Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2017

Velleitarismi macroniani

Ha sorpreso un po’ tutti la decisione di Emmanuel Macron d’invitare Donald Trump a trascorrere a Parigi la festa nazionale del 14 luglio. Il pretesto è rappresentato dal centennale dell’ingresso degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale e dalla volontà di riaffermare la solidità dell’alleanza franco-statunitense. Le logiche che sottostanno a questa strana iniziativa di Macron, le condizioni che la consentono e gli obiettivi che egli si propone di raggiungere sono plurimi.
Agisce in primo luogo un assunto consolidato, ancorché discutibile, della cultura strategica francese, secondo la quale le capacità militari di Parigi e la disponibilità a farne uso (in Siria come nei teatri delle operazioni africane di peacekeeping) farebbero della Francia un interlocutore privilegiato se non addirittura un partner speciale degli Stati Uniti. Cementato da un comune, sobrio realismo, questo legame non sarebbe scalfibile né dalle contingenze politiche né dalle distanze ideologiche, anche quelle più marcate come nel caso di Macron e Trump.
Vi è, in secondo luogo, la volontà di usare il rapporto con gli Usa per riequilibrare la marcata asimmetria che contraddistingue gli equilibri interni all’Unione Europea. Come sappiamo bene, negli ultimi anni la UE si è fatta vieppiù tedesco-centrica. Macron pensa evidentemente di poter usare questo presunto asse con Washington per affermare una centralità francese nelle relazioni transatlantiche da spendersi poi anche nel contesto europeo.
Può cercare di farlo, terzo aspetto, anche perché le elezioni sono alle spalle. Non deve fare i conti, il Presidente francese, con i condizionamenti elettorali e, di conseguenza, con la forte ostilità di larga parte delle opinioni pubbliche europee nei confronti di Donald Trump. Sondaggi recenti ci dicono che la popolarità di Trump in Francia è a livelli bassissimi: solo il 14% degli intervistati esprime fiducia nel Presidente americano; un anno fa, con Obama, la percentuale era dell’84%. Se si votasse a breve, difficilmente il candidato Macron potrebbe permettersi di trascorrere il 14 luglio in compagnia di Trump. Ma il problema per lui non si pone. Laddove la Merkel è spinta ad alzare la soglia della contrapposizione con l’amministrazione Usa nella consapevolezza che ciò le possa giovare alle urne, il calendario elettorale francese libera da Macron da tali vincoli.
Quarto e ultimo: l’incentivo, sempre presente per i nuovi leader europei, di usare la scena internazionale come strumento di rafforzamento politico se non di vera e propria legittimazione. Dalla sua elezione in poi, Macron ha cercato quasi ossessivamente l’interazione – a volte conflittuale a volte amichevole – con Trump. Il gioco appare evidente e a onor del vero anche piuttosto ingenuo. Ai francesi e al resto d’Europa sembra quasi si voglia comunicare che grazie alla sua nuova, dinamica guida, la Francia macroniana possa ambire a contenere l’irruenza di Trump, a moderarne le politiche e ad accompagnarne l’evoluzione sulla strada, solo temporaneamente abbandonata, di un tradizionale atlantismo.
Al presidente americano non parrà probabilmente vero di avere i riflettori dirottati per qualche ora lontano dagli Stati Uniti, dove divampa la polemica sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 e le collusioni con il suo staff e la sua stessa famiglia. Riflettori che peraltro torneranno presto ad accendersi assieme al rischio, piuttosto concreto, che sia questa amministrazione sia la grandeur transatlantica di Macron risultino effimeri quanto e più dei sogni di una notte di mezz’estate del 2017.

