Mario Del Pero

Generale

Trump dans un cul-de-sac

Non vi sono soluzioni semplici a un problema e a una minaccia – quelli rappresentati dalla Corea del Nord e dal suo arsenale nucleare – che negli anni sembrano essersi fatti intrattabili. Contribuendo alla escalation cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, Donald Trump pare però avere fatto il gioco di Kim Jong-un ed essersi infilato in un vicolo cieco.

Nella loro primitiva rozzezza, le logiche che sottostanno alle iniziative del dittatore nordcoreano hanno una intrinseca coerenza. Sfruttando condizioni strutturali non modificabili – su tutte lo stato di militarizzazione estrema della penisola coreana – e accelerando il programma di sviluppo nucleare e missilistico, Kim si propone di raggiungere diversi obiettivi. In primo luogo rafforza il prestigio suo e di un regime che all’arma atomica attribuisce una funzione quasi identitaria: che serve a concretizzare quella rappresentazione della Corea del Nord come di una grande potenza globale. Nel farlo, e nel generare la ferma reazione degli Usa e della comunità internazionale, si compatta attorno al suo leader un paese da sempre mobilitato in risposta alle minacce esistenziali esterne: presunte, reali o debitamente artefatte. Alla dimensione ideologica si somma quella precipuamente strategica centrata sulla funzione deterrente del nucleare che offre la miglior polizza possibile contro azioni di rovesciamento con la forza del regime, simili a quelle che in tempi recenti hanno portato alla caduta (e uccisione) di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi. Alla strategia fa da controcanto la geopolitica. Kim usa deliberatamente il suo crescente arsenale per scuotere un’architettura di sicurezza regionale della quale gli Usa sono il perno. Lo fa consapevole che le sue iniziative alimentano tensioni nell’alleanza tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud, spingono il Giappone a riarmi unilaterali visti con preoccupazione da molti soggetti dell’area e rendono ancor più complessi i rapporti tra Washington e Pechino. L’ordine regionale americano-centrico, che tra le altre funzioni ha anche quelle di contenere e isolare Pyongyang, rischia insomma di uscire pesantemente destabilizzato. Quarto e ultimo: la dimensione economica. Come in passato, la Corea del Nord spera di poter usare la minaccia di cui si fa portatrice come arma per ottenere aiuti e negoziare accordi. Passata la fase dell’escalation e contenuti (grazie alla Cina) gli effetti delle sanzioni, il nucleare e i missili potrebbero cioè rappresentare un utile strumento da mettere sul tavolo delle trattative.

Per Kim i rischi sono ovviamente elevatissimi, anche se nessuno – a partire da Pechino – vuole l’implosione di un regime i cui riverberi si farebbero sentire su tutta la regione. La tentazione di alimentare la spirale dell’escalation si è però rivelata irresistibile per Trump. Che in una crisi internazionale ha intravisto un possibile vantaggio politico in una fase di grande difficoltà per la sua amministrazione; e che ha sperato di poter usare la situazione per indurre la Cina ad esercitare maggiori pressioni su Kim. Il tornaconto non vi è però stato. A dispetto delle dichiarazioni, Pechino ha mantenuto una linea cauta e passiva, consapevole forse anche della sua limitata capacità di condizionamento delle scelte del dittatore nordcoreano. Negli Stati Uniti, il lungo retaggio anti-interventista generato dalle fallimentari guerre in Iraq e in Afghanistan – e sul quale Trump ha in parte costruito le sue fortune elettorali – continua a condizionare umori e preferenze dell’opinione pubblica, tanto che la crisi non sembra aver inciso sul consenso di cui gode il Presidente.

In realtà, scorciatoie non esistono. Con le soli armi convenzionali di cui dispone, la Corea del Nord è in grado di colpire la Corea del Sud, il Giappone e le forze armate statunitensi di stanza nella regione, causando decine, forse centinaia, di migliaia di vittime. E nel gioco simbolico che è così centrale nella crisi, l’escalation ha finito solo per favorire quella parte che, per quanto infinitamente più debole e vulnerabile, ne ha finora dettato i tempi e le fasi.

