Mario Del Pero

Autore archivio: Mario Del Pero

Obama e la riforma del sistema sanitario

Obama ha deciso d’investire
pesantemente nella battaglia politica per la riforma del sistema sanitario. Se
ne era finora tenuto ai margini, lasciando autonomia alla leadership
democratica al Congresso, auspicando la costruzione di un ampio consenso
bipartisan e sottolineando così la necessità che la riforma avvenisse in forma
il più possibile consensuale. Non è stato così. I democratici si sono rivelati
divisi e incerti. I repubblicani ritengono di avere finalmente individuato un
tema vincente, sul quale mettere in crisi il Presidente. L’opinione pubblica
assiste disorientata, timorosa di fronte a una riforma costosa e alla
prospettiva che essa sia finanziata con inevitabili aumenti dell’imposizione
fiscale, sia pure limitati ai redditi più alti.
Con il discorso di ieri
Obama ha reso chiaro che non si faranno marce indietro. Che sulla sanità nei mesi a venire si giocherà una partita politica decisiva, destinata a
consolidare la forza, politica e istituzionale, del Presidente o a indebolirlo
in modo rilevante, con gli inevitabili riverberi elettorali alle elezioni di
mid-term del 2010. I pilastri fondamentali del disegno di legge in discussione
sono tre: la creazione di un sistema di assicurazione pubblica, competitivo con
(e integrativo a) quelli privati; il divieto per le compagnie assicurative di
rifiutare la garanzia di copertura a malati cronici; la cancellazione dei
limiti sulla copertura massima offerta dalle compagnie. A ciò si dovrebbero
aggiungere una serie di economie di scala, attraverso un miglioramento delle
prestazioni mediche e un loro più rigoroso e severo monitoraggio.
Obama ha giustificato la
riforma presentandola sia come un imperativo morale sia, soprattutto, come una
necessità economica. Le spese sanitarie negli Stati Uniti sono da tempo fuori
controllo, eppure quasi 50 milioni di americani sono privi di assicurazione. I
costi dell’assicurazione medica pesano sulle imprese, in particolare quelle
piccole e medio-piccole, e, alzando il costo del lavoro, impediscono la
crescita dei salari e dei consumi.
La risposta repubblicana non
si è fatta attendere. Le obiezioni specifiche sono molteplici e vanno dalla
richiesta di porre dei limiti alla possibilità d’intraprendere azioni legali
contro medici e ospedali alla sollecitazione ad introdurre degli incentivi per
coloro che s’impegnano ad abbandonare comportamenti che facilitano la
diffusione di malattie altrimenti prevenibili. Lo scontro vero e proprio ruota
però ad alcune questioni generali, sulle quali si misurerà la portata del
cambiamento politico e culturale in atto negli Stati Uniti. Le critiche dei
repubblicani, infatti, non si concentrano solo sui costi previsti della
riforma, stimati tra i mille e i mille e cinquecento miliardi di dollari in un
decennio. Ad essere denunciata è la filosofia, che noi chiameremo statalista,
delle proposte democratiche. Alla mano pubblica si chiede non solo di svolgere
una funzione d’integrazione delle assicurazioni private, ma anche di competere
con esse, con l’obiettivo ultimo di ridurre i costi ed estendere la copertura.
È, questo, un Pubblico che non si limita quindi a un semplice ruolo di
regolamentazione e di supplenza, ma acquisisce un volto che, per una parte
rilevante del paese, rimane politicamente scorretto se non inaccettabile. E lo
fa – seconda questione nodale – imponendo un aumento dell’imposizione fiscale.
Si dibatte oggi delle modalità di questa tassazione straordinaria e della
soglia di reddito oltre la quale essa dovrà scattare: i 350mila euro per nucleo
familiare proposti in alcuni disegni di legge, il milione di dollari per
famiglia indicato ieri da Obama, le riduzioni delle deduzioni fiscali per le
assicurazioni più costose proposte da taluni. Chiedendo esplicitamente dei
soldi ai contribuenti si sfida però un altro tabù – quello della riduzione
delle tasse – che ha dominato il dibattito politico dagli anni Settanta e tanto
ha contribuito all’egemonia conservatrice dell’ultimo trentennio.
Sulla sanità Obama ha deciso
di rischiare come non aveva mai fatto in questi sei mesi di presidenza. Da
Truman a Clinton i presidenti democratici hanno sempre fallito nel loro
tentativo di creare un sistema sanitario universale. I mesi a venire ci diranno
se anche su questo Obama riuscirà a vincere una scommessa che, ora come ora,
appare davvero molto rischiosa.

