Mario Del Pero

Autore archivio: Mario Del Pero

Monumenti, memorie e conflitti

Il variopinto e spaventevole mondo della destra alternativa (alt-right) statunitense che abbiamo visto in azione a Charlottesville, Virginia, aveva preso a pretesto per la propria dimostrazione la prossima rimozione della statua del famoso generale sudista Robert Lee. Rimozione contro la quale si sono mobilitati neonazisti, membri del Ku Klux Klan e i tanti gruppi razzisti bianchi che popolano la alt-right. Nel mentre, varie municipalità – a partire da quelle di Baltimora e di New Orleans – procedevano a demolire o trasferire monumenti che ricordano, e celebrano, la Confederazione sconfitta nella guerra civile del 1861-1865 e altri erano abbattuti da gruppi spontanei di manifestanti.
Chiunque abbia un minimo di familiarità con gli Stati Uniti, e con il Sud in particolare, sa bene quanto facile sia imbattersi in bandiere della Confederazione, memoriali e targhe che celebrano la causa sudista, statue di eroi confederali (come Lee) o, addirittura, di noti politici segregazionisti. Secondo alcune stime esse supererebbero le 1500 in totale.
Che cosa ci dice questo scontro sui simboli di una memoria che non solo rimane divisa, ma continua ad alimentare fratture e tensioni? In che modo si lega all’attuale clima politico?
Proviamo ad andare con ordine, partendo dal cuore della questione: la natura pienamente politica – e quindi inevitabilmente controversa – dei monumenti in oggetto. La gran parte di essi fu installata non a ridosso della guerra civile, ma in due periodi di molto successivi: negli anni Dieci/Venti e in quelli Cinquanta/Sessanta del Novecento. Ossia in due fasi storiche nelle quali una parte di America bianca cercava di riaffermare anche con la violenza la gerarchia razziale fondativa del paese o di resistere alla grande mobilitazione del movimento per i diritti civili che avrebbe portato, almeno de jure, alla fine della segregazione razziale nel Sud.
La persistenza e diffusione di questi monumenti sembra segnalare due cose. La prima è che la battaglia sulla memoria della Guerra Civile è rimasta aperta e, anzi, in una parte degli Stati Uniti essa sembra aver visto prevalere chi quella guerra la perse. La seconda è che un pezzo di America, certo minoritario ma affatto marginale, a quei simboli continua ad aggrapparsi per trovare conferma dell’idea, normativa ed essenzialista, che gli Usa siano e debbano rimanere un paese bianco e cristiano.
In tempi di contenute tensioni razziali, la situazione sarebbe probabilmente gestibile, come peraltro è stato in un passato nemmeno troppo lontano, quando vi furono vari casi di trasferimento di monumenti lontano da spazi pubblici noti e condivisi o si promosse uno sforzo pedagogico di loro contestualizzazione storica, con lo spostamento in musei o in luoghi appositi. Nel clima sovraccarico di oggi una simile azione diventa assai più complessa se non impossibile. Laddove la razza, la “linea del colore”, torna a rappresentare uno dei catalizzatori primari della contrapposizione politica, la valenza ideologica di questi monumenti – il loro significato originario ultimo – rioccupa il centro della scena. Essi tornano a simboleggiare, cioè, discriminazione e oppressione razziale. Abbatterli o salvarli sembra acquisire quasi una valenza catartica per le due parti, in un paese che col proprio passato ha fatto i conti in modo assai parziale e selettivo e che nel clima violento e polarizzato di oggi vede riaffiorare demoni di una storia ancor viva e lacerante.

