Mario Del Pero

Autore archivio: Mario Del Pero

Trump, l’impeachment e i repubblicani

La slavina del Russiagate sembra essere davvero partita. I suoi esiti rimangono però imprevedibili, condizionati come sono da molteplici variabili politiche. Potrebbe travolgere rapidamente Trump o risolversi in un nulla di fatto. O, più plausibilmente, logorarlo con inesorabile gradualità fino al giorno in cui i repubblicani al Congresso si riterranno finalmente liberi di scaricarlo. Perché sono queste – la dialettica e i rapporti di forza dentro al partito repubblicano – le dimensioni oggi dirimenti.
Pur permanendo diverse opacità, il quadro a nostra disposizione si è fatto molto più chiaro. Durante la campagna elettorale importanti membri della squadra del Presidente hanno avuto rapporti con alti funzionari e diplomatici russi. Tra questi il futuro Consigliere per la Sicurezza, poi dimessosi, Michael Flynn. Che nella fase d’interregno tra l’amministrazione Obama e quella Trump ha pure incontrato l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, come del resto hanno fatto il Ministro della Giustizia, Jeff Sessions, e l’influente consigliere (nonché genero) di Trump, Jared Kushner. L’FBI ha avviato un’inchiesta per far luce sia su eventuali complicità con le ingerenze russe nella campagna elettorale sia sui legami di Flynn con Mosca e i finanziamenti che egli avrebbe ricevuto da quest’ultima. Dopo varie tensioni, Trump ha infine licenziato il direttore dell’FBI James Comey proprio per l’eccessiva attenzione dedicata dall’agenzia al caso. Infine, il New York Times ha rivelato l’esistenza di un memorandum scritto da Comey stesso secondo il quale Trump gli avrebbe esplicitamente chiesto di porre termine all’indagine.
Quali sono i termini della questione e come potrebbe evolvere? Da un lato essa è rivelatrice, se mai ve ne fosse bisogno, dell’assoluta e imbarazzante inadeguatezza di Trump rispetto al ruolo che oggi occupa. Le gaffe, le contraddizioni, le bugie, l’ostentata prepotenza, il palese analfabetismo istituzionale: questi e altri elementi hanno contraddistinto la gestione della vicenda da parte del Presidente e di un entourage incapace di contenerlo, gestirlo ed educarlo. Un’inadeguatezza, questa, ormai rimarcata da molti commentatori, anche di destra. Alcuni si spingono addirittura a suggerire l’utilizzo di un passaggio del XXV emendamento costituzionale in virtù del quale, laddove il vice-Presidente e una maggioranza dei principali funzionari dei dipartimenti dell’Esecutivo ritenessero che il “Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri derivanti dal suo ufficio”, egli sarebbe rimosso e il suo Vice entrerebbe in carica.
La rimozione per palese inadeguatezza in realtà non esiste costituzionalmente e l’emendamento in questione, approvato nel 1967, rifletteva il timore durante la guerra fredda che un Presidente anziano non fosse più in grado di assolvere le sue funzioni con una conseguente, pericolosa vacanza di poteri. La strada maestra rimane quindi quella politica e, in conseguenza, costituzionale. La messa in stato d’impeachment, in altre parole. Che non si è mai realizzata negli Stati Uniti: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998 si salvarono al Senato; Richard Nixon nel 1974 si dimise prima che l’impeachment fosse votato (nella certezza che esso sarebbe stato approvato). Se le ultime rivelazioni fossero confermate, il comportamento di Trump ricorderebbe da vicino proprio quello di Nixon. In entrambi i casi vi sarebbe stato infatti un tentativo di ostruire l’indagine dell’FBI.
I contesti politici sono al momento però molto diversi. L’impeachment richiede un primo voto a maggioranza semplice della Camera, seguito da un processo al Senato diretto dal Presidente della Corte Suprema e da un voto finale, per il quale è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi. Considerando i numeri odierni al Congresso, l’impeachment, insomma, sarebbe possibile solo laddove vi fosse una massiccia defezione tra le fila del partito del Presidente. Defezione che non è immaginabile. Perché il partito repubblicano, per il momento, è il partito di Donald Trump. Un partito che il Presidente domina e controlla forte del consenso, amplissimo, di cui gode tra l’elettorato conservatore. Secondo un recente sondaggio CNN/ORC, più del 60% degli elettori repubblicani ritiene addirittura che, anche se chiaramente dimostrata, una palese ingerenza russa nel processo che ha portato Trump alla Casa Bianca sia irrilevante o poco importante. Prima del voto del 2020, ci vorranno insomma altre rivelazioni, gaffe e scandali per attivare un percorso che potrebbe porre termine all’eccentrica esperienza presidenziale di Donald Trump.