[Il Mattino, 24 luglio 2009]

Sarah Palin

È vero che a voler volare troppo
vicino al sole ci si brucia le ali, ma è difficile non simpatizzare almeno un
po’ oggi per Sarah Palin. Che, e spero di non sbagliarmi, è stata davvero
stritolata nel brutale tritacarne della politica statunitense e non credo proprio
possa ambire a dominare un partito repubblicano radicalizzato, minoritario 
e “know-nothing”, come ha sostenuto invece ieri Frank Rich sul New York Times

Il corpo di un leader globale

È difficile non rimanere
colpiti da un Obama che si piega scherzosamente per la foto con la presidente
della provincia dell’Aquila, stringe la mano uno ad uno ai vigili del fuoco,
corre in ritardo verso il podio della foto di gruppo, applaudito e cercato
dagli altri capi di stato.
Che Obama sia un
comunicatore abile, dotto e sofisticato lo sappiamo oggi fin troppo bene.
Alcuni dei suoi discorsi degli ultimi due anni sono dei capolavori di retorica
politica. Ma col tempo il contenuto del suo messaggio è stato reso sempre più efficace
e incisivo dal medium del messaggio medesimo: dal corpo di Obama. Le movenze,
la postura e un body language asciutto,
ma sicuro e coinvolgente, hanno infatti ulteriormente rafforzato la forza
comunicativa del discorso obamiano.
Inizialmente non fu così. Il successo e l’ascesa al potere hanno
conferito quel di più – in termini di sicurezza e levità – che si rivela oggi
decisivo. Molti ricordano i primi dibattiti all’inizio delle interminabili primarie
democratiche, dove un Obama impacciato e fuori ruolo risultò spesso schiacciato
dalla preparazione della Clinton, dalla competenza di Biden, dalla freschezza
populista – a metà strada tra Big Jim e Bruce Springsteen – di John
Edwards. Il tempo e le vittorie
elettorali hanno cambiato questa situazione. Il corpo di Obama è progressivamente
diventato quello dell’America. O, meglio, delle Americhe e delle sue tante
incarnazioni ideali: quella che gioca spensierata con i figli; quella che anche
a 47 anni realizza canestri in sospensione da 7 metri (lasciando a bocca aperta
i soldati che osservano ammirati il loro futuro comandante in capo); quella che
passeggia dinoccolata, ondeggiando come Denzel Washington; quella che balla
splendidamente; quella, infine, che di fronte ai problemi e alle tragedie si
rimbocca le maniche e mostra tutta la sua sobria e rigorosa competenza.
Da quando la politica si è
fatta televisione, l’apparenza e, appunto, il corpo sono diventati cruciali.
Dopo Eisenhower e Truman, gli ultimi presidente pre-televisivi, non ci sono più
stati presidenti bassi o calvi negli Stati Uniti. L’America – che ha nel
presidente l’unica carica elettiva nazionale e che in esso quindi vede, e vuol
vedere, la propria rappresentazione ideale – si specchia nel corpo e nelle
movenze del proprio leader. Corpo e movenze che, nel caso di Obama, portano con
sé quella pluralità di Americhe racchiuse nella sua figura e nella sua improbabile
biografia. Ma corpo e movenze che fanno di Obama anche un potenziale leader globale,
come vediamo bene in queste giornate del G-8 abruzzese. E nella empatia che riesce a trasmettere,
nell’ammirazione che alimenta, nell’austerità che esprime, il corpo di questo
leader televisivo globale torna paradossalmente a sacralizzarsi: a essere
perfetto, idealizzabile e, quindi, quasi irraggiungibile.
È illusione, ci mancherebbe.
L’ultimo grande leader americano a proiettare un’immagine simile – a divenire
icona da t-shirt assieme a Marilyn e James Dean – fu John Kennedy. Simbolo di
una generazione nuova, che nelle rappresentazioni dell’epoca combinava
dinamismo, freschezza, competenza e rigore. E presidente invece inefficace,
incline al compromesso, piegato da malanni fisici dolorosissimi, che lo
rendevano quasi infermo.
La politica ha però bisogno
di miti, illusioni e corpi ideali per costruire quel consenso che le è necessario.
Non bastano, ovviamente; ma sono indispensabili. Anche su questo i successi di
Obama – effimeri o meno essi siano destinati a rivelarsi – sono oggi indubbi.

[Il Mattino, 10 luglio 2009]

Robert McNamara

È
morto oggi Robert McNamara. È difficile trovare un uomo che abbia
simboleggiato meglio la generazione dei Best & Brightest che guidò
l’America negli anni Sessanta. Che ne abbia incarnato le straordinarie
competenze, il fideismo tecnocratico, i sogni progressisti e
modernizzatori, ma anche l’hubris– ingenua,
ottimista e non di rado arrogante – le contraddizioni e, in ultimo, i
drammi. La generazione, in altre parole, che credeva davvero possibile
trasformare il Vietnam, e che finì col bombardarlo per modernizzarlo,
distruggerlo per salvarlo. Diversamente da altri, McNamara ha provato a
fare i conti con queste contraddizioni e con i propri errori. Ci è
riuscito solo in parte, ma ha lasciato nel documentario “Fog of War”
alcune riflessioni uniche, sulla guerra in particolare, che meritano
oggi di essere riviste (per chi ha fretta, si vedano soprattutto i minuti 35-43)