Il Giornale di Brescia, 14 luglio 2017

Lasciti obamiani

Mancano i numeri, al partito repubblicano, per far passare al Senato quella controriforma che avrebbe stravolto e smantellato Obamacare, il modello di sanità adottato con Obama. Per anni, i repubblicani avevano promesso di demolire quello che nella loro retorica era presentato come uno degli emblemi dell’obamismo: di un governo invasivo che estendeva senza remore il ruolo della mano pubblica e del potere federale. Alla prova dei fatti, però, questa promessa si è rivelata vuota e irrealistica. Due sono i percorsi che ora si prospettano. Il primo è fare poco o nulla, alimentando quell’incertezza che ha indotto molti gruppi assicurativi a uscire dai mercati locali, rendendo più difficile l’obiettivo primario di Obamacare di creare un mercato ampio di polizze tra le quali i “consumatori di sanità” possano scegliere. Il secondo è di rilanciare un dialogo bipartisan attraverso cui emendare la riforma di Obama, per sanare almeno alcune delle sue criticità. Una revisione, questa, sollecitata a suo tempo dai democratici che si infranse però sugli scogli del rigido ostruzionismo repubblicano.
Come si spiega questo fallimento del partito di Trump e quale potrà essere il suo impatto politico?
Tre sono le cause fondamentali della débâcle repubblicana al Senato. La prima, “di sistema”, consegue sia alla polarizzazione del sistema politico statunitense sia all’estrema radicalizzazione della Destra. In un simile contesto – che premia la demagogia urlata, l’intransigenza dogmatica e l’ostruzionismo a oltranza – è molto più sempice fare opposizione che governare. È molto più facile, insomma, fare ciò che i repubblicani hanno fatto durante gli anni di Obama alla Casa Bianca: rifiutare qualsiasi mediazione e compromesso, evitare di sporcarsi le mani e preservare assoluta purezza ideologica. Tra il 2010 e il 2014 la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana ha votato innumerevoli risoluzioni con le quali ci s’impegnava ad abrogare Obamacare. Risoluzioni puramente simboliche, queste, visto che mancava il voto del Senato e il Presidente avrebbe comunque posto il veto. Ma risoluzioni che hanno poi posto un cappio al collo degli avversari di Obama, vincolandoli all’impegno una volta conquistata la Presidenza con Trump e preservato la maggioranza nei due rami del Congresso.
La seconda spiegazione è rappresentata dai risultati della riforma. Che ha quasi dimezzato il numero di persone prive di copertura sanitaria (riducendole di circa 20 milioni), posto termine a pratiche inaccettabili per un paese civile (come quella di rifiutarsi di assicurare chi aveva dei problemi cronici di salute) ed esteso l’accesso alla sanità pubblica con il programma Medicaid. Una volta garantiti determinati diritti è difficile, se non impossibile, rovesciarli, come la crescente popolarità di Obamacare – anche in stati solidamente conservatori – ben evidenzia.
Terzo e ultimo, l’assenza di alternative alla riforma. Ovvero l’assenza di alternative di destra, ché una di sinistra – un sistema con un erogatore unico e pubblico di servizi medici simile a quelli europei – ovviamente esiste. Obamacare s’ispira infatti a progetti avanzati inizialmente da think tank conservatrici e adottati nel 2006 dal governo repubblicano del Massachusetts, guidato allora da Mitt Romney, avversario poi di Obama nel 2012.
Entrambe le soluzioni disponibili oggi – cercare di provocare l’eutanasia di Obamacare per via dell’inazione o riformarla e migliorarla attraverso una collaborazione bipartisan – rischiano di presentare un conto elettorale assai salato ai Repubblicani alle elezioni di medio-termine del 2018. E ci rivelano, una volta ancora, come la riforma sanitaria di Obama costituisca uno dei lasciti più importanti e profondi della sua Presidenza.