Il Mattino 17 settembre 2017

The Summer of Trump

Con il disastro provocato in Texas dall’uragano Harvey si chiude un’estate assai difficile per Donald Trump. Che si trova a fronteggiare molteplici dossier di politica estera, a partire ovviamente da quello nordcoreano. E che è in chiara difficoltà anche sul piano interno, come evidenziato da alcuni eclatanti fallimenti (su tutti il tentativo di affondare la riforma sanitaria di Obama), dall’impressionante turnover dentro l’amministrazione e da tassi d’impopolarità che non hanno precedenti nella storia recente del paese. Secondo l’ultima rilevazione Gallup, solo il 35% degli americani approva oggi l’operato di Trump, quasi trenta punti percentuali in meno rispetto alla media dei presidenti statunitensi del dopoguerra durante il loro primo anno in carica.
Più che a governare, Trump sembra dedicare una parte preponderante del suo tempo a polemizzare con i media, gli avversari politici e, sempre più frequentemente, gli stessi leader repubblicani al Congresso.
L’impressione, insomma, è quella di un logoramento ineluttabile, acuito dagli scandali che pendono sulla testa del Presidente, su tutti quello delle ingerenze russe nel ciclo elettorale del 2016, per le quali Trump potrebbe rischiare addirittura l’impeachment.
Eppure, la sua posizione è più solida di quanto non si creda. Il Presidente e la sua amministrazione dispongono ancora di un capitale politico non marginale. Questo per almeno tre ragioni.
La prima è che dopo mesi caotici e disordinati, sembra che un po’ di disciplina sia stata infine portata nella squadra di governo. Alcune delle figure più controverse e conflittuali – ultime in ordine di tempo Steve Bannon e Sebastian Gorka – sono state messe alla porta e il gruppo di generali di cui si è circondato Trump pare ora dominare l’amministrazione e aver posto sotto tutela lo stesso, ingestibile Presidente. Quella iniziata con l’insediamento di Trump nel gennaio scorso sarebbe stata insomma una lunga, confusa transizione, accentuata da quel mix di radicalismo e dilettantismo che ha contraddistinto tutta la parabola politica del miliardario newyorchese, ma che ora volgerebbe al termine a favore di una linea più sobria, professionale e tradizionalmente conservatrice.
Il secondo elemento di forza di Trump è rappresentato da una base di elettori repubblicani che, sondaggi alla mano, non lo ha ancora abbandonato (anche se tra questi l’approvazione nei suoi confronti sarebbe scesa dal 90 all’80% tra gennaio e oggi). È questa la variabile politica cruciale, perché solo un conflitto aperto dentro il partito repubblicano può mettere davvero in crisi l’amministrazione. Trump ha la possibilità di usare questo sostegno per minacciare senatori e deputati del suo stesso partito, ad esempio sostenendo candidati alternativi alle prossime primarie del 2018, evitando così diserzioni che lo renderebbero ancora più debole.
Anche perché – terzo e ultimo aspetto – è difficile immaginare che nelle prossime elezioni del 2018 i democratici possano riconquistare la maggioranza in una delle due camere. Tutto può accadere, ovviamente, ma il partito democratico versa esso stesso in uno stato di profonda crisi e si confronta con condizioni strutturali che ne limitano la competitività alla Camera – dove perversi meccanismi elettorali e un’inefficiente distribuzione della sua base di votanti lo obbligano a raccogliere diversi milioni di voti in più per ambire alla maggioranza – e al Senato (dove tra i 33 seggi in palio l’anno prossimo ben 25 sono già controllati dai democratici).
Alla fine dei conti, il peggiore nemico di Trump – e la principale minaccia alla sua Presidenza – sembra essere Trump stesso: la sua impreparazione, la sua indisciplina, la sua aggressività. Non è poco, ci mancherebbe; ma non è certo sufficiente per affondarne prematuramente l’esperienza presidenziale.