Il Giornale di Brescia, 18 agosto 2017

Razionalità e pericoli

A dispetto delle apparenze, e della retorica binaria e grossolana dispiegata da entrambi, sono due soggetti razionali, fin troppo razionali, quelli che oggi si fronteggiano a Washington e Pyongyang. Ed è proprio la iper-razionalità di Donald Trump e Kim Jong-un a rendere l’attuale crisi così pericolosa.
Tre sono gli obiettivi che entrambe le parti si propongono di raggiungere con le loro minacce e il loro lessico esplosivo. Nel caso di Kim, si tratta in primo luogo di affermare la credibilità del deterrente nucleare di cui la Corea del Nord oggi dispone. Un deterrente, questo, probabilmente più sofisticato e ampio di quanto non si credesse, ma la cui efficacia ultima dipende, appunto, dall’asserita prontezza a farne uso. L’arma nucleare dovrebbe garantire al regime nordcoreano di evitare la sorte subita in tempi recenti da altri avversari degli Usa (il precedente della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein è spesso evocato). Magnificare il potenziale di cui si dispone ed enfatizzarne la disponibilità a usarlo sono funzionali a rafforzare l’effetto di deterrenza che le armi nucleari offrono. Anche perché – ed è questa la seconda spiegazione dell’atteggiamento di Kim – mettere in sicurezza il regime serve a creare quella cornice entro la quale si può promuovere l’apertura, controllata e pilotata, dell’economia nordocoreana che era stata in parte abbozzata negli anni passati. Il modello cui si guarda, in questo caso, è quello cinese: ossia quello di un sistema autoritario capace di gestire dall’alto una liberalizzazione che ha finito per rafforzarlo e, in una certa misura, rilegittimarlo. Il terzo e ultimo obiettivo è di usare il nemico assoluto e la minaccia esistenziale che questo rappresenterebbe per costruire consenso interno: per rafforzare un dittatore e un sistema la cui forza e tenuta sono forse più deboli di quanto non appaia.
È un obiettivo, questo, che in una qualche misura accomuna Kim Jong-un e Trump. Anche il Presidente statunitense ha un ovvio interesse politico ad alzare la soglia della tensione con l’avversario. Essa costituisce un evidente diversivo rispetto alle pressanti difficoltà con le quali Trump deve fare oggi i conti, a partire dall’inchiesta sulle presunte collusioni con la Russia durante la campagna elettorale. E la minaccia esterna – rappresentata da un paese pronto addirittura a colpire gli Stati Uniti con armi nucleari – gli permette di mobilitare l’opinione pubblica su un tema di politica estera e di sicurezza che è aggregante e rispetto al quale vi è un sostegno ampio e trasversale. Trump è però mosso anche da altri due ordini di considerazioni. Il primo riflette un preciso ragionamento strategico: l’idea che la linea del compromesso e della mediazione non abbia pagato; che solo intensificando le pressioni si possano generare le condizioni per un mutamento di rotta all’interno della Corea del Nord o, quantomeno, la formazione di un ampio fronte internazionale capace di mettere in quarantena il regime di Pyongyang. Il secondo rimanda ancora una volta alla questione della (e alla ossessione per la) credibilità. Quella degli Usa, l’unica vera superpotenza mondiale, che – si asserisce – non può tollerare la provocazione nordcoreana pena la perdita d’influenza su altri teatri e dossier.
La storia delle relazioni internazionali ci ricorda però che logiche razionali non implicano autonomamente comportamenti ragionevoli, a maggior ragione se i leader sono figure volubili e, forse, impreparate come i protagonisti di questa crisi. E il rischio di escalation, nella iper-armata penisola coreana ben più che sul teatro transpacifico, rimane estremamente elevato.

Il Giornale di Brescia, 12 agosto 2016

Sark-ron?

L’elezione di Emmanuel Macron era stata salutata con entusiasmo dalle forze della sinistra moderata europea che invocavano il rilancio del progetto europeista, temevano l’ascesa di populismi nazionalisti e regionalisti, e auspicavano una risposta forte all’elezione di Donald Trump e al messaggio anti-atlantico che questa rappresentava.
A tre mesi dall’insediamento di Macron, possiamo dire che l’entusiasmo era prematuro e non poco ideologico. Certo, l’alternativa era di gran lunga peggiore per l’UE e la netta sconfitta di Marine LePen offriva ragione di celebrazione. Sulle principali questioni di politica estera, però, Macron sembra voler seguire i dettami di una tradizionale politica di potenza francese più che l’approccio europeista sognato da molti. Si muove cioè nel solco di un gaullismo temperato che rivela molte assonanze con gli anni di Sarkozy all’Eliseo. Lo abbiamo visto bene nelle prese di posizione sui migranti, nelle iniziative diplomatiche unilaterali sulla Libia, nell’ortodossa difesa delle imprese nazionali, nel bizzarro tentativo di costruire una sorta di rapporto privilegiato e paritario con Donald Trump (e le interazioni ad alto tasso di machismo con il Presidente statunitense paiono costituire un elemento chiave della simbologia macroniana, tutta tesa a rimarcare la rinnovata centralità francese nel contesto internazionale).
Cosa muove e spiega questi atteggiamenti? Soprattutto, quanto realistica è la linea finora adottata?
Vi è, appunto, l’ostentata affermazione dell’impegno a difendere senza cedimenti l’interesse nazionale del paese, scontrandosi se necessario con gli stessi partner europei. Opera il convincimento che la Francia disponga di risorse di potenza – a partire da quelle militari – che possono essere spese per ottenere vari dividendi diplomatici. E agisce, infine, un preciso calcolo politico: l’idea, cioè, che il basso profilo di Hollande abbia contribuito a eroderne consenso e popolarità; che esibire i muscoli, rimarcando il peso e il ruolo della Francia in Europa e nel mondo, possa contribuire a rafforzare l’immagine di Macron come leader dinamico e incisivo.
Non mancano, anche da noi, gli ammiratori del giovane Presidente francese. Coloro che chiedono di prenderne a modello l’inflessibile impegno a tutelare e promuovere l’interesse della nazione. Molto vi sarebbe da dire su un concetto – quello appunto d’“interesse nazionale” – non di rado declinato in modo statico e a-storico; senza la consapevolezza, cioè, che per la Francia come per gli altri principali attori europei esso sia stato perseguito con più efficacia quando inserito dentro una cornice europea (come gli agricoltori francesi dovrebbero peraltro ben sapere). Indebolire l’Europa nel tentativo di bilanciare l’indiscussa superiorità tedesca, come Macron e i suoi consiglieri vorrebbero fare, rischia insomma di danneggiare lo stesso interesse della Francia.
Quel che però più colpisce di queste prime scelte politiche, e della retorica che le accompagna, è il loro evidente velleitarismo. Per fare una simile politica di potenza bisogna avere risorse di cui la Francia, da sola, proprio non dispone. Lo evidenziano, implacabili, i dati sulla competitività economica del paese: dall’alto tasso di disoccupazione a un PIL e una produttività che crescono poco a un sistema educativo efficiente, sì, nel produrre élites riconosciute, molto meno nel formare una forza lavoro qualificata e adattabile. E lo rivela, con disarmante chiarezza, una bilancia commerciale che mostra un -3/4% annuo (contro il + 7/8% della Germania) e un saldo attivo con gli Usa che è solo la metà di quello italiano e meno di un quarto di quello tedesco. È da questi dati, più che dalle interminabili strette di mano con Trump, che Macron farebbe bene a partire nel suo tentativo di rinnovare una Francia che, senza Europa o con un’UE ancor più debole, può fare davvero poco o nulla.

