Mario Del Pero

Una riflessione sul voto

No, un anno fa non lo avrebbe immaginato davvero nessuno. Donald Trump Presidente degli Stati Uniti non lo quotavano nemmeno i bookmakers. E una volta conquistata la nomination repubblicana, la vera questione parve essere la prossima implosione del suo partito e non come sconfiggere un’avversaria esperta, competente, con più risorse e, soprattutto, capace di intercettare meglio i voti di un’America sempre più diversa e meno bianca. La mappa elettorale sembrava conferire un ulteriore, strutturale vantaggio alla Clinton, che aveva una pluralità di opzioni per giungere ai fatidici 270 grandi elettori, laddove il suo avversario non poteva permettersi passi falsi: doveva vincere swing states nodali, come la Florida e l’Ohio, e sottrarre ai democratici stati del midwest postindustriale, dal Michigan alla Pennsylvania.
E invece l’impensabile è accaduto. Il firewall clintoniano – quel muro di stati che avrebbero dovuto permettere alla Clinton di contenere eventuali sconfitte inattese – ha subito mostrato delle crepe. Quando l’Indiana, che chiude prima le urne, è stata assegnata a Trump si è capito che le cose non si mettevano bene per l’ex segretario di Stato. Obama aveva vinto lo stato a sorpresa nel 2008, perdendolo poi di dieci punti nel 2012. Essere sconfitti di venti, come è stato per la Clinton, voleva però dire che si stava manifestando la dinamica più temuta dai democratici: una piena mobilitazione del voto bianco e una contestuale minor attivazione della loro composita base elettorale. Ed è da questa prima disaggregazione del voto che si deve partire per provare a capire cosa sia avvenuto la notte scorsa. Gli exit poll e i risultati delle contee ci consegnano infatti un quadro che, seppur ancora incompleto, offre delle prime, importanti indicazioni. Su scala nazionale il voto bianco non ispanico (corrispondente a circa il 70% di quello totale) è andato al 58% a Trump e al 37% a Clinton. È uno scarto di 21 punti. Erano stati 12 nel 2008. Soprattutto erano stati bilanciati dall’ampio sostegno delle minoranze nera e ispanica a Obama. Che invece è calato, in particolare nel caso degli afroamericani.
Prima considerazione, quindi: dentro una situazione di grande equilibrio, si conferma e rafforza la tendenza dei repubblicani ad aumentare i consensi tra l’elettorato bianco, ma non quella dei democratici a bilanciare ciò con un loro parallelo ampliamento negli altri segmenti della popolazione. A ciò va aggiunto un secondo fattore: la partecipazione elettorale. Su questo i dati di cui disponiamo rimangono assai incompleti e qualsiasi considerazione è ancora parziale, se non impressionistica. Un dato centrale nei due successi elettorali di Obama era stato non solo di ottenere il voto delle minoranze, ma anche di portarle massicciamente a votare. Cosa che non sembra essere invece avvenuta con la Clinton. Prendiamo ad esempio le contee d’importanti città di Wisconsin e Ohio, come Milwaukee e Cleveland. Aree metropolitane, queste, dove ampiamente sovra-rappresentata è la popolazione di colore, che nel 2008 e nel 2012 svolse un ruolo fondamentale nel bilanciare le ampie vittorie repubblicane nella gran parte delle contee non urbane o rurali dei due stati. Ebbene, il calo dei voti per i democratici rispetto a quattro anni fa è stato a dir poco impressionante. Sia a Cleveland sia a Milwaukee, Trump non ha ottenuto più voti rispetto al candidato repubblicano del 2012, Mitt Romney; la Clinton ha fatto però decisamente peggio rispetto a Obama. È questa la seconda chiave di lettura, da testarsi su un campione più ampio ma che appare già ora piuttosto solida: non solo la Clinton ottiene una percentuale minore del voto delle minoranze, ma fallisce anche nell’attivarle; vede cioè un calo della partecipazione al voto di pezzi vitali della grande coalizione democratica, laddove il suo avversario invece mobilita appieno la propria base.