Il Giornale di Brescia, 2 settembre 2017

Realismo e Principi

È stato un discorso tanto bellicoso e muscolare quanto vago e insipido quello pronunciato martedì notte da un Donald Trump di suo assai sotto tono e incline a ripetere passivamente le frasi che apparivano sul gobbo elettronico di fronte a lui. Il Presidente ha annunciato la decisione di alzare la soglia dell’impegno militare statunitense in Afghanistan con l’invio di alcune migliaia di soldati che andranno ad aggiungersi ai quasi 10mila attuali e, presumibilmente, col parallelo aumento del numero di contractors privati (oggi circa 25mila).
Gli obiettivi rimangono in larga misura gli stessi che hanno giustificato quella che negli anni è divenuta la “guerra americana” più lunga di sempre. Si vuole evitare l’implosione del fragile stato afghano che trasformerebbe il paese nuovamente in un santuario per gruppi terroristici e movimenti fondamentalisti; si crede possibile promuovere un efficace addestramento e rafforzamento delle forze armate di Kabul; si spera di poter usare questa presenza ormai permanente come strumento di pressione su un governo afghano debole e corrotto e su un partner pakistano ambiguo, inaffidabile e pericoloso.
Poco di nuovo, insomma. Obama usò simili giustificazioni per difendere la scelta dell’escalation in Afghanistan adottata nel 2009 e la successiva decisione di non procedere al promesso ritiro completo, mantenendo il contingente attualmente dispiegato. Una scelta che Trump a suo tempo criticò aspramente, ma nel cui solco sembra ora muoversi.
Cosa ci dicono questa decisione e la modalità – un discorso presidenziale al paese – utilizzata per comunicarla e spiegarla?
Tre risposte possono essere offerte. La prima, appunto, è la paradossale continuità strategica e discorsiva tra due amministrazioni, quella di Obama e quella di Trump, che più diverse non potrebbero essere o apparire. Come il suo predecessore, Trump ha apertamente rigettato le logiche e la retorica che avevano informato l’iniziale intervento militare in Afghanistan. “Non siamo qui a edificare delle nazioni” (a fare nation-building), ha dichiarato il Presidente, “ma ad uccidere dei terroristi”. Nessun idealismo ingenuo, candido o audace, insomma, ma un “realismo di forti principi” (principled realism) molto simile a quello più volte rivendicato da Obama.
La seconda indicazione è che l’establishment militare così ben rappresentato nell’amministrazione sembra voler ricondurre la politica estera e di sicurezza sotto il proprio pieno controllo, sottraendolo alle mani erratiche e incaute dei lealisti trumpiani, di loro fortemente indeboliti dalla rimozione di Steve Bannon, l’importante consigliere del Presidente che sognava una linea meno globalista e interventista. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster, il segretario della Difesa Mattis, il nuovo capo di gabinetto Kelly: i militari di cui si è circondato Trump sono tutti veterani dei conflitti in Iraq e Afghanistan; figure convinte che laddove correttamente applicate, le loro dottrine controinsurrezionali potranno sortire i risultati auspicati e indebolire terrorismo e radicalismo fondamentalista.
E questo ci porta al terzo e ultimo punto: l’Afghanistan come paradigma del tipo di guerra che la superpotenza statunitense è in grado di condurre. Una guerra permanente, a bassa intensità, opaca, infinita. Una guerra/non-guerra, verrebbe quasi voglia di dire. Un’azione che al di là delle promesse roboanti – “li sconfiggeremo facilmente”, ha garantito una volta ancora Trump – sembra mirare a contenere il danno e a schiacciare il più rapidamente le mille, infinite teste che l’Idra del terrorismo globale pare essere in grado di generare senza soluzione di continuità.