Il Giornale di Brescia, 7 agosto 2017

Velleitarismi macroniani

Ha sorpreso un po’ tutti la decisione di Emmanuel Macron d’invitare Donald Trump a trascorrere a Parigi la festa nazionale del 14 luglio. Il pretesto è rappresentato dal centennale dell’ingresso degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale e dalla volontà di riaffermare la solidità dell’alleanza franco-statunitense. Le logiche che sottostanno a questa strana iniziativa di Macron, le condizioni che la consentono e gli obiettivi che egli si propone di raggiungere sono plurimi.
Agisce in primo luogo un assunto consolidato, ancorché discutibile, della cultura strategica francese, secondo la quale le capacità militari di Parigi e la disponibilità a farne uso (in Siria come nei teatri delle operazioni africane di peacekeeping) farebbero della Francia un interlocutore privilegiato se non addirittura un partner speciale degli Stati Uniti. Cementato da un comune, sobrio realismo, questo legame non sarebbe scalfibile né dalle contingenze politiche né dalle distanze ideologiche, anche quelle più marcate come nel caso di Macron e Trump.
Vi è, in secondo luogo, la volontà di usare il rapporto con gli Usa per riequilibrare la marcata asimmetria che contraddistingue gli equilibri interni all’Unione Europea. Come sappiamo bene, negli ultimi anni la UE si è fatta vieppiù tedesco-centrica. Macron pensa evidentemente di poter usare questo presunto asse con Washington per affermare una centralità francese nelle relazioni transatlantiche da spendersi poi anche nel contesto europeo.
Può cercare di farlo, terzo aspetto, anche perché le elezioni sono alle spalle. Non deve fare i conti, il Presidente francese, con i condizionamenti elettorali e, di conseguenza, con la forte ostilità di larga parte delle opinioni pubbliche europee nei confronti di Donald Trump. Sondaggi recenti ci dicono che la popolarità di Trump in Francia è a livelli bassissimi: solo il 14% degli intervistati esprime fiducia nel Presidente americano; un anno fa, con Obama, la percentuale era dell’84%. Se si votasse a breve, difficilmente il candidato Macron potrebbe permettersi di trascorrere il 14 luglio in compagnia di Trump. Ma il problema per lui non si pone. Laddove la Merkel è spinta ad alzare la soglia della contrapposizione con l’amministrazione Usa nella consapevolezza che ciò le possa giovare alle urne, il calendario elettorale francese libera da Macron da tali vincoli.
Quarto e ultimo: l’incentivo, sempre presente per i nuovi leader europei, di usare la scena internazionale come strumento di rafforzamento politico se non di vera e propria legittimazione. Dalla sua elezione in poi, Macron ha cercato quasi ossessivamente l’interazione – a volte conflittuale a volte amichevole – con Trump. Il gioco appare evidente e a onor del vero anche piuttosto ingenuo. Ai francesi e al resto d’Europa sembra quasi si voglia comunicare che grazie alla sua nuova, dinamica guida, la Francia macroniana possa ambire a contenere l’irruenza di Trump, a moderarne le politiche e ad accompagnarne l’evoluzione sulla strada, solo temporaneamente abbandonata, di un tradizionale atlantismo.
Al presidente americano non parrà probabilmente vero di avere i riflettori dirottati per qualche ora lontano dagli Stati Uniti, dove divampa la polemica sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 e le collusioni con il suo staff e la sua stessa famiglia. Riflettori che peraltro torneranno presto ad accendersi assieme al rischio, piuttosto concreto, che sia questa amministrazione sia la grandeur transatlantica di Macron risultino effimeri quanto e più dei sogni di una notte di mezz’estate del 2017.