Il Mattino 17 maggio 2017

Star globali

I processi d’integrazione mondiale che scandiscono la realtà contemporanea producono simboli e icone globali, dallo sport alle arti, dal business alla filantropia. È raro, però, che questo ruolo spetti agli esponenti di una politica che – senza eccezioni – soffre da tempo di una pesante crisi di legittimità e credibilità. Barack Obama è stato – e come abbiamo visto a Milano continua a essere – un’eccezione. Gli otto anni di governo, i compromessi e gl’insuccessi, interni e internazionali, hanno scalfito solo in parte il mito obamiano. Col tempo, anzi, lo status d’icona dell’ex Presidente è tornato a rafforzarsi. I capelli si sono ingrigiti, il volto si è fatto assai più ossuto, le spalle si sono lievemente incurvate, ma la continuità tra l’Obama candidato presidenziale che parla a 200mila berlinesi entusiasti nel luglio 2008 e l’Obama dei bagni di folla (e dei mille streaming) milanesi del 2017 appare evidente. Ce lo mostrano, seccamente, i tanti sondaggi che negli anni hanno rimarcato la straordinarietà popolarità di Obama nel mondo e, soprattutto, in un’Europa che per il 44° presidente statunitense ha preso una sbandata simil-adolescenziale dalla quale non si è in fondo mai ripresa (l’ultimo sondaggio di cui disponiamo, fatto qualche mese fa dal Pew Research Center, indicava una fiducia in Obama prossima all’80% nell’area UE, con picchi dell’85% in Francia e Germania; era inferiore al 20% nel 2008 per Bush e si collocava sotto il 10% il giugno scorso per Trump).
Le matrici della fascinazione – i fattori che spiegano il perché Obama sia un’icona-mondo – sono plurimi. Rimandano alla forza mitopoietica di un modello e di un sogno, quelli incarnati dagli Stati Uniti, capaci di ripensarsi e riaffermarsi costantemente: di rinascere sulle proprie ceneri, come in fondo fu proprio con l’elezione del 2008. E rimandano, ovviamente, alla straordinaria biografia dello stesso ex Presidente. A una storia tanto globale –nella quale si mescolano e intrecciano Africa, Europa, America e Asia – quanto unicamente americana. Una storia, questa, che diventa parabola dell’eccezionalismo statunitense: di un nazionalismo che al contempo rivendica e ostenta il suo intrinseco universalismo.
I politici che, volenti o nolenti, si fanno star si espongono però a rischi forti, come ben rivelano sia l’esperienza alla Casa Bianca di Obama sia questi primi mesi post-presidenziali. È una dinamica che alimenta, lo abbiamo visto bene, aspettative irrealistiche; proietta sul leader un’aura quasi messianica; lo allontana da quella realtà che deve conoscere per poter ambire a cambiare.
Il tempo ci dirà se Obama sia stato un grande presidente. Di certo, durante i suoi otto anni alla Casa Bianca sono state promosse politiche incisive e riforme importanti. E si è cercato di fare i conti con i rischi che abbiamo appena menzionato, attraverso il deliberato utilizzo di una retorica realista e gradualista, incline a evitare promesse irrealizzabili e a enfatizzare gli inevitabili compromessi imposti dalla quotidianità dell’agire politico. Attenta, inoltre, a proiettare continuamente un’immagine di normalità alla quale tanto hanno contribuito la famiglia e la moglie Michelle in particolare.
Anche se i bilanci sono prematuri, non altrettanto si può dire di questi primi mesi da ex Presidente. La scelta, istituzionalmente corretta, del basso profilo è stata ben presto disattesa. Le foto di Obama in vacanza sull’isola privata del patron di Virgin, Richard Bronson, hanno lasciato perplessi in molti. Che in questa fase storica, e con un miliardario alla Casa Bianca, avrebbero chiesto un altro messaggio. Poche settimane più tardi si è scoperto che Obama, il quale in passato non aveva mancato d’ironizzare sui cachet di Goldman Sachs a Hillary Clinton, sarebbe stato pagato 400mila dollari per intervenire a una conferenza sulla sanità organizzata dalla banca d’investimenti Cantor Fitzgerald (Barack e Michelle Obama hanno ottenuto più di 60milioni di dollari da Penguin come anticipo dei diritti delle loro memorie). Facili moralismi a parte, l’impressione è che Obama si sia calato pienamente, e con un certo compiacimento, in quel jet set globale nel quale sembra trovarsi davvero a suo agio. E che tutto ciò rischi di nuocere alla credibilità di quel messaggio politico che – dal cambiamento climatico all’ineguaglianza – nessun leader mondiale può oggi promuovere con la sua stessa forza e incisività.

Il Mattino, 10 aprile 2017

100 giorni

Allo scoccare della scadenza, simbolicamente rilevante, dei primi 100 giorni di Presidenza, Donald Trump rilancia la linea della fermezza verso la Corea del Nord, fino a prospettare la possibilità di una guerra contro Pyongyang. Le matrici del bellicoso atteggiamento del Presidente statunitense non sono difficili da decrittare. Vi è il convincimento che il regime nordcoreano conosca, e rispetti, solo il linguaggio della forza: che alzare la soglia del conflitto costituisca un utile strumento di pressione su Kim Jong-un. Si ritiene che un simile approccio sia utile per indurre la Cina a svolgere un ruolo più attivo nella crisi. E si crede che l’intransigenza e l’enfasi sulla possibilità di dispiegare lo strumento militare – l’elemento primario della superiorità di potenza di cui godono gli Usa – possano pagare un forte dividendo politico interno, rendendo Trump più popolare e, anche, “presidenziale”. Sebbene sia presto per dirlo, i sondaggi che misurano il tasso di approvazione dell’operato di Trump negli Usa hanno visto una lieve ma costante crescita nelle ultime settimane (dal 39 al 42.5%). Soprattutto, la nuova linea di politica estera, assertiva e interventista, ha raccolto il sostegno di molti commentatori liberal e messo i democratici – di loro straordinariamente deboli e divisi – sulla difensiva.
Gli assunti strategici e politici alla base di questa svolta sono certo discutibili e il rischio di escalation incontrollate altissimo. Quel che è certo, però, è che sono bastati cento giorni per mettere a tacere chi preconizzava radicali (e del tutto impraticabili) svolte isolazioniste e per riportare l’azione internazionale di Washington nell’alveo di un internazionalismo conservatore nel quale centrale torna ad essere il primato militare degli Usa e l’ostentata disponibilità a farne uso.
Certo, il lessico usato da Trump rimane quello semplice e binario che abbiamo imparato a conoscere. E i dettami di questo internazionalismo conservatore, per quanto semplificati, difficilmente trovano spazio negli ossessivi tweet presidenziali. Eppure la svolta appare rilevante e, per il momento, non reversibile. Come ci mostra peraltro l’evoluzione degli equilibri interni all’amministrazione, con la marginalizzazione di chi sollecitava e proponeva drastiche rotture – strategiche e retoriche – da Steve Bannon all’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Flynn, e la crescente centralità anche mediatica del successore di Flynn, McMaster, nonché del segretario di Stato Tillerson.
Tre sono i principali pilastri operativi e concettuali di questo internazionalismo conservatore. Il primo è una propensione ad agire unilateralmente accentuata dalla fiducia nell’uso, e appunto nell’ostentazione, della superiorità bellica. Come con Bush Jr., l’ONU non è tanto negletta quanto utilizzata come palcoscenico nel quale le posizioni americane sono esplicitate all’opinione pubblica interna e internazionale. Lo mostra bene l’estremo attivismo dispiegato in queste settimane dall’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley. La seconda è una visione geopolitica nella quale – in discontinuità con gli anni di Obama – si riafferma la centralità del Medio Oriente e la necessità di preservare un chiaro equilibrio regionale di potenza favorevole agli Usa, anche a discapito del tanto invocato riavvicinamento a Mosca. Le tensioni con la Russia finiscono anzi per dare nuovo vigore alle relazioni transatlantiche, e alla stessa NATO, così vilipese da Trump prima di giungere alla Casa Bianca. Terzo e ultimo, la consapevolezza di quanto nodale sia il rapporto, e l’interdipendenza, tra Cina e Stati Uniti. Fondato su forme d’integrazione profonde e strutturali, dilemmi e contraddizioni ineludibili, spinte alla competizione e allo scontro, questo rapporto rappresenta la variabile cruciale delle relazioni internazionali correnti, come proprio la crisi coreana torna a evidenziare.
Abbandonate sembrano quindi essere le velleitarie promesse di lanciare guerre commerciali globali o di costruire grandi assi russo-statunitensi. Persino il muro con il Messico pare prossimo a essere riposto nel cassetto. Per certi aspetti ci sarebbe da rallegrarsi. E però, in passato questo internazionalismo conservatore non ha mancato di dare pessime prove di sé, si pensi solo agli sfaceli provocati in Medio Oriente da Bush Jr.. E nelle mani certo più incerte ed erratiche di Trump, alcuni dei patenti limiti di una simile, rigida visione di politica estera potrebbero davvero deflagrare.