Una surge anche in Afghanistan

I
marines hanno lanciato oggi la maggior operazione militare di terra da quella
del 2004 a Fallujah, in Iraq. Il teatro è quello dell’Afghanistan
sud-occidentale: la regione del fiume Helmand, dove i talebani hanno progressivamente
consolidato la propria presenza promovendo azioni di guerriglia che le forze
britanniche lì presenti non sono riuscite a contenere e fronteggiare.
L’operazione,
che dà di fatto inizio al nuovo corso promesso da Obama in Afghanistan,
risponde a considerazioni di ordine strategico, ma ha anche un implicito
significato politico. Obama non può dirlo, ma l’intensificazione dell’impegno
statunitense in Afghanistan riflette il convincimento che anche nel teatro
afgano si possano applicare le ricette testate a partire dal 2006 in Iraq. Per
questo è fondamentale riacquisire il pieno controllo del territorio,
soprattutto quelle aree dove più forte è la presenza talebana. L’arida valle
dell’Helmand è una di queste ed è anche una regione dove si coltiva una parte
importante dell’oppio attraverso cui si finanzia la guerriglia. Prosciugare
questa fonte di reddito vuol dire limitarne di molto la capacità operativa. Ripristinare condizioni elementari di sicurezza nell’area significa porre le precondizioni per normalizzarne
la vita, promuovere lo sviluppo economico e – nel circolo virtuoso di un
modello liberal di crescita,
progresso e modernizzazione – costruire il consenso tra la popolazione che è
indispensabile per rafforzare il governo centrale e indebolire i talebani. Si
tratta di una strategia classica di nation-building, centrata sul
binomio sicurezza-sviluppo e sulla stabilizzazione politica che esso dovrebbe
garantire.
Ma
l’offensiva serve anche per dare un chiaro messaggio politico: al governo
afgano, al Pakistan e, anche, agli alleati europei. Gli Stati Uniti usano le
truppe aggiuntive portate in Afghanistan per cercare di stabilire una presenza
permanente laddove le forze afgane e quelle NATO non vi sono riuscite. Mostrano
la loro risolutezza nel promuovere una escalation sia dell’azione militare sia
dei programmi di sviluppo civile. Nel farlo chiedono però che essa sia
pareggiata da un maggiore impegno degli alleati della NATO e di Kabul e testano,
una volta ancora, l’effettiva volontà e capacità del Pakistan di partecipare
alla campagna contro i talebani. L’offensiva spinge infatti questi ultimi verso
le zone di confine e obbliga l’esercito pakistano a impegnarsi maggiormente
nell’area.
Obama
è stato quindi di parola. Ha affermato che è l’Afghanistan il fronte principale
della campagna globale contro il terrorismo e ha agito di conseguenza. I rischi
che corre sono davvero tanti. La storia non offre molti esempi riusciti di
operazioni di nation-building quale quella che gli Usa intendono
promuovere in Afghanistan. La stessa surge in Iraq andrà testata nei
mesi a venire, in concomitanza con la progressiva ritirata delle truppe
statunitensi. La prospettiva di un Afghanistan pacificato e controllato dal
governo di Kabul appare quanto mai futuribile. I probabili successi militari
dell’offensiva dovranno essere confermati nelle settimane e nei mesi
successivi, quando i soldati statunitensi e afgani dispiegati nella regione si
troveranno a fare i conti con una guerriglia che ha già dimostrato di saper
approfittare delle opportunità offerte da una presenza stanziale di soldati
avversari in virtù della quale essi si trasformano spesso in facili bersagli.
Non è certo che il messaggio venga infine recepito dagli alleati europei, a
maggior ragione se queste difficoltà dovessero manifestarsi rapidamente. Resta,
infine, il dilemma rappresentato dal Pakistan. Sulla cui tenuta nessuno può
scommettere e che rischia di essere ulteriormente destabilizzato dalla nuova
iniziativa statunitense. L’inazione in Afghanistan non è possibile,
politicamente e militarmente; l’azione apre dilemmi e rischia di far peggiorare
la situazione. Diversamente da altre aree di crisi, in Afghanistan gli Stati
Uniti sono però il soggetto agente: quello le cui decisioni e scelte potranno
risultare decisive. Ed è per questo che sull’Afghanistan Obama si gioca molto,
forse più che su qualsiasi altra questione di politica estera e di sicurezza.