Il Giornale di Brescia, 14 luglio 2017

Lasciti obamiani

Mancano i numeri, al partito repubblicano, per far passare al Senato quella controriforma che avrebbe stravolto e smantellato Obamacare, il modello di sanità adottato con Obama. Per anni, i repubblicani avevano promesso di demolire quello che nella loro retorica era presentato come uno degli emblemi dell’obamismo: di un governo invasivo che estendeva senza remore il ruolo della mano pubblica e del potere federale. Alla prova dei fatti, però, questa promessa si è rivelata vuota e irrealistica. Due sono i percorsi che ora si prospettano. Il primo è fare poco o nulla, alimentando quell’incertezza che ha indotto molti gruppi assicurativi a uscire dai mercati locali, rendendo più difficile l’obiettivo primario di Obamacare di creare un mercato ampio di polizze tra le quali i “consumatori di sanità” possano scegliere. Il secondo è di rilanciare un dialogo bipartisan attraverso cui emendare la riforma di Obama, per sanare almeno alcune delle sue criticità. Una revisione, questa, sollecitata a suo tempo dai democratici che si infranse però sugli scogli del rigido ostruzionismo repubblicano.
Come si spiega questo fallimento del partito di Trump e quale potrà essere il suo impatto politico?
Tre sono le cause fondamentali della débâcle repubblicana al Senato. La prima, “di sistema”, consegue sia alla polarizzazione del sistema politico statunitense sia all’estrema radicalizzazione della Destra. In un simile contesto – che premia la demagogia urlata, l’intransigenza dogmatica e l’ostruzionismo a oltranza – è molto più sempice fare opposizione che governare. È molto più facile, insomma, fare ciò che i repubblicani hanno fatto durante gli anni di Obama alla Casa Bianca: rifiutare qualsiasi mediazione e compromesso, evitare di sporcarsi le mani e preservare assoluta purezza ideologica. Tra il 2010 e il 2014 la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana ha votato innumerevoli risoluzioni con le quali ci s’impegnava ad abrogare Obamacare. Risoluzioni puramente simboliche, queste, visto che mancava il voto del Senato e il Presidente avrebbe comunque posto il veto. Ma risoluzioni che hanno poi posto un cappio al collo degli avversari di Obama, vincolandoli all’impegno una volta conquistata la Presidenza con Trump e preservato la maggioranza nei due rami del Congresso.
La seconda spiegazione è rappresentata dai risultati della riforma. Che ha quasi dimezzato il numero di persone prive di copertura sanitaria (riducendole di circa 20 milioni), posto termine a pratiche inaccettabili per un paese civile (come quella di rifiutarsi di assicurare chi aveva dei problemi cronici di salute) ed esteso l’accesso alla sanità pubblica con il programma Medicaid. Una volta garantiti determinati diritti è difficile, se non impossibile, rovesciarli, come la crescente popolarità di Obamacare – anche in stati solidamente conservatori – ben evidenzia.
Terzo e ultimo, l’assenza di alternative alla riforma. Ovvero l’assenza di alternative di destra, ché una di sinistra – un sistema con un erogatore unico e pubblico di servizi medici simile a quelli europei – ovviamente esiste. Obamacare s’ispira infatti a progetti avanzati inizialmente da think tank conservatrici e adottati nel 2006 dal governo repubblicano del Massachusetts, guidato allora da Mitt Romney, avversario poi di Obama nel 2012.
Entrambe le soluzioni disponibili oggi – cercare di provocare l’eutanasia di Obamacare per via dell’inazione o riformarla e migliorarla attraverso una collaborazione bipartisan – rischiano di presentare un conto elettorale assai salato ai Repubblicani alle elezioni di medio-termine del 2018. E ci rivelano, una volta ancora, come la riforma sanitaria di Obama costituisca uno dei lasciti più importanti e profondi della sua Presidenza.

