Mario Del Pero

Una settimana al voto

Pare che una percentuale non marginale di americani dichiari in questi giorni di soffrire da “stress elettorale”. Di non poterne più, in altre parole. C’è da capirli. La lunga campagna del 2016 passerà alla storia come una delle più brutte di sempre. Volgarità, colpi bassi, fango, un candidato (Trump) di molto al di sotto della soglia minima della decenza e presentabilità, tre dibattiti televisivi dove quasi mai si è parlato di contenuti: sarà difficile rimpiangere questo ciclo elettorale e, prospettiva ancor più preoccupante, è probabile che i suoi residui tossici siano destinati a condizionare a lungo il confronto politico e l’azione di governo.
Quale punto si può fare oggi? Quali previsioni?
La prima considerazione è sull’altissimo tasso di polarizzazione politica. A fronteggiarsi sono due campi contrapposti e sostanzialmente impermeabili l’uno all’altro. Bassa, storicamente bassissima, è la mobilità dei voti. Questo aiuta a spiegare perché Trump, a dispetto di tutto, non scenda di molto nei sondaggi: abbia una soglia di resistenza attorno al 38-40%. Ha insultato eroi di guerra, donne, minoranze, disabili, il miliardario newyorchese. Eppure, tra l’80 e il 90% degli elettori registrati come repubblicani dichiarano che voteranno per lui. Mal che vada, otterrà tra i 55 e i 60milioni di voti. Aiutato in questo da una mobilitazione i cui vettori si fanno sempre più negativi: da una scelta nella quale è preponderante l’ostilità (spesso assoluta e pregiudiziale) verso l’avversario/a. Mai da quando vengono fatti questi sondaggi, due aspiranti presidenti sono stati tanto invisi agli elettori della controparte. In uno stato elettoralmente cruciale come la Florida, ad esempio, l’84% degli elettori repubblicani dichiara di ritenere che la Clinton dovrebbe essere in carcere; per un altro 40% è una figura “demoniaca”. La media dei sondaggi fatta da un sito credibile come “RealClearPolitics” ci dice che lo scarto tra chi giudica Trump positivamente e chi lo giudica negativamente è ancora di meno venti punti; il candidato repubblicano del 2012, Mitt Romney, giunse al voto con +5% in questo indicatore fondamentale.
Si mobilita demonizzando l’avversario, in altre parole. Lo si fa su scala nazionale, per il traino che essa garantisce, ma con un impegno ormai concentrato sui pochi stati che decideranno la partita. Trump risale nei sondaggi, riportando all’ovile repubblicano consensi che una piccola e temporanea diaspora aveva dirottato verso il terzo candidato, il libertarian Gary Johnson. La sua rimane però una corsa ad handicap. In 48 stati su 50 vige la regola del vincitore pigliatutto: chi prevale ottiene tutti i grandi elettori (in numero eguale a senatori più deputati di quello stato). La mappa elettorale conferisce un vantaggio strutturale alla Clinton. Le opzioni per Trump sono limitate: deve vincere Ohio, Florida, North Carolina, forse addirittura Pennsylvania o, senza questa, una combinazione assai improbabile che include il New Hampshire e il Maine. Difficile sia realizzabile. Ma difficile, anche, via sia la larga vittoria di Clinton e dei democratici preconizzata solo qualche settimana fa. Una vittoria che dalla Presidenza si sarebbe dovuta riverberare anche sul Congresso. Che quasi certamente rimarrà in mano repubblicana, in particolare la Camera dei Rappresentanti. Ed è questa la previsione, realistica e preoccupante, che si può avanzare oggi: la prosecuzione ben oltre il voto della spaccatura politica che questo ciclo elettorale ha amplificato.

Il Giornale di Brescia, 1 novembre 2016

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