Il Mattino, 29 aprile 2017

Gli Usa e Castro

Tanti elementi hanno contribuito a fare di Fidel Castro un’icona globale. Positiva o negativa; idealizzata o demonizzata; amata o odiata. Simbolo di coraggio, emancipazione e appeal rivoluzionario, per una parte; ennesimo, imperituro e demagogico dittatore, per l’altra. “Fidel” – come amici e nemici hanno finito familiarmente per chiamarlo – è stato entrambe le cose. Ed è proprio nella relazione conflittuale con gli Stati Uniti che queste diverse dimensioni si sono intrecciate e alimentate, dentro una rappresentazione eroica di uno scontro impari – di un “Davide contro Golia” – nel quale si tendeva inevitabilmente a parteggiare per la Cuba castrista e si finiva così spesso per chiudere gli occhi di fronte alla sua rapida deriva autoritaria.
L’ascesa al potere di Castro nel 1959 fu in realtà accolta con curiosità e simpatia da molti negli Usa. L’auspicio di parte del mondo liberal statunitense era che Castro potesse diventare un interlocutore capace di abbandonare gli eccessi rivoluzionari, di promuovere le ottimistiche riforme modernizzatrici indicate da Washington, e di accettare una subalternità strategica ed economica agli interessi statunitensi che conseguiva a rapporti di forza squilibrati e all’indiscussa egemonia emisferica degli Stati Uniti. I due anni che seguirono videro invece un rapidissimo deterioramento delle relazioni cubano-statunitensi. In una spirale viziosa sulle cui responsabilità gli storici continuano a interrogarsi, riforme economiche (a partire da quella agraria) che andavano a toccare importanti interessi americani sull’isola, crescenti ingerenze degli Stati Uniti e un contestuale avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica fecero precipitare la situazione e aprirono una lunga fase di “guerra fredda” caraibica, che avrebbe finito per rafforzare politicamente Castro, consolidandone l’immagine di coraggioso rivoluzionario.
Per più di trent’anni, la giustificazione primaria dell’ostilità statunitense a Cuba fu quella strategica: dentro gli schemi della Guerra Fredda, il regime castrista era considerato l’avamposto ultimo del monolite comunista, diretto da Mosca. Ma era, ancor più, un modello che ambiva ad estendersi all’America Latina, sfidando qui il primato statunitense. Contro questo pericolo, gli Usa mossero inizialmente una guerra totale, imponendo un rigido e punitivo embargo, cercando di rovesciare il regime e promovendo operazioni clandestine finalizzate ad assassinare Castro o a incrinarne il fascino rivoluzionario (tra gli schemi più bizzarri mai inventati dalla CIA, vi fu anche quello di usare sostanze chimiche depilatorie per rendere Castro completamente glabro e fargli così perdere una virile, e villosa, mascolinità che si pensava contribuisse alla sua popolarità).
La Guerra Fredda costituì però anche la condizione ambientale entro la quale Castro e il suo regime trovarono un proprio, preciso ruolo. Divennero il simbolo globale della resistenza all’impero americano; ottennero preziosi aiuti sovietici; promossero un’audace, e onerosa, politica di assistenza anti-imperialista, inviando ad esempio soldati, medici e infermieri in diversi teatri africani (e saranno le truppe cubane, tra il 1975 e il 1988, a svolgere un ruolo decisivo nel fermare l’esercito sudafricano in Angola, contribuendo così ad accelerare la crisi e implosione dell’osceno regime segregazionista di Pretoria).
Fu, paradossalmente, una “relazione speciale” quella tra Usa e Cuba durante la Guerra Fredda. Terminata quest’ultima, la contrapposizione assoluta e totale perse progressivamente di senso. L’unità anti-castrista dell’influente comunità d’immigrati cubani, concentrati in alcune contee del sud della Florida, iniziò a venir meno, con le nuove generazioni assai meno rigide nei confronti di possibili aperture a L’Avana (secondo un recente sondaggio della Florida International University, ben il 72% dei cubani-americani sotto i 40 anni sostiene oggi la fine dell’embargo). I tanti oppositori di Castro riuscirono negli anni Novanta a far passare un inasprimento delle sanzioni economiche giustificato in termini di difesa dei diritti umani, violati a Cuba, e non più d’interessi strategici. Era un embargo, però, che stava fuori dal tempo e dalla storia: la reliquia di un passato che non aveva più ragion d’essere. Cuba – priva degli aiuti sovietici e prostrata da decenni d’isolamento economico e di cattivo governo – si trovava ormai sulle ginocchia; gli Usa erano a loro volta vieppiù isolati in un’America Latina dove nessuno condivideva più la linea dell’intransigenza. Castro rimaneva un simbolo, potente e globale; ma Cuba non aveva più gli strumenti, gli interessi e la volontà per svolgere un ruolo internazionale grandemente sproporzionato rispetto alle sue risorse e possibilità.
L’apertura di Obama, e la disponibilità de L’Avana, si spiegano così facilmente. Vi sono forti incentivi economici, come ben evidenzia il sostegno bipartisan all’apertura, con diversi governatori e senatori repubblicani che guardano con interesse alle possibilità commerciali che paiono aprirsi. Il disgelo è inoltre sostenuto dalla maggioranza dell’opinione pubblica statunitense. Difficile quindi che esso non continui in futuro, al di là delle dichiarazioni di Trump in campagna elettorale e dei bellicosi pronunciamenti di alcuni esponenti repubblicani. Non esiste insomma più ragione strategica o politica per tenere in vita la “relazione speciale” dell’ultimo mezzo secolo. E non esistono più, o non sono più politicamente rilevanti, né l’internazionalismo castrista né l’anti-castrismo statunitense. Fidel, alla fine, ha avuto una vita ben più lunga di entrambi.

