Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2017

Realismo e Principi

È stato un discorso tanto bellicoso e muscolare quanto vago e insipido quello pronunciato martedì notte da un Donald Trump di suo assai sotto tono e incline a ripetere passivamente le frasi che apparivano sul gobbo elettronico di fronte a lui. Il Presidente ha annunciato la decisione di alzare la soglia dell’impegno militare statunitense in Afghanistan con l’invio di alcune migliaia di soldati che andranno ad aggiungersi ai quasi 10mila attuali e, presumibilmente, col parallelo aumento del numero di contractors privati (oggi circa 25mila).
Gli obiettivi rimangono in larga misura gli stessi che hanno giustificato quella che negli anni è divenuta la “guerra americana” più lunga di sempre. Si vuole evitare l’implosione del fragile stato afghano che trasformerebbe il paese nuovamente in un santuario per gruppi terroristici e movimenti fondamentalisti; si crede possibile promuovere un efficace addestramento e rafforzamento delle forze armate di Kabul; si spera di poter usare questa presenza ormai permanente come strumento di pressione su un governo afghano debole e corrotto e su un partner pakistano ambiguo, inaffidabile e pericoloso.
Poco di nuovo, insomma. Obama usò simili giustificazioni per difendere la scelta dell’escalation in Afghanistan adottata nel 2009 e la successiva decisione di non procedere al promesso ritiro completo, mantenendo il contingente attualmente dispiegato. Una scelta che Trump a suo tempo criticò aspramente, ma nel cui solco sembra ora muoversi.
Cosa ci dicono questa decisione e la modalità – un discorso presidenziale al paese – utilizzata per comunicarla e spiegarla?
Tre risposte possono essere offerte. La prima, appunto, è la paradossale continuità strategica e discorsiva tra due amministrazioni, quella di Obama e quella di Trump, che più diverse non potrebbero essere o apparire. Come il suo predecessore, Trump ha apertamente rigettato le logiche e la retorica che avevano informato l’iniziale intervento militare in Afghanistan. “Non siamo qui a edificare delle nazioni” (a fare nation-building), ha dichiarato il Presidente, “ma ad uccidere dei terroristi”. Nessun idealismo ingenuo, candido o audace, insomma, ma un “realismo di forti principi” (principled realism) molto simile a quello più volte rivendicato da Obama.
La seconda indicazione è che l’establishment militare così ben rappresentato nell’amministrazione sembra voler ricondurre la politica estera e di sicurezza sotto il proprio pieno controllo, sottraendolo alle mani erratiche e incaute dei lealisti trumpiani, di loro fortemente indeboliti dalla rimozione di Steve Bannon, l’importante consigliere del Presidente che sognava una linea meno globalista e interventista. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster, il segretario della Difesa Mattis, il nuovo capo di gabinetto Kelly: i militari di cui si è circondato Trump sono tutti veterani dei conflitti in Iraq e Afghanistan; figure convinte che laddove correttamente applicate, le loro dottrine controinsurrezionali potranno sortire i risultati auspicati e indebolire terrorismo e radicalismo fondamentalista.
E questo ci porta al terzo e ultimo punto: l’Afghanistan come paradigma del tipo di guerra che la superpotenza statunitense è in grado di condurre. Una guerra permanente, a bassa intensità, opaca, infinita. Una guerra/non-guerra, verrebbe quasi voglia di dire. Un’azione che al di là delle promesse roboanti – “li sconfiggeremo facilmente”, ha garantito una volta ancora Trump – sembra mirare a contenere il danno e a schiacciare il più rapidamente le mille, infinite teste che l’Idra del terrorismo globale pare essere in grado di generare senza soluzione di continuità.

Il Giornale di Brescia, 23 agosto 2017

Monumenti, memorie e conflitti

Il variopinto e spaventevole mondo della destra alternativa (alt-right) statunitense che abbiamo visto in azione a Charlottesville, Virginia, aveva preso a pretesto per la propria dimostrazione la prossima rimozione della statua del famoso generale sudista Robert Lee. Rimozione contro la quale si sono mobilitati neonazisti, membri del Ku Klux Klan e i tanti gruppi razzisti bianchi che popolano la alt-right. Nel mentre, varie municipalità – a partire da quelle di Baltimora e di New Orleans – procedevano a demolire o trasferire monumenti che ricordano, e celebrano, la Confederazione sconfitta nella guerra civile del 1861-1865 e altri erano abbattuti da gruppi spontanei di manifestanti.
Chiunque abbia un minimo di familiarità con gli Stati Uniti, e con il Sud in particolare, sa bene quanto facile sia imbattersi in bandiere della Confederazione, memoriali e targhe che celebrano la causa sudista, statue di eroi confederali (come Lee) o, addirittura, di noti politici segregazionisti. Secondo alcune stime esse supererebbero le 1500 in totale.
Che cosa ci dice questo scontro sui simboli di una memoria che non solo rimane divisa, ma continua ad alimentare fratture e tensioni? In che modo si lega all’attuale clima politico?
Proviamo ad andare con ordine, partendo dal cuore della questione: la natura pienamente politica – e quindi inevitabilmente controversa – dei monumenti in oggetto. La gran parte di essi fu installata non a ridosso della guerra civile, ma in due periodi di molto successivi: negli anni Dieci/Venti e in quelli Cinquanta/Sessanta del Novecento. Ossia in due fasi storiche nelle quali una parte di America bianca cercava di riaffermare anche con la violenza la gerarchia razziale fondativa del paese o di resistere alla grande mobilitazione del movimento per i diritti civili che avrebbe portato, almeno de jure, alla fine della segregazione razziale nel Sud.
La persistenza e diffusione di questi monumenti sembra segnalare due cose. La prima è che la battaglia sulla memoria della Guerra Civile è rimasta aperta e, anzi, in una parte degli Stati Uniti essa sembra aver visto prevalere chi quella guerra la perse. La seconda è che un pezzo di America, certo minoritario ma affatto marginale, a quei simboli continua ad aggrapparsi per trovare conferma dell’idea, normativa ed essenzialista, che gli Usa siano e debbano rimanere un paese bianco e cristiano.
In tempi di contenute tensioni razziali, la situazione sarebbe probabilmente gestibile, come peraltro è stato in un passato nemmeno troppo lontano, quando vi furono vari casi di trasferimento di monumenti lontano da spazi pubblici noti e condivisi o si promosse uno sforzo pedagogico di loro contestualizzazione storica, con lo spostamento in musei o in luoghi appositi. Nel clima sovraccarico di oggi una simile azione diventa assai più complessa se non impossibile. Laddove la razza, la “linea del colore”, torna a rappresentare uno dei catalizzatori primari della contrapposizione politica, la valenza ideologica di questi monumenti – il loro significato originario ultimo – rioccupa il centro della scena. Essi tornano a simboleggiare, cioè, discriminazione e oppressione razziale. Abbatterli o salvarli sembra acquisire quasi una valenza catartica per le due parti, in un paese che col proprio passato ha fatto i conti in modo assai parziale e selettivo e che nel clima violento e polarizzato di oggi vede riaffiorare demoni di una storia ancor viva e lacerante.

Il Giornale di Brescia, 18 agosto 2017

Razionalità e pericoli

A dispetto delle apparenze, e della retorica binaria e grossolana dispiegata da entrambi, sono due soggetti razionali, fin troppo razionali, quelli che oggi si fronteggiano a Washington e Pyongyang. Ed è proprio la iper-razionalità di Donald Trump e Kim Jong-un a rendere l’attuale crisi così pericolosa.
Tre sono gli obiettivi che entrambe le parti si propongono di raggiungere con le loro minacce e il loro lessico esplosivo. Nel caso di Kim, si tratta in primo luogo di affermare la credibilità del deterrente nucleare di cui la Corea del Nord oggi dispone. Un deterrente, questo, probabilmente più sofisticato e ampio di quanto non si credesse, ma la cui efficacia ultima dipende, appunto, dall’asserita prontezza a farne uso. L’arma nucleare dovrebbe garantire al regime nordcoreano di evitare la sorte subita in tempi recenti da altri avversari degli Usa (il precedente della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein è spesso evocato). Magnificare il potenziale di cui si dispone ed enfatizzarne la disponibilità a usarlo sono funzionali a rafforzare l’effetto di deterrenza che le armi nucleari offrono. Anche perché – ed è questa la seconda spiegazione dell’atteggiamento di Kim – mettere in sicurezza il regime serve a creare quella cornice entro la quale si può promuovere l’apertura, controllata e pilotata, dell’economia nordocoreana che era stata in parte abbozzata negli anni passati. Il modello cui si guarda, in questo caso, è quello cinese: ossia quello di un sistema autoritario capace di gestire dall’alto una liberalizzazione che ha finito per rafforzarlo e, in una certa misura, rilegittimarlo. Il terzo e ultimo obiettivo è di usare il nemico assoluto e la minaccia esistenziale che questo rappresenterebbe per costruire consenso interno: per rafforzare un dittatore e un sistema la cui forza e tenuta sono forse più deboli di quanto non appaia.
È un obiettivo, questo, che in una qualche misura accomuna Kim Jong-un e Trump. Anche il Presidente statunitense ha un ovvio interesse politico ad alzare la soglia della tensione con l’avversario. Essa costituisce un evidente diversivo rispetto alle pressanti difficoltà con le quali Trump deve fare oggi i conti, a partire dall’inchiesta sulle presunte collusioni con la Russia durante la campagna elettorale. E la minaccia esterna – rappresentata da un paese pronto addirittura a colpire gli Stati Uniti con armi nucleari – gli permette di mobilitare l’opinione pubblica su un tema di politica estera e di sicurezza che è aggregante e rispetto al quale vi è un sostegno ampio e trasversale. Trump è però mosso anche da altri due ordini di considerazioni. Il primo riflette un preciso ragionamento strategico: l’idea che la linea del compromesso e della mediazione non abbia pagato; che solo intensificando le pressioni si possano generare le condizioni per un mutamento di rotta all’interno della Corea del Nord o, quantomeno, la formazione di un ampio fronte internazionale capace di mettere in quarantena il regime di Pyongyang. Il secondo rimanda ancora una volta alla questione della (e alla ossessione per la) credibilità. Quella degli Usa, l’unica vera superpotenza mondiale, che – si asserisce – non può tollerare la provocazione nordcoreana pena la perdita d’influenza su altri teatri e dossier.
La storia delle relazioni internazionali ci ricorda però che logiche razionali non implicano autonomamente comportamenti ragionevoli, a maggior ragione se i leader sono figure volubili e, forse, impreparate come i protagonisti di questa crisi. E il rischio di escalation, nella iper-armata penisola coreana ben più che sul teatro transpacifico, rimane estremamente elevato.

Il Giornale di Brescia, 12 agosto 2016

Sark-ron?

L’elezione di Emmanuel Macron era stata salutata con entusiasmo dalle forze della sinistra moderata europea che invocavano il rilancio del progetto europeista, temevano l’ascesa di populismi nazionalisti e regionalisti, e auspicavano una risposta forte all’elezione di Donald Trump e al messaggio anti-atlantico che questa rappresentava.
A tre mesi dall’insediamento di Macron, possiamo dire che l’entusiasmo era prematuro e non poco ideologico. Certo, l’alternativa era di gran lunga peggiore per l’UE e la netta sconfitta di Marine LePen offriva ragione di celebrazione. Sulle principali questioni di politica estera, però, Macron sembra voler seguire i dettami di una tradizionale politica di potenza francese più che l’approccio europeista sognato da molti. Si muove cioè nel solco di un gaullismo temperato che rivela molte assonanze con gli anni di Sarkozy all’Eliseo. Lo abbiamo visto bene nelle prese di posizione sui migranti, nelle iniziative diplomatiche unilaterali sulla Libia, nell’ortodossa difesa delle imprese nazionali, nel bizzarro tentativo di costruire una sorta di rapporto privilegiato e paritario con Donald Trump (e le interazioni ad alto tasso di machismo con il Presidente statunitense paiono costituire un elemento chiave della simbologia macroniana, tutta tesa a rimarcare la rinnovata centralità francese nel contesto internazionale).
Cosa muove e spiega questi atteggiamenti? Soprattutto, quanto realistica è la linea finora adottata?
Vi è, appunto, l’ostentata affermazione dell’impegno a difendere senza cedimenti l’interesse nazionale del paese, scontrandosi se necessario con gli stessi partner europei. Opera il convincimento che la Francia disponga di risorse di potenza – a partire da quelle militari – che possono essere spese per ottenere vari dividendi diplomatici. E agisce, infine, un preciso calcolo politico: l’idea, cioè, che il basso profilo di Hollande abbia contribuito a eroderne consenso e popolarità; che esibire i muscoli, rimarcando il peso e il ruolo della Francia in Europa e nel mondo, possa contribuire a rafforzare l’immagine di Macron come leader dinamico e incisivo.
Non mancano, anche da noi, gli ammiratori del giovane Presidente francese. Coloro che chiedono di prenderne a modello l’inflessibile impegno a tutelare e promuovere l’interesse della nazione. Molto vi sarebbe da dire su un concetto – quello appunto d’“interesse nazionale” – non di rado declinato in modo statico e a-storico; senza la consapevolezza, cioè, che per la Francia come per gli altri principali attori europei esso sia stato perseguito con più efficacia quando inserito dentro una cornice europea (come gli agricoltori francesi dovrebbero peraltro ben sapere). Indebolire l’Europa nel tentativo di bilanciare l’indiscussa superiorità tedesca, come Macron e i suoi consiglieri vorrebbero fare, rischia insomma di danneggiare lo stesso interesse della Francia.
Quel che però più colpisce di queste prime scelte politiche, e della retorica che le accompagna, è il loro evidente velleitarismo. Per fare una simile politica di potenza bisogna avere risorse di cui la Francia, da sola, proprio non dispone. Lo evidenziano, implacabili, i dati sulla competitività economica del paese: dall’alto tasso di disoccupazione a un PIL e una produttività che crescono poco a un sistema educativo efficiente, sì, nel produrre élites riconosciute, molto meno nel formare una forza lavoro qualificata e adattabile. E lo rivela, con disarmante chiarezza, una bilancia commerciale che mostra un -3/4% annuo (contro il + 7/8% della Germania) e un saldo attivo con gli Usa che è solo la metà di quello italiano e meno di un quarto di quello tedesco. È da questi dati, più che dalle interminabili strette di mano con Trump, che Macron farebbe bene a partire nel suo tentativo di rinnovare una Francia che, senza Europa o con un’UE ancor più debole, può fare davvero poco o nulla.

Il Giornale di Brescia, 7 agosto 2017