Se questa è una prima, possibile analisi, va compreso perché ciò sia accaduto e cosa ci dica dell’America oggi. Di un paese, cioè, dove il voto maschile bianco (che è circa un terzo del totale) va 63 a 31 a Trump, con uno scarto addirittura di cinquanta punti (72 a 23) tra gli uomini bianchi privi di una qualche istruzione post-secondaria.
Rispetto a questo, tre spiegazioni – intrecciate e interdipendenti – possono essere avanzate. La prima è quella che per convenienza potremmo definire identitaria. Vi è un’America bianca (e cristiana) che in questi anni ha assistito preoccupata, se non sgomenta, alla trasfigurazione di quello che considera essere il suo paese. All’agire di dinamiche demografiche che sembravano proiettarla verso una situazione di minoranza futura. A flussi migratori che accentuavano queste tendenze. A trasformazioni culturali che mettevano in discussione certezze e ruoli sociali consolidati. L’America liberal, multirazziale, plurilinguistica e cosmopolita che il Presidente nero eletto nel 2008 incarnava e simboleggiava è un paese che quest’altra America trovava alieno e irriconoscibile. Si trattava di una battaglia, normativa e prescrittiva, su cosa gli Stati Uniti siano e debbano essere. Nella quale veniva frequentemente invocata un’America delle origini – essenziale e perenne – da contrapporsi a quella del cambiamento costante, graduale ma inarrestabile così centrale nella retorica e nella stessa filosofia di Barack Obama. Al vento trasformatore della storia si contrapponeva la fissa solidità di un’altra storia, dalla quale erano espunte impurità e contraddizioni. Inclusa quella, terribile, di una divisione razziale che aveva permesso schiavitù prima e segregazione poi. Questa battaglia identitaria è stata condotta e cavalcata con spregiudicatezza estrema da Donald Trump. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti – è necessario ricordarlo – ha promosso alcuni anni fa una campagna spregevole contro Barack Obama atta a dimostrare che il suo predecessore non fosse davvero nato negli Stati Uniti e non avesse pertanto il diritto di risiedere alla Casa Bianca.
Il fattore identitario s’intreccia con quello securitario. L’America cui Trump si rivolge è un paese incattivito, spaventato e preoccupato. I dati ci dicono che la criminalità è in calo netto: il numero di omicidi si è dimezzato tra i primi anni Novanta a oggi, anche se vi è stata una lieve crescita negli ultimi anni. Chiunque abbia un minimo di familiarità con le città statunitensi sa bene quanto più sicure esse siano rispetto a 20/30 anni fa. Questa però non è però la percezione di gran parte degli elettori di Trump e dello stesso neo-Presidente. Che durante la campagna elettorale ha rappresentato con toni apocalittici un paese travolto dalla criminalità e da violenze spesso descritte con toni implicitamente razziali (a dispetto delle statistiche, Trump ha sovente collegato l’immaginario aumento dei crimini all’incontrollata immigrazione illegale). Un messaggio centrato sulla necessità di ripristinare legge e ordine – incarnato da uno degli uomini più fidati di Trump, il vecchio sindaco della “tolleranza zero” di New York Rudy Giuliani – si è rivelato una volta ancora vincente. È riuscito a offrire una narrazione fatta di nemici precisi e soluzioni semplici, capace in una certa misura di sedare ansie e paure.
