Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2017

Trump e il Russiagate

È una partita per il momento tutta interna al partito repubblicano quella del Russiagate: di una scandalo che potrebbe far deragliare sul nascere l’amministrazione Trump. Troppo deboli, divisi e incoerenti sono ancora i democratici, che anzi sembrano sperare di poter allungare la crisi per logorare la controparte e trarne un qualche vantaggio alle elezioni di mid-term del 2018. Insufficiente è, per quanto riguarda il Presidente, la strumentazione strettamente legale, poiché il passaggio ultimo sarebbe quello – tutto politico – dell’impeachment al Congresso. Troppo larghe, infine, sono le maggioranze repubblicane alla Camera e al Senato, soprattutto nel secondo, dove l’impeachment richiede il voto dei due terzi dei suoi membri e assai difficile appare anche una semplice riconquista democratica nel 2018 (tra i 34 seggi su 100 per i quali si voterà ben 25 sono infatti quelli che i democratici dovranno difendere).
Rispetto a queste dinamiche intra-repubblicane, tre sono le variabili cruciali che decideranno l’esito politico del Russiagate e, con esso, il futuro dell’amministrazione Trump. La prima, ovviamente, è rappresentata dalle scoperte che emergeranno nell’indagine condotta dal “procuratore speciale” Robert Mueller. Mueller è parso finora agire con piena autonomia e indipendenza al punto da decidere d’indagare perfino il Presidente per una possibile “ostruzione della giustizia”. Negli ultimi giorni è emersa la voce che Trump sarebbe tentato dall’idea di licenziarlo. Sarebbe una mossa improvvida e auto-lesionista, con riverberi a catena dentro lo stesso Dipartimento della Giustizia che metterebbe in rotta di collisione Trump con i più importanti membri repubblicani al Congresso. Più probabile, invece, che si scelga la linea adottata finora, nell’auspicio che l’omertà, la lealtà di molti collaboratori e, in ultimo, la portata limitata dello scandalo possano tutelare e proteggere Trump. Che, va detto, almeno fino a oggi ne è stato lambito molto meno di quanto non s’immaginasse.
La seconda variabile è rappresentata dalla base repubblicana: da un’opinione pubblica che ancor oggi sembra essere schierata massicciamente dalla parte del Presidente. Abbiamo visto in passato come questo sostegno sia difficilmente scalfibile e, di conseguenza, quanto difficile sia per importanti leader del partito criticare Trump senza pagare un pesante dazio politico e, in prospettiva, elettorale. A dispetto degli scandali e di un primo semestre di Presidenza a dir poco turbolento, tale sostegno rimane ancor oggi assai solido. Secondo i sondaggi Gallup circa l’85% degli elettori registrati come repubblicani dà un giudizio positivo dell’operato di Trump; una chiara maggioranza ritiene che anche se laddove pienamente provate, le ingerenze russe nella campagna elettorale, e le collusioni con alcuni consiglieri del Presidente, non costituirebbero un problema in sé rilevante. Per il momento Trump rimane insomma saldamente in sella e anche nuove, grande rivelazioni potrebbero alterare solo in parte questa variabile cruciale.
Terzo e ultimo: la reciproca dipendenza tra Trump e quelle maggioranze repubblicane al Congresso che potrebbero in ultimo tradirlo e abbatterlo. L’agenda repubblicana è solo agli inizi e abbisogna dell’appoggio del Presidente e del consenso che questo garantisce tra gli elettori del suo partito. Per certi aspetti, lo scandalo ha già determinato l’abbandono di una linea di politica estera – centrata sul riavvicinamento alla Russia di Putin – che molti senatori repubblicani avversavano e che hanno potuto infine affondare. Dai tagli alle tasse al rovesciamento della riforma sanitaria, molteplici sono i fronti rispetto ai quali la collaborazione è indispensabile (e le recenti critiche di Trump alle proposte in materia di sanità discusse dai repubblicani al Senato indicano chiaramente come il Presidente sappia di avere ancora molte frecce al suo arco). È ovviamente uno spregiudicato matrimonio d’interesse, quello tra le due parti. E tale è stato dal momento in cui Trump ha deciso di correre alle primarie del partito. Ma gl’interessi e il cinismo, come ben sappiamo, possono cementare o quantomeno tenere in vita anche le unioni più bizzarre e improbabili.
Il Mattino, 16 giugno 2017

