Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2017

Trump, l’impeachment e i repubblicani

La slavina del Russiagate sembra essere davvero partita. I suoi esiti rimangono però imprevedibili, condizionati come sono da molteplici variabili politiche. Potrebbe travolgere rapidamente Trump o risolversi in un nulla di fatto. O, più plausibilmente, logorarlo con inesorabile gradualità fino al giorno in cui i repubblicani al Congresso si riterranno finalmente liberi di scaricarlo. Perché sono queste – la dialettica e i rapporti di forza dentro al partito repubblicano – le dimensioni oggi dirimenti.
Pur permanendo diverse opacità, il quadro a nostra disposizione si è fatto molto più chiaro. Durante la campagna elettorale importanti membri della squadra del Presidente hanno avuto rapporti con alti funzionari e diplomatici russi. Tra questi il futuro Consigliere per la Sicurezza, poi dimessosi, Michael Flynn. Che nella fase d’interregno tra l’amministrazione Obama e quella Trump ha pure incontrato l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, come del resto hanno fatto il Ministro della Giustizia, Jeff Sessions, e l’influente consigliere (nonché genero) di Trump, Jared Kushner. L’FBI ha avviato un’inchiesta per far luce sia su eventuali complicità con le ingerenze russe nella campagna elettorale sia sui legami di Flynn con Mosca e i finanziamenti che egli avrebbe ricevuto da quest’ultima. Dopo varie tensioni, Trump ha infine licenziato il direttore dell’FBI James Comey proprio per l’eccessiva attenzione dedicata dall’agenzia al caso. Infine, il New York Times ha rivelato l’esistenza di un memorandum scritto da Comey stesso secondo il quale Trump gli avrebbe esplicitamente chiesto di porre termine all’indagine.
Quali sono i termini della questione e come potrebbe evolvere? Da un lato essa è rivelatrice, se mai ve ne fosse bisogno, dell’assoluta e imbarazzante inadeguatezza di Trump rispetto al ruolo che oggi occupa. Le gaffe, le contraddizioni, le bugie, l’ostentata prepotenza, il palese analfabetismo istituzionale: questi e altri elementi hanno contraddistinto la gestione della vicenda da parte del Presidente e di un entourage incapace di contenerlo, gestirlo ed educarlo. Un’inadeguatezza, questa, ormai rimarcata da molti commentatori, anche di destra. Alcuni si spingono addirittura a suggerire l’utilizzo di un passaggio del XXV emendamento costituzionale in virtù del quale, laddove il vice-Presidente e una maggioranza dei principali funzionari dei dipartimenti dell’Esecutivo ritenessero che il “Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri derivanti dal suo ufficio”, egli sarebbe rimosso e il suo Vice entrerebbe in carica.
La rimozione per palese inadeguatezza in realtà non esiste costituzionalmente e l’emendamento in questione, approvato nel 1967, rifletteva il timore durante la guerra fredda che un Presidente anziano non fosse più in grado di assolvere le sue funzioni con una conseguente, pericolosa vacanza di poteri. La strada maestra rimane quindi quella politica e, in conseguenza, costituzionale. La messa in stato d’impeachment, in altre parole. Che non si è mai realizzata negli Stati Uniti: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998 si salvarono al Senato; Richard Nixon nel 1974 si dimise prima che l’impeachment fosse votato (nella certezza che esso sarebbe stato approvato). Se le ultime rivelazioni fossero confermate, il comportamento di Trump ricorderebbe da vicino proprio quello di Nixon. In entrambi i casi vi sarebbe stato infatti un tentativo di ostruire l’indagine dell’FBI.
I contesti politici sono al momento però molto diversi. L’impeachment richiede un primo voto a maggioranza semplice della Camera, seguito da un processo al Senato diretto dal Presidente della Corte Suprema e da un voto finale, per il quale è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi. Considerando i numeri odierni al Congresso, l’impeachment, insomma, sarebbe possibile solo laddove vi fosse una massiccia defezione tra le fila del partito del Presidente. Defezione che non è immaginabile. Perché il partito repubblicano, per il momento, è il partito di Donald Trump. Un partito che il Presidente domina e controlla forte del consenso, amplissimo, di cui gode tra l’elettorato conservatore. Secondo un recente sondaggio CNN/ORC, più del 60% degli elettori repubblicani ritiene addirittura che, anche se chiaramente dimostrata, una palese ingerenza russa nel processo che ha portato Trump alla Casa Bianca sia irrilevante o poco importante. Prima del voto del 2020, ci vorranno insomma altre rivelazioni, gaffe e scandali per attivare un percorso che potrebbe porre termine all’eccentrica esperienza presidenziale di Donald Trump.