Ansie e paure, queste, cui ha contribuito anche un contesto economico complesso e, per una parte non marginale degli elettori di Trump, oggi assai difficile. Se usate come esclusiva spiegazione, come talora accade, le letture deterministiche che interpretano l’ascesa dell’imprenditore newyorchese come conseguenza della ribellione di un’America bianca, impoverita in conseguenza della globalizzazione, rischiano di essere mistificatorie. La Clinton ha in fondo vinto largamente (53 a 41) tra gli elettori con un reddito inferiore ai trentamila dollari annui (la fascia più povera tra quelle considerate dagli exit poll). Tra gli elettori di Trump vi sono molti percettori di redditi alti e altissimi, attratti dalla sua promessa di ridurre drasticamente il carico fiscale. E però i risultati delle primarie così come i primi dati di queste elezioni ci mostrano come il nuovo Presidente sia riuscito a ottenere l’appoggio, e i voti, di pezzi di elettorato bianco impoverito, particolarmente importanti in alcuni stati del Midwest post-industriale. Elettori che non di rado avevano disertato le urne nelle ultime tornate presidenziali e che hanno costituito la spina dorsale del movimento che ha portato Trump a conquistare la nomination repubblicana prima e la Casa Bianca poi. Sarebbero, secondo alcune caricature, “i perdenti della globalizzazione”: coloro maggiormente colpiti dalla scomparsa di posti di lavoro in un settore industriale che almeno fino agli anni Settanta offriva occupazioni ben retribuite, tutele sindacali e possibilità di (limitata) ascesa sociale. Uomini e donne spesso culturalmente conservatori, che imputano ai democratici di parlare oggi un linguaggio dei diritti selettivo, elitario e distante, e che invocano una qualche protezione contro gli effetti destabilizzanti dell’integrazione globale. A essi Trump ha offerto un messaggio scopertamente nazionalista, protettivo e rassicurante. Un messaggio, questo, che si nutre di anti-politica e al contempo la alimenta: che fa leva su una diffusa ostilità a un establishment delegittimato e auto-referenziale.
Un establishment plasticamente incarnato dalla sua avversaria. È questo l’elemento aggiuntivo – più specifico e contingente – che aiuta a comprendere quanto accaduto. Era difficile, infatti, immaginare nell’attuale contesto storico una candidata più sbagliata di Hillary Clinton. Incapace di rinnovare l’entusiasmo generato da Barack Obama; additata da molti, a torto o ragione, come incarnazione emblematica della corrotta politica washingtoniana; figura divisiva senza essere mobilitante. L’inflazione di sondaggi cui siamo stati sottoposti in questi mesi, anche dei tanti che la davano come certa vincitrice, hanno sottolineato costantemente la poca, pochissima fiducia di una maggioranza di americani nei confronti di Hillary Clinton. E in un’elezione comunque stretta e combattuta – nella quale la candidata democratica potrebbe addirittura prevalere nel voto popolare – questo fattore ha avuto un impatto che non può essere sottostimato.
Cosa seguirà ora è difficile dirlo, soprattutto per quanto concerne la politica estera, rispetto alla quale Trump potrebbe rivelarsi più pragmatico di quanto non si creda. Sul piano interno – con un Congresso a sua volta in pieno controllo repubblicano – è probabile che parta subito l’assalto a smantellare pezzi della riforma sanitaria di Obama; così come possibile è un’azione di tagli alle tasse per la quale sembra esservi una chiara comunanza di vedute tra il neo-Presidente e i suoi stessi avversari nel partito, a cominciare dallo speaker della Camera Paul Ryan. L’impatto su conti pubblici già in sofferenza potrebbe essere devastante. Ma questa è solo una delle tante, preoccupanti incognite che ci attendono nei mesi a venire.