Le ragioni della decisione di Trump

Nessuna sorpresa. La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul clima ratificato a Parigi nel dicembre 2015 era attesa e per molti aspetti scontata. Di fatto, le politiche adottate in questi primi mesi di presidenza avevano già posto gli Usa fuori dal percorso concordato nella capitale francese. A colpi di ordini esecutivi, direttive alle burocrazie federali e voti del Congresso si sta infatti procedendo da settimane a smantellare la regolamentazione introdotta da Obama per ridurre le emissioni nocive. Il legame e l’interdipendenza tra scelte interne e dinamiche globali sono qui assai stretti: promovendo un’azione incisiva nella lotta al cambiamento climatico, Obama aveva contribuito a rilanciare i negoziati internazionali; demolendo l’impianto legislativo e amministrativo introdotto dal suo predecessore, Trump mette in crisi il processo – di suo fragile e vulnerabile – avviato con l’accordo di Parigi.
Come si spiega questa scelta e quali possono essere le sue conseguenze, dentro e fuori gli Stati Uniti?
Le matrici si possono ricondurre a tre grandi spiegazioni. La prima è tutta politica. I sondaggi ci dicono che diversamente dall’Europa, negli Usa non vi è un ampio consenso sulle cause (e sulla natura ultima) del cambiamento climatico. Una recente indagine del Pew Research Center indica come una minoranza degli americani, appena il 27%, ritenga che vi sia accordo tra gli scienziati sul ruolo primario dell’agente umano nel determinare le trasformazioni del clima cui stiamo assistendo. Una percentuale, questa, che scende al 13% nel caso dei repubblicani conservatori, una netta maggioranza dei quali si dichiara invece convinto che gli studiosi siano mossi da convincimenti politici o da ambizioni di carriera. Ancora una volta, Trump si muove in sintonia con gli umori della sua base elettorale, che cavalca e alimenta, consapevole che ciò gli permette di mantenere una cruciale posizione di forza rispetto al suo partito.
La seconda spiegazione si lega agli interessi economici e ad alcune lobbies tradizionalmente schierate al fianco dei repubblicani. L’industria estrattiva, certamente, ma anche un settore automobilistico che, salvato sotto Obama, si è poi visto imporre standard sempre più stringenti in materia di efficienza e di consumi.
Terzo e ultimo, l’ideologia. Uscire da un impegno multilaterale serve per riaffermare che l’America la sua grandezza la può costruire e rilanciare da sola, sottraendosi ai vincoli e alle costrizioni prodotti da quei processi d’integrazione globale di cui l’inquinamento e il cambiamento climatico sono essi stessi in fondo manifestazione e causa. È un’illusione tutta ideologica, appunto, quella di chi crede che rispetto a tali dinamiche un paese possa agire unilateralmente, preservando la propria indipendenza e sovranità. Ma è un’illusione che può essere venduta con i codici di un nazionalismo estremo che Trump, a modo suo, ha dimostrato di saper maneggiare e gestire.
La conseguenza immediata è quella di mettere in crisi un regime globale di controllo della crescita di emissioni nocive che perde forza ed efficacia laddove viene a mancare il suo principale attore. Perché gli Usa sono superpotenza anche per il loro ruolo di primi generatori pro-capite di gas inquinanti. E se la partita politica rimane ovviamente aperta e sarà determinata dalle scelte future degli elettori americani, il tempo invece stringe su un pianeta fragile, che pare essere vittima una volta ancora d’ignoranza, pregiudizi e opportunismi.