Il Giornale di Brescia, 19 luglio 2017

Senza egemoni

È immaginabile un ordine internazionale privo di un soggetto egemone capace d’imporre regole e norme? Capace cioè di far accettare, con un attento mix di coercizione e consenso, un’architettura essenziale che permetta di governare le complesse dinamiche del mondo d’oggi? Se la storia ci offre una bussola, questa ci mostra come l’assenza di tale soggetto abbia spesso avuto effetti destabilizzanti se non addirittura disgregatori.
Il G-20 di Amburgo e il viaggio centro-europeo di Donald Trump sembrano indicare come gli Usa non siano in grado di svolgere più questo ruolo. Ma ci dicono anche che sostituti non esistono per un paese ancor oggi nettamente superiore a tutti gli altri in termini di forza militare, dominio monetario, dinamismo economico (oltre che per la capacità di consumo del loro mercato interno, da cui continua a dipendere la crescita globale). Non può ambirvi ancora la Cina, che ama presentarsi come nuova custode dell’ordine liberale contemporaneo, ma che quell’ordine sta contribuendo a scardinare con le sue aggressive politiche commerciali, il suo rigido controllo della propria valuta, le sue sottaciute volontà di primato strategico in Estremo Oriente. Non può esserlo la Germania di Angela Merkel, rinchiusa dentro il suo spazio europeo, ancor oggi nano militare e, soprattutto, dipendente da politiche economiche centrate su strutturali, amplissimi surplus commerciali. E di certo non può esserlo la Russia putiniana, dove ai muscoli perennemente flessi del suo Presidente corrispondono dati economici imbarazzanti, propri di un paese sottosviluppato più che della potenza che Mosca pretenderebbe di essere (Il PIL pro-capite russo è circa il 15% di quello statunitense, ad esempio).
Restano quindi gli Usa. Che dai due mandati di Obama sono usciti in realtà rafforzati, con una disoccupazione al 4.4%, un PIL tornato ad aumentare come percentuale di quello globale, tassi di crescita per i quali noi europei faremmo la firma. Ma gli Stati Uniti sembrano avere scelto un’altra strada. Anzi, la natura ideologica di questa amministrazione e le sue necessità politiche immediate la spingono in una direzione che verrebbe voglia di definire come strutturalmente non-egemonica. Lo hanno crudamente rivelato le parole pronunciate da Donald Trump durante il discorso tenuto a Varsavia prima del vertice tedesco. Il lessico virulentemente occidentalista e i suoi cupi moniti – “la questione fondamentale della nostra epoca è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere”, ha affermato il Presidente – sono assai distanti dai codici di quell’universalismo inclusivo che ha contraddistinto il discorso di tutti i presidenti statunitensi del dopoguerra. L’ostentato unilateralismo, simboleggiato dalla decisione di abbandonare l’accordo di Parigi sul clima, rappresenta il controcanto diplomatico di questo discorso fondato sull’idea – statica e per tanti aspetti a-storica – di un inevitabile conflitto tra civiltà immutabili e impermeabili le une alle altre.
Le contraddizioni sono plurime. E nel rivendicare una presunta essenza cristiana e bianca della nazione statunitense, Trump di fatto pone un pezzo non marginale della sua stessa popolazione fuori dal perimetro che definirebbe cosa siano e debbano essere gli Stati Uniti. Le matrici politiche sono evidenti, perché la forza del Presidente dipende dalla perenne mobilitazione del suo elettorato di riferimento. Gli effetti sono però devastanti per gli Usa e, potenzialmente, per il resto del mondo, come l’ultimo, ricco sondaggio del Pew Center – che indica come il tasso di fiducia nel Presidente fuori dagli Usa sia sceso, nel passaggio da Obama a Trump, dal 64 al 22% – in fondo ben ci mostra.