Il Giornale di Brescia, 19 luglio 2017

Senza egemoni

È immaginabile un ordine internazionale privo di un soggetto egemone capace d’imporre regole e norme? Capace cioè di far accettare, con un attento mix di coercizione e consenso, un’architettura essenziale che permetta di governare le complesse dinamiche del mondo d’oggi? Se la storia ci offre una bussola, questa ci mostra come l’assenza di tale soggetto abbia spesso avuto effetti destabilizzanti se non addirittura disgregatori.
Il G-20 di Amburgo e il viaggio centro-europeo di Donald Trump sembrano indicare come gli Usa non siano in grado di svolgere più questo ruolo. Ma ci dicono anche che sostituti non esistono per un paese ancor oggi nettamente superiore a tutti gli altri in termini di forza militare, dominio monetario, dinamismo economico (oltre che per la capacità di consumo del loro mercato interno, da cui continua a dipendere la crescita globale). Non può ambirvi ancora la Cina, che ama presentarsi come nuova custode dell’ordine liberale contemporaneo, ma che quell’ordine sta contribuendo a scardinare con le sue aggressive politiche commerciali, il suo rigido controllo della propria valuta, le sue sottaciute volontà di primato strategico in Estremo Oriente. Non può esserlo la Germania di Angela Merkel, rinchiusa dentro il suo spazio europeo, ancor oggi nano militare e, soprattutto, dipendente da politiche economiche centrate su strutturali, amplissimi surplus commerciali. E di certo non può esserlo la Russia putiniana, dove ai muscoli perennemente flessi del suo Presidente corrispondono dati economici imbarazzanti, propri di un paese sottosviluppato più che della potenza che Mosca pretenderebbe di essere (Il PIL pro-capite russo è circa il 15% di quello statunitense, ad esempio).
Restano quindi gli Usa. Che dai due mandati di Obama sono usciti in realtà rafforzati, con una disoccupazione al 4.4%, un PIL tornato ad aumentare come percentuale di quello globale, tassi di crescita per i quali noi europei faremmo la firma. Ma gli Stati Uniti sembrano avere scelto un’altra strada. Anzi, la natura ideologica di questa amministrazione e le sue necessità politiche immediate la spingono in una direzione che verrebbe voglia di definire come strutturalmente non-egemonica. Lo hanno crudamente rivelato le parole pronunciate da Donald Trump durante il discorso tenuto a Varsavia prima del vertice tedesco. Il lessico virulentemente occidentalista e i suoi cupi moniti – “la questione fondamentale della nostra epoca è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere”, ha affermato il Presidente – sono assai distanti dai codici di quell’universalismo inclusivo che ha contraddistinto il discorso di tutti i presidenti statunitensi del dopoguerra. L’ostentato unilateralismo, simboleggiato dalla decisione di abbandonare l’accordo di Parigi sul clima, rappresenta il controcanto diplomatico di questo discorso fondato sull’idea – statica e per tanti aspetti a-storica – di un inevitabile conflitto tra civiltà immutabili e impermeabili le une alle altre.
Le contraddizioni sono plurime. E nel rivendicare una presunta essenza cristiana e bianca della nazione statunitense, Trump di fatto pone un pezzo non marginale della sua stessa popolazione fuori dal perimetro che definirebbe cosa siano e debbano essere gli Stati Uniti. Le matrici politiche sono evidenti, perché la forza del Presidente dipende dalla perenne mobilitazione del suo elettorato di riferimento. Gli effetti sono però devastanti per gli Usa e, potenzialmente, per il resto del mondo, come l’ultimo, ricco sondaggio del Pew Center – che indica come il tasso di fiducia nel Presidente fuori dagli Usa sia sceso, nel passaggio da Obama a Trump, dal 64 al 22% – in fondo ben ci mostra.

