Mario Del Pero

The Summer of Trump

Con il disastro provocato in Texas dall’uragano Harvey si chiude un’estate assai difficile per Donald Trump. Che si trova a fronteggiare molteplici dossier di politica estera, a partire ovviamente da quello nordcoreano. E che è in chiara difficoltà anche sul piano interno, come evidenziato da alcuni eclatanti fallimenti (su tutti il tentativo di affondare la riforma sanitaria di Obama), dall’impressionante turnover dentro l’amministrazione e da tassi d’impopolarità che non hanno precedenti nella storia recente del paese. Secondo l’ultima rilevazione Gallup, solo il 35% degli americani approva oggi l’operato di Trump, quasi trenta punti percentuali in meno rispetto alla media dei presidenti statunitensi del dopoguerra durante il loro primo anno in carica.
Più che a governare, Trump sembra dedicare una parte preponderante del suo tempo a polemizzare con i media, gli avversari politici e, sempre più frequentemente, gli stessi leader repubblicani al Congresso.
L’impressione, insomma, è quella di un logoramento ineluttabile, acuito dagli scandali che pendono sulla testa del Presidente, su tutti quello delle ingerenze russe nel ciclo elettorale del 2016, per le quali Trump potrebbe rischiare addirittura l’impeachment.
Eppure, la sua posizione è più solida di quanto non si creda. Il Presidente e la sua amministrazione dispongono ancora di un capitale politico non marginale. Questo per almeno tre ragioni.
La prima è che dopo mesi caotici e disordinati, sembra che un po’ di disciplina sia stata infine portata nella squadra di governo. Alcune delle figure più controverse e conflittuali – ultime in ordine di tempo Steve Bannon e Sebastian Gorka – sono state messe alla porta e il gruppo di generali di cui si è circondato Trump pare ora dominare l’amministrazione e aver posto sotto tutela lo stesso, ingestibile Presidente. Quella iniziata con l’insediamento di Trump nel gennaio scorso sarebbe stata insomma una lunga, confusa transizione, accentuata da quel mix di radicalismo e dilettantismo che ha contraddistinto tutta la parabola politica del miliardario newyorchese, ma che ora volgerebbe al termine a favore di una linea più sobria, professionale e tradizionalmente conservatrice.
Il secondo elemento di forza di Trump è rappresentato da una base di elettori repubblicani che, sondaggi alla mano, non lo ha ancora abbandonato (anche se tra questi l’approvazione nei suoi confronti sarebbe scesa dal 90 all’80% tra gennaio e oggi). È questa la variabile politica cruciale, perché solo un conflitto aperto dentro il partito repubblicano può mettere davvero in crisi l’amministrazione. Trump ha la possibilità di usare questo sostegno per minacciare senatori e deputati del suo stesso partito, ad esempio sostenendo candidati alternativi alle prossime primarie del 2018, evitando così diserzioni che lo renderebbero ancora più debole.
Anche perché – terzo e ultimo aspetto – è difficile immaginare che nelle prossime elezioni del 2018 i democratici possano riconquistare la maggioranza in una delle due camere. Tutto può accadere, ovviamente, ma il partito democratico versa esso stesso in uno stato di profonda crisi e si confronta con condizioni strutturali che ne limitano la competitività alla Camera – dove perversi meccanismi elettorali e un’inefficiente distribuzione della sua base di votanti lo obbligano a raccogliere diversi milioni di voti in più per ambire alla maggioranza – e al Senato (dove tra i 33 seggi in palio l’anno prossimo ben 25 sono già controllati dai democratici).
Alla fine dei conti, il peggiore nemico di Trump – e la principale minaccia alla sua Presidenza – sembra essere Trump stesso: la sua impreparazione, la sua indisciplina, la sua aggressività. Non è poco, ci mancherebbe; ma non è certo sufficiente per affondarne prematuramente l’esperienza presidenziale.

Il Giornale di Brescia, 2 settembre 2017

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