Il Messaggero/Il Mattino, 10.11.2016

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4 Commenti

  1. Vittoriano

    Dimenticavo

    GIORNALE DEL CAMBIAMENTO D’ORDINE MONDIALE # 13
    Due mondi distinti

    di Thierry Meyssan

    “Nel corso di un’importantissima riunione del Consiglio di Sicurezza – ignorata dalla stampa occidentale – tenutasi il 28 ottobre, gli Stati Uniti hanno rifiutato che l’ONU collabori con le organizzazioni regionali che ricomprendono la Russia, e di fatto la Cina.
    Rifiutando di lavorare con gli altri e, quindi, di ammettere che questi altri siano suoi pari, Washington ha preso la strada di una divisione del mondo in due sfere distinte e la fine della globalizzazione economica …”

    RETE VOLTAIRE | DAMASCO (SIRIA) | 9 NOVEMBRE 2016 

    Speriamo che con la presidenza Trump questo “vecchio ordine” cambi …

  2. Vittoriano

    . . .
    Speriamo che con la presidenza Trump questo “vecchio ordine” cambi …
    per far posto agli ‘invisibili’ che avanzano !!

    cfr.

    Trump e il Nuovo Ordine Mondiale | Aurora

    https://aurorasito.wordpress.com › trump…

    10 ore fa – Gearóid Ó Colmáin

  3. Claudio Mussolini

    C’è una tale infatuazione per il linguaggio imposto dai media (e parlo anche dell’invadente regno degli spots mercantili e politici) che si fa fatica a ragionare con la realtà in faccia. Per esempio: ‘populismo’. Ai tempi delle primarie americane paventai su FB l’uso del termine come una delle derivazione di stampo crociano (fra cui quella cara a Giorgio Napolitano di ‘antipolitica’). A che serve? Se poi noi non rientriamo nella tradizione politica idealistica conservatrice e reazionaria (rispettivamente Croce e Gentile) ma siamo storico-materialisti o esistenzialisti o radicali laici dovremmo rinunciare all’uso di certe categorie che producono solo ingannevoli metafore. Ancor più se siamo “gli” antifascisti. Mentre Bernie Sanders percorreva i Campus spiegando ai giovani l’urgenza di una analisi del sistema americano interno ed estero usando le categorie di ‘blocco storico’, chi non ha osato dire che comprometteva la povera vulnerabile Hillary scagli la prima pietra! Il dato di fatto che Hillary diciassettenne fosse stata per l’ineffabile Goldwater o avesse, dopo mezzo secolo, dimissionato dopo il fallimento della disastrosa ‘primavera araba’ di Obama di cui oggi noi europei soprattutto paghiamo le conseguenze non contava nulla? Bernie era un populista di sinistra. Boh. E Trump quello di destra. Boom! Madame Clinton vince le primarie con il supporto dei 700 delegati d’apparato non eletti e Sanders fa la promessa di drenare la maggior parte della sua popolarità verso la candidata. Lavoro arduo perché i suoi comizi erano stati delle vere e proprie lezioni di strategia per gli studenti e i giovani mentre per le unions che finanziavano la campagna un viatico di promesse (o di illusioni), soprattutto per conquistare la maggioranza del Congresso (antico vulnus dei democratici). Non è stato Trump a vincere ma i Repubblicani? Io sarei molto cauto. Certo la ricetta concreta di Trump è una sorta di libro dei sogni dell’affarista americano medio e della affluent Society egoista, ma finanziare la riduzione delle tasse con un programma protezionistico è come voler giocare e vincere con un 1-5-5 (solo il Barcellona ne è stato capace). Restano affari loro populistici o meno che li vogliamo chiamare. Noi abbiamo i nostri quelli europei con le elezioni francesi e quelle tedesche. Ma prima ancora c’è il referendum italiano. Uno dei maggiori guai dell’idealismo fu quello di far credere che la giovane Italia fosse una quantità trascurabile nel palcoscenico dominato dalle potenze. Le potenze la pensavano diversamente e così l’Italia provinciale nazionalistica e imperialistica da Crispi a Giolitti a Pio XI e Mussolini si permise le avventure che sappiamo. Ora che siamo dentro l’Europa e dentro l’euro non siamo una quantità trascurabile. Anche se Renzi non sa spendere bene questo dato di fatto resta l’evidenza che ha fatto credere ai nostri partners di averlo capito. Da cui il tifo per lui (con Junker giustamente incazzato dalla incomprensione). Ma il referendum resta affar nostro. Primo errore di opinionisti e fruitori di sondaggi: la opposizione di destra residua (dopo il passaggio di metà parlamentari di Berlusconi nelle file della maggioranza) non disprezza affatto la deriva autoritaria insita nella legge Boschi e lo dice il fatto che nel fronte del SÍ filtrano parti di leghisti e neo fascisti che indecisi fra il no al governo e il sí alla Boschi spiegano le speranze e il fifty fifty attuale. La opposizione montagnarda (M5S) ha due ragioni di fare votare no (quella di Travaglio e quella del Movimento). Ma perché usare il termine populismo? Gli argomenti usati da Travaglio e dal Foglio non sono populisti ma rigorosamente liberaldemocratici mentre le azioni non inattese di filibustering dei rappresentanti cinquestelle in parlamento al netto di qualche infrazione del regolamento fanno parte del gioco. Resta sempre da capire quale sarà (sarebbe) un programma di governo del M5S ora che gli apoggi USA per far uscire l’Italia dall’euro potrebbero venire meno. Insomma abbiamo tutto da guadagnare a smettercela di usare la categoria ‘populismo’. E di smetterla di praticare, a sinistra, il pensiero pigro.

