Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2017

Problemi Universitari

Un altro scandalo, le cui dimensioni e portata sono peraltro ancora da comprendere appieno. E l’università italiana torna a essere nell’occhio del ciclone. Intendiamoci, di problemi essa ne ha molteplici. Ma l’approssimazione con cui se ne parla e le caricature che spesso se ne fanno servono a poco o nulla. E di certo non aiutano a migliorarla.
Proviamo a elencarli, questi problemi e i tanti cortocircuiti che essi hanno finito per alimentare. Facciamolo, però, tenendo ben a mente sia la penuria di risorse di cui l’università soffre (secondo le stime OCSE, in proporzione al PIL, l’Italia investe in ricerca e sviluppo circa il 40/45% in meno rispetto alla media UE) sia la propensione a mal utilizzare tale risorse, sperperandole in mille, spesso inutili rivoli. Investire di più e investire meglio – come altri paesi europei stanno facendo – è, o dovrebbe essere, precondizione essenziale di qualsiasi riforma e miglioramento. E costituisce la fondamentale premessa del tentativo di affrontare due criticità strutturali dell’università italiana. La prima è rappresentata dal monumentale deficit di mobilità del corpo docente. Che spesso passa tutta la sua carriera nello stesso ateneo e nello stesso dipartimento. Le università tendono a essere chiuse e impermeabili; prevalgono pratiche endogamiche di selezione e promozione di chi le abita. Frequenti, troppo frequenti, sono i casi di percorsi – dalla laurea al dottorato fino alla docenza – avvenuti sempre allo stesso indirizzo civico. Le cause di questa scarsa mobilità, così vitale per qualsiasi circolazione del sapere e apertura al cambiamento, sono plurime. Alcune sono finanche comprensibili: si preferisce investire su qualcuno che si conosce, che dà garanzie, che ha fatto una lunga, sottopagata gavetta e che ha maturato evidenti “crediti” da riscuotere. Le conseguenze sono però devastanti, con concorsi universitari fatti spesso per sistemare più che per selezionare e con un processo ormai globale di circolazione dei saperi alla quale l’università italiana, anche per il suo basso grado d’internazionalizzazione, partecipa quasi esclusivamente in uscita. E questo ci porta alla seconda criticità: l’assenza di programmazione dell’ultimo ventennio, quando a una progressiva contrazione delle possibilità di reclutamento è corrisposto a lungo un ipertrofico ampliamento del percorso propedeutico al diventare docenti universitari: vi è stato, in altre parole, uno squilibrio macroscopico tra il numero di dottorati (il percorso di specializzazione triennale post-laurea) e di finanziamenti post-dottorali a tempo determinato e le capacità del sistema di assorbire poi questi aspiranti docenti e ricercatori. Si è così creato un vasto corpo di precari, che alla quotidianità dell’università non di rado contribuiscono insegnando e facendo esami, ma che in quella università non entreranno in realtà mai. È un corpo vasto e differenziato, questo, abitato – è fondamentale ricordarlo – sia da ottimi ricercatori sia da persone che non dovrebbero mai essere giunte fin lì. Ma che nel sistema bloccato e impermeabile odierno viene invariabilmente rappresentato come unitariamente meritevole e discriminato (ed è questo un altro dei cortocircuiti dell’attuale dibattito pubblico sull’università).
Soluzioni facili non ve ne sono, anche se progressi non marginali sono stati compiuti, a partire da quel processo di abilitazione nazionale oggi al centro dello scandalo. Che in realtà se ben applicato, e in molti casi finora lo è stato, offre un primo, fondamentale filtro per selezionare chi ha titoli, meriti e capacità per fare questo mestiere e chi no.

Il Giornale di Brescia, 28 settembre 2017

Trump dans un cul-de-sac

Non vi sono soluzioni semplici a un problema e a una minaccia – quelli rappresentati dalla Corea del Nord e dal suo arsenale nucleare – che negli anni sembrano essersi fatti intrattabili. Contribuendo alla escalation cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, Donald Trump pare però avere fatto il gioco di Kim Jong-un ed essersi infilato in un vicolo cieco.