Il Giornale di Brescia, 2 giugno 2017

Trump, il clima e gli eccezionalismi transatlantici

La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul clima firmato a Parigi nel dicembre 2015 era ormai inevitabile. Se vi è un ambito nel quale l’azione della nuova amministrazione è stata incisiva e rapida questo è sicuramente quello ambientale, dove ordini esecutivi, provvedimenti congressuali e precisi indirizzi dati alle burocrazie federali competenti hanno portato al rapido smantellamento della efficace regolamentazione introdotta durante i due mandati di Obama.
Gli Usa sono il paese, dopo la Cina, che produce più emissioni nocive in assoluto (e primeggiano se la misura viene rilevata pro-capite). Il valore pratico e simbolico di questa loro defezione è evidente. Come l’impegno di Obama, e la convergenza bilaterale con la Cina, erano stati in una certa misura funzionali all’accordo di Parigi, così la svolta trumpiana rovescia per il momento quel processo. I danni di questo grottesco negazionismo anti-scientifico li determineranno in ultimo gli elettori statunitensi con le loro scelte future. I sondaggi ci dicono che sulle tematiche ambientali l’America è divisa secondo linee che sono tanto politiche quanto generazionali. Ma ci dicono, anche, che sull’ambiente abbiamo una delle più profonde faglie di frattura oggi esistenti tra le due sponde dell’Atlantico. Recenti sondaggi mostrano infatti uno scarto marcato su questo tra Europa e Usa: laddove nella prima ampie maggioranze ritengono che il comportamento umano incida in modo importante, se non decisivo, sul cambiamento climatico, nei secondi la percentuale scende di molto (addirittura sotto il 15% nel caso degli elettori registrati come repubblicani secondo una rilevazione del Pew Research Center dell’ottobre 2016).
Come già si vide negli anni di Bush, quello ambientale diventa quindi uno degli ambiti ove l’acuta polarizzazione politica e culturale che esiste negli Stati Uniti si riverbera con più forza sulle relazioni transatlantiche. Anzi, esso sembra avere acquisito una valenza quasi identitaria, tanto per gli europei quanto per la destra statunitense. Per i primi è l’esempio della loro capacità di far fronte al lato oscuro e minaccioso dei processi d’integrazione globale che scandiscono l’era contemporanea; per la seconda è simbolo della capacità degli Usa d’isolarsi da tale dinamiche: di preservare un’indipendenza e una sovranità definite anche dalla possibilità d’inquinare e consumare senza remore e limiti.
Sono due auto-rappresentazioni specularmente eccezionaliste, quella dell’Europa-mondo e della fortezza-America. Sulla questione specifica, gli europei stanno chiaramente dalla parte della ragione e del buon senso, ma dispongono di armi davvero spuntate. Come abbiamo visto bene nel 2014-15, solo un serio impegno statunitense, e una contestuale collaborazione tra Washington e Pechino, possono produrre quella convergenza globale necessaria per contenere la crescita delle emissioni nocive. Nel caso degli Usa abbiamo invece l’ennesimo, ideologico esempio di un’irresponsabile illusione sovranista che un Presidente demagogo cavalca con spregiudicatezza e irresponsabilità. Un’illusione che peraltro stride con dinamiche in atto da tempo, che hanno prodotto una significativa emancipazione degli Usa dalla loro dipendenza da fonti fossili tradizionali (tra il 2006 e il 2016, ad esempio, vi è stato un calo del 53% dell’elettricità prodotta col carbone è una crescita del 5000% di quella generata grazie al solare).
Questo gap transatlantico ha, infine, importanti conseguenze politiche ed elettorali. Se Angela Merkel abbandona la sua nota cautela, e attacca Trump frontalmente come ha fatto negli ultimi giorni, lo fa non solo per gli evidenti disaccordi di merito o per assumere una leadership globale che è al di là dei mezzi e delle possibilità di Berlino. Molto più banalmente, l’opposizione anche dura agli Stati Uniti diventa uno strumento, assai efficace, con cui costruire consenso. Uno strumento doppiamente utile in un anno elettorale, come già il suo predecessore Gerhard Schröder ebbe modo di scoprire nel 2002, durante un’altra fase turbolenta e conflittuale delle relazioni euro-statunitensi.
L’esito finale è però una spaccatura che sublima le debolezze delle due parti: di un’Europa in una certa misura impotente e di un’America che sembra ripiegarsi inesorabilmente su se stessa, abdicando a un ruolo che nessun altro – nemmeno la Cina – può per il momento ambire a svolgere.

Il Mattino, 1 giugno 2017