  4. Giovanni

    ++++ Oro e allucinazioni: l’uomo più furbo del mondo +++
    Considerato dall’uomo uno tra i – se non il – metallo più prezioso, l’oro è simbolo di prosperità e allo stesso tempo simbolo di morte.
    Ma perché l’oro? Cos’è che rende questo metallo così importante per l’essere umano. Millenni di storia sulla civiltà umana per scoprire che oggi non siamo poi così tanto evoluti come ci piace pensare.
    Si è vero, viaggiamo su tubi veloci, carrozze e navi di ferro che ci trasportano in poco tempo da un capo all’altro del mondo, abbiamo una visione del mondo più completa, siamo andati sulla luna e l’abbiamo vista da lì la Terra, piccola e blu. Alla faccia di chi diceva che la terra era piatta, e che le navi che sfidavano l’orizzonte sarebbero colate in un abisso o che, ancora, credeva che noi eravamo il centro dell’universo. L’immagine della Terra vista dalla Luna ci ricorda che nonostante il fracasso e il franbusto che possiamo fare rimaniamo dei nani.
    Oggi tutte queste nozioni vi faranno ridere, ma chi mise in giro quelle voci era un vero genio e ci vollero un sacco di altri geni per convincere gli altri dell’assurdità del trucco.
    La nostra vita segue binari e orme scritte millenni fa da civiltà che rispetto alla nostra, in proporzione, non avevano nulla da invidiare.
    Infatti, alcune delle risposte che quelle civiltà poco evolute si diedero costituiscono ancora oggi il bagaglio della nostra simbologia, mitologia e aspirazione all’infinito. Tutti vogliamo sognare, nessuno vuole morire. Su questo penso che anche il più povero d’immaginazione possa trovarsi comodamente d’accordo.
    Scopriamo così che l’oro, metallo giallo e luccicante, veniva usato come simbolo di potere e per propiziare il viaggio dei vivi oltre la vita. Con occhi scientifici di oggi e un pizzico di razionalità, ci risulta ancora straordinario e forse incomprensibile capire perché un metallo come un altro venisse tenuto così in alto riguardo rispetto ad altri. Eppure, più ripuliamo la logica dalla contingenza più si presenta di fronte a noi una verità sconvolgente nella sua semplicità e banalità. Così semplice e banale che nonostante sia sotto i nostri occhi non tutti riescono a vedere. La storia della civiltà infatti è basata su arti millenarie che si sono andate affinando per nascondere quella verità. Illusionismo, magia, persuasione, seduzione, sono gli strumenti che il primo uomo della Terra un po’ più intelligente dei suoi compagni superstiziosi, pieni di paure e orgoglio animalesco, utilizzò per fargli fare quello che voleva lui, per se stesso: la vera essenza del potere.
    Così poteva mangiare il cibo migliore e avere il sesso migliore senza stancarsi, facendo lavorare gli altri per se. Quando qualcuno di quegli imbecilli sfiancato dalla fatica cominciò a farsi domande, il più furbo dovette inventarsi nuovi stratagemmi, nuove magie. Balle più grosse.
    Immagino che il primo uomo che trovò l’oro sul letto di un fiume, per terra, o in una roccia, rimase colpito, stupito, meravigliato dal luccichio di quella pietra gialla, calda ma non incandescente.
    Così la natura ipnotizzò l’uomo e l’uomo ipnotizzò tutti gli altri. Come convinse tutti gli altri rimane per me, al momento attuale un mistero straordinario. Da quel primo luccichio, l’oro divenne merce di scambio, ornamento e simbolo ambito di potere, aprendo di fatto una vera e propria corsa all’oro che si corre senza sosta ormai da millenni. L’oro è al centro delle più antiche favole e mitologie inventate dall’uomo. Alcuni scienziati, un po’ chimici e un po’ stregoni, che si facevano chiamare alchimisti passarono gran parte della loro esistenza a cercare di trasformare metalli semplici in oro.