Il Mattino/Il Messaggero, 27 Novembre 2016

L’Amministrazione Trump, II

Cosa farà Donald Trump una volta insediatosi alla Casa Bianca? Che tipo di politiche promoverà? La stabilità internazionale e la stessa democrazia statunitense sono davvero minacciate, come asseriscono molti e come sarebbe normale attendersi se Trump dovesse dar corso anche solo ad alcuni dei propositi enunciati?
Sono domande lecite. Nella storia degli Stati Uniti è difficile trovare un candidato giunto a conquistare la Presidenza offrendo un messaggio così estremo e divisivo. E queste due settimane successive al clamoroso risultato elettorale non hanno aiutato a chiarire il quadro. Il neo-Presidente ha scelto figure radicali per alcune posizioni chiave della nuova amministrazione, dalla giustizia alla sicurezza nazionale. Ma sembra incline a coinvolgere anche esponenti repubblicani più moderati, a partire dal candidato presidenziale del 2012, Mitt Romney, in corsa per il posto di Segretario di Stato. Trump ha fatto sfoggio di prudenza anche nel primo tentativo di delineare i contorni del suo programma di governo, guardandosi bene dall’includere proposte controverse, dal completamento del muro col Messico alla espulsione in massa dei clandestini. Al contempo, però, ha continuato a polemizzare infantilmente con chi lo contesta (gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati gli attori del popolarissimo musical di Broadway “Hamilton”), utilizzando quel twitter che i suoi collaboratori in più occasioni hanno cercato di porre sotto tutela.
La storia, anche quella recente, c’indica quanto alto possa essere lo scarto tra promesse e risultati, alta retorica e bassa politica. Quelle di Reagan, Clinton, Bush Jr. e Obama sono state tutte, in modo diverso, presidenze “trasformative”: capaci cioè d’incidere in profondità. Eppure, hanno realizzato molto meno di quanto preventivato, finendo per accettare compromessi pesanti e dolorose rinunce.
In parte ciò è inevitabile: è la politica, insomma. In parte è il frutto di un sistema presidenziale debole come quello americano, dove molteplici ostacoli si frappongono alla realizzazione della volontà della Casa Bianca e mille mediazioni s’impongono. In parte, infine, è conseguenza dell’indebolimento della posizione relativa degli Stati Uniti nel contesto internazionale: gli Usa rimangono la prima potenza mondiale, ma sono oggi costretti a fare i conti con costrizioni nuove, che ne limitano le possibilità e la libertà d’azione.
Alla luce di tutto ciò, cosa si può prevedere per il prossimo anno? Come agirà Trump e quali ostacoli fronteggerà? Quale può essere, con lo sguardo di oggi, il certo, l’improbabile e l’impossibile della sua azione di governo?
Partiamo dagli ostacoli, innanzitutto. Il Congresso è saldamente in mano repubblicana. Obama ha però imparato a sue spese, tra il 2009 e il 2010, come ciò non sia sufficiente. Defezioni dentro il proprio partito sono possibili, soprattutto quando ci si è fatti tanti nemici come nel caso di Trump. La maggioranza repubblicana al Senato è risicata (51 su 99, con un’elezione a venire per l’ultimo seggio in Louisiana); i democratici potrebbero ricorrere anch’essi allo strumento dell’ostruzionismo, adottato con frequenza e spregiudicatezza dai repubblicani; per chiudere la discussione e passare al voto vi è infatti bisogno di una maggioranza di 60 senatori su 100.
Ora come ora Trump di tutto ha bisogno meno che di uno scontro frontale. Anche perché i suoi avversari dispongono di un secondo strumento, anch’esso dispiegato spesso (e non di rado con successo) dagli avversari di Obama: l’azione degli Stati che possono portare davanti alle corti provvedimenti dell’amministrazione, bloccandoli o rallentandone di molto l’iter.
Trump ha quindi di fronte tre strade: agire subito in quegli ambiti dove è certo di avere chiare maggioranze al Congresso; offrire provvedimenti ad alto contenuto simbolico e basso rischio politico; usare spregiudicatamente lo strumento esecutivo o, come Obama ha spesso fatto, utilizzare la leva della burocrazia per surrogare l’inazione legislativa (alle strutture amministrative si danno cioè precise indicazioni su come attuare determinate misure e s’indirizza di conseguenza il loro operato).
È immaginabile che Trump proceda senza tentennamenti ad attuare alcuni dei tagli alle tasse promessi nei mesi scorsi, in particolare la semplificazione e riduzione delle aliquote su redditi (con una diminuzione dal 39.6 al 33% di quella più elevata). Su quello c’è una chiara unità tra i repubblicani e non sarà difficile ottenere anche qualche voto democratico. Ne conseguirà un iniziale effetto benefico di stimolo economico e un contestuale pesante deterioramento dei conti pubblici (come è stato con Reagan). Più complicati sono invece la rapida cancellazione della riforma sanitaria di Obama, il rovesciamento della politica ambientale degli ultimi anni o l’attuazione delle misure draconiane promesse sull’immigrazione. Qui Trump agirà presumibilmente in modo graduale o con provvedimenti cosmetici e ad alta valenza simbolica, ancorché di certo dolorosi per taluni. Analogamente, sulla politica estera si può prevedere un combinato di retorica roboante e belligerante e d’inevitabile cautela, con la prima a bilanciare in una qualche misura la seconda. Questo è il percorso prevedibile laddove Trump si dovesse comportasse come un normale Presidente e politico. È questo, però, un “se” pesante, che un anno di campagna elettorale e le due settimane post-voto non hanno di certo aiutato a risolvere.

Il Mattino 23 novembre 2016

L’amministrazione Trump