[Il Mattino, 2 luglio 2009]

I silenzi e i dilemmi di Obama

Alcuni
paesi europei, Gran Bretagna su tutti, condannano severamente la violenta
repressione delle manifestazioni di protesta in Iran. Altrettanto fanno negli
Usa il Senato e la Camera dei Rappresentanti, votando praticamente
all’unanimità due risoluzioni non vincolanti. Obama ha invece a lungo taciuto.
Quando ha parlato, anche nelle ultime due giornate, lo ha fatto con cautela e
attenzione, attirandosi le pesanti critiche non solo dei soliti noti
neoconservatori, ma anche di alcuni commentatori liberal, fino ad ora assai
simpatetici con il Presidente.
Come si
giustifica la circospezione di Obama e quali sono i rischi che sta correndo con
questa scelta? Le ragioni sono abbastanza facili da discernere e si spiegano
sia con l’approccio di politica estera di Obama sia con gli obiettivi che
l’amministrazione si propone di raggiungere in Medio Oriente. Innanzitutto,
Obama e i suoi consiglieri sono consapevoli che una posizione più severa ed
esplicita verso quanto sta accadendo in Iran potrebbe essere interpretata, e
denunciata, come una forma d’ingerenza degli Usa negli affari interni iraniani.
In una situazione che nell’ultima settimana è parsa spesso fluida e mutevole,
si è ritenuto opportuno astenersi  dal
criticare troppo severamente il regime iraniano, evitando di offrirgli appigli
e giustificazioni. Si attende quindi l’evolvere degli eventi, in un quadro che
rimane ancora poco chiaro, in cui è impossibile definire la natura e la portata
di brogli elettorali di cui tutti sono convinti, ma rispetto ai quali mancano
prove certe. La cautela di Obama è inoltre coerente con la filosofia e il
discorso di politica estera del nuovo Presidente. Da candidato e ancor più da
Presidente, Obama si è presentato come campione di pragmatismo e di
concretezza. Per scelta e per convenienza politico-elettorale ha fatto proprio,
e addirittura ostentato, un approccio realista, di cui l’America ha un
disperato bisogno dopo la grande sbronza ideologica degli anni di Bush.  Non a caso, la risposta di Obama alla crisi
iraniana è stata giudicata positivamente dal grande guru del realismo
statunitense, Henry Kissinger.
Infine,
cautela e pragmatismo si spiegano anche in relazione alla politica
mediorientale di Obama e, più nello specifico, alla volontà di  cambiare atteggiamento nei confronti
dell’Iran. In Medio Oriente, Obama punta a coinvolgere tutti i più importanti
soggetti regionali, e quindi anche l’Iran, in un’azione diplomatica che si pone
lo scopo ultimo di risolvere alcuni fronti di tensione, per poi concentrarsi
sulla questione fondamentale dello scontro israelo-palestinese, rispetto alla
quale la capacità d’influenza degli Usa è assai più limitata di quanto non si
creda. Nei confronti dell’Iran, opera la consapevolezza che il problema
fondamentale è un programma nucleare rispetto al quale le posizioni di Moussavi
non differiscono in alcun modo da quelle di Ahmadinejad.
Il
realismo obamiano è dunque comprensibile e finanche apprezzabile. Eppure lascia
irrisolti, e anzi rischia di esasperare, molti dilemmi. Come altri realismi del
passato, potrebbe essere paradossalmente poco “realistico” e minare alla base
quel doppio consenso, interno e internazionale, che Obama è riuscito a
costruire e che ha finora rappresentato una risorsa straordinaria per la sua
politica estera. Fuori dagli Usa, quella di Obama rischia di apparire a molti
una posizione cinica e spregiudicata, che appanna l’appeal globale della sua
figura e del suo messaggio. All’interno degli Stati Uniti, Obama si trova
improvvisamente sulla difensiva e vede una prima, piccola erosione del suo
capitale politico. Ha certamente ragione, il Presidente, quando ricorda che,
nel merito, trattare con Moussavi non sarà diverso dal farlo con Ahmadinejad. I
problemi sul tavolo saranno gli stessi, chiunque sia il vincitore delle
elezioni. Ma negoziare con un Ahmadinejad 
eletto con modalità dubbie e difeso per il tramite di un violento
soffocamento della protesta diventerebbe quasi impossibile per Obama.  Ogni giorno che passa, e ogni ulteriore
inasprimento della repressione, riduce le possibilità di aprire un serio
dialogo tra Iran e Stati Uniti. Obama si trova, come altre volte in questi
primi mesi di Presidenza, a operare su di un crinale sottile e scivoloso.
Rischia di bruciare una parte non marginale del consenso costruito fino ad oggi
e, qualora non cambiasse all’improvviso la situazione in Iran, si troverà
costretto ad assumere una posizione più netta, risolvendo alcune delle
ambiguità che ne hanno finora contraddistinto la risposta alla crisi iraniana.