Il Giornale di Brescia, 10 luglio 2017

Il G-20 di Amburgo

Vertici come quelli del G-20 svolgono tre diverse funzioni. La prima, riconosciuta e importante, è quella di promuovere una collaborazione multilaterale finalizzata a rafforzare (o creare) forme di governance globale ancora parziali. Il G-20 serve insomma per dare risposte concordate e incisive a crisi di vasta portata, per ampliare i beni pubblici offerti dalla comunità mondiale e per estendere una rete di norme e regole che disciplinino e facilitino le interazioni tra i soggetti di tale comunità. La seconda funzione, spesso sottaciuta e nondimeno visibile, è quella di operare come forum di confronto e scontro tra grandi potenze. Qui è la dimensione terrena e brutale della competizione di potenza che prevale; il multilaterale – per dirla con uno slogan – lascia il campo al multipolare. Terzo e ultimo, il G-20 – come tanti altri fora internazionali – è un palco dal quale i leader dei paesi partecipanti parlano all’opinione pubblica mondiale e, ancor più, a quella interna, dalla quale dipendono in molti casi le loro sorti politiche e la loro stessa legittimità.
Al di là dei generici comunicati finali, dell’ennesimo impegno russo-statunitense a collaborare in Siria e delle frasi di circostanza, è evidente come ad Amburgo abbiano prevalso decisamente la seconda e terza dimensione, perché non solo oggi è impossibile rivedere e potenziare l’architettura della governance mondiale, ma anche quella esistente appare sempre più fragile e contestata.
La partita multipolare si è giocata attorno al triangolo composto da Usa, Cina e un’Europa che, per buona pace di Macron, è ancora Berlino-centrica (la Russia, a dispetto dei muscoli perennemente flessi del suo Presidente, è soggetto marginale e in difficoltà, come evidenziano in modo impietoso i dati sulla sua economia). È un tripolarismo in parte fittizio, questo. L’Europa è attore oggettivamente più debole e le interdipendenze tra Washington e Pechino rimangono assai più profonde (e pericolose) di quelle dell’UE con i due giganti dell’ordine mondiale. Ma è un’Europa – quella a guida tedesca – che nell’attuale congiuntura pensa di avere un’opportunità per uscire dalla crisi degli ultimi anni e iniziare a pensarsi anch’essa come potenza, capace di affrancarsi parzialmente dalla dipendenza securitaria verso gli Stati Uniti.
Se letto in chiave di competizione multipolare, cosa ci dice questo G-20 amburghese? Quali sono le matrici di questa competizione? Le risorse e le possibilità di cui dispongono Europa e Stati Uniti?
Due risposte, generali e intrecciate, possono essere offerte. La prima è che i processi d’integrazione globale degli ultimi decenni hanno prodotto forme d’interdipendenza tanto profonde quanto diseguali. Questa interdipendenza asimmetrica è visibile in molteplici ambiti: dai monumentali squilibri della bilancia commerciale statunitense contro i quali si scaglia Trump a un gap militare tra Usa, Cina e resto del mondo accentuatosi ancor più nell’ultimo ventennio; da un’egemonia del dollaro che rimane incontestata a una gestione dei flussi migratori globali che ricade ora primariamente sull’Europa (e, come ben sappiamo, su alcuni paesi europei in particolare). Se l’interdipendenza da virtuosa si fa viziosa – se invece di generare crescita, ricchezza e scambio alimenta pericoli e tensioni – allora viene meno l’interesse a coltivarla e approfondirla; prevalgono cioè tentazioni unilaterali come quelle cui stiamo assistendo, che sono particolarmente visibili nel caso degli Usa di Trump, ma che non mancano anche alla Germania di Angela Merkel.
Una seconda ragione, tutta politica, va però aggiunta. I leader mondiali parlano a un pubblico che è sia globale sia nazionale. Dal secondo non possono prescindere soprattutto se, come nel caso della Merkel, il momento elettorale si avvicina. Secondo un sondaggio recente, e assai affidabile, del Pew Reseach Center, appena l’11% dei tedeschi dichiara oggi di avere fiducia nel Presidente statunitense; un anno fa, con Obama, questo indicatore era all’86%. Cavalcare l’onda di un anti-trumpismo alimentato dalla poca presentabilità dell’inquilino della Casa Bianca può insomma garantire un ottimo dividendo elettorale e addirittura rafforzare la leadership continentale di Berlino. Il potenziale egemonico tedesco si ferma nondimeno sulla soglia di un unilateralismo commerciale che le politiche della Merkel non solo non contrastano, ma finiscono per acuire. Lo stesso vale però per Trump, il cui lessico rozzamente occidentalista mobilita sì quel pezzo di opinione pubblica interna da cui dipendono le sorti della sua amministrazione, ma rende assai più debole e contestato il messaggio offerto al resto del mondo.
Il combinato disposto di due egemoni fragili e contradditori e di questa rivolta contro l’interdipendenza rischia in ultimo di innescare e accelerare pericolosissimi processi di disgregazione dell’ordine internazionale corrente, facilitando in realtà chi – la Cina di Xi Jinping – queste interdipendenze asimmetriche più di tutte ha sfruttato e alimentato.

Il Messaggero/Il Mattino, 9 luglio 2017

Trump e il Russiagate

È una partita per il momento tutta interna al partito repubblicano quella del Russiagate: di una scandalo che potrebbe far deragliare sul nascere l’amministrazione Trump. Troppo deboli, divisi e incoerenti sono ancora i democratici, che anzi sembrano sperare di poter allungare la crisi per logorare la controparte e trarne un qualche vantaggio alle elezioni di mid-term del 2018. Insufficiente è, per quanto riguarda il Presidente, la strumentazione strettamente legale, poiché il passaggio ultimo sarebbe quello – tutto politico – dell’impeachment al Congresso. Troppo larghe, infine, sono le maggioranze repubblicane alla Camera e al Senato, soprattutto nel secondo, dove l’impeachment richiede il voto dei due terzi dei suoi membri e assai difficile appare anche una semplice riconquista democratica nel 2018 (tra i 34 seggi su 100 per i quali si voterà ben 25 sono infatti quelli che i democratici dovranno difendere).
Rispetto a queste dinamiche intra-repubblicane, tre sono le variabili cruciali che decideranno l’esito politico del Russiagate e, con esso, il futuro dell’amministrazione Trump. La prima, ovviamente, è rappresentata dalle scoperte che emergeranno nell’indagine condotta dal “procuratore speciale” Robert Mueller. Mueller è parso finora agire con piena autonomia e indipendenza al punto da decidere d’indagare perfino il Presidente per una possibile “ostruzione della giustizia”. Negli ultimi giorni è emersa la voce che Trump sarebbe tentato dall’idea di licenziarlo. Sarebbe una mossa improvvida e auto-lesionista, con riverberi a catena dentro lo stesso Dipartimento della Giustizia che metterebbe in rotta di collisione Trump con i più importanti membri repubblicani al Congresso. Più probabile, invece, che si scelga la linea adottata finora, nell’auspicio che l’omertà, la lealtà di molti collaboratori e, in ultimo, la portata limitata dello scandalo possano tutelare e proteggere Trump. Che, va detto, almeno fino a oggi ne è stato lambito molto meno di quanto non s’immaginasse.
La seconda variabile è rappresentata dalla base repubblicana: da un’opinione pubblica che ancor oggi sembra essere schierata massicciamente dalla parte del Presidente. Abbiamo visto in passato come questo sostegno sia difficilmente scalfibile e, di conseguenza, quanto difficile sia per importanti leader del partito criticare Trump senza pagare un pesante dazio politico e, in prospettiva, elettorale. A dispetto degli scandali e di un primo semestre di Presidenza a dir poco turbolento, tale sostegno rimane ancor oggi assai solido. Secondo i sondaggi Gallup circa l’85% degli elettori registrati come repubblicani dà un giudizio positivo dell’operato di Trump; una chiara maggioranza ritiene che anche se laddove pienamente provate, le ingerenze russe nella campagna elettorale, e le collusioni con alcuni consiglieri del Presidente, non costituirebbero un problema in sé rilevante. Per il momento Trump rimane insomma saldamente in sella e anche nuove, grande rivelazioni potrebbero alterare solo in parte questa variabile cruciale.
Terzo e ultimo: la reciproca dipendenza tra Trump e quelle maggioranze repubblicane al Congresso che potrebbero in ultimo tradirlo e abbatterlo. L’agenda repubblicana è solo agli inizi e abbisogna dell’appoggio del Presidente e del consenso che questo garantisce tra gli elettori del suo partito. Per certi aspetti, lo scandalo ha già determinato l’abbandono di una linea di politica estera – centrata sul riavvicinamento alla Russia di Putin – che molti senatori repubblicani avversavano e che hanno potuto infine affondare. Dai tagli alle tasse al rovesciamento della riforma sanitaria, molteplici sono i fronti rispetto ai quali la collaborazione è indispensabile (e le recenti critiche di Trump alle proposte in materia di sanità discusse dai repubblicani al Senato indicano chiaramente come il Presidente sappia di avere ancora molte frecce al suo arco). È ovviamente uno spregiudicato matrimonio d’interesse, quello tra le due parti. E tale è stato dal momento in cui Trump ha deciso di correre alle primarie del partito. Ma gl’interessi e il cinismo, come ben sappiamo, possono cementare o quantomeno tenere in vita anche le unioni più bizzarre e improbabili.
Il Mattino, 16 giugno 2017