Chi pensava che dopo il voto Donald Trump si sarebbe prontamente riposizionato al centro è chiamato a un brusco risveglio. La prima nomina, quella a capo di gabinetto di Reince Priebus, il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, sembrava rispondere a una logica mediana e conciliatrice, sia per il ruolo istituzionale rivestito da Priebus sia per la sua vicinanza a Paul Ryan, lo speaker della Camera con il quale Trump è più volte entrato in rotta di collisione. Le decisioni successive sembrano però andare in tutt’altra direzione. Come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha scelto l’ex Generale dell’Esercito Michael Flynn, a lungo registrato come democratico, e che nel 2014 Obama sollevò dall’incarico di Direttore dell’intelligence del dipartimento della Difesa. Flynn ha un passato operativo nelle forze speciali in Afghanistan e Iraq, è stato molto critico nei confronti della politica mediorientale di Obama e ha in più occasioni esplicitato il suo convincimento che il nemico sia l’Islam in quanto tale (a queste posizioni islamofobe si è aggiunto, durante la campagna elettorale, un brutto scivolone antisemita per il quale si è dovuto scusare). Flynn ritiene inoltre che la collaborazione con la Russia di Putin sia non solo auspicabile ma necessaria. Alla giustizia va il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, un passato lontano da procuratore caratterizzato da diversi scontri con associazioni per i diritti civili; e un passato recente durante il quale ha sostenuto posizioni draconiane in materia d’immigrazione illegale ed è stato tra i pochi membri del Congresso a non schierarsi contro le pratiche aggressive d’interrogatorio di sospetti terroristi (si legga uso della tortura) utilizzate con Bush. Per guidare la CIA è stato scelto il deputato del Kansas ed ex ufficiale dell’Esercito, Mike Pompeo; un membro del Tea Party che si è distinto per il suo ruolo durante l’inchiesta relativa all’assassinio nel 2012 dell’ambasciatore in Libia Christopher Stevens (Pompeo e un altro deputato hanno presentato una relazione di minoranza, molto più critica nei confronti dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, rispetto a quella approvata dai loro colleghi di partito). Anche Pompeo ha difeso l’uso della tortura, posizione, questa, abbracciata dallo stesso Trump durante la campagna elettorale. Infine – decisione forse più controversa di tutte – il futuro Presidente ha nominato suo consigliere speciale Steve Bannon, l’ex Presidente del sito d’informazioni della “destra alternative” (alt-right) “Breitbart News”. Bannon – che già aveva coordinato l’ultima fase della campagna elettorale di Trump – è campione di un nazionalismo estremo, anti-establishment e anti-globalizzazione. Che sia anche un antisemita o un suprematista bianco è più difficile a dirsi. Di certo Breitbart offre un modello d’informazione urlata, aggressiva e quasi violenta.
Rispetto a queste nomine, tre considerazioni possono essere fatte. La prima è che la lealtà dei pochi che hanno apertamente sostenuto Trump è stata immediatamente ricompensata. Sessions e Flynn, in particolare, si sono schierati con il miliardario newyorchese quando la sua sembrava una sfida impossibile. È probabile che queste nomine siano poi bilanciate da altre più moderate, tanto che si parla addirittura di una possibile inclusione nella squadra di governo di Mitt Romney, il candidato del 2012 che nei mesi scorsi ha attaccato in più occasioni Trump, apostrofandolo addirittura come “truffatore”. Il messaggio che Trump dà è però inequivoco oltre che in una certa misura corretto nell’interpretazione del voto: la vittoria è stata sua e suo è di conseguenza, in questo momento, il partito, che lo deve seguire e non ha i mezzi, e la legittimità, per contrastarlo o anche solo per negoziare alla pari. La seconda considerazione è relativa all’alta valenza simbolica e politica di queste scelte. Trump va allo scontro con quel pezzo di paese che gli ha votato contro e nel farlo soddisfa le posizioni non tanto dell’elettorato repubblicano nel suo complesso, quanto di quella parte d’America che lo ha trascinato alla nomination prima e sostenuto nella lunga, difficile campagna elettorale poi. Terzo e ultimo: tutto ciò si rifletterà, almeno in una prima fase, anche sulle politiche. Sessions alla guida di un dipartimento chiave come quello della Giustizia, in particolare, indica che su temi nodali come l’immigrazione e le tutele delle minoranze si può attendere un cambio di rotta radicale.
L’azzardo è però evidente e il rischio politico, una volta superata la sbornia post-elettorale, assai elevato. Trump sembra comportarsi come se avesse ottenuto un ampio e inequivoco mandato. Non è ovviamente così, visto che si è trattato di un’elezione risolta per pochissimi voti e con un paese spaccato a metà. Dentro il partito repubblicano sono ancora ben rappresentate posizioni diverse se non opposte (il fronte anti-russo, guidato dal senatore McCain, rimane ad esempio influente). Per la conferma delle nomine presidenziali basta oggi la maggioranza semplice del voto al Senato: una misura, questa, paradossalmente voluta dai democratici nel 2013 per aggirare l’ostruzionismo repubblicano contro Obama. I senatori democratici sono però 47/48: sufficienti per costruire maggioranze contingenti con pochi transfughi repubblicani o, ancor più, per attuare un’azione sistematica e implacabile di ostruzionismo (ci vogliono 60 senatori per chiudere una discussione e portare una misura al voto).
Trump ha insomma rilanciato subito. Forse è nella natura del personaggio. Forse è coerente con quello che la sua base gli chiede. Di certo è un rischio che prelude a una fase di ulteriore, preoccupante scontro politico.

