Mario Del Pero

Senza egemoni

È immaginabile un ordine internazionale privo di un soggetto egemone capace d’imporre regole e norme? Capace cioè di far accettare, con un attento mix di coercizione e consenso, un’architettura essenziale che permetta di governare le complesse dinamiche del mondo d’oggi? Se la storia ci offre una bussola, questa ci mostra come l’assenza di tale soggetto abbia spesso avuto effetti destabilizzanti se non addirittura disgregatori.
Il G-20 di Amburgo e il viaggio centro-europeo di Donald Trump sembrano indicare come gli Usa non siano in grado di svolgere più questo ruolo. Ma ci dicono anche che sostituti non esistono per un paese ancor oggi nettamente superiore a tutti gli altri in termini di forza militare, dominio monetario, dinamismo economico (oltre che per la capacità di consumo del loro mercato interno, da cui continua a dipendere la crescita globale). Non può ambirvi ancora la Cina, che ama presentarsi come nuova custode dell’ordine liberale contemporaneo, ma che quell’ordine sta contribuendo a scardinare con le sue aggressive politiche commerciali, il suo rigido controllo della propria valuta, le sue sottaciute volontà di primato strategico in Estremo Oriente. Non può esserlo la Germania di Angela Merkel, rinchiusa dentro il suo spazio europeo, ancor oggi nano militare e, soprattutto, dipendente da politiche economiche centrate su strutturali, amplissimi surplus commerciali. E di certo non può esserlo la Russia putiniana, dove ai muscoli perennemente flessi del suo Presidente corrispondono dati economici imbarazzanti, propri di un paese sottosviluppato più che della potenza che Mosca pretenderebbe di essere (Il PIL pro-capite russo è circa il 15% di quello statunitense, ad esempio).
Restano quindi gli Usa. Che dai due mandati di Obama sono usciti in realtà rafforzati, con una disoccupazione al 4.4%, un PIL tornato ad aumentare come percentuale di quello globale, tassi di crescita per i quali noi europei faremmo la firma. Ma gli Stati Uniti sembrano avere scelto un’altra strada. Anzi, la natura ideologica di questa amministrazione e le sue necessità politiche immediate la spingono in una direzione che verrebbe voglia di definire come strutturalmente non-egemonica. Lo hanno crudamente rivelato le parole pronunciate da Donald Trump durante il discorso tenuto a Varsavia prima del vertice tedesco. Il lessico virulentemente occidentalista e i suoi cupi moniti – “la questione fondamentale della nostra epoca è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere”, ha affermato il Presidente – sono assai distanti dai codici di quell’universalismo inclusivo che ha contraddistinto il discorso di tutti i presidenti statunitensi del dopoguerra. L’ostentato unilateralismo, simboleggiato dalla decisione di abbandonare l’accordo di Parigi sul clima, rappresenta il controcanto diplomatico di questo discorso fondato sull’idea – statica e per tanti aspetti a-storica – di un inevitabile conflitto tra civiltà immutabili e impermeabili le une alle altre.
Le contraddizioni sono plurime. E nel rivendicare una presunta essenza cristiana e bianca della nazione statunitense, Trump di fatto pone un pezzo non marginale della sua stessa popolazione fuori dal perimetro che definirebbe cosa siano e debbano essere gli Stati Uniti. Le matrici politiche sono evidenti, perché la forza del Presidente dipende dalla perenne mobilitazione del suo elettorato di riferimento. Gli effetti sono però devastanti per gli Usa e, potenzialmente, per il resto del mondo, come l’ultimo, ricco sondaggio del Pew Center – che indica come il tasso di fiducia nel Presidente fuori dagli Usa sia sceso, nel passaggio da Obama a Trump, dal 64 al 22% – in fondo ben ci mostra.

Il Giornale di Brescia, 10 luglio 2017

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