Il Mattino 17 maggio 2017

Star globali

I processi d’integrazione mondiale che scandiscono la realtà contemporanea producono simboli e icone globali, dallo sport alle arti, dal business alla filantropia. È raro, però, che questo ruolo spetti agli esponenti di una politica che – senza eccezioni – soffre da tempo di una pesante crisi di legittimità e credibilità. Barack Obama è stato – e come abbiamo visto a Milano continua a essere – un’eccezione. Gli otto anni di governo, i compromessi e gl’insuccessi, interni e internazionali, hanno scalfito solo in parte il mito obamiano. Col tempo, anzi, lo status d’icona dell’ex Presidente è tornato a rafforzarsi. I capelli si sono ingrigiti, il volto si è fatto assai più ossuto, le spalle si sono lievemente incurvate, ma la continuità tra l’Obama candidato presidenziale che parla a 200mila berlinesi entusiasti nel luglio 2008 e l’Obama dei bagni di folla (e dei mille streaming) milanesi del 2017 appare evidente. Ce lo mostrano, seccamente, i tanti sondaggi che negli anni hanno rimarcato la straordinarietà popolarità di Obama nel mondo e, soprattutto, in un’Europa che per il 44° presidente statunitense ha preso una sbandata simil-adolescenziale dalla quale non si è in fondo mai ripresa (l’ultimo sondaggio di cui disponiamo, fatto qualche mese fa dal Pew Research Center, indicava una fiducia in Obama prossima all’80% nell’area UE, con picchi dell’85% in Francia e Germania; era inferiore al 20% nel 2008 per Bush e si collocava sotto il 10% il giugno scorso per Trump).
Le matrici della fascinazione – i fattori che spiegano il perché Obama sia un’icona-mondo – sono plurimi. Rimandano alla forza mitopoietica di un modello e di un sogno, quelli incarnati dagli Stati Uniti, capaci di ripensarsi e riaffermarsi costantemente: di rinascere sulle proprie ceneri, come in fondo fu proprio con l’elezione del 2008. E rimandano, ovviamente, alla straordinaria biografia dello stesso ex Presidente. A una storia tanto globale –nella quale si mescolano e intrecciano Africa, Europa, America e Asia – quanto unicamente americana. Una storia, questa, che diventa parabola dell’eccezionalismo statunitense: di un nazionalismo che al contempo rivendica e ostenta il suo intrinseco universalismo.
I politici che, volenti o nolenti, si fanno star si espongono però a rischi forti, come ben rivelano sia l’esperienza alla Casa Bianca di Obama sia questi primi mesi post-presidenziali. È una dinamica che alimenta, lo abbiamo visto bene, aspettative irrealistiche; proietta sul leader un’aura quasi messianica; lo allontana da quella realtà che deve conoscere per poter ambire a cambiare.
Il tempo ci dirà se Obama sia stato un grande presidente. Di certo, durante i suoi otto anni alla Casa Bianca sono state promosse politiche incisive e riforme importanti. E si è cercato di fare i conti con i rischi che abbiamo appena menzionato, attraverso il deliberato utilizzo di una retorica realista e gradualista, incline a evitare promesse irrealizzabili e a enfatizzare gli inevitabili compromessi imposti dalla quotidianità dell’agire politico. Attenta, inoltre, a proiettare continuamente un’immagine di normalità alla quale tanto hanno contribuito la famiglia e la moglie Michelle in particolare.
Anche se i bilanci sono prematuri, non altrettanto si può dire di questi primi mesi da ex Presidente. La scelta, istituzionalmente corretta, del basso profilo è stata ben presto disattesa. Le foto di Obama in vacanza sull’isola privata del patron di Virgin, Richard Bronson, hanno lasciato perplessi in molti. Che in questa fase storica, e con un miliardario alla Casa Bianca, avrebbero chiesto un altro messaggio. Poche settimane più tardi si è scoperto che Obama, il quale in passato non aveva mancato d’ironizzare sui cachet di Goldman Sachs a Hillary Clinton, sarebbe stato pagato 400mila dollari per intervenire a una conferenza sulla sanità organizzata dalla banca d’investimenti Cantor Fitzgerald (Barack e Michelle Obama hanno ottenuto più di 60milioni di dollari da Penguin come anticipo dei diritti delle loro memorie). Facili moralismi a parte, l’impressione è che Obama si sia calato pienamente, e con un certo compiacimento, in quel jet set globale nel quale sembra trovarsi davvero a suo agio. E che tutto ciò rischi di nuocere alla credibilità di quel messaggio politico che – dal cambiamento climatico all’ineguaglianza – nessun leader mondiale può oggi promuovere con la sua stessa forza e incisività.

Il Mattino, 10 aprile 2017