    Perché? Altro mistero, forse anche loro avrebbero voluto solo oziare.
    Ai più risulterà ancora incomprensibile come possa essere che i gioielli siano ancora oggi il vero centro del potere e come molte delle battaglie che i poveri combattono sono in realtà ancora combattute per l’oro dei potenti. Banale, assurdo, vero.
    In questa pista ci potete mettere tutta la storia del mondo.
    Cambia la forma, gli strumenti, non la sostanza.
    Quando guardate una corona,un lingotto, una moneta, una collana, la vostra fede nuziale, il vostro braccialetto del battesimo, una macchina sportiva, un kalashnikov e un paio di pistole laccati in oro siete di fronte a un simbolo eterno, siete, secondo la tradizione millenaria basata su quel primo luccichio, a contatto con la prima illusione, a contatto con la divinità.
    Per non dilungarmi: l’oro troppo pesante e ingombrante doveva essere sostituito da qualcosa di più semplice.
    Un pezzo di carta stampato dalla banca centrale che ne garantisce il valore con riserve di lingotti d’oro nella cassaforte? Si, buona idea.
    Ma non avevamo superato questa stupida allucinazione dell’oro? Mmm no, sembrerebbe di no.
    L’oro è ancora oggi la garanzia migliore che i potenti possono avere per sostenere il valore della propria moneta. Oro, gioielli e terra.
    Più in alto si ricerca più le leve del potere diventano veramente poche: lo stomaco, il sesso e il portafoglio.
    Soldi, soldi, soldi..Un’altra illusione! Tuttavia, se ti venisse voglia di bruciare quel pezzo di carta, manderesti in cenere una promessa. La promessa che se tu volessi potresti con quel pezzo di carta comprare..oro. Per fare una banconota di carta ci vogliono tanti lingotti d’oro. Diversamente, tra la tua stampante e quella della banca centrale non ci sarebbe differenza.
    Più lingotti hai più la promessa che quel pezzo di carta rappresenta è credibile.
    Immaginate di avere la moneta che fa da tramite tra l’oro e la vostra lattina di coca cola fresca e di chiamare quella banconota, dollaro.
    Tutte le altre monete che vogliono comprare oro, devono prima comprare dollari, mentre tu devi solo stampare, stampare, stampare. Copia e incolla, copia e incolla, copia e incolla.
    Certo dovreste convincere tutti gli altri a mettere l’oro nella tua cassaforte, ma considerato che tra la prima e la seconda guerra mondiale erano tutti indebitati con gli Stati Uniti non dovrebbe essere troppo difficile immaginare. Stalin? Quel baffone non volle sottomettersi, quando gli americani gli proposero di partecipare al sistema di Bretton Woods lui alzò il dito medio. Bene, e guerra fredda sia. Immaginate questi due colossi che difendono le proprie casseforti come King Kong sull’Empire State Building.
    Quando ti rendi conto che hai esagerato e le promesse che hai stampato superano tutti i lingotti ( la garanzia che rispetterai la promessa ) che hai in cassaforte, che fai? Facile, sfanculi tutti.
    Ma la promessa, la fiducia, l’amicizia?
    Non è possibile? Nixon, 15 agosto 1971. Ragazzi, è stato un piacere.
    Ma come il leader del mondo libero che sfancula i suoi alleati europei? Si, copia e incolla.
    Che fare, noi tapini europei? L’oro l’abbiamo a Washington, da soli non ce la possiamo fare. Mettiamo insieme i nostri lingotti e facciamoci una moneta nostra. Come la chiamiamo? Euro, mi piace. Rimaniamo sempre tra le monete sul podio, non male.
    Se non fosse per quei maledetti musi gialli…. sino a quando gli conviene tengono il valore della moneta basso così svendono i loro prodotti made in China. Ora però vogliono farsi una stampante d’oro pure loro… perché? perché così non li possiamo ricattare più, e non devono passare dal tramite del dollaro, anche i russi lo hanno capito. Insieme, stanno mettendo i lingotti in comune per difendere il valore delle proprie monete. Se non bastasse molti degli investimenti che la Cina sta facendo in Asia, guarda caso, seguono il percorso delle miniere d’oro. Una caccia al tesoro mondiale.