[Il Mattino, 21 giugno 2009]

Il viaggio di Obama: un bilancio

Il bilancio del viaggio di Obama in Europa e Medio Oriente è in larga
misura positivo. Dalla reazione dei media e dai primi sondaggi sembra infatti
che sia stato raggiunto l’obiettivo di dare un’ulteriore segnale di discontinuità,
retorica e pratica, alla politica estera statunitense.
Obama si è trovato a parlare a una pluralità di soggetti: Israele, un
mondo arabo variegato e composito, gli alleati europei, l’opinione pubblica
statunitense, gli stessi fondamentalisti islamici. Soggetti che ovviamente
chiedono e si aspettano cose diverse, se non antitetiche. Come già in altre
occasioni – si pensi al suo importante discorso all’Università di Notre Dame –
Obama non si è sottratto alla discussione e al confronto con queste richieste.
Ha riconosciuto la validità, almeno parziale, delle posizioni di molti dei suoi
interlocutori, ha riaffermato le proprie ragioni e ha sempre cercato di trovare
una via mediana, con cui portare a sintesi le differenze, ricomporre le
fratture e, se possibile, risolvere le contraddizioni.
Uno sforzo, questo, suffuso in una prosa ecumenica e universale,
centrata su quattro categorie fondamentali. La prima è quella di pluralismo:
religioso, culturale e politico. Il dialogo e l’interazione – ha affermato Obama
– passano attraverso il riconoscimento dell’altro e della sua diversità. Attraverso
la conoscenza, lo scambio e il rispetto. 
Perché un mondo davvero globale è un mondo non omologato. Lo scarto con
l’universalismo bushiano è qui netto. Ed è uno scarto che, una volta di più,
Obama può giustificare grazie alla sua biografia: cosmopolita, sincretica,
improbabile. Una biografia diventata oggi non solo la biografia dell’America,
ma anche quella potenziale di un mondo che in Obama ha trovato simbolicamente un
leader globale.
La seconda categoria, centrale rispetto ai temi della sicurezza, è
quella d’interdipendenza. La sicurezza è collettiva – di tutti – o non è. Non
esistono scorciatoie unilaterali: nel nucleare, la cui proliferazione
rappresenta una minaccia da affrontare subito, o in Medio Oriente, dove la
nascita di uno stato palestinese è stata presentata nel discorso al Cairo come
“nell’interesse d’Israele, della Palestina, dell’America e del mondo” intero.
La terza categoria, questa sì scivolosa e rischiosa, è quella di
progresso. Obama si è soffermato sui temi dello sviluppo e della modernizzazione,
cercando di aggirare non senza ambiguità il dilemma che si pone oggi in Medio
Oriente. Parlare di “promozione della dignità”, di sostegno all’imprenditoria,
di educazione e volontariato permette infatti di sostituire lo slogan, ormai
screditato, dell’esportazione della democrazia senza rinunciare a quell’afflato
messianico che da sempre qualifica il discorso di politica estera statunitense.
La quarta e ultima categoria, utilizzata soprattutto nei disc0rsi
europei, è quella di memoria. La storia, con i suoi orrori e drammi, è stata
evocata per riaffermare l’indissolubilità del legame transatlantico e di quello
con Israele. E la stessa storia è stata brandita con forza nei confronti di
chi, come Ahmadinejad, la nega o crede non se ne debba tenere conto. In questa
chiave, la preservazione della memoria non solo non stride con l’enfasi sulla
discontinuità e il cambiamento, ma ne costituisce la condizione essenziale.
È un discorso, quello obamiano, alto, abile e, anche, furbo. Ma è un
discorso che lascia aperti dei problemi e in una certa misura ne apre di nuovi.
Obama alza ulteriormente la barra delle aspettative, soprattutto nel mondo
arabo. Se questa retorica e queste promesse non saranno sostanziate da
risultati concreti – a partire dal processo di pace israelo-palestinese,
rispetto al quale il margine d’azione degli Usa rimane peraltro limitato – la
disillusione potrebbe radicalizzare ulteriormente lo scontro. La sottolineatura
della natura speciale delle relazioni con l’Europa e con Israele stride
inevitabilmente con il messaggio globale ed ecumenico di Obama, che mette
deliberatamente da parte quella retorica e quelle categorie “occidentaliste” su
cui queste relazioni speciali si sono storicamente fondate. Più di tutto,
l’enfasi su modernizzazione e sviluppo apre una serie di dilemmi e in Medio
Oriente rischia davvero di far detonare quelle contraddizioni che Obama ha
cercato, almeno retoricamente, di sanare. Le linee di frattura – sociali,
religiose, politiche – rimangono plurime. Difficile immaginare esista una
figura capace quanto Obama d’incarnare il superamento di queste fratture.
Difficile, però, anche credere che oggi ciò possa bastare.