Le ragioni della decisione di Trump

Nessuna sorpresa. La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul clima ratificato a Parigi nel dicembre 2015 era attesa e per molti aspetti scontata. Di fatto, le politiche adottate in questi primi mesi di presidenza avevano già posto gli Usa fuori dal percorso concordato nella capitale francese. A colpi di ordini esecutivi, direttive alle burocrazie federali e voti del Congresso si sta infatti procedendo da settimane a smantellare la regolamentazione introdotta da Obama per ridurre le emissioni nocive. Il legame e l’interdipendenza tra scelte interne e dinamiche globali sono qui assai stretti: promovendo un’azione incisiva nella lotta al cambiamento climatico, Obama aveva contribuito a rilanciare i negoziati internazionali; demolendo l’impianto legislativo e amministrativo introdotto dal suo predecessore, Trump mette in crisi il processo – di suo fragile e vulnerabile – avviato con l’accordo di Parigi.
Come si spiega questa scelta e quali possono essere le sue conseguenze, dentro e fuori gli Stati Uniti?
Le matrici si possono ricondurre a tre grandi spiegazioni. La prima è tutta politica. I sondaggi ci dicono che diversamente dall’Europa, negli Usa non vi è un ampio consenso sulle cause (e sulla natura ultima) del cambiamento climatico. Una recente indagine del Pew Research Center indica come una minoranza degli americani, appena il 27%, ritenga che vi sia accordo tra gli scienziati sul ruolo primario dell’agente umano nel determinare le trasformazioni del clima cui stiamo assistendo. Una percentuale, questa, che scende al 13% nel caso dei repubblicani conservatori, una netta maggioranza dei quali si dichiara invece convinto che gli studiosi siano mossi da convincimenti politici o da ambizioni di carriera. Ancora una volta, Trump si muove in sintonia con gli umori della sua base elettorale, che cavalca e alimenta, consapevole che ciò gli permette di mantenere una cruciale posizione di forza rispetto al suo partito.
La seconda spiegazione si lega agli interessi economici e ad alcune lobbies tradizionalmente schierate al fianco dei repubblicani. L’industria estrattiva, certamente, ma anche un settore automobilistico che, salvato sotto Obama, si è poi visto imporre standard sempre più stringenti in materia di efficienza e di consumi.
Terzo e ultimo, l’ideologia. Uscire da un impegno multilaterale serve per riaffermare che l’America la sua grandezza la può costruire e rilanciare da sola, sottraendosi ai vincoli e alle costrizioni prodotti da quei processi d’integrazione globale di cui l’inquinamento e il cambiamento climatico sono essi stessi in fondo manifestazione e causa. È un’illusione tutta ideologica, appunto, quella di chi crede che rispetto a tali dinamiche un paese possa agire unilateralmente, preservando la propria indipendenza e sovranità. Ma è un’illusione che può essere venduta con i codici di un nazionalismo estremo che Trump, a modo suo, ha dimostrato di saper maneggiare e gestire.
La conseguenza immediata è quella di mettere in crisi un regime globale di controllo della crescita di emissioni nocive che perde forza ed efficacia laddove viene a mancare il suo principale attore. Perché gli Usa sono superpotenza anche per il loro ruolo di primi generatori pro-capite di gas inquinanti. E se la partita politica rimane ovviamente aperta e sarà determinata dalle scelte future degli elettori americani, il tempo invece stringe su un pianeta fragile, che pare essere vittima una volta ancora d’ignoranza, pregiudizi e opportunismi.