Nella loro primitiva rozzezza, le logiche che sottostanno alle iniziative del dittatore nordcoreano hanno una intrinseca coerenza. Sfruttando condizioni strutturali non modificabili – su tutte lo stato di militarizzazione estrema della penisola coreana – e accelerando il programma di sviluppo nucleare e missilistico, Kim si propone di raggiungere diversi obiettivi. In primo luogo rafforza il prestigio suo e di un regime che all’arma atomica attribuisce una funzione quasi identitaria: che serve a concretizzare quella rappresentazione della Corea del Nord come di una grande potenza globale. Nel farlo, e nel generare la ferma reazione degli Usa e della comunità internazionale, si compatta attorno al suo leader un paese da sempre mobilitato in risposta alle minacce esistenziali esterne: presunte, reali o debitamente artefatte. Alla dimensione ideologica si somma quella precipuamente strategica centrata sulla funzione deterrente del nucleare che offre la miglior polizza possibile contro azioni di rovesciamento con la forza del regime, simili a quelle che in tempi recenti hanno portato alla caduta (e uccisione) di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi. Alla strategia fa da controcanto la geopolitica. Kim usa deliberatamente il suo crescente arsenale per scuotere un’architettura di sicurezza regionale della quale gli Usa sono il perno. Lo fa consapevole che le sue iniziative alimentano tensioni nell’alleanza tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud, spingono il Giappone a riarmi unilaterali visti con preoccupazione da molti soggetti dell’area e rendono ancor più complessi i rapporti tra Washington e Pechino. L’ordine regionale americano-centrico, che tra le altre funzioni ha anche quelle di contenere e isolare Pyongyang, rischia insomma di uscire pesantemente destabilizzato. Quarto e ultimo: la dimensione economica. Come in passato, la Corea del Nord spera di poter usare la minaccia di cui si fa portatrice come arma per ottenere aiuti e negoziare accordi. Passata la fase dell’escalation e contenuti (grazie alla Cina) gli effetti delle sanzioni, il nucleare e i missili potrebbero cioè rappresentare un utile strumento da mettere sul tavolo delle trattative.

Per Kim i rischi sono ovviamente elevatissimi, anche se nessuno – a partire da Pechino – vuole l’implosione di un regime i cui riverberi si farebbero sentire su tutta la regione. La tentazione di alimentare la spirale dell’escalation si è però rivelata irresistibile per Trump. Che in una crisi internazionale ha intravisto un possibile vantaggio politico in una fase di grande difficoltà per la sua amministrazione; e che ha sperato di poter usare la situazione per indurre la Cina ad esercitare maggiori pressioni su Kim. Il tornaconto non vi è però stato. A dispetto delle dichiarazioni, Pechino ha mantenuto una linea cauta e passiva, consapevole forse anche della sua limitata capacità di condizionamento delle scelte del dittatore nordcoreano. Negli Stati Uniti, il lungo retaggio anti-interventista generato dalle fallimentari guerre in Iraq e in Afghanistan – e sul quale Trump ha in parte costruito le sue fortune elettorali – continua a condizionare umori e preferenze dell’opinione pubblica, tanto che la crisi non sembra aver inciso sul consenso di cui gode il Presidente.

In realtà, scorciatoie non esistono. Con le soli armi convenzionali di cui dispone, la Corea del Nord è in grado di colpire la Corea del Sud, il Giappone e le forze armate statunitensi di stanza nella regione, causando decine, forse centinaia, di migliaia di vittime. E nel gioco simbolico che è così centrale nella crisi, l’escalation ha finito solo per favorire quella parte che, per quanto infinitamente più debole e vulnerabile, ne ha finora dettato i tempi e le fasi.