    Tutta la scienza e il progresso del mondo per scoprire che siamo legati a doppio filo ad un’allucinazione che ci tramandiamo da millenni. La storia dell’umanità è scritta sulla tavola periodica e sulla carta geografica.
    E’ una sensazione strana, un misto tra stupore e disappunto, scoprire che chi controlla il gioco delle percezioni ci prenda in giro come un bambino capriccioso e che tutto sia sotto il nostro nasone.
    Non mi interessa dire se sia giusto o sbagliato, questa strada non ha prodotto pace ma ha una storia da fare tremare le ginocchia.
    Mi lascia sbalordito scoprire che tra una notizia che presenta foto di giovani ricchi in pose da star con in braccio fucili dorati vi sia più verità che rispetto a tutte le mezze verità di una campagna politica.
    Tutto per un cioccolatino d’oro.
    Scopri che c’è un mondo di ricconi indebitati sino al collo, di investitori accecati da smanie di grandezza che pur di fare soldi hanno ipotecato l’oro.. degli altri!
    Qui la storia dell’oro si potrebbe legare a quella dei debiti e alle forme di riscossione particolarmente violente che nei libri di storia chiamano prima e seconda guerra mondiale. Morti a milioni, per cosa? per la patria?? no vabbè, ritorna al titolo.
    Il meccanismo è lo stesso, accecare il pubblico. Mettergli davanti sagome di importanti statisti e abbagliare loro la vista con uno schermo. Il grande proprietario terriero, il banchiere, il finanziere, il Mr. Burns di turno non vogliono il nome sui libri di storia. Che motivo ha un riccone che potrebbe godersi la vita di mettersi in politica per la prima volta a 70 anni se non quello di difendere i propri interessi?
    Lo fa per gli americani? Se la pensi così sei un vero Amleto.
    Ora, torniamo qui. Negli ultimi anni le cose non vanno bene ragazzi.
    La Federal Reserve americana dove molti mettevano i lingotti -quelli che tengono in piedi l’euro e il dollaro per intenderci – se li è venduti. A chi? principalmente ad asiatici.
    Niente oro, niente euro. Ma anche, niente oro, niente moneta.
    Quindi anche se un paese volesse uscire dall’euro e rifarsi la propria moneta ha bisogno di avere abbastanza lingotti in cassaforte. Diversamente si può mettere a stampare biglietti da visita, sempre una promessa ma di minore valore. In Europa come potrete immaginare sono incazzati neri, specialmente a Berlino. I tedeschi rivogliono i lingotti indietro e così anche i francesi.
    Gli americani sono pieni di debiti…
    Che fare?
    – Allora mettiamo Donald alla presidenza, lui è bravo a dire stronzate e così ci mettiamo al sicuro. Lui ha tante proprietà e non vuole svendere ai cinesi e poi gli piacciono i mobili in oro. Ne va pazzo. Poi vendiamo la vittoria come se fosse il voto degli americani contro l’establishment, i generali sono dalla nostra parte.
    – Una rivoluzione con a capo un proprietario terriero che va pazzo per l’oro? Ma sei sicuro che ci credano?Si! vanno pazzi per le storie romantiche stile Don Chisciotte e basta che gli fai credere che hanno un po’ di potere e loro esultano come matti. Poi noi ci mettiamo d’accordo con Russia e Cina, che hanno tanti lingotti, e sfanculiamo l’Europa. It’s business.
    – E se si arrabbiano?…… Naaa.. Tranquillo, ti compro tante case in Italia… buon cibo, buon vino, belle donne, sole, mare.
    – Donald sei l’uomo più furbo del mondo.
    – Thank you kid

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