Mario Del Pero

Perché Barack Obama è stato un buon Presidente

Barack Obama è stato un buon Presidente. Forse addirittura un grande Presidente, anche se per dirlo avremmo bisogno di quelle fonti e quel distacco che solo la prospettiva storica ci garantisce. È importante e utile ricordarlo, nel momento in cui si preannuncia il prossimo, certo rovesciamento di alcuni dei più importanti risultati della sua azione di governo, in particolare sull’ambiente e sulla sanità.
Obama è stato un buon Presidente per diverse ragioni. Innanzitutto perché ha dovuto governare con avversari, e con un pezzo di paese, pregiudizialmente ostili e pronti davvero a tutto per impedirglielo. Pochi avrebbero immaginato, dopo la sua vittoria nel 2008, una simile reazione di una parte di America all’elezione del suo primo Presidente nero. Al Congresso ha trovato un fronte repubblicano ostile, che da minoranza ha usato lo strumento dell’ostruzionismo al Senato come mai prima di allora e, una volta conquistata la Camera con le elezioni di mid-term del 2010, ha di fatto paralizzato l’attività legislativa. Nel paese, ha dovuto fronteggiare un’azione atta da subito a delegittimarlo, che ha raggiunto il suo picco di bassezza nel tentativo – guidato tra gli altri da Donald Trump – di dimostrare che il luogo di nascita di Obama non si trovasse negli Usa: che fosse, in sostanza, occupante abusivo della Casa Bianca. Se otto anni più tardi i sondaggi ci dicono che quasi la metà degli elettori repubblicani ancora crede a questa bufala, o pensa che Obama sia segretamente mussulmano, allora vuol dire che questa azione è stata condotta senza tregua, con una virulenza e una spregiudicatezza di cui forse mai un Presidente in carica è stato vittima.
Nonostante questo, Obama ha conseguito risultati di non poco conto. Ha promosso una riforma del sistema sanitario che, per quanto esplicitamente ispirata da modelli conservatori (su tutti quello adottato dall’allora governatore del Massachusetts Mitt Romney, nel 2006), non ha ottenuto il sostegno di alcun parlamentare repubblicano. Una trasformazione complessa e macchinosa di un sistema al tempo stesso inefficiente e immensamente oneroso, che da solo costa tra il 15 e il 20% del PIL. Una riforma che ha certo i suoi problemi, anche perché l’ostruzionismo repubblicano ha impedito l’adozione dei necessari correttivi, ma che ha portato quasi a un dimezzamento del numero di persone prive di qualsiasi copertura sanitaria nel paese (dal 16 al 9%, da 48 a 29 milioni).
Ha dovuto inoltre gestire, Obama, una drammatica crisi economica, secondi taluni la peggiore dopo quella del 1929. Di nuovo lo ha fatto senza alcuna disponibilità alla collaborazione di una controparte, quella repubblicana, che pure aveva avallato il modello di economia dei balocchi che aveva portato all’intreccio, catastrofico, tra bolla immobiliare e bolla finanziaria. Nella narrazione conservatrice, la crisi che Obama ha ereditato e dovuto gestire è diventata la crisi che egli avrebbe causato. Nonostante questo è riuscito a far passare un piano di stimolo che ha rimesso in careggiata l’economia statunitense, e quella mondiale con essa, e a promuovere meccanismi, per quanto parziali e insufficienti, di regolamentazione di un settore finanziario e bancario da tempo fuori giri e controllo. Al termine dei suoi due mandati, gli Stati Uniti si trovano con una disoccupazione dimezzata (dal 10 al 4.9%) e con una parziale ancorché insufficiente correzione dei macroscopici livelli di diseguaglianza di reddito (nell’ultimo anno, ad esempio, vi è stata una diminuzione del tasso di povertà dell’1.2%, stimabile in tre milioni e mezzo di persone, il risultato più significativo dal 1999 a oggi).
Molte critiche si sono concentrate sulla sua politica estera e di sicurezza. Errori non sono mancati e l’utilizzo senza precedenti dei droni in un’azione selettiva di eliminazione di sospetti terroristi pone problemi politici, etici e legali di non poco conto. Eppure è difficile dire che la posizione degli Usa nel sistema globale sia oggi più fragile e vulnerabile rispetto a otto anni fa. Piace, a tanti sedicenti esperti di relazioni internazionali, contrapporre la presunta ingenuità di Obama al cinico realismo di chi, come il Vladimir Putin di turno, saprebbe maneggiare con ben altra abilità le crude logiche della politica di potenza. Bene: si contrappongano alcuni fondamentali russi (PIL, crescita, valuta, alleati) a quelli statunitensi e si provi poi a vedere chi sta meglio e chi sta peggio rispetto a otto anni fa. La politica estera include anche l’impegno – promosso attraverso una fondamentale convergenza con Pechino – verso un’azione multilaterale contro il cambiamento climatico, che ha poi portato al fondamentale accordo di Parigi del dicembre scorso. Lo si compari, questo sforzo, con lo sconcertante negazionismo scientifico di chi lo ha preceduto e di chi lo seguirà e, ancora una volta, si valuti di conseguenza.
Tanti altri esempi potrebbero essere aggiunti, a partire dai progressi sui diritti degli omosessuali, che rappresentano l’ultima frontiera dei diritti civili, o all’impegno per correggere una delle più inaccettabili discriminazioni ancora esistenti, in virtù della quale a parità di mansioni il lavoro femminile è retribuito molto meno di quello maschile.
Tutto ciò è avvenuto preservando una dignità assoluta di fronte ad attacchi feroci e, non di rado, volgari. Ripristinando, anzi, il decoro di un ufficio presidenziale violato in modi diversi dai suoi due predecessori, George Bush e Bill Clinton.
Sì, Obama è stato un buon presidente, come una maggioranza di americani (e, secondo i sondaggi, gran parte del mondo) oggi riconoscono. Un presidente del quale sarà difficile non sentire la mancanza.

Il Mattino, 12 novembre 2016

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3 Commenti

  1. Claudio Mussolini

    Un presidente nero? Cosa vuol dire? Allevato da madre e nonna bianca e con un padrigno hawaiano istruito nel tempio wasp di Harvard senatore di Chicago (Illinois) Barack Obama è uno dei numerosi esempi del melting pop unionista. Il padre del Ghana e il fratellastro mussulmano sono un dato para politico a meno che non si voglia esplorare meglio il passo falso della ‘primavera araba’ o la battuta infelice: il nobel della pace ormai lo danno a tutti. Molti sprazzi di sincerità nella sua ironia che ha qualcosa di black e di bues.

  2. Utente generico

    D’accordo fino a un certo punto – i disastri in medio oriente, soprattutto in Libia, Yemen, Siria, lasciare che l’Arabia Saudita mettessero su Isis, sono troppo gravi per considerarlo un grande presidente, anche se il disgelo con l’Iran bilancia un po’. A parte quello un buon presidente, concordo.

  3. Marco da Forli

    Mah caro utente generico … parlare di Obama additandogli tutte le colpe di Libia, Yemen Siria e ISIS , non lo ritengo corretto e a mio modesto parere è assolutamente superficiale.
    La crisi del medio oriente è ben piu lontana di Obama e forse le colpe ricadono su un cero Bush e quella che fu sua politica estera : guerrafondaia!!!

    D’altronde BUSH allora era acronino di Bisogna Uccidere Saddam Hussein…..

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