Il Mattino, 20 novembre 2016

Perché Barack Obama è stato un buon Presidente

Barack Obama è stato un buon Presidente. Forse addirittura un grande Presidente, anche se per dirlo avremmo bisogno di quelle fonti e quel distacco che solo la prospettiva storica ci garantisce. È importante e utile ricordarlo, nel momento in cui si preannuncia il prossimo, certo rovesciamento di alcuni dei più importanti risultati della sua azione di governo, in particolare sull’ambiente e sulla sanità.
Obama è stato un buon Presidente per diverse ragioni. Innanzitutto perché ha dovuto governare con avversari, e con un pezzo di paese, pregiudizialmente ostili e pronti davvero a tutto per impedirglielo. Pochi avrebbero immaginato, dopo la sua vittoria nel 2008, una simile reazione di una parte di America all’elezione del suo primo Presidente nero. Al Congresso ha trovato un fronte repubblicano ostile, che da minoranza ha usato lo strumento dell’ostruzionismo al Senato come mai prima di allora e, una volta conquistata la Camera con le elezioni di mid-term del 2010, ha di fatto paralizzato l’attività legislativa. Nel paese, ha dovuto fronteggiare un’azione atta da subito a delegittimarlo, che ha raggiunto il suo picco di bassezza nel tentativo – guidato tra gli altri da Donald Trump – di dimostrare che il luogo di nascita di Obama non si trovasse negli Usa: che fosse, in sostanza, occupante abusivo della Casa Bianca. Se otto anni più tardi i sondaggi ci dicono che quasi la metà degli elettori repubblicani ancora crede a questa bufala, o pensa che Obama sia segretamente mussulmano, allora vuol dire che questa azione è stata condotta senza tregua, con una virulenza e una spregiudicatezza di cui forse mai un Presidente in carica è stato vittima.
Nonostante questo, Obama ha conseguito risultati di non poco conto. Ha promosso una riforma del sistema sanitario che, per quanto esplicitamente ispirata da modelli conservatori (su tutti quello adottato dall’allora governatore del Massachusetts Mitt Romney, nel 2006), non ha ottenuto il sostegno di alcun parlamentare repubblicano. Una trasformazione complessa e macchinosa di un sistema al tempo stesso inefficiente e immensamente oneroso, che da solo costa tra il 15 e il 20% del PIL. Una riforma che ha certo i suoi problemi, anche perché l’ostruzionismo repubblicano ha impedito l’adozione dei necessari correttivi, ma che ha portato quasi a un dimezzamento del numero di persone prive di qualsiasi copertura sanitaria nel paese (dal 16 al 9%, da 48 a 29 milioni).
Ha dovuto inoltre gestire, Obama, una drammatica crisi economica, secondi taluni la peggiore dopo quella del 1929. Di nuovo lo ha fatto senza alcuna disponibilità alla collaborazione di una controparte, quella repubblicana, che pure aveva avallato il modello di economia dei balocchi che aveva portato all’intreccio, catastrofico, tra bolla immobiliare e bolla finanziaria. Nella narrazione conservatrice, la crisi che Obama ha ereditato e dovuto gestire è diventata la crisi che egli avrebbe causato. Nonostante questo è riuscito a far passare un piano di stimolo che ha rimesso in careggiata l’economia statunitense, e quella mondiale con essa, e a promuovere meccanismi, per quanto parziali e insufficienti, di regolamentazione di un settore finanziario e bancario da tempo fuori giri e controllo. Al termine dei suoi due mandati, gli Stati Uniti si trovano con una disoccupazione dimezzata (dal 10 al 4.9%) e con una parziale ancorché insufficiente correzione dei macroscopici livelli di diseguaglianza di reddito (nell’ultimo anno, ad esempio, vi è stata una diminuzione del tasso di povertà dell’1.2%, stimabile in tre milioni e mezzo di persone, il risultato più significativo dal 1999 a oggi).
Molte critiche si sono concentrate sulla sua politica estera e di sicurezza. Errori non sono mancati e l’utilizzo senza precedenti dei droni in un’azione selettiva di eliminazione di sospetti terroristi pone problemi politici, etici e legali di non poco conto. Eppure è difficile dire che la posizione degli Usa nel sistema globale sia oggi più fragile e vulnerabile rispetto a otto anni fa. Piace, a tanti sedicenti esperti di relazioni internazionali, contrapporre la presunta ingenuità di Obama al cinico realismo di chi, come il Vladimir Putin di turno, saprebbe maneggiare con ben altra abilità le crude logiche della politica di potenza. Bene: si contrappongano alcuni fondamentali russi (PIL, crescita, valuta, alleati) a quelli statunitensi e si provi poi a vedere chi sta meglio e chi sta peggio rispetto a otto anni fa. La politica estera include anche l’impegno – promosso attraverso una fondamentale convergenza con Pechino – verso un’azione multilaterale contro il cambiamento climatico, che ha poi portato al fondamentale accordo di Parigi del dicembre scorso. Lo si compari, questo sforzo, con lo sconcertante negazionismo scientifico di chi lo ha preceduto e di chi lo seguirà e, ancora una volta, si valuti di conseguenza.
Tanti altri esempi potrebbero essere aggiunti, a partire dai progressi sui diritti degli omosessuali, che rappresentano l’ultima frontiera dei diritti civili, o all’impegno per correggere una delle più inaccettabili discriminazioni ancora esistenti, in virtù della quale a parità di mansioni il lavoro femminile è retribuito molto meno di quello maschile.
Tutto ciò è avvenuto preservando una dignità assoluta di fronte ad attacchi feroci e, non di rado, volgari. Ripristinando, anzi, il decoro di un ufficio presidenziale violato in modi diversi dai suoi due predecessori, George Bush e Bill Clinton.
Sì, Obama è stato un buon presidente, come una maggioranza di americani (e, secondo i sondaggi, gran parte del mondo) oggi riconoscono. Un presidente del quale sarà difficile non sentire la mancanza.

Il Mattino, 12 novembre 2016

Una riflessione sul voto

No, un anno fa non lo avrebbe immaginato davvero nessuno. Donald Trump Presidente degli Stati Uniti non lo quotavano nemmeno i bookmakers. E una volta conquistata la nomination repubblicana, la vera questione parve essere la prossima implosione del suo partito e non come sconfiggere un’avversaria esperta, competente, con più risorse e, soprattutto, capace di intercettare meglio i voti di un’America sempre più diversa e meno bianca. La mappa elettorale sembrava conferire un ulteriore, strutturale vantaggio alla Clinton, che aveva una pluralità di opzioni per giungere ai fatidici 270 grandi elettori, laddove il suo avversario non poteva permettersi passi falsi: doveva vincere swing states nodali, come la Florida e l’Ohio, e sottrarre ai democratici stati del midwest postindustriale, dal Michigan alla Pennsylvania.
E invece l’impensabile è accaduto. Il firewall clintoniano – quel muro di stati che avrebbero dovuto permettere alla Clinton di contenere eventuali sconfitte inattese – ha subito mostrato delle crepe. Quando l’Indiana, che chiude prima le urne, è stata assegnata a Trump si è capito che le cose non si mettevano bene per l’ex segretario di Stato. Obama aveva vinto lo stato a sorpresa nel 2008, perdendolo poi di dieci punti nel 2012. Essere sconfitti di venti, come è stato per la Clinton, voleva però dire che si stava manifestando la dinamica più temuta dai democratici: una piena mobilitazione del voto bianco e una contestuale minor attivazione della loro composita base elettorale. Ed è da questa prima disaggregazione del voto che si deve partire per provare a capire cosa sia avvenuto la notte scorsa. Gli exit poll e i risultati delle contee ci consegnano infatti un quadro che, seppur ancora incompleto, offre delle prime, importanti indicazioni. Su scala nazionale il voto bianco non ispanico (corrispondente a circa il 70% di quello totale) è andato al 58% a Trump e al 37% a Clinton. È uno scarto di 21 punti. Erano stati 12 nel 2008. Soprattutto erano stati bilanciati dall’ampio sostegno delle minoranze nera e ispanica a Obama. Che invece è calato, in particolare nel caso degli afroamericani.
Prima considerazione, quindi: dentro una situazione di grande equilibrio, si conferma e rafforza la tendenza dei repubblicani ad aumentare i consensi tra l’elettorato bianco, ma non quella dei democratici a bilanciare ciò con un loro parallelo ampliamento negli altri segmenti della popolazione. A ciò va aggiunto un secondo fattore: la partecipazione elettorale. Su questo i dati di cui disponiamo rimangono assai incompleti e qualsiasi considerazione è ancora parziale, se non impressionistica. Un dato centrale nei due successi elettorali di Obama era stato non solo di ottenere il voto delle minoranze, ma anche di portarle massicciamente a votare. Cosa che non sembra essere invece avvenuta con la Clinton. Prendiamo ad esempio le contee d’importanti città di Wisconsin e Ohio, come Milwaukee e Cleveland. Aree metropolitane, queste, dove ampiamente sovra-rappresentata è la popolazione di colore, che nel 2008 e nel 2012 svolse un ruolo fondamentale nel bilanciare le ampie vittorie repubblicane nella gran parte delle contee non urbane o rurali dei due stati. Ebbene, il calo dei voti per i democratici rispetto a quattro anni fa è stato a dir poco impressionante. Sia a Cleveland sia a Milwaukee, Trump non ha ottenuto più voti rispetto al candidato repubblicano del 2012, Mitt Romney; la Clinton ha fatto però decisamente peggio rispetto a Obama. È questa la seconda chiave di lettura, da testarsi su un campione più ampio ma che appare già ora piuttosto solida: non solo la Clinton ottiene una percentuale minore del voto delle minoranze, ma fallisce anche nell’attivarle; vede cioè un calo della partecipazione al voto di pezzi vitali della grande coalizione democratica, laddove il suo avversario invece mobilita appieno la propria base.
Se questa è una prima, possibile analisi, va compreso perché ciò sia accaduto e cosa ci dica dell’America oggi. Di un paese, cioè, dove il voto maschile bianco (che è circa un terzo del totale) va 63 a 31 a Trump, con uno scarto addirittura di cinquanta punti (72 a 23) tra gli uomini bianchi privi di una qualche istruzione post-secondaria.
Rispetto a questo, tre spiegazioni – intrecciate e interdipendenti – possono essere avanzate. La prima è quella che per convenienza potremmo definire identitaria. Vi è un’America bianca (e cristiana) che in questi anni ha assistito preoccupata, se non sgomenta, alla trasfigurazione di quello che considera essere il suo paese. All’agire di dinamiche demografiche che sembravano proiettarla verso una situazione di minoranza futura. A flussi migratori che accentuavano queste tendenze. A trasformazioni culturali che mettevano in discussione certezze e ruoli sociali consolidati. L’America liberal, multirazziale, plurilinguistica e cosmopolita che il Presidente nero eletto nel 2008 incarnava e simboleggiava è un paese che quest’altra America trovava alieno e irriconoscibile. Si trattava di una battaglia, normativa e prescrittiva, su cosa gli Stati Uniti siano e debbano essere. Nella quale veniva frequentemente invocata un’America delle origini – essenziale e perenne – da contrapporsi a quella del cambiamento costante, graduale ma inarrestabile così centrale nella retorica e nella stessa filosofia di Barack Obama. Al vento trasformatore della storia si contrapponeva la fissa solidità di un’altra storia, dalla quale erano espunte impurità e contraddizioni. Inclusa quella, terribile, di una divisione razziale che aveva permesso schiavitù prima e segregazione poi. Questa battaglia identitaria è stata condotta e cavalcata con spregiudicatezza estrema da Donald Trump. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti – è necessario ricordarlo – ha promosso alcuni anni fa una campagna spregevole contro Barack Obama atta a dimostrare che il suo predecessore non fosse davvero nato negli Stati Uniti e non avesse pertanto il diritto di risiedere alla Casa Bianca.
Il fattore identitario s’intreccia con quello securitario. L’America cui Trump si rivolge è un paese incattivito, spaventato e preoccupato. I dati ci dicono che la criminalità è in calo netto: il numero di omicidi si è dimezzato tra i primi anni Novanta a oggi, anche se vi è stata una lieve crescita negli ultimi anni. Chiunque abbia un minimo di familiarità con le città statunitensi sa bene quanto più sicure esse siano rispetto a 20/30 anni fa. Questa però non è però la percezione di gran parte degli elettori di Trump e dello stesso neo-Presidente. Che durante la campagna elettorale ha rappresentato con toni apocalittici un paese travolto dalla criminalità e da violenze spesso descritte con toni implicitamente razziali (a dispetto delle statistiche, Trump ha sovente collegato l’immaginario aumento dei crimini all’incontrollata immigrazione illegale). Un messaggio centrato sulla necessità di ripristinare legge e ordine – incarnato da uno degli uomini più fidati di Trump, il vecchio sindaco della “tolleranza zero” di New York Rudy Giuliani – si è rivelato una volta ancora vincente. È riuscito a offrire una narrazione fatta di nemici precisi e soluzioni semplici, capace in una certa misura di sedare ansie e paure.
Ansie e paure, queste, cui ha contribuito anche un contesto economico complesso e, per una parte non marginale degli elettori di Trump, oggi assai difficile. Se usate come esclusiva spiegazione, come talora accade, le letture deterministiche che interpretano l’ascesa dell’imprenditore newyorchese come conseguenza della ribellione di un’America bianca, impoverita in conseguenza della globalizzazione, rischiano di essere mistificatorie. La Clinton ha in fondo vinto largamente (53 a 41) tra gli elettori con un reddito inferiore ai trentamila dollari annui (la fascia più povera tra quelle considerate dagli exit poll). Tra gli elettori di Trump vi sono molti percettori di redditi alti e altissimi, attratti dalla sua promessa di ridurre drasticamente il carico fiscale. E però i risultati delle primarie così come i primi dati di queste elezioni ci mostrano come il nuovo Presidente sia riuscito a ottenere l’appoggio, e i voti, di pezzi di elettorato bianco impoverito, particolarmente importanti in alcuni stati del Midwest post-industriale. Elettori che non di rado avevano disertato le urne nelle ultime tornate presidenziali e che hanno costituito la spina dorsale del movimento che ha portato Trump a conquistare la nomination repubblicana prima e la Casa Bianca poi. Sarebbero, secondo alcune caricature, “i perdenti della globalizzazione”: coloro maggiormente colpiti dalla scomparsa di posti di lavoro in un settore industriale che almeno fino agli anni Settanta offriva occupazioni ben retribuite, tutele sindacali e possibilità di (limitata) ascesa sociale. Uomini e donne spesso culturalmente conservatori, che imputano ai democratici di parlare oggi un linguaggio dei diritti selettivo, elitario e distante, e che invocano una qualche protezione contro gli effetti destabilizzanti dell’integrazione globale. A essi Trump ha offerto un messaggio scopertamente nazionalista, protettivo e rassicurante. Un messaggio, questo, che si nutre di anti-politica e al contempo la alimenta: che fa leva su una diffusa ostilità a un establishment delegittimato e auto-referenziale.
Un establishment plasticamente incarnato dalla sua avversaria. È questo l’elemento aggiuntivo – più specifico e contingente – che aiuta a comprendere quanto accaduto. Era difficile, infatti, immaginare nell’attuale contesto storico una candidata più sbagliata di Hillary Clinton. Incapace di rinnovare l’entusiasmo generato da Barack Obama; additata da molti, a torto o ragione, come incarnazione emblematica della corrotta politica washingtoniana; figura divisiva senza essere mobilitante. L’inflazione di sondaggi cui siamo stati sottoposti in questi mesi, anche dei tanti che la davano come certa vincitrice, hanno sottolineato costantemente la poca, pochissima fiducia di una maggioranza di americani nei confronti di Hillary Clinton. E in un’elezione comunque stretta e combattuta – nella quale la candidata democratica potrebbe addirittura prevalere nel voto popolare – questo fattore ha avuto un impatto che non può essere sottostimato.
Cosa seguirà ora è difficile dirlo, soprattutto per quanto concerne la politica estera, rispetto alla quale Trump potrebbe rivelarsi più pragmatico di quanto non si creda. Sul piano interno – con un Congresso a sua volta in pieno controllo repubblicano – è probabile che parta subito l’assalto a smantellare pezzi della riforma sanitaria di Obama; così come possibile è un’azione di tagli alle tasse per la quale sembra esservi una chiara comunanza di vedute tra il neo-Presidente e i suoi stessi avversari nel partito, a cominciare dallo speaker della Camera Paul Ryan. L’impatto su conti pubblici già in sofferenza potrebbe essere devastante. Ma questa è solo una delle tante, preoccupanti incognite che ci attendono nei mesi a venire.

