Mario Del Pero

L’amministrazione Trump

Chi pensava che dopo il voto Donald Trump si sarebbe prontamente riposizionato al centro è chiamato a un brusco risveglio. La prima nomina, quella a capo di gabinetto di Reince Priebus, il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, sembrava rispondere a una logica mediana e conciliatrice, sia per il ruolo istituzionale rivestito da Priebus sia per la sua vicinanza a Paul Ryan, lo speaker della Camera con il quale Trump è più volte entrato in rotta di collisione. Le decisioni successive sembrano però andare in tutt’altra direzione. Come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha scelto l’ex Generale dell’Esercito Michael Flynn, a lungo registrato come democratico, e che nel 2014 Obama sollevò dall’incarico di Direttore dell’intelligence del dipartimento della Difesa. Flynn ha un passato operativo nelle forze speciali in Afghanistan e Iraq, è stato molto critico nei confronti della politica mediorientale di Obama e ha in più occasioni esplicitato il suo convincimento che il nemico sia l’Islam in quanto tale (a queste posizioni islamofobe si è aggiunto, durante la campagna elettorale, un brutto scivolone antisemita per il quale si è dovuto scusare). Flynn ritiene inoltre che la collaborazione con la Russia di Putin sia non solo auspicabile ma necessaria. Alla giustizia va il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, un passato lontano da procuratore caratterizzato da diversi scontri con associazioni per i diritti civili; e un passato recente durante il quale ha sostenuto posizioni draconiane in materia d’immigrazione illegale ed è stato tra i pochi membri del Congresso a non schierarsi contro le pratiche aggressive d’interrogatorio di sospetti terroristi (si legga uso della tortura) utilizzate con Bush. Per guidare la CIA è stato scelto il deputato del Kansas ed ex ufficiale dell’Esercito, Mike Pompeo; un membro del Tea Party che si è distinto per il suo ruolo durante l’inchiesta relativa all’assassinio nel 2012 dell’ambasciatore in Libia Christopher Stevens (Pompeo e un altro deputato hanno presentato una relazione di minoranza, molto più critica nei confronti dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, rispetto a quella approvata dai loro colleghi di partito). Anche Pompeo ha difeso l’uso della tortura, posizione, questa, abbracciata dallo stesso Trump durante la campagna elettorale. Infine – decisione forse più controversa di tutte – il futuro Presidente ha nominato suo consigliere speciale Steve Bannon, l’ex Presidente del sito d’informazioni della “destra alternative” (alt-right) “Breitbart News”. Bannon – che già aveva coordinato l’ultima fase della campagna elettorale di Trump – è campione di un nazionalismo estremo, anti-establishment e anti-globalizzazione. Che sia anche un antisemita o un suprematista bianco è più difficile a dirsi. Di certo Breitbart offre un modello d’informazione urlata, aggressiva e quasi violenta.
Rispetto a queste nomine, tre considerazioni possono essere fatte. La prima è che la lealtà dei pochi che hanno apertamente sostenuto Trump è stata immediatamente ricompensata. Sessions e Flynn, in particolare, si sono schierati con il miliardario newyorchese quando la sua sembrava una sfida impossibile. È probabile che queste nomine siano poi bilanciate da altre più moderate, tanto che si parla addirittura di una possibile inclusione nella squadra di governo di Mitt Romney, il candidato del 2012 che nei mesi scorsi ha attaccato in più occasioni Trump, apostrofandolo addirittura come “truffatore”. Il messaggio che Trump dà è però inequivoco oltre che in una certa misura corretto nell’interpretazione del voto: la vittoria è stata sua e suo è di conseguenza, in questo momento, il partito, che lo deve seguire e non ha i mezzi, e la legittimità, per contrastarlo o anche solo per negoziare alla pari. La seconda considerazione è relativa all’alta valenza simbolica e politica di queste scelte. Trump va allo scontro con quel pezzo di paese che gli ha votato contro e nel farlo soddisfa le posizioni non tanto dell’elettorato repubblicano nel suo complesso, quanto di quella parte d’America che lo ha trascinato alla nomination prima e sostenuto nella lunga, difficile campagna elettorale poi. Terzo e ultimo: tutto ciò si rifletterà, almeno in una prima fase, anche sulle politiche. Sessions alla guida di un dipartimento chiave come quello della Giustizia, in particolare, indica che su temi nodali come l’immigrazione e le tutele delle minoranze si può attendere un cambio di rotta radicale.
L’azzardo è però evidente e il rischio politico, una volta superata la sbornia post-elettorale, assai elevato. Trump sembra comportarsi come se avesse ottenuto un ampio e inequivoco mandato. Non è ovviamente così, visto che si è trattato di un’elezione risolta per pochissimi voti e con un paese spaccato a metà. Dentro il partito repubblicano sono ancora ben rappresentate posizioni diverse se non opposte (il fronte anti-russo, guidato dal senatore McCain, rimane ad esempio influente). Per la conferma delle nomine presidenziali basta oggi la maggioranza semplice del voto al Senato: una misura, questa, paradossalmente voluta dai democratici nel 2013 per aggirare l’ostruzionismo repubblicano contro Obama. I senatori democratici sono però 47/48: sufficienti per costruire maggioranze contingenti con pochi transfughi repubblicani o, ancor più, per attuare un’azione sistematica e implacabile di ostruzionismo (ci vogliono 60 senatori per chiudere una discussione e portare una misura al voto).
Trump ha insomma rilanciato subito. Forse è nella natura del personaggio. Forse è coerente con quello che la sua base gli chiede. Di certo è un rischio che prelude a una fase di ulteriore, preoccupante scontro politico.

Il Mattino, 20 novembre 2016

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