Il Giornale di Brescia, 23 agosto 2017

Monumenti, memorie e conflitti

Il variopinto e spaventevole mondo della destra alternativa (alt-right) statunitense che abbiamo visto in azione a Charlottesville, Virginia, aveva preso a pretesto per la propria dimostrazione la prossima rimozione della statua del famoso generale sudista Robert Lee. Rimozione contro la quale si sono mobilitati neonazisti, membri del Ku Klux Klan e i tanti gruppi razzisti bianchi che popolano la alt-right. Nel mentre, varie municipalità – a partire da quelle di Baltimora e di New Orleans – procedevano a demolire o trasferire monumenti che ricordano, e celebrano, la Confederazione sconfitta nella guerra civile del 1861-1865 e altri erano abbattuti da gruppi spontanei di manifestanti.
Chiunque abbia un minimo di familiarità con gli Stati Uniti, e con il Sud in particolare, sa bene quanto facile sia imbattersi in bandiere della Confederazione, memoriali e targhe che celebrano la causa sudista, statue di eroi confederali (come Lee) o, addirittura, di noti politici segregazionisti. Secondo alcune stime esse supererebbero le 1500 in totale.
Che cosa ci dice questo scontro sui simboli di una memoria che non solo rimane divisa, ma continua ad alimentare fratture e tensioni? In che modo si lega all’attuale clima politico?
Proviamo ad andare con ordine, partendo dal cuore della questione: la natura pienamente politica – e quindi inevitabilmente controversa – dei monumenti in oggetto. La gran parte di essi fu installata non a ridosso della guerra civile, ma in due periodi di molto successivi: negli anni Dieci/Venti e in quelli Cinquanta/Sessanta del Novecento. Ossia in due fasi storiche nelle quali una parte di America bianca cercava di riaffermare anche con la violenza la gerarchia razziale fondativa del paese o di resistere alla grande mobilitazione del movimento per i diritti civili che avrebbe portato, almeno de jure, alla fine della segregazione razziale nel Sud.
La persistenza e diffusione di questi monumenti sembra segnalare due cose. La prima è che la battaglia sulla memoria della Guerra Civile è rimasta aperta e, anzi, in una parte degli Stati Uniti essa sembra aver visto prevalere chi quella guerra la perse. La seconda è che un pezzo di America, certo minoritario ma affatto marginale, a quei simboli continua ad aggrapparsi per trovare conferma dell’idea, normativa ed essenzialista, che gli Usa siano e debbano rimanere un paese bianco e cristiano.
In tempi di contenute tensioni razziali, la situazione sarebbe probabilmente gestibile, come peraltro è stato in un passato nemmeno troppo lontano, quando vi furono vari casi di trasferimento di monumenti lontano da spazi pubblici noti e condivisi o si promosse uno sforzo pedagogico di loro contestualizzazione storica, con lo spostamento in musei o in luoghi appositi. Nel clima sovraccarico di oggi una simile azione diventa assai più complessa se non impossibile. Laddove la razza, la “linea del colore”, torna a rappresentare uno dei catalizzatori primari della contrapposizione politica, la valenza ideologica di questi monumenti – il loro significato originario ultimo – rioccupa il centro della scena. Essi tornano a simboleggiare, cioè, discriminazione e oppressione razziale. Abbatterli o salvarli sembra acquisire quasi una valenza catartica per le due parti, in un paese che col proprio passato ha fatto i conti in modo assai parziale e selettivo e che nel clima violento e polarizzato di oggi vede riaffiorare demoni di una storia ancor viva e lacerante.

Il Giornale di Brescia, 18 agosto 2017

Razionalità e pericoli

A dispetto delle apparenze, e della retorica binaria e grossolana dispiegata da entrambi, sono due soggetti razionali, fin troppo razionali, quelli che oggi si fronteggiano a Washington e Pyongyang. Ed è proprio la iper-razionalità di Donald Trump e Kim Jong-un a rendere l’attuale crisi così pericolosa.
Tre sono gli obiettivi che entrambe le parti si propongono di raggiungere con le loro minacce e il loro lessico esplosivo. Nel caso di Kim, si tratta in primo luogo di affermare la credibilità del deterrente nucleare di cui la Corea del Nord oggi dispone. Un deterrente, questo, probabilmente più sofisticato e ampio di quanto non si credesse, ma la cui efficacia ultima dipende, appunto, dall’asserita prontezza a farne uso. L’arma nucleare dovrebbe garantire al regime nordcoreano di evitare la sorte subita in tempi recenti da altri avversari degli Usa (il precedente della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein è spesso evocato). Magnificare il potenziale di cui si dispone ed enfatizzarne la disponibilità a usarlo sono funzionali a rafforzare l’effetto di deterrenza che le armi nucleari offrono. Anche perché – ed è questa la seconda spiegazione dell’atteggiamento di Kim – mettere in sicurezza il regime serve a creare quella cornice entro la quale si può promuovere l’apertura, controllata e pilotata, dell’economia nordocoreana che era stata in parte abbozzata negli anni passati. Il modello cui si guarda, in questo caso, è quello cinese: ossia quello di un sistema autoritario capace di gestire dall’alto una liberalizzazione che ha finito per rafforzarlo e, in una certa misura, rilegittimarlo. Il terzo e ultimo obiettivo è di usare il nemico assoluto e la minaccia esistenziale che questo rappresenterebbe per costruire consenso interno: per rafforzare un dittatore e un sistema la cui forza e tenuta sono forse più deboli di quanto non appaia.
È un obiettivo, questo, che in una qualche misura accomuna Kim Jong-un e Trump. Anche il Presidente statunitense ha un ovvio interesse politico ad alzare la soglia della tensione con l’avversario. Essa costituisce un evidente diversivo rispetto alle pressanti difficoltà con le quali Trump deve fare oggi i conti, a partire dall’inchiesta sulle presunte collusioni con la Russia durante la campagna elettorale. E la minaccia esterna – rappresentata da un paese pronto addirittura a colpire gli Stati Uniti con armi nucleari – gli permette di mobilitare l’opinione pubblica su un tema di politica estera e di sicurezza che è aggregante e rispetto al quale vi è un sostegno ampio e trasversale. Trump è però mosso anche da altri due ordini di considerazioni. Il primo riflette un preciso ragionamento strategico: l’idea che la linea del compromesso e della mediazione non abbia pagato; che solo intensificando le pressioni si possano generare le condizioni per un mutamento di rotta all’interno della Corea del Nord o, quantomeno, la formazione di un ampio fronte internazionale capace di mettere in quarantena il regime di Pyongyang. Il secondo rimanda ancora una volta alla questione della (e alla ossessione per la) credibilità. Quella degli Usa, l’unica vera superpotenza mondiale, che – si asserisce – non può tollerare la provocazione nordcoreana pena la perdita d’influenza su altri teatri e dossier.
La storia delle relazioni internazionali ci ricorda però che logiche razionali non implicano autonomamente comportamenti ragionevoli, a maggior ragione se i leader sono figure volubili e, forse, impreparate come i protagonisti di questa crisi. E il rischio di escalation, nella iper-armata penisola coreana ben più che sul teatro transpacifico, rimane estremamente elevato.