Il Messaggero/Il Mattino, 10.11.2016

Fratture americane

Al termine di una delle campagne elettorali più brutte della storia, l’America si ritrova con due candidati straordinariamente impopolari. Secondo un recente sondaggio del Washington Post, sia Donald Trump sia Hillary Clinton hanno un passivo netto di circa venti punti tra chi li giudica positivamente e chi invece ne ha un’opinione negativa. Quattro anni fa, Obama e il suo avversario Romney avevano invece un saldo positivo del 4/5%. L’America si appresta a votare per qualcuno che non ama e di cui spesso diffida apertamente. Lo fa, in larga parte, perché l’alternativa appare peggiore se non addirittura terrificante. È questo, anzi, il fattore primario nella mobilitazione dei due elettorati: la paura della controparte.
Incide ovviamente la violenza di una campagna elettorale dove è volato fango come raramente nella storia recente. Pesa il profilo di due candidati controversi: per gli eccessi, la rozzezza e la violenza verbale di uno; per il cinismo e la spregiudicatezza dell’altra. Agisce il rigetto diffuso di una politica che delegittima preventivamente chi la pratica e, come la Clinton, ne ha fatto la professione della vita.
Ciò cui assistiamo è però anche il frutto di dinamiche di lungo periodo: di processi strettamente intrecciati che pre-datano (ma aiutano a spiegare) questo ciclo elettorale. Il primo è rappresentato da una polarizzazione politica fattasi sempre più intensa negli ultimi vent’anni. La mobilità elettorale si è progressivamente contratta e il peso dello stesso, mitico, elettorato indipendente appare oggi meno rilevante, vuoi perché percentualmente basso vuoi perché su temi specifici molti presunti “indipendenti” hanno in realtà posizioni assai nette e in linea con quelle di uno dei due campi. Le conseguenze sono state la radicalizzazione della proposta politica, particolarmente visibile nel caso dei repubblicani, e la propensione a mobilitare la propria base con un messaggio negativo, che delegittima e sovente demonizza l’avversario. Di nuovo, questo fenomeno è stato più marcato nel partito repubblicano, come si è ben visto in questi ultimi otto anni, quando Obama è stato oggetto di attacchi pregiudiziali reiterati e i suoi avversari hanno promosso un’azione di ostruzionismo al Congresso che ha quasi paralizzato l’attività legislativa. Secondo sondaggi fatti durante le primarie repubblicane, tra il 60 e il 70% degli elettori di Trump ritenevano ad esempio che Obama non fosse nato negli Stati Uniti, e quindi risiedesse abusivamente alla Casa Bianca, o fosse segretamente mussulmano.
E questo ci porta al secondo fattore: quello razziale. La razza è tornata in questi anni a dividere l’America. A lacerare il paese e ad ampliare il solco tra i due partiti, con le minoranze sovra-rappresentate da una parte (quella democratica) e quasi assenti dall’altra. Dentro un partito, quello repubblicano, sempre più bianco il fattore del risentimento razziale è divenuto più marcato e visibile e ha costituito un elemento fondamentale nel catalizzare l’ascesa di Donald Trump. Agisce qui una matrice scopertamente nazionalista ed essenzialista: l’idea che vi sia un’America delle origini, a-storica e perenne, oggi soggetta all’assedio concentrico delle forze della globalizzazione cosmopolita, dell’immigrazione, della contaminazione multirazziale e plurilinguistica. Dentro una simile rappresentazione, la battaglia politica da confronto tra progetti e idee di governo diversi si trasforma in conflitto identitario: scontro di civiltà inconciliabili che non può conoscere mediazioni e compromessi. È questo il terzo e ultimo aspetto: la persistenza, o il ritorno, di alcune delle faglie che hanno caratterizzato le “guerre culturali” statunitensi dell’ultimo mezzo secolo. Se su alcuni temi, come i diritti dei gay, la partita sembra essersi finalmente chiusa, su altri – l’aborto, ad esempio, ma anche la più generale interpretazione della costituzione – essa rimane invece aperta e divisiva, finendo per definire identità partitiche che si percepiscono e rappresentano come antagonistiche e incompatibili. Dentro questo schema binario e polarizzato, perdere un’elezione vuol dire consegnare il paese a chi lo vuole affondare: a un soggetto – un nemico – politicamente illegittimo. Ed il rischio grossissimo – che Trump ha già esplicitato con i suoi frequenti cenni alla possibilità di non riconoscere l’esito del voto – è che le scorie di questa lunga campagna persistano ben oltre l’8 novembre. Che a quella data non segua alcuna riconciliazione e che essa, più che segnare un nuovo inizio, diventi un altro passaggio di uno scontro paralizzante e non ricomponibile.

Il Mattino, 2 novembre 2016

Una settimana al voto

Pare che una percentuale non marginale di americani dichiari in questi giorni di soffrire da “stress elettorale”. Di non poterne più, in altre parole. C’è da capirli. La lunga campagna del 2016 passerà alla storia come una delle più brutte di sempre. Volgarità, colpi bassi, fango, un candidato (Trump) di molto al di sotto della soglia minima della decenza e presentabilità, tre dibattiti televisivi dove quasi mai si è parlato di contenuti: sarà difficile rimpiangere questo ciclo elettorale e, prospettiva ancor più preoccupante, è probabile che i suoi residui tossici siano destinati a condizionare a lungo il confronto politico e l’azione di governo.
Quale punto si può fare oggi? Quali previsioni?
La prima considerazione è sull’altissimo tasso di polarizzazione politica. A fronteggiarsi sono due campi contrapposti e sostanzialmente impermeabili l’uno all’altro. Bassa, storicamente bassissima, è la mobilità dei voti. Questo aiuta a spiegare perché Trump, a dispetto di tutto, non scenda di molto nei sondaggi: abbia una soglia di resistenza attorno al 38-40%. Ha insultato eroi di guerra, donne, minoranze, disabili, il miliardario newyorchese. Eppure, tra l’80 e il 90% degli elettori registrati come repubblicani dichiarano che voteranno per lui. Mal che vada, otterrà tra i 55 e i 60milioni di voti. Aiutato in questo da una mobilitazione i cui vettori si fanno sempre più negativi: da una scelta nella quale è preponderante l’ostilità (spesso assoluta e pregiudiziale) verso l’avversario/a. Mai da quando vengono fatti questi sondaggi, due aspiranti presidenti sono stati tanto invisi agli elettori della controparte. In uno stato elettoralmente cruciale come la Florida, ad esempio, l’84% degli elettori repubblicani dichiara di ritenere che la Clinton dovrebbe essere in carcere; per un altro 40% è una figura “demoniaca”. La media dei sondaggi fatta da un sito credibile come “RealClearPolitics” ci dice che lo scarto tra chi giudica Trump positivamente e chi lo giudica negativamente è ancora di meno venti punti; il candidato repubblicano del 2012, Mitt Romney, giunse al voto con +5% in questo indicatore fondamentale.
Si mobilita demonizzando l’avversario, in altre parole. Lo si fa su scala nazionale, per il traino che essa garantisce, ma con un impegno ormai concentrato sui pochi stati che decideranno la partita. Trump risale nei sondaggi, riportando all’ovile repubblicano consensi che una piccola e temporanea diaspora aveva dirottato verso il terzo candidato, il libertarian Gary Johnson. La sua rimane però una corsa ad handicap. In 48 stati su 50 vige la regola del vincitore pigliatutto: chi prevale ottiene tutti i grandi elettori (in numero eguale a senatori più deputati di quello stato). La mappa elettorale conferisce un vantaggio strutturale alla Clinton. Le opzioni per Trump sono limitate: deve vincere Ohio, Florida, North Carolina, forse addirittura Pennsylvania o, senza questa, una combinazione assai improbabile che include il New Hampshire e il Maine. Difficile sia realizzabile. Ma difficile, anche, via sia la larga vittoria di Clinton e dei democratici preconizzata solo qualche settimana fa. Una vittoria che dalla Presidenza si sarebbe dovuta riverberare anche sul Congresso. Che quasi certamente rimarrà in mano repubblicana, in particolare la Camera dei Rappresentanti. Ed è questa la previsione, realistica e preoccupante, che si può avanzare oggi: la prosecuzione ben oltre il voto della spaccatura politica che questo ciclo elettorale ha amplificato.

Il Giornale di Brescia, 1 novembre 2016