Mario Del Pero

Autore archivio: Mario Del Pero

Le relazioni transatlantiche ai tempi di Trump

La decisione di Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano, il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e le diverse posizioni assunte da Usa ed Europa rispetto a questa ennesima, drammatica fase del conflitto israelo-palestinese espongono una volta ancora le fratture profonde, e forse insanabili, venutesi a determinare tra le due sponde dell’Atlantico. Da parte americana si tuona contro un’Europa pavida e ingrata; e si minacciano azioni pesanti contro quelle aziende e quei paesi che proveranno a sfidare la riattivazione delle sanzioni statunitensi verso Teheran, provocando la dura risposta della UE. Si rilanciano, insomma, i codici di un anti-europeismo che, per quanto adattato, ha matrici antiche e da tempo distingue la retorica della destra statunitense. È un’Europa femminea, debole e opportunista quella che domina questa narrazione. Ed è uno di quegli “Altri” contro i quali si cerca di costruire l’antinomica rappresentazione del virile e marziale nazionalismo trumpiano. Non è un caso che dentro questa narrazione, ad alto testosterone sciovinista e misogino, un posto centrale sia assegnato ad Angela Merkel, che è stata oggetto da parte di Trump di numerosi, sconcertanti, atti di scortesia istituzionale: dal famoso rifiuto a stringerle la mano in occasione del loro primo incontro ai tempi strettissimi in cui è stato confinato il recente vertice tra la Cancelliera e il Presidente, pochissimi minuti che seguivano – con un contrasto stridente e deliberato – la roboante tre giorni di Stato concessa invece a Emmanuel Macron.

Nel grossolano machismo di Trump – condensato nei suoi tweet bulleschi in cui spesso s’irridono le donne per il loro aspetto fisico – Angela Merkel e la sua Germania offrono un bersaglio ideale, che può essere declinato in chiave deliberatamente anti-europea. Diversamente dalla Francia macroniana, la Germania merkeliana – si afferma – non può offrire un serio dispositivo di potenza militare da dispiegare nella comune campagna globale contro il terrorismo. Non garantisce il sufficiente appoggio diplomatico alle azioni statunitensi in Siria. Accoglie irresponsabilmente sul suo territorio centinaia di migliaia di profughi, tra i quali si nascondono inevitabilmente jihadisti pronti a colpire. Soprattutto, agisce spregiudicatamente per derubare gli Stati Uniti, non contribuendo in modo dovuto alla difesa comune nella NATO e beneficiando di ampissimi, e in ultimo inaccettabili, attivi nella sua bilancia commerciale bilaterale (il surplus di Berlino è stato di 64.2 miliardi di dollari nel 2017, secondo solo a quelli di Cina e, di poco, di Messico e Giappone).

Proprio questi ultimi dati ci rivelano però la debolezza, e intrinseca contraddittorietà, della posizione di Trump. Che riflette un’evidente fragilità degli Stati Uniti e del loro sistema imprenditoriale, spesso incapace di competere con quello – dinamico e innovativo – della Germania. Che nel suo sogno d’indebolire e dividere l’Europa, sta finendo paradossalmente per renderla più unita e coesa, come il comune fronte franco-britannico-tedesco sull’Iran ha ben rivelato. Che nel suo scendere in campo, in modo così partigiano e sconsiderato, nel conflitto israelo-palestinese, abdica in modo definitivo al suo ruolo di broker e apre uno spazio diplomatico nuovo proprio all’Europa. Che, infine, nel dare sfogo a un anti-europeismo rozzo e stereotipato finisce per riattivare un fattore, forzoso ma efficace, di coesione europea: un’ostilità verso gli Usa e chi li guida – uno speculare anti-americanismo – la cui forza e i cui effetti abbiamo già avuto modo di verificare nella crisi sull’Iraq del 2002-2003. E con opinioni pubbliche nazionali che, stando ai sondaggi, detestano Trump ancor più di Bush Jr., l’incentivo politico ed elettorale a contrapporsi ancor più esplicitamente agli Usa sembra farsi in Europa ogni giorno più forte.

Il Giornale di Brescia, 21 maggio 2018

Un’altra strage

Inutile girarci attorno. Sarà anche vero che i morti per armi da fuoco negli Usa sono calati negli ultimi trent’anni e che per la stragrande maggioranza si tratta di suicidi. Ma sono cresciute, con un drammatico processo emulativo, le stragi, soprattutto nelle scuole (i cinque peggiori mass shootings nella storia americana sono tutti avvenuti negli ultimi dieci anni). E lo scarto tra gli Usa e il resto del mondo rimane difficile a credersi come mostra bene il grafico qui sotto:

 

http://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-41488081

Trump, Merkel e deficit commerciali

Nel 2017 il deficit commerciale statunitense con la Germania è stato equivalente a ca. il 42% di quello che gli Usa hanno complessivamente con i paesi della UE. Nei primi tre mesi del 2018, a fronte di una riduzione non irrilevante del deficit commerciale, gli Usa hanno visto invece continuare a crescere quello con la Germania e la UE (https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c4280.html). È questa una delle due cause della livida ostilità di Trump ad Angela Merkel. L’altro è che, nella testa (e nel lessico) di uno come Trump, la Merkel è ahimè una “culona, ecc. ecc. ecc.”

La discesa in campo delle donne

Mai tante donne candidate come in questa tornata di mid-term: quasi 500 nelle varie primarie per la Camera; 57 per il Senato; un’ottantina per i vari governatorati (ne ha parlato qualche settimana fa Margaret Talbot in un bell’articolo per il New Yorker: https://www.newyorker.com/news/news-desk/2018-midterm-elections-women-candidates-trump). Poco meno del doppio rispetto al 2012, il termine di paragone più logico. Per la gran parte si tratta di candidate democratiche, motivate dalla sconfitta di Clinton nel 2016 e dalla grossolana misoginia trumpiana. Nelle primarie di due giorni fa, le donne hanno fatto l’en plein in Pennsylvania, dove tutti i 18 rappresentanti sono oggi uomini e dove in novembre dovrebbero esservi almeno 7 candidate democratiche (https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/5/16/17360286/pennsylvania-primary-election-2018-women-democrats). La Pennsylvania è particolarmente importante: perché la Corte Suprema dello Stato ha ridisegnato i collegi, cancellando l’obbrobrio prodotto dalle spregiudicate pratiche di gerrymandering dei repubblicani; perché alcuni distretti che gravitano verso le principali città (Philadelphia e Pittsburgh) possono essere vinti dai democratici, che oggi hanno solo 5 dei 18 deputati; perché l’impopolarità di Trump e la mobilitazione contro il Presidente sono fattori che possono portare più elettori al voto. Le donne rappresentano il 52/3% dell’elettorato complessivo (più o meno stessa percentuale in Pennsylvania); hanno votato circa 55 a 40 per la Clinton nel 2016 (percentuale simile per Obama nel 2008/12); il 39% sono registrate come democratiche contro il 25% registrate come repubblicane (http://www.people-press.org/2018/03/20/1-trends-in-party-affiliation-among-demographic-groups/). L’onda femminile potrebbe insomma essere decisiva nel tentativo democratico di riconquistare la Camera. Un tentativo comunque non semplice: che la base trumpiana rimane compatta e unita dietro il Presidente; e che tra gerrymandering e distribuzione meno efficiente del loro elettorato – concentrato nei conglomerati urbani e nella prima suburbia – i democratici dovranno ottenere svariati punti percentuali in più dei repubblicani su scala nazionale, addirittura 10 secondo alcune stime recenti (https://www.brennancenter.org/publication/extreme-gerrymandering-2018-midterm). Stime forse eccessive, ma è utile ricordare che nel 2016, alla Camera i repubblicani presero il 49% dei voti e il 55% dei seggi.

Giocare col fuoco

La prevedeva di certo, Donald Trump, questa violentissima recrudescenza del conflitto arabo-israeliano successiva al trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense. Eppure ha deciso comunque di procedere: di accendere la miccia e innescare questo nuovo, esplosivo fronte di tensione. Perché lo ha fatto? Quali obiettivi si pone? Che miscela – altamente infiammabile – di politica, geopolitica e ideologia sottostà a questa sua decisione?

