simpatia da molti negli Usa. L’auspicio di parte del mondo liberal statunitense era che Castro potesse diventare un interlocutore capace di abbandonare gli eccessi rivoluzionari, di promuovere le ottimistiche riforme modernizzatrici indicate da Washington, e di accettare una subalternità strategica ed economica agli interessi statunitensi che conseguiva a rapporti di forza squilibrati e all’indiscussa egemonia emisferica degli Stati Uniti. I due anni che seguirono videro invece un rapidissimo deterioramento delle relazioni cubano-statunitensi. In una spirale viziosa sulle cui responsabilità gli storici continuano a interrogarsi, riforme economiche (a partire da quella agraria) che andavano a toccare importanti interessi americani sull’isola, crescenti ingerenze degli Stati Uniti e un contestuale avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica fecero precipitare la situazione e aprirono una lunga fase di “guerra fredda” caraibica, che avrebbe finito per rafforzare politicamente Castro, consolidandone l’immagine di coraggioso rivoluzionario.
Per più di trent’anni, la giustificazione primaria dell’ostilità statunitense a Cuba fu quella strategica: dentro gli schemi della Guerra Fredda, il regime castrista era considerato l’avamposto ultimo del monolite comunista, diretto da Mosca. Ma era, ancor più, un modello che ambiva ad estendersi all’America Latina, sfidando qui il primato statunitense. Contro questo pericolo, gli Usa mossero inizialmente una guerra totale, imponendo un rigido e punitivo embargo, cercando di rovesciare il regime e promovendo operazioni clandestine finalizzate ad assassinare Castro o a incrinarne il fascino rivoluzionario (tra gli schemi più bizzarri mai inventati dalla CIA, vi fu anche quello di usare sostanze chimiche depilatorie per rendere Castro completamente glabro e fargli così perdere una virile, e villosa, mascolinità che si pensava contribuisse alla sua popolarità).
La Guerra Fredda costituì però anche la condizione ambientale entro la quale Castro e il suo regime trovarono un proprio, preciso ruolo. Divennero il simbolo globale della resistenza all’impero americano; ottennero preziosi aiuti sovietici; promossero un’audace, e onerosa, politica di assistenza anti-imperialista, inviando ad esempio soldati, medici e infermieri in diversi teatri africani (e saranno le truppe cubane, tra il 1975 e il 1988, a svolgere un ruolo decisivo nel fermare l’esercito sudafricano in Angola, contribuendo così ad accelerare la crisi e implosione dell’osceno regime segregazionista di Pretoria).
Fu, paradossalmente, una “relazione speciale” quella tra Usa e Cuba durante la Guerra Fredda. Terminata quest’ultima, la contrapposizione assoluta e totale perse progressivamente di senso. L’unità anti-castrista dell’influente comunità d’immigrati cubani, concentrati in alcune contee del sud della Florida, iniziò a venir meno, con le nuove generazioni assai meno rigide nei confronti di possibili aperture a L’Avana (secondo un recente sondaggio della Florida International University, ben il 72% dei cubani-americani sotto i 40 anni sostiene oggi la fine dell’embargo). I tanti oppositori di Castro riuscirono negli anni Novanta a far passare un inasprimento delle sanzioni economiche giustificato in termini di difesa dei diritti umani, violati a Cuba, e non più d’interessi strategici. Era un embargo, però, che stava fuori dal tempo e dalla storia: la reliquia di un passato che non aveva più ragion d’essere. Cuba – priva degli aiuti sovietici e prostrata da decenni d’isolamento economico e di cattivo governo – si trovava ormai sulle ginocchia; gli Usa erano a loro volta vieppiù isolati in un’America Latina dove nessuno condivideva più la linea dell’intransigenza. Castro rimaneva un simbolo, potente e globale; ma Cuba non aveva più gli strumenti, gli interessi e la volontà per svolgere un ruolo internazionale grandemente sproporzionato rispetto alle sue risorse e possibilità.
L’apertura di Obama, e la disponibilità de L’Avana, si spiegano così facilmente. Vi sono forti incentivi economici, come ben evidenzia il sostegno bipartisan all’apertura, con diversi governatori e senatori repubblicani che guardano con interesse alle possibilità commerciali che paiono aprirsi. Il disgelo è inoltre sostenuto dalla maggioranza dell’opinione pubblica statunitense. Difficile quindi che esso non continui in futuro, al di là delle dichiarazioni di Trump in campagna elettorale e dei bellicosi pronunciamenti di alcuni esponenti repubblicani. Non esiste insomma più ragione strategica o politica per tenere in vita la “relazione speciale” dell’ultimo mezzo secolo. E non esistono più, o non sono più politicamente rilevanti, né l’internazionalismo castrista né l’anti-castrismo statunitense. Fidel, alla fine, ha avuto una vita ben più lunga di entrambi.

Il Mattino/Il Messaggero, 27 Novembre 2016

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