Il Giornale di Brescia, 12 agosto 2016

Sark-ron?

L’elezione di Emmanuel Macron era stata salutata con entusiasmo dalle forze della sinistra moderata europea che invocavano il rilancio del progetto europeista, temevano l’ascesa di populismi nazionalisti e regionalisti, e auspicavano una risposta forte all’elezione di Donald Trump e al messaggio anti-atlantico che questa rappresentava.
A tre mesi dall’insediamento di Macron, possiamo dire che l’entusiasmo era prematuro e non poco ideologico. Certo, l’alternativa era di gran lunga peggiore per l’UE e la netta sconfitta di Marine LePen offriva ragione di celebrazione. Sulle principali questioni di politica estera, però, Macron sembra voler seguire i dettami di una tradizionale politica di potenza francese più che l’approccio europeista sognato da molti. Si muove cioè nel solco di un gaullismo temperato che rivela molte assonanze con gli anni di Sarkozy all’Eliseo. Lo abbiamo visto bene nelle prese di posizione sui migranti, nelle iniziative diplomatiche unilaterali sulla Libia, nell’ortodossa difesa delle imprese nazionali, nel bizzarro tentativo di costruire una sorta di rapporto privilegiato e paritario con Donald Trump (e le interazioni ad alto tasso di machismo con il Presidente statunitense paiono costituire un elemento chiave della simbologia macroniana, tutta tesa a rimarcare la rinnovata centralità francese nel contesto internazionale).
Cosa muove e spiega questi atteggiamenti? Soprattutto, quanto realistica è la linea finora adottata?
Vi è, appunto, l’ostentata affermazione dell’impegno a difendere senza cedimenti l’interesse nazionale del paese, scontrandosi se necessario con gli stessi partner europei. Opera il convincimento che la Francia disponga di risorse di potenza – a partire da quelle militari – che possono essere spese per ottenere vari dividendi diplomatici. E agisce, infine, un preciso calcolo politico: l’idea, cioè, che il basso profilo di Hollande abbia contribuito a eroderne consenso e popolarità; che esibire i muscoli, rimarcando il peso e il ruolo della Francia in Europa e nel mondo, possa contribuire a rafforzare l’immagine di Macron come leader dinamico e incisivo.
Non mancano, anche da noi, gli ammiratori del giovane Presidente francese. Coloro che chiedono di prenderne a modello l’inflessibile impegno a tutelare e promuovere l’interesse della nazione. Molto vi sarebbe da dire su un concetto – quello appunto d’“interesse nazionale” – non di rado declinato in modo statico e a-storico; senza la consapevolezza, cioè, che per la Francia come per gli altri principali attori europei esso sia stato perseguito con più efficacia quando inserito dentro una cornice europea (come gli agricoltori francesi dovrebbero peraltro ben sapere). Indebolire l’Europa nel tentativo di bilanciare l’indiscussa superiorità tedesca, come Macron e i suoi consiglieri vorrebbero fare, rischia insomma di danneggiare lo stesso interesse della Francia.
Quel che però più colpisce di queste prime scelte politiche, e della retorica che le accompagna, è il loro evidente velleitarismo. Per fare una simile politica di potenza bisogna avere risorse di cui la Francia, da sola, proprio non dispone. Lo evidenziano, implacabili, i dati sulla competitività economica del paese: dall’alto tasso di disoccupazione a un PIL e una produttività che crescono poco a un sistema educativo efficiente, sì, nel produrre élites riconosciute, molto meno nel formare una forza lavoro qualificata e adattabile. E lo rivela, con disarmante chiarezza, una bilancia commerciale che mostra un -3/4% annuo (contro il + 7/8% della Germania) e un saldo attivo con gli Usa che è solo la metà di quello italiano e meno di un quarto di quello tedesco. È da questi dati, più che dalle interminabili strette di mano con Trump, che Macron farebbe bene a partire nel suo tentativo di rinnovare una Francia che, senza Europa o con un’UE ancor più debole, può fare davvero poco o nulla.