Due sono, schematizzando, le possibili risposte a queste domande. La prima rimanda appunto alla geopolitica ossia alla decisione di compiere una svolta a 180 gradi rispetto alla linea di Obama per tornare a una politica di alleanze tradizionali in Medio Oriente, centrata primariamente su tre relazioni speciali: con Israele, Egitto e Arabia Saudita (i primi due rimangono incontestabilmente i principali destinatari degli aiuti militari statunitensi; la terza continua ad acquistare armi dagli Usa, ad aiutare Washington dentro l’OPEC e a trasferire in America – in forma di prestiti e investimenti – parte dei suoi profitti petroliferi). Definitivamente archiviato è quindi il tentativo obamiano di ripensare questa strategia, coinvolgendo (e cercando così di neutralizzare) l’Iran e affrancando gli Stati Uniti da relazioni fattesi nel tempo ingestibili e – soprattutto nel caso degli autoritari regimi saudita ed egiziano – sempre meno presentabili. Spostare l’ambasciata a Gerusalemme ha avuto, in questa prospettiva, una rilevante valenza simbolica. È servito sì per riaffermare il legame unico tra Stati Uniti e Israele e il pieno appoggio dell’amministrazione Trump al governo Netanyahu. Ma ha rappresentato anche un modo per testare gli alleati arabi di Washington, Arabia Saudita su tutti. Il silenzio e la sostanziale passività di quest’ultima su quanto sta avvenendo a Gaza sembra confermare che la scommessa trumpiana sia stata per il momento vinta.

Dietro, o meglio al fianco, della geopolitica stanno la politica e i tanti, spregiudicati calcoli che la informano, in particolare in un anno elettorale come questo, con l’approssimarsi del cruciale voto di mid-term di novembre, quando si rinnoverà l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Gli Usa sono caratterizzati oggi da forme estreme di polarizzazione nelle identità e appartenenze politiche e nelle scelte conseguenti di voto. Le matrici di tale polarizzazione sono plurime e diverse. Tra le tante vi è anche il conflitto arabo-israeliano. Rispetto al quale i dati e i sondaggi ci dicono due cose. La prima è che il sostegno dell’opinione pubblica statunitense a Israele rimane solido e massiccio: secondo una rilevazione che Gallup conduce ormai da tre decenni, nel conflitto tra israeliani e palestinesi, il 64% degli americani parteggia oggi per i primi e solo il 19 per i secondi. Una volta esaminata, questa linea filo-israeliana si rivela però molto più forte tra i repubblicani e tra gli evangelici, dove il rapporto diventa addrittura di 85/90 a 10/15. È un segmento elettorale – questo della destra più radicale – su cui Trump ha costruito le proprie fortune e dal cui appoggio, che per il momento rimane solido e inscalfibile, il Presidente dipende.

È chiaro però che considerazioni, calcoli e, anche, cinismi politico-elettorali portino a giocare col fuoco, come bene stiamo vedendo in questi giorni. E isolino gli Usa, rendendoli sempre meno credibili come possibile mediatore di una pace mediorientale. Che Washington non sembra però oggi volere, nel convincimento che quel che davvero conta siano i rapporti di forza e che questi pongano ora i palestinesi e i loro sostenitori in un angolo da cui non hanno i mezzi per uscire.

Il Giornale di Brescia, 16 maggio 2018

 

Gerusalemmi, polarizzazione e convenienze politiche

I sondaggi, si sa, vanno maneggiati con grande cautela: incrociati tra loro, ponderati, misurati nel tempo. Non se ne può però prescindere (e di certo chi prende decisioni politiche non ne prescinde mai). Gallup ci mostra crudamente una delle ragioni fondamentali dietro la sciagurata decisione di Trump di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata statunitense. Questo è il giudizio che gli americani danno, rispettivamente, d’Israele e OLP: http://news.gallup.com/poll/229199/americans-remain-staunchly-israel-corner.aspx con alcuni dati relativi anche a quei segmenti dell’elettorato, repubblicano e conservatore, che hanno portato Trump alla Casa Bianca e il cui, cruciale sostegno non è per il momento stato scalfito di una virgola: http://www.people-press.org/2018/01/23/republicans-and-democrats-grow-even-further-apart-in-views-of-israel-palestinians/

 

Il trumpismo è insomma effetto e matrice di una radicale polarizzazione degli Usa che si esprime anche rispetto a Gerusalemme. Quella polarizzazione la cavalca, sfrutta e alimenta, senza curarsi granché degli effetti e delle conseguenze

Guerre commerciali e “imperi dei consumi”

Come scrive il buon Wolf (Donald Trump declares trade war on China) Il modello è in fondo quello – unilaterale e nelle ambizioni neo-imperiale – dei trattati ineguali e delle guerre dell’oppio. I rapporti di forza non sono però più gli stessi, laddove  l’unica cornice dove si possono correggere le storture e i disequilibri odierni è quella multilaterale e istituzionalizzata. E, soprattutto, il primario ammortizzatore sociale che esiste negli Usa – il consumo a debito – ancora abbisogna della Cina (qui la bilancia commerciale bilaterale: Bilateral Trade US-China). Ed è questo ultimo punto che il cialtronismo trumpiano entra in pieno corto-circuito, come vediamo peraltro ogni giorno

 

“Tanto sta morendo comunque”. Trump e il prossimo funerale di John McCain

“Non importa, tanto sta comunque morendo”. Così un funzionario della Casa Bianca ha liquidato l’annunciata opposizione del senatore John McCain alla nomina a direttore della CIA di Gina Hasper, il cui passato controverso – fu a capo di un centro di detenzione CIA in Tailandia dove si usavano strumenti “aggressivi” (waterboarding, privazione del sonno, ecc) d’interrogazione di sospetti terroristi – e l’indisponibilità a condannarli pienamente nella recente audizione al Senato hanno indotto McCain ad annunciare la sua opposizione. Entusiasta sostenitore delle guerre americane del XXI secolo, McCain – che, pilota in Vietnam, fu imprigionato e torturato per 6 anni – ha assunto posizioni molto severe nei confronti di quella “notte della ragione” che ha portato l’amministrazione Bush a sostenere la necessità di ricorrere alla tortura per ottenere informazioni utili nella sua campagna globale contro il terrore. In tempi più recenti, McCain – oggi malato terminale per un tumore incurabile al cervello – si è schierato a più riprese contro Trump, salvando con il suo voto la riforma sanitaria di Obama e giungendo fino allo sgarbo istituzionale di non invitare l’attuale Presidente al suo prossimo, programmato funerale, nel quale gli elogi funebri saranno pronunciati da Obama e Bush Jr.. Lo scontro tra McCain e Trump riflette quello, di ben più lunga data, tra McCain e la destra più radicale, e retriva, del partito repubblicano. Da candidato, Trump – che il Vietnam lo evitò prima in quanto studente universitario e poi grazie a un certificato medico che accertava gravi problemi alle calcagna – dichiarò di preferire quei soldati “che non si fanno catturare”. Nella attuale polemica, vari pundits conservatori hanno attaccato ancora una volta McCain. Che non è stato sempre il maverick coraggioso e indipendente che pretende di essere. Che ha cambiato più volte posizione (come peraltro normale per chi ha passato una vita al Senato), anche su temi cruciali come, appunto, la guerra (opponendosi a lungo a un intervento, quello in Bosnia del 1995, che comunque lo si valuti fu ben più necessario, “giusto” e “legale” di quello in Iraq del 2003). E che di errori imperdonabili ne ha commessi non pochi, a partire da quello – sul quale ha fatto più volte atto pubblico di contrizione – di aver accettato l’improponibile Sarah Palin come sua vice nella campagna presidenziale del 2008. Quest’ultima vicenda offre però un medaglia aggiuntiva al Senatore McCain: quella di avere subito come pochi altri un fuoco amico tanto violento quanto spregevole. E valga come ricordo quello delle primarie repubblicane del 2000, quando McCain, che emerse a sorpresa come credibile sfidante di George Bush, fu vittima di una campagna negativa tra le più spregevoli che si ricordino, culminata con le accuse – che gli vennero mosse in South Carolina – di aver avuto dei figli illegittimi da una donna di colore (McCain e la moglie Cindy hanno una figlia adottiva del Bangladesh). Un’accusa, questa, che nel mondo repubblicano sudista finì, ahimè, per sortire gli effetti sperati, aiutando infine Bush a sconfiggerlo.

“I fantasmi della South Carolina”, titolò il New York Times nel 2007 (https://www.nytimes.com/2007/10/19/us/politics/19mccain.html). Fantasmi che sembrano avere infine catturato il partito repubblicano nella sua interezza

Trump e “il peggior accordo di sempre”

La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano e reintrodurre le sanzioni contro Teheran era attesa e prevista. A poco sono valsi i tentativi dell’ultim’ora dei principali partner europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna inclusa. Le matrici della scelta dell’amministrazione repubblicana sono plurime e facilmente individuabili. Agisce il convincimento che l’accordo non ponesse vincoli sufficientemente stringenti nel contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano e la sua possibile applicazione alla sfera militare. Incide la ridefinizione di una strategia mediorientale centrata su un sistema di alleanze tradizionali, orientato in chiave precipuamente anti-iraniana. Pesano pregiudizi in virtù dei quali si considera Teheran congenitamente non affidabile, a prescindere dai suoi comportamenti, certificati peraltro dai rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e degli stessi apparati d’intelligence statunitensi e israeliani, che hanno ripetutamente attestato l’ottemperamento da parte dell’Iran dei termini dell’accordo. Opera, infine, la volontà di usare il dossier nucleare per punire l’attivismo iraniano nello scacchiere mediorientale.
A monte, però, è possibile leggere la decisione di Trump come espressione di una filosofia di fondo: di una precisa – ancorché assai rozza – visione della politica estera e dei suoi strumenti, che il Presidente sembra oggi condividere con i principali membri del suo gabinetto, dal Segretario di Stato Pompeo al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton, il secondo falco anti-iraniano di lungo corso. Quali sono i pilastri di questa visione e come si applicano nello specifico del caso iraniano?
Vi è in primo luogo il convincimento che nelle relazioni internazionali il soggetto più forte – e gli Usa continuano indisputabilmente a esserlo – debba dispiegare senza remore o timidezze la propria superiorità di potenza: debba, in altre parole, esercitare la massima pressione possibile sull’interlocutore di turno. Per costringerlo a negoziare da una posizione di debolezza; ovvero per portarlo alla capitolazione, che nel caso iraniano vorrebbe dire contribuire a destabilizzare il regime e facilitare il suo cambiamento ultimo.
Flettere i muscoli e rigettare compromessi di sorta serve, in secondo luogo, a conferire maggiore credibilità alla posizione statunitense in altri ambiti, a partire oggi dal dossier nordcoreano. Centrale è quindi la valenza simbolica della decisione: il suo essere funzionale a comunicare, agli alleati e ancor più ai nemici, che gli Usa possono agire unilateralmente, sottraendosi ai vincoli degli accordi stipulati e, se necessario, dello stesso diritto internazionale.
Lo possono fare, terzo aspetto, perché rimangono la potenza superiore e indispensabile del sistema. Capace – attraverso le parole d’ordine della potenza e dell’interesse nazionale così centrali nella semplicistica retorica trumpiana – di ricostruire un ampio consenso interno attorno alle sue scelte fondamentali di politica estera.
Tutti questi assunti strategici possono in realtà essere facilmente rovesciati. La credibilità degli Usa – e degli accordi che essi stipulano – esce pesantemente minata da questa vicenda. I rischi di un’escalation anche militare sono altissimi. La probabilità che le componenti più oltranziste del regime iraniano siano, come in passato, rafforzate appaiono evidenti. La possibilità che la decisione – che, stando ai sondaggi, sarebbe opposta da circa i 2/3 degli americani – inasprisca polarizzazione e divisioni negli Usa è infine molto concreta.
Ma questa è l’America di Trump e la visione delle relazioni internazionali che essa è in grado di esprimente: schematica, binaria e, in ultimo, assai poco responsabile.

Il Giornale di Brescia, 10 maggio 2005

Mr Macron va a Washington

È la settimana delle visite di leader europei negli Usa, questa. Il Presidente francese Emmanuel Macron sta per chiudere la sua tre giorni washingtoniana proprio quando la Cancelliera tedesca Angela Merkel si appresta a giungere nella capitale statunitense per incontrare Trump venerdì. La natura dei due vertici è diversa e solo a Macron sono stati riservati gli onori di una visita di Stato – la prima della Presidenza Trump – che trova oggi il suo culmine con un discorso al Congresso riunito in seduta congiunta. Evidente però è il filo comune che le lega. Da un lato vi sono diversi, cruciali dossier rispetto ai quali vi è una convergenza franco-tedesca (ed europea) nel cercare di condizionare scelte e politiche statunitensi. Dall’altro è difficile, se non impossibile, sfuggire alla sensazione che le due visite non rivelino anche una competizione per la leadership europea tra Parigi e Berlino.
I dossier, innanzitutto. Che sono quattro, a partire dalla cruciale questione dell’accordo sul nucleare iraniano. Accordo da preservare a ogni costo per Francia e Germania, e che invece Trump vuole abbandonare o vincolare a mutamenti oggi non contemplabili da Teheran. Difficile, se non impossibile, immaginare cambi di rotta da parte dell’amministrazione statunitense, a maggior ragione oggi che ne sono entrati a far parte dei falchi anti-iraniani come il Segretario di Stato, Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Bolton. Ma questo viaggio statunitense offre a Merkel e, soprattutto, Macron una sorta di tribuna per ribadire le proprie posizioni. Il secondo dossier è quello relativo al commercio. Qui la partita cruciale si gioca sia sull’esenzione dell’Europa dalle tariffe che Washington ha imposto su acciaio e alluminio (esenzione che scade il 1 maggio e che gli europei contano di prorogare) sia, e più in generale, su come far ripartire i negoziati in materia di commercio transatlantico e mondiale. Non appare casuale la scelta di Angela Merkel di far precedere la visita a Washington da un viaggio in Messico, il bersaglio abituale delle invettive protezioniste di Trump, dove la Cancelliera ha celebrato virtù e potenzialità ancora inespresse del libero scambio globale. È immaginabile che su questo aspetto Macron e Merkel possano ottenere qualche concessione. Terzo: il cambiamento climatico, le questioni ambientali e la necessità di mantenere in vigore il sistema instaurato con gli accordi parigini del dicembre 2015, che l’amministrazione Trump ha abbandonato. Il Presidente francese ne ha fatto una bandiera, invitando addirittura gli studiosi di tutto il mondo a trasferirsi in Francia per lavorare assieme sul tema (invito che apparirebbe un po’ più credibile laddove fosse accompagnato da qualche provvedimento concreto per migliorare lo stato disarmante in cui si trovano gran parte delle università francesi). Di nuovo, è difficile immaginare alcuna concessione da parte di Trump che, anzi, la sua bandiera l’ha trovata in un negazionismo anti-scientifico condiviso dalla sua base elettorale. Con molti stati, municipalità e, anche, imprese impegnati negli Usa a difendere i termini di Parigi 2015, la contrapposizione sembra però essere oggi soprattutto simbolica. Quarto e ultimo: la Siria. Dove evidenti sono invece le differenze tra Francia e Germania. E dove la prima spinge affinché sia congelato il ritiro, promesso da Trump, dei circa 2mila soldati statunitensi presenti sul campo.
Le convergenze tra Berlino e Parigi sono quindi numerose. Sottotraccia, ma visibile, vi è però una competizione tra le due che si manifesta anche in queste visite. Da subito dopo la sua elezione Macron ha cercato di usare la relazione con gli Usa come strumento di rafforzamento politico in Europa. Presentando la Francia come l’unico paese in grado sia di contenere l’America trumpiana sia – grazie alla sua impareggiabile strumentazione militare – di collaborarvi, il Presidente francese cerca d’investirsi di un ruolo unico e centrale – d’interlocutore speciale degli Usa – con cui surrogare anche la defezione britannica in Europa. Una linea, questa, che appare non di rado velleitaria e scollegata da una realtà ben diversa, nella quale, per esempio, il volume di scambi commerciali tra Francia e Stati Uniti è meno della metà di quello tra Germania e Usa (con un deficit commerciale per questi ultimi che, nel caso della Francia, è stato nel 2017 inferiore a un quarto di quello avuto invece con la Germania). Ma quella macroniana è una narrazione indirizzata primariamente a un’opinione pubblica interna, che alle promesse del suo giovane Presidente sembra peraltro già credere meno.

Il Mattino, 25 aprile 2018