(Il Mattino, 8 giugno 2009)

Il discorso di Obama

I simboli sono cruciali. Obama ha scelto di pronunciare il suo discorso di ieri nella vecchia sede degli archivi nazionali, a Washington, dove sono conservati alcuni dei testi sacri della storia statunitense, a partire dalla Dichiarazione d’indipendenza e dalla Costituzione. Affidarsi alla storia degli Stati Uniti serve per rimarcare la straordinarietà, invero la natura non-americana, delle misure adottate dall’amministrazione Bush nella campagna contro il terrorismo. Si cambia, afferma Obama ribadendo la necessità di chiudere il carcere di Guantanamo e di modificare parte della legislazione d’emergenza adottata dopo l’11 settembre, per tornare fedeli ai propri valori e ai propri ideali. Lo si fa perché questi valori e questi ideali sono non solo congruenti con gli interessi di sicurezza del paese, ma funzionali al loro perseguimento. E il cerchio quindi si chiude, laddove il Presidente ribadisce il convincimento che gli Stati Uniti siano in guerra con Al Qaeda, ma che questa guerra possa essere vinta solo se combattuta rispettando “tradizioni legali e istituzioni testate dai tempi” e usando quindi “i valori” dell’America come “bussola” con cui muoversi nelle turbolenti acque della politica internazionale. “Riaffermiamo i nostri valori più cari”, ha affermato Obama, “non solo perché è giusto farlo, ma perché rafforza il nostro paese e ci rende sicuri”.
Il cambiamento promesso da Obama viene iscritto nel solco tracciato dalla storia degli Stati Uniti. Si cambia per tornare alle radici. Per superare un momento in cui in modo “avventato”, ancorché umanamente comprensibile, chi guidava gli Stati Uniti ha pensato che preservare “i principi” su cui l’America si fonda costituisse un “lusso” che non era più possibile “permettersi”. E si cambia riaffermando, con più coraggio ed enfasi retorica del previsto, che chi ha utilizzato certi metodi, chi ha legittimato il ricorso alla tortura si è “collocato dalla parte sbagliata della storia”; perché questi metodi, ha affermato Obama, “non sono ciò che noi siamo. Non sono l’America”.
Le decisioni che conseguono a questo discorso – uno dei più importanti e certo dei più alti che Obama abbia mai pronunciato – sono diverse. Come promesso, e a dispetto delle resistenze politiche, Guantanamo sarà chiusa. Alcuni detenuti verranno trasferiti negli Stati Uniti e lì processati. Altri saranno giudicati da apposite commissioni militari, modificate nelle procedure e nelle tutele garantite alla difesa rispetto a quelle previste dalla legge approvata nel 2006. Laddove possibile, un certo numero di detenuti sarà trasferito in paesi stranieri.
Tutto ciò, afferma Obama, dovrà avvenire senza che si scatenino guerre civili: evitando che le questioni di “sicurezza nazionale” diventino un “cuneo che divide l’America”. È questa la terza componente dell’equazione che contraddistingue il discorso obamiano, dopo la retorica del cambiamento e il ritorno alle radici, ai valori fondanti: la sottolineatura dell’importanza di essere uniti, di superare una volta per tutte le polarizzanti divisioni del passato. A dispetto dell’abilità retorica di Obama, questa invocazione appare poco credibile e difficilmente realizzabile. Perché quello che Obama formula in modo dotto e soave è in realtà un atto d’accusa devastante verso chi l’ha preceduto, accusato esplicitamente di avere simultaneamente sacrificato i principi statunitensi e aumentato l’insicurezza del paese, di essere stato tanto inetto quanto – denuncia più aspra di tutte – non-americano.
Di ciò si è reso certamente conto l’ex vice-presidente Dick Cheney, impegnato da alcune settimane in un’asprissima campagna contro la svolta di Obama. Cheney ha immediatamente replicato al discorso di Obama, accusandolo di mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti, riaffermando la bontà delle scelte adottate dall’amministrazione Bush (grazie alle quali l’11 settembre non è divenuto “il preludio di qualcosa di più grande e assai peggiore”) e, soprattutto, rivendicando il patriottismo di chi quelle scelte ha avuto il coraggio di assumerle e metterle in atto. “È facile ricevere applausi in Europa” chiudendo Guantanamo, ha affermato Cheney affidandosi a un topos antieuropeo ancora popolare nel mondo conservatore statunitense e rovesciando addosso a Obama l’accusa di “un-Americaness”. Perché lo scontro è tra due diverse rivendicazioni di patriottismo: tra che cosa significa essere americani o, meglio, tra cosa possa far cessare di essere buoni americani. I sondaggi ci dicono che a confrontarsi sono un presidente straordinariamente popolare, solare e sicuro di sé e un vice-presidente dai tassi d’impopolarità senza precedenti, incattivito e aspro. Ma quei sondaggi, e i comportamenti recenti di molti senatori, ci mostrano anche quali difficoltà si pongono di fronte a Obama e quante mediazioni egli sarà costretto ad accettare: per continuare a parlare con successo al mondo, come accade con la decisione di chiudere Guantanamo, senza per questo vedere eroso l’indispensabile capitale di consenso politico interno.

