Mario Del Pero

Problemi Universitari

Un altro scandalo, le cui dimensioni e portata sono peraltro ancora da comprendere appieno. E l’università italiana torna a essere nell’occhio del ciclone. Intendiamoci, di problemi essa ne ha molteplici. Ma l’approssimazione con cui se ne parla e le caricature che spesso se ne fanno servono a poco o nulla. E di certo non aiutano a migliorarla.
Proviamo a elencarli, questi problemi e i tanti cortocircuiti che essi hanno finito per alimentare. Facciamolo, però, tenendo ben a mente sia la penuria di risorse di cui l’università soffre (secondo le stime OCSE, in proporzione al PIL, l’Italia investe in ricerca e sviluppo circa il 40/45% in meno rispetto alla media UE) sia la propensione a mal utilizzare tale risorse, sperperandole in mille, spesso inutili rivoli. Investire di più e investire meglio – come altri paesi europei stanno facendo – è, o dovrebbe essere, precondizione essenziale di qualsiasi riforma e miglioramento. E costituisce la fondamentale premessa del tentativo di affrontare due criticità strutturali dell’università italiana. La prima è rappresentata dal monumentale deficit di mobilità del corpo docente. Che spesso passa tutta la sua carriera nello stesso ateneo e nello stesso dipartimento. Le università tendono a essere chiuse e impermeabili; prevalgono pratiche endogamiche di selezione e promozione di chi le abita. Frequenti, troppo frequenti, sono i casi di percorsi – dalla laurea al dottorato fino alla docenza – avvenuti sempre allo stesso indirizzo civico. Le cause di questa scarsa mobilità, così vitale per qualsiasi circolazione del sapere e apertura al cambiamento, sono plurime. Alcune sono finanche comprensibili: si preferisce investire su qualcuno che si conosce, che dà garanzie, che ha fatto una lunga, sottopagata gavetta e che ha maturato evidenti “crediti” da riscuotere. Le conseguenze sono però devastanti, con concorsi universitari fatti spesso per sistemare più che per selezionare e con un processo ormai globale di circolazione dei saperi alla quale l’università italiana, anche per il suo basso grado d’internazionalizzazione, partecipa quasi esclusivamente in uscita. E questo ci porta alla seconda criticità: l’assenza di programmazione dell’ultimo ventennio, quando a una progressiva contrazione delle possibilità di reclutamento è corrisposto a lungo un ipertrofico ampliamento del percorso propedeutico al diventare docenti universitari: vi è stato, in altre parole, uno squilibrio macroscopico tra il numero di dottorati (il percorso di specializzazione triennale post-laurea) e di finanziamenti post-dottorali a tempo determinato e le capacità del sistema di assorbire poi questi aspiranti docenti e ricercatori. Si è così creato un vasto corpo di precari, che alla quotidianità dell’università non di rado contribuiscono insegnando e facendo esami, ma che in quella università non entreranno in realtà mai. È un corpo vasto e differenziato, questo, abitato – è fondamentale ricordarlo – sia da ottimi ricercatori sia da persone che non dovrebbero mai essere giunte fin lì. Ma che nel sistema bloccato e impermeabile odierno viene invariabilmente rappresentato come unitariamente meritevole e discriminato (ed è questo un altro dei cortocircuiti dell’attuale dibattito pubblico sull’università).
Soluzioni facili non ve ne sono, anche se progressi non marginali sono stati compiuti, a partire da quel processo di abilitazione nazionale oggi al centro dello scandalo. Che in realtà se ben applicato, e in molti casi finora lo è stato, offre un primo, fondamentale filtro per selezionare chi ha titoli, meriti e capacità per fare questo mestiere e chi no.

Il Giornale di Brescia, 28 settembre 2017

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1 Commento

  1. serge noiret

    Certo la sedentarietà del corpo docente è un male attavico in Italia come lo descrivi tu, ma come si può fare quando un esterno ti costa 3 o 4 volte di più di un interno su un posto identico… E’ ovvio che gli atenei preferiscono mandare in avanti chi già c’è.. e questo rinvia a quel che descrivi della vergognosa desafezione finanziaria dei governi successivi quando si è trattato e si tratta di finanziare scuola, università e ricerca

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