Mario Del Pero

100 giorni

Allo scoccare della scadenza, simbolicamente rilevante, dei primi 100 giorni di Presidenza, Donald Trump rilancia la linea della fermezza verso la Corea del Nord, fino a prospettare la possibilità di una guerra contro Pyongyang. Le matrici del bellicoso atteggiamento del Presidente statunitense non sono difficili da decrittare. Vi è il convincimento che il regime nordcoreano conosca, e rispetti, solo il linguaggio della forza: che alzare la soglia del conflitto costituisca un utile strumento di pressione su Kim Jong-un. Si ritiene che un simile approccio sia utile per indurre la Cina a svolgere un ruolo più attivo nella crisi. E si crede che l’intransigenza e l’enfasi sulla possibilità di dispiegare lo strumento militare – l’elemento primario della superiorità di potenza di cui godono gli Usa – possano pagare un forte dividendo politico interno, rendendo Trump più popolare e, anche, “presidenziale”. Sebbene sia presto per dirlo, i sondaggi che misurano il tasso di approvazione dell’operato di Trump negli Usa hanno visto una lieve ma costante crescita nelle ultime settimane (dal 39 al 42.5%). Soprattutto, la nuova linea di politica estera, assertiva e interventista, ha raccolto il sostegno di molti commentatori liberal e messo i democratici – di loro straordinariamente deboli e divisi – sulla difensiva.
Gli assunti strategici e politici alla base di questa svolta sono certo discutibili e il rischio di escalation incontrollate altissimo. Quel che è certo, però, è che sono bastati cento giorni per mettere a tacere chi preconizzava radicali (e del tutto impraticabili) svolte isolazioniste e per riportare l’azione internazionale di Washington nell’alveo di un internazionalismo conservatore nel quale centrale torna ad essere il primato militare degli Usa e l’ostentata disponibilità a farne uso.
Certo, il lessico usato da Trump rimane quello semplice e binario che abbiamo imparato a conoscere. E i dettami di questo internazionalismo conservatore, per quanto semplificati, difficilmente trovano spazio negli ossessivi tweet presidenziali. Eppure la svolta appare rilevante e, per il momento, non reversibile. Come ci mostra peraltro l’evoluzione degli equilibri interni all’amministrazione, con la marginalizzazione di chi sollecitava e proponeva drastiche rotture – strategiche e retoriche – da Steve Bannon all’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Flynn, e la crescente centralità anche mediatica del successore di Flynn, McMaster, nonché del segretario di Stato Tillerson.
Tre sono i principali pilastri operativi e concettuali di questo internazionalismo conservatore. Il primo è una propensione ad agire unilateralmente accentuata dalla fiducia nell’uso, e appunto nell’ostentazione, della superiorità bellica. Come con Bush Jr., l’ONU non è tanto negletta quanto utilizzata come palcoscenico nel quale le posizioni americane sono esplicitate all’opinione pubblica interna e internazionale. Lo mostra bene l’estremo attivismo dispiegato in queste settimane dall’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley. La seconda è una visione geopolitica nella quale – in discontinuità con gli anni di Obama – si riafferma la centralità del Medio Oriente e la necessità di preservare un chiaro equilibrio regionale di potenza favorevole agli Usa, anche a discapito del tanto invocato riavvicinamento a Mosca. Le tensioni con la Russia finiscono anzi per dare nuovo vigore alle relazioni transatlantiche, e alla stessa NATO, così vilipese da Trump prima di giungere alla Casa Bianca. Terzo e ultimo, la consapevolezza di quanto nodale sia il rapporto, e l’interdipendenza, tra Cina e Stati Uniti. Fondato su forme d’integrazione profonde e strutturali, dilemmi e contraddizioni ineludibili, spinte alla competizione e allo scontro, questo rapporto rappresenta la variabile cruciale delle relazioni internazionali correnti, come proprio la crisi coreana torna a evidenziare.
Abbandonate sembrano quindi essere le velleitarie promesse di lanciare guerre commerciali globali o di costruire grandi assi russo-statunitensi. Persino il muro con il Messico pare prossimo a essere riposto nel cassetto. Per certi aspetti ci sarebbe da rallegrarsi. E però, in passato questo internazionalismo conservatore non ha mancato di dare pessime prove di sé, si pensi solo agli sfaceli provocati in Medio Oriente da Bush Jr.. E nelle mani certo più incerte ed erratiche di Trump, alcuni dei patenti limiti di una simile, rigida visione di politica estera potrebbero davvero deflagrare.

Il Mattino, 29 aprile 2017

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