(Il Mattino, 22 maggio 2009)

Ma non chiamatele guerre fredde

Si fa un gran parlare oggi di “nuova guerra fredda”. Lo si fa
laddove paiono riecheggiare gli echi dell’epocale conflitto tra Stati Uniti e
Unione Sovietica, come è accaduto in Georgia lo scorso agosto.  E lo si fa in riferimento a una presunta evoluzione
della struttura internazionale verso una rinnovata architettura bipolare, nella
quale la Cina starebbe diventando il contraltare di potenza degli Stati Uniti.
Si tratta però di un parallelo improprio e storicamente
scorretto. I riferimenti alla “guerra fredda” – come metafora e come
riferimento analogico – sono mistificatori e non aiutano a comprendere il
contesto attuale. L’evoluzione verso un bipolarismo Usa-Cina è tutt’altro che
compiuta, se mai si compirà, e la chiara superiorità di potenza statunitense
rende questo bipolarismo ancora assai futuribile. La guerra fredda rappresentò
peraltro una fase storica unica proprio per la natura ideologica della
competizione Usa/Urss: per la contrapposizione tra due modelli e due visioni
della modernità dalle ambizioni dichiaratamente universalistiche. La crescente
interdipendenza tra i diversi soggetti del sistema internazionale rende inoltre
obsoleta l’idea che la ridefinizione degli equilibri relativi di forza conseguente all’ascesa
di nuove potenze debba necessariamente produrre situazioni più conflittuali e
polarizzate. Il quadro attuale si caratterizza per il reticolo di dipendenze
plurime che legano gli stati gli uni agli altri, limitandone sovranità e
libertà d’azione. Cresciuta all’interno dell’attuale sistema internazionale,
con le sue norme disciplinatrici e la sua estrema flessibilità, la stessa Cina
ha progressivamente maturato un interesse alla preservazione di tale sistema.
La guerra fredda ci ha lasciato però molte eredità e, anche,
non pochi detriti. Tra questi va incluso uno dei simboli quintessenziali del peculiare
bipolarismo postbellico: le armi nucleari. Misuratore di potenza, catalizzatore
di fobie estreme e garanzia, per quanto forzosa, di pace tra le due
superpotenze, le armi nucleari sono sopravvissute alla guerra fredda e
continuano a rappresentare un’ombra che incombe minacciosa sulle sorti del
pianeta. Costituiscono uno strumento assoluto di distruzione, al cui possesso
molti continuano ad anelare.
Si tratta di armi paradossali. Tale è la loro capacità di
distruzione che esse si sottraggono in ultima istanza al controllo di quella
politica cui dovrebbero invece soggiacere. Esistono per non essere utilizzate,
pena il rischio di un’escalation incontrollabile che metterebbe in discussione
la sopravvivenza dell’umanità. Considerazioni di prestigio, la consapevolezza
che esse offrono un deterrente estremo contro qualsiasi minaccia e l’auspicio
di poterle usare come strumento di pressione, se non di ricatto, nei rapporti con
altri stati inducono alcuni paesi a cercare di dotarsi di un proprio arsenale
nucleare, come abbiamo visto bene nei casi recenti di Iran e Corea del Nord.
Tutto ciò crea situazioni di altissimo rischio e acuisce il rischio di una
proliferazione nucleare incontrollata.
È pertanto una buona notizia che Russia e Stati Uniti abbiano
espresso la loro intenzione di riaprire i negoziati in materia di armamenti
all’approssimarsi della scadenza dello Start 1, l’accordo siglato da Gorbaciov
e Bush Sr. nel 1991 che portò alla più significativa riduzione di testate
nucleari attive nella storia (quelle in possesso degli Usa sono oggi poco più
di 5mila contro le 24mila del 1987 e le 32mila del 1966). Durante la sua
presidenza Bush Jr. ha accelerato il programma di riduzione dell’arsenale
nucleare statunitense, raggiungendo in tempi più rapidi del previsto il
risultato odierno. Lo ha fatto però in un contesto nel quale gli Usa
rigettavano meccanismi multilaterali di gestione e prevenzione del riarmo,
esternavano irresponsabilmente su possibili utilizzi di armi nucleari,
rivendicavano la legittimità della guerra preventiva e, soprattutto,
rilanciavano programmi di difesa anti-missilistica che mettevano in discussione
la credibilità del ridotto deterrente nucleare russo. Scelte, queste, che hanno
alimentato la propensione di altri soggetti a cercare di dotarsi di armi
nucleari o, come nel caso della Russia, ad assumere posizioni più
intransigenti. Ora sembra aprirsi finalmente una fase nuova. I primi passi sono
stati compiuti da Washington e spetta adesso a Mosca rispondere. Se ciò avverrà
sarà finalmente possibile parlare di guerra fredda: quella seconda guerra
fredda che dagli anni Sessanta in poi è stata caratterizzata più di tutto dallo
sforzo delle due superpotenze di ridurre per via negoziata gli armamenti, e di
cui l’accordo Start 1 rappresentò per molti aspetti il risultato più rilevante.

[Il Mattino, 30 marzo 2009]

I due Obama

Tre elementi hanno contraddistinto il messaggio e la proposta
politica di Obama durante la campagna elettorale e nei mesi successivi la sua
elezione: la sottolineatura della necessità di superare le aspre divisioni del
passato; la sollecitazione ad abbandonare un approccio ideologico e a
riabbracciare un sano e concreto pragmatismo nell’azione di governo; la
denuncia, talora quasi populista, della mancanza di trasparenza nella vita
politica e nella gestione delle risorse pubbliche. In un’altra epoca storica il
trinomio bipartisanship/pragmatismo/trasparenza avrebbe qualificato in senso
moderato, se non addirittura conservatore, la retorica di Obama. Nel 2007-2008,
però, questa combinazione è servita a Obama per presentarsi come un candidato
innovativo e di rottura, se non addirittura radicale. Questo perché era
innovativo e di rottura invocare concretezza dopo gli anni, assai ideologici,
di Bush e dei neoconservatori, chiedere collaborazione bipartisan dopo tre
decadi di litigiosità e faziosità partitica, e sollecitare trasparenza e
correttezza laddove troppo spesso avevano prevalso invece clientelismo,
lobbismo e conflitti d’interesse.

Tramutare queste parole d’ordine in azione di governo è però
immensamente complicato. Le grandi (e certo eccessive) aspettative generate
dall’elezione di Obama non aiutano. Chi già oggi ne sottolinea le difficoltà e
i primi insuccessi sembra dimenticare che è in carica da poco più di un mese,
durante il quale sono stati promossi programmi importanti e compiuti gesti
dall’altissima rilevanza politica e simbolica. Riconoscere questi risultati non
significa però sottovalutare le difficoltà che la nuova amministrazione si
trova a fronteggiare e i passi indietro che essa ha già compiuto. In parte essi
conseguono alle contraddizioni e ai limiti della proposta e del messaggio
stessi di Obama. La trasparenza impone standard di condotta severi, che finora
l’amministrazione non è riuscita a rispettare e che hanno determinato le
dimissioni di alcuni suoi importanti membri, a partire da Tom Daschle.
L’invocazione alla cautela e al pragmatismo stridono con la portata e la natura
di una crisi economica, i cui contorni e sviluppi pochi riescono a definire e
prevedere. La richiesta di collaborazione bipartisan cozza contro la voglia dei
democratici d’imporre la propria agenda e, ancor più, contro il rigido
dogmatismo che ancora permea la leadership congressuale repubblicana,
schieratasi come un sol uomo contro il pacchetto di aiuti straordinari
all’economia infine varato e votato da soli tre membri repubblicani, le
senatrici Snowe e Collins del Maine e il senatore Specter della Pennsylvania.

L’ambizioso discorso pronunciato da Obama martedì di fronte
alle due camere del congresso riunite in una sessione congiunta si poneva anche
l’obiettivo di fronteggiare queste prime, e in parte inattese, difficoltà, prevenendo
il rischio di un logoramento del Presidente. Obama lo ha fatto riproponendo, in
forme diverse ma comunque inusuali, quella miscela di moderazione e radicalità
che già aveva contraddistinto il periodo elettorale. Ha giustificato
l’imponente crescita dell’intervento federale e, ancor più, fatto capire che
sarà aumentato il livello di tassazione sui redditi più alti, beneficiari dei
tagli di Bush e di scelte che hanno trasferito ulteriore “ricchezza ai più
ricchi” . Ha attaccato “gli speculatori” e gli improvvidi che hanno comprato
“case che non si sarebbero mai potuto permettere”. Ha denunciato con toni
populisti gli avidi manager e banchieri, che hanno approffitato della mancanze
di regole e di controlli. Ha ribadito la sua ostilità a quella Washington dove
anche “le migliori intenzioni possono trasformarsi in promesse spezzate e spese
inutili”.

Non era ovviamente l’occasione per offrire dettagli concreti
su come ciò avverrà, e in fondo Obama di dettagli è sempre stato parco. Il dato
significativo è che Obama ha inserito questa retorica populista e, appunto,
radicale entro un discorso delle possibilità pregno di formule classiche del
nazionalismo eccezionalista statunitense. Solo pochi anni fa, un presidente
degli Stati Uniti che avesse celebrato “l’America che non molla” e discusso di come
fare sì che anche il “prossimo secolo fosse un secolo americano” avrebbe
spaventato gran parte del mondo e fatto inorridire l’intellighenzia liberal e
democratica. Obama lo ha potuto fare, così come ha potuto combinare la richiesta
di alte spese federali con la sollecitazione a ridurre il budget e ad adottare
politiche fiscali più prudenti e accurate. Conservatore e radicale, dunque.
Nell’auspicio che nei mesi a venire s’intravedano non solo delle luci in fondo
al tunnel della crisi economica, ma anche delle crepe in un blocco repubblicano
che, almeno al Congresso, ha finora rivelato una coesione e una compattezza
difficili da prevedere.

(Il Mattino, 25 febbraio 2009)