Il Giornale di Brescia, 2 giugno 2017

Trump, il clima e gli eccezionalismi transatlantici

La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul clima firmato a Parigi nel dicembre 2015 era ormai inevitabile. Se vi è un ambito nel quale l’azione della nuova amministrazione è stata incisiva e rapida questo è sicuramente quello ambientale, dove ordini esecutivi, provvedimenti congressuali e precisi indirizzi dati alle burocrazie federali competenti hanno portato al rapido smantellamento della efficace regolamentazione introdotta durante i due mandati di Obama.
Gli Usa sono il paese, dopo la Cina, che produce più emissioni nocive in assoluto (e primeggiano se la misura viene rilevata pro-capite). Il valore pratico e simbolico di questa loro defezione è evidente. Come l’impegno di Obama, e la convergenza bilaterale con la Cina, erano stati in una certa misura funzionali all’accordo di Parigi, così la svolta trumpiana rovescia per il momento quel processo. I danni di questo grottesco negazionismo anti-scientifico li determineranno in ultimo gli elettori statunitensi con le loro scelte future. I sondaggi ci dicono che sulle tematiche ambientali l’America è divisa secondo linee che sono tanto politiche quanto generazionali. Ma ci dicono, anche, che sull’ambiente abbiamo una delle più profonde faglie di frattura oggi esistenti tra le due sponde dell’Atlantico. Recenti sondaggi mostrano infatti uno scarto marcato su questo tra Europa e Usa: laddove nella prima ampie maggioranze ritengono che il comportamento umano incida in modo importante, se non decisivo, sul cambiamento climatico, nei secondi la percentuale scende di molto (addirittura sotto il 15% nel caso degli elettori registrati come repubblicani secondo una rilevazione del Pew Research Center dell’ottobre 2016).
Come già si vide negli anni di Bush, quello ambientale diventa quindi uno degli ambiti ove l’acuta polarizzazione politica e culturale che esiste negli Stati Uniti si riverbera con più forza sulle relazioni transatlantiche. Anzi, esso sembra avere acquisito una valenza quasi identitaria, tanto per gli europei quanto per la destra statunitense. Per i primi è l’esempio della loro capacità di far fronte al lato oscuro e minaccioso dei processi d’integrazione globale che scandiscono l’era contemporanea; per la seconda è simbolo della capacità degli Usa d’isolarsi da tale dinamiche: di preservare un’indipendenza e una sovranità definite anche dalla possibilità d’inquinare e consumare senza remore e limiti.
Sono due auto-rappresentazioni specularmente eccezionaliste, quella dell’Europa-mondo e della fortezza-America. Sulla questione specifica, gli europei stanno chiaramente dalla parte della ragione e del buon senso, ma dispongono di armi davvero spuntate. Come abbiamo visto bene nel 2014-15, solo un serio impegno statunitense, e una contestuale collaborazione tra Washington e Pechino, possono produrre quella convergenza globale necessaria per contenere la crescita delle emissioni nocive. Nel caso degli Usa abbiamo invece l’ennesimo, ideologico esempio di un’irresponsabile illusione sovranista che un Presidente demagogo cavalca con spregiudicatezza e irresponsabilità. Un’illusione che peraltro stride con dinamiche in atto da tempo, che hanno prodotto una significativa emancipazione degli Usa dalla loro dipendenza da fonti fossili tradizionali (tra il 2006 e il 2016, ad esempio, vi è stato un calo del 53% dell’elettricità prodotta col carbone è una crescita del 5000% di quella generata grazie al solare).
Questo gap transatlantico ha, infine, importanti conseguenze politiche ed elettorali. Se Angela Merkel abbandona la sua nota cautela, e attacca Trump frontalmente come ha fatto negli ultimi giorni, lo fa non solo per gli evidenti disaccordi di merito o per assumere una leadership globale che è al di là dei mezzi e delle possibilità di Berlino. Molto più banalmente, l’opposizione anche dura agli Stati Uniti diventa uno strumento, assai efficace, con cui costruire consenso. Uno strumento doppiamente utile in un anno elettorale, come già il suo predecessore Gerhard Schröder ebbe modo di scoprire nel 2002, durante un’altra fase turbolenta e conflittuale delle relazioni euro-statunitensi.
L’esito finale è però una spaccatura che sublima le debolezze delle due parti: di un’Europa in una certa misura impotente e di un’America che sembra ripiegarsi inesorabilmente su se stessa, abdicando a un ruolo che nessun altro – nemmeno la Cina – può per il momento ambire a svolgere.

Il Mattino, 1 giugno 2017