Il Mattino 17 settembre 2017

The Summer of Trump

Con il disastro provocato in Texas dall’uragano Harvey si chiude un’estate assai difficile per Donald Trump. Che si trova a fronteggiare molteplici dossier di politica estera, a partire ovviamente da quello nordcoreano. E che è in chiara difficoltà anche sul piano interno, come evidenziato da alcuni eclatanti fallimenti (su tutti il tentativo di affondare la riforma sanitaria di Obama), dall’impressionante turnover dentro l’amministrazione e da tassi d’impopolarità che non hanno precedenti nella storia recente del paese. Secondo l’ultima rilevazione Gallup, solo il 35% degli americani approva oggi l’operato di Trump, quasi trenta punti percentuali in meno rispetto alla media dei presidenti statunitensi del dopoguerra durante il loro primo anno in carica.
Più che a governare, Trump sembra dedicare una parte preponderante del suo tempo a polemizzare con i media, gli avversari politici e, sempre più frequentemente, gli stessi leader repubblicani al Congresso.
L’impressione, insomma, è quella di un logoramento ineluttabile, acuito dagli scandali che pendono sulla testa del Presidente, su tutti quello delle ingerenze russe nel ciclo elettorale del 2016, per le quali Trump potrebbe rischiare addirittura l’impeachment.
Eppure, la sua posizione è più solida di quanto non si creda. Il Presidente e la sua amministrazione dispongono ancora di un capitale politico non marginale. Questo per almeno tre ragioni.
La prima è che dopo mesi caotici e disordinati, sembra che un po’ di disciplina sia stata infine portata nella squadra di governo. Alcune delle figure più controverse e conflittuali – ultime in ordine di tempo Steve Bannon e Sebastian Gorka – sono state messe alla porta e il gruppo di generali di cui si è circondato Trump pare ora dominare l’amministrazione e aver posto sotto tutela lo stesso, ingestibile Presidente. Quella iniziata con l’insediamento di Trump nel gennaio scorso sarebbe stata insomma una lunga, confusa transizione, accentuata da quel mix di radicalismo e dilettantismo che ha contraddistinto tutta la parabola politica del miliardario newyorchese, ma che ora volgerebbe al termine a favore di una linea più sobria, professionale e tradizionalmente conservatrice.
Il secondo elemento di forza di Trump è rappresentato da una base di elettori repubblicani che, sondaggi alla mano, non lo ha ancora abbandonato (anche se tra questi l’approvazione nei suoi confronti sarebbe scesa dal 90 all’80% tra gennaio e oggi). È questa la variabile politica cruciale, perché solo un conflitto aperto dentro il partito repubblicano può mettere davvero in crisi l’amministrazione. Trump ha la possibilità di usare questo sostegno per minacciare senatori e deputati del suo stesso partito, ad esempio sostenendo candidati alternativi alle prossime primarie del 2018, evitando così diserzioni che lo renderebbero ancora più debole.
Anche perché – terzo e ultimo aspetto – è difficile immaginare che nelle prossime elezioni del 2018 i democratici possano riconquistare la maggioranza in una delle due camere. Tutto può accadere, ovviamente, ma il partito democratico versa esso stesso in uno stato di profonda crisi e si confronta con condizioni strutturali che ne limitano la competitività alla Camera – dove perversi meccanismi elettorali e un’inefficiente distribuzione della sua base di votanti lo obbligano a raccogliere diversi milioni di voti in più per ambire alla maggioranza – e al Senato (dove tra i 33 seggi in palio l’anno prossimo ben 25 sono già controllati dai democratici).
Alla fine dei conti, il peggiore nemico di Trump – e la principale minaccia alla sua Presidenza – sembra essere Trump stesso: la sua impreparazione, la sua indisciplina, la sua aggressività. Non è poco, ci mancherebbe; ma non è certo sufficiente per affondarne prematuramente l’esperienza presidenziale.

Il Giornale di Brescia, 2 settembre 2017