Il Giornale di Brescia, 10 luglio 2017

Il G-20 di Amburgo

Vertici come quelli del G-20 svolgono tre diverse funzioni. La prima, riconosciuta e importante, è quella di promuovere una collaborazione multilaterale finalizzata a rafforzare (o creare) forme di governance globale ancora parziali. Il G-20 serve insomma per dare risposte concordate e incisive a crisi di vasta portata, per ampliare i beni pubblici offerti dalla comunità mondiale e per estendere una rete di norme e regole che disciplinino e facilitino le interazioni tra i soggetti di tale comunità. La seconda funzione, spesso sottaciuta e nondimeno visibile, è quella di operare come forum di confronto e scontro tra grandi potenze. Qui è la dimensione terrena e brutale della competizione di potenza che prevale; il multilaterale – per dirla con uno slogan – lascia il campo al multipolare. Terzo e ultimo, il G-20 – come tanti altri fora internazionali – è un palco dal quale i leader dei paesi partecipanti parlano all’opinione pubblica mondiale e, ancor più, a quella interna, dalla quale dipendono in molti casi le loro sorti politiche e la loro stessa legittimità.
Al di là dei generici comunicati finali, dell’ennesimo impegno russo-statunitense a collaborare in Siria e delle frasi di circostanza, è evidente come ad Amburgo abbiano prevalso decisamente la seconda e terza dimensione, perché non solo oggi è impossibile rivedere e potenziare l’architettura della governance mondiale, ma anche quella esistente appare sempre più fragile e contestata.
La partita multipolare si è giocata attorno al triangolo composto da Usa, Cina e un’Europa che, per buona pace di Macron, è ancora Berlino-centrica (la Russia, a dispetto dei muscoli perennemente flessi del suo Presidente, è soggetto marginale e in difficoltà, come evidenziano in modo impietoso i dati sulla sua economia). È un tripolarismo in parte fittizio, questo. L’Europa è attore oggettivamente più debole e le interdipendenze tra Washington e Pechino rimangono assai più profonde (e pericolose) di quelle dell’UE con i due giganti dell’ordine mondiale. Ma è un’Europa – quella a guida tedesca – che nell’attuale congiuntura pensa di avere un’opportunità per uscire dalla crisi degli ultimi anni e iniziare a pensarsi anch’essa come potenza, capace di affrancarsi parzialmente dalla dipendenza securitaria verso gli Stati Uniti.
Se letto in chiave di competizione multipolare, cosa ci dice questo G-20 amburghese? Quali sono le matrici di questa competizione? Le risorse e le possibilità di cui dispongono Europa e Stati Uniti?
Due risposte, generali e intrecciate, possono essere offerte. La prima è che i processi d’integrazione globale degli ultimi decenni hanno prodotto forme d’interdipendenza tanto profonde quanto diseguali. Questa interdipendenza asimmetrica è visibile in molteplici ambiti: dai monumentali squilibri della bilancia commerciale statunitense contro i quali si scaglia Trump a un gap militare tra Usa, Cina e resto del mondo accentuatosi ancor più nell’ultimo ventennio; da un’egemonia del dollaro che rimane incontestata a una gestione dei flussi migratori globali che ricade ora primariamente sull’Europa (e, come ben sappiamo, su alcuni paesi europei in particolare). Se l’interdipendenza da virtuosa si fa viziosa – se invece di generare crescita, ricchezza e scambio alimenta pericoli e tensioni – allora viene meno l’interesse a coltivarla e approfondirla; prevalgono cioè tentazioni unilaterali come quelle cui stiamo assistendo, che sono particolarmente visibili nel caso degli Usa di Trump, ma che non mancano anche alla Germania di Angela Merkel.
Una seconda ragione, tutta politica, va però aggiunta. I leader mondiali parlano a un pubblico che è sia globale sia nazionale. Dal secondo non possono prescindere soprattutto se, come nel caso della Merkel, il momento elettorale si avvicina. Secondo un sondaggio recente, e assai affidabile, del Pew Reseach Center, appena l’11% dei tedeschi dichiara oggi di avere fiducia nel Presidente statunitense; un anno fa, con Obama, questo indicatore era all’86%. Cavalcare l’onda di un anti-trumpismo alimentato dalla poca presentabilità dell’inquilino della Casa Bianca può insomma garantire un ottimo dividendo elettorale e addirittura rafforzare la leadership continentale di Berlino. Il potenziale egemonico tedesco si ferma nondimeno sulla soglia di un unilateralismo commerciale che le politiche della Merkel non solo non contrastano, ma finiscono per acuire. Lo stesso vale però per Trump, il cui lessico rozzamente occidentalista mobilita sì quel pezzo di opinione pubblica interna da cui dipendono le sorti della sua amministrazione, ma rende assai più debole e contestato il messaggio offerto al resto del mondo.
Il combinato disposto di due egemoni fragili e contradditori e di questa rivolta contro l’interdipendenza rischia in ultimo di innescare e accelerare pericolosissimi processi di disgregazione dell’ordine internazionale corrente, facilitando in realtà chi – la Cina di Xi Jinping – queste interdipendenze asimmetriche più di tutte ha sfruttato e alimentato.

Il Messaggero/Il Mattino, 9 luglio 2017