Il Giornale di Brescia, 7 agosto 2017

Velleitarismi macroniani

Ha sorpreso un po’ tutti la decisione di Emmanuel Macron d’invitare Donald Trump a trascorrere a Parigi la festa nazionale del 14 luglio. Il pretesto è rappresentato dal centennale dell’ingresso degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale e dalla volontà di riaffermare la solidità dell’alleanza franco-statunitense. Le logiche che sottostanno a questa strana iniziativa di Macron, le condizioni che la consentono e gli obiettivi che egli si propone di raggiungere sono plurimi.
Agisce in primo luogo un assunto consolidato, ancorché discutibile, della cultura strategica francese, secondo la quale le capacità militari di Parigi e la disponibilità a farne uso (in Siria come nei teatri delle operazioni africane di peacekeeping) farebbero della Francia un interlocutore privilegiato se non addirittura un partner speciale degli Stati Uniti. Cementato da un comune, sobrio realismo, questo legame non sarebbe scalfibile né dalle contingenze politiche né dalle distanze ideologiche, anche quelle più marcate come nel caso di Macron e Trump.
Vi è, in secondo luogo, la volontà di usare il rapporto con gli Usa per riequilibrare la marcata asimmetria che contraddistingue gli equilibri interni all’Unione Europea. Come sappiamo bene, negli ultimi anni la UE si è fatta vieppiù tedesco-centrica. Macron pensa evidentemente di poter usare questo presunto asse con Washington per affermare una centralità francese nelle relazioni transatlantiche da spendersi poi anche nel contesto europeo.
Può cercare di farlo, terzo aspetto, anche perché le elezioni sono alle spalle. Non deve fare i conti, il Presidente francese, con i condizionamenti elettorali e, di conseguenza, con la forte ostilità di larga parte delle opinioni pubbliche europee nei confronti di Donald Trump. Sondaggi recenti ci dicono che la popolarità di Trump in Francia è a livelli bassissimi: solo il 14% degli intervistati esprime fiducia nel Presidente americano; un anno fa, con Obama, la percentuale era dell’84%. Se si votasse a breve, difficilmente il candidato Macron potrebbe permettersi di trascorrere il 14 luglio in compagnia di Trump. Ma il problema per lui non si pone. Laddove la Merkel è spinta ad alzare la soglia della contrapposizione con l’amministrazione Usa nella consapevolezza che ciò le possa giovare alle urne, il calendario elettorale francese libera da Macron da tali vincoli.
Quarto e ultimo: l’incentivo, sempre presente per i nuovi leader europei, di usare la scena internazionale come strumento di rafforzamento politico se non di vera e propria legittimazione. Dalla sua elezione in poi, Macron ha cercato quasi ossessivamente l’interazione – a volte conflittuale a volte amichevole – con Trump. Il gioco appare evidente e a onor del vero anche piuttosto ingenuo. Ai francesi e al resto d’Europa sembra quasi si voglia comunicare che grazie alla sua nuova, dinamica guida, la Francia macroniana possa ambire a contenere l’irruenza di Trump, a moderarne le politiche e ad accompagnarne l’evoluzione sulla strada, solo temporaneamente abbandonata, di un tradizionale atlantismo.
Al presidente americano non parrà probabilmente vero di avere i riflettori dirottati per qualche ora lontano dagli Stati Uniti, dove divampa la polemica sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 e le collusioni con il suo staff e la sua stessa famiglia. Riflettori che peraltro torneranno presto ad accendersi assieme al rischio, piuttosto concreto, che sia questa amministrazione sia la grandeur transatlantica di Macron risultino effimeri quanto e più dei sogni di una notte di mezz’estate del 2017.

Il Giornale di Brescia, 14 luglio 2017

Lasciti obamiani

Mancano i numeri, al partito repubblicano, per far passare al Senato quella controriforma che avrebbe stravolto e smantellato Obamacare, il modello di sanità adottato con Obama. Per anni, i repubblicani avevano promesso di demolire quello che nella loro retorica era presentato come uno degli emblemi dell’obamismo: di un governