Mario Del Pero

Razionalità e pericoli

A dispetto delle apparenze, e della retorica binaria e grossolana dispiegata da entrambi, sono due soggetti razionali, fin troppo razionali, quelli che oggi si fronteggiano a Washington e Pyongyang. Ed è proprio la iper-razionalità di Donald Trump e Kim Jong-un a rendere l’attuale crisi così pericolosa.
Tre sono gli obiettivi che entrambe le parti si propongono di raggiungere con le loro minacce e il loro lessico esplosivo. Nel caso di Kim, si tratta in primo luogo di affermare la credibilità del deterrente nucleare di cui la Corea del Nord oggi dispone. Un deterrente, questo, probabilmente più sofisticato e ampio di quanto non si credesse, ma la cui efficacia ultima dipende, appunto, dall’asserita prontezza a farne uso. L’arma nucleare dovrebbe garantire al regime nordcoreano di evitare la sorte subita in tempi recenti da altri avversari degli Usa (il precedente della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein è spesso evocato). Magnificare il potenziale di cui si dispone ed enfatizzarne la disponibilità a usarlo sono funzionali a rafforzare l’effetto di deterrenza che le armi nucleari offrono. Anche perché – ed è questa la seconda spiegazione dell’atteggiamento di Kim – mettere in sicurezza il regime serve a creare quella cornice entro la quale si può promuovere l’apertura, controllata e pilotata, dell’economia nordocoreana che era stata in parte abbozzata negli anni passati. Il modello cui si guarda, in questo caso, è quello cinese: ossia quello di un sistema autoritario capace di gestire dall’alto una liberalizzazione che ha finito per rafforzarlo e, in una certa misura, rilegittimarlo. Il terzo e ultimo obiettivo è di usare il nemico assoluto e la minaccia esistenziale che questo rappresenterebbe per costruire consenso interno: per rafforzare un dittatore e un sistema la cui forza e tenuta sono forse più deboli di quanto non appaia.
È un obiettivo, questo, che in una qualche misura accomuna Kim Jong-un e Trump. Anche il Presidente statunitense ha un ovvio interesse politico ad alzare la soglia della tensione con l’avversario. Essa costituisce un evidente diversivo rispetto alle pressanti difficoltà con le quali Trump deve fare oggi i conti, a partire dall’inchiesta sulle presunte collusioni con la Russia durante la campagna elettorale. E la minaccia esterna – rappresentata da un paese pronto addirittura a colpire gli Stati Uniti con armi nucleari – gli permette di mobilitare l’opinione pubblica su un tema di politica estera e di sicurezza che è aggregante e rispetto al quale vi è un sostegno ampio e trasversale. Trump è però mosso anche da altri due ordini di considerazioni. Il primo riflette un preciso ragionamento strategico: l’idea che la linea del compromesso e della mediazione non abbia pagato; che solo intensificando le pressioni si possano generare le condizioni per un mutamento di rotta all’interno della Corea del Nord o, quantomeno, la formazione di un ampio fronte internazionale capace di mettere in quarantena il regime di Pyongyang. Il secondo rimanda ancora una volta alla questione della (e alla ossessione per la) credibilità. Quella degli Usa, l’unica vera superpotenza mondiale, che – si asserisce – non può tollerare la provocazione nordcoreana pena la perdita d’influenza su altri teatri e dossier.
La storia delle relazioni internazionali ci ricorda però che logiche razionali non implicano autonomamente comportamenti ragionevoli, a maggior ragione se i leader sono figure volubili e, forse, impreparate come i protagonisti di questa crisi. E il rischio di escalation, nella iper-armata penisola coreana ben più che sul teatro transpacifico, rimane estremamente elevato.

Il Giornale di Brescia, 12 agosto 2016

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