Mario Del Pero

L’Amministrazione Trump, II

Cosa farà Donald Trump una volta insediatosi alla Casa Bianca? Che tipo di politiche promoverà? La stabilità internazionale e la stessa democrazia statunitense sono davvero minacciate, come asseriscono molti e come sarebbe normale attendersi se Trump dovesse dar corso anche solo ad alcuni dei propositi enunciati?
Sono domande lecite. Nella storia degli Stati Uniti è difficile trovare un candidato giunto a conquistare la Presidenza offrendo un messaggio così estremo e divisivo. E queste due settimane successive al clamoroso risultato elettorale non hanno aiutato a chiarire il quadro. Il neo-Presidente ha scelto figure radicali per alcune posizioni chiave della nuova amministrazione, dalla giustizia alla sicurezza nazionale. Ma sembra incline a coinvolgere anche esponenti repubblicani più moderati, a partire dal candidato presidenziale del 2012, Mitt Romney, in corsa per il posto di Segretario di Stato. Trump ha fatto sfoggio di prudenza anche nel primo tentativo di delineare i contorni del suo programma di governo, guardandosi bene dall’includere proposte controverse, dal completamento del muro col Messico alla espulsione in massa dei clandestini. Al contempo, però, ha continuato a polemizzare infantilmente con chi lo contesta (gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati gli attori del popolarissimo musical di Broadway “Hamilton”), utilizzando quel twitter che i suoi collaboratori in più occasioni hanno cercato di porre sotto tutela.
La storia, anche quella recente, c’indica quanto alto possa essere lo scarto tra promesse e risultati, alta retorica e bassa politica. Quelle di Reagan, Clinton, Bush Jr. e Obama sono state tutte, in modo diverso, presidenze “trasformative”: capaci cioè d’incidere in profondità. Eppure, hanno realizzato molto meno di quanto preventivato, finendo per accettare compromessi pesanti e dolorose rinunce.
In parte ciò è inevitabile: è la politica, insomma. In parte è il frutto di un sistema presidenziale debole come quello americano, dove molteplici ostacoli si frappongono alla realizzazione della volontà della Casa Bianca e mille mediazioni s’impongono. In parte, infine, è conseguenza dell’indebolimento della posizione relativa degli Stati Uniti nel contesto internazionale: gli Usa rimangono la prima potenza mondiale, ma sono oggi costretti a fare i conti con costrizioni nuove, che ne limitano le possibilità e la libertà d’azione.
Alla luce di tutto ciò, cosa si può prevedere per il prossimo anno? Come agirà Trump e quali ostacoli fronteggerà? Quale può essere, con lo sguardo di oggi, il certo, l’improbabile e l’impossibile della sua azione di governo?
Partiamo dagli ostacoli, innanzitutto. Il Congresso è saldamente in mano repubblicana. Obama ha però imparato a sue spese, tra il 2009 e il 2010, come ciò non sia sufficiente. Defezioni dentro il proprio partito sono possibili, soprattutto quando ci si è fatti tanti nemici come nel caso di Trump. La maggioranza repubblicana al Senato è risicata (51 su 99, con un’elezione a venire per l’ultimo seggio in Louisiana); i democratici potrebbero ricorrere anch’essi allo strumento dell’ostruzionismo, adottato con frequenza e spregiudicatezza dai repubblicani; per chiudere la discussione e passare al voto vi è infatti bisogno di una maggioranza di 60 senatori su 100.
Ora come ora Trump di tutto ha bisogno meno che di uno scontro frontale. Anche perché i suoi avversari dispongono di un secondo strumento, anch’esso dispiegato spesso (e non di rado con successo) dagli avversari di Obama: l’azione degli Stati che possono portare davanti alle corti provvedimenti dell’amministrazione, bloccandoli o rallentandone di molto l’iter.
Trump ha quindi di fronte tre strade: agire subito in quegli ambiti dove è certo di avere chiare maggioranze al Congresso; offrire provvedimenti ad alto contenuto simbolico e basso rischio politico; usare spregiudicatamente lo strumento esecutivo o, come Obama ha spesso fatto, utilizzare la leva della burocrazia per surrogare l’inazione legislativa (alle strutture amministrative si danno cioè precise indicazioni su come attuare determinate misure e s’indirizza di conseguenza il loro operato).
È immaginabile che Trump proceda senza tentennamenti ad attuare alcuni dei tagli alle tasse promessi nei mesi scorsi, in particolare la semplificazione e riduzione delle aliquote su redditi (con una diminuzione dal 39.6 al 33% di quella più elevata). Su quello c’è una chiara unità tra i repubblicani e non sarà difficile ottenere anche qualche voto democratico. Ne conseguirà un iniziale effetto benefico di stimolo economico e un contestuale pesante deterioramento dei conti pubblici (come è stato con Reagan). Più complicati sono invece la rapida cancellazione della riforma sanitaria di Obama, il rovesciamento della politica ambientale degli ultimi anni o l’attuazione delle misure draconiane promesse sull’immigrazione. Qui Trump agirà presumibilmente in modo graduale o con provvedimenti cosmetici e ad alta valenza simbolica, ancorché di certo dolorosi per taluni. Analogamente, sulla politica estera si può prevedere un combinato di retorica roboante e belligerante e d’inevitabile cautela, con la prima a bilanciare in una qualche misura la seconda. Questo è il percorso prevedibile laddove Trump si dovesse comportasse come un normale Presidente e politico. È questo, però, un “se” pesante, che un anno di campagna elettorale e le due settimane post-voto non hanno di certo aiutato a risolvere.

Il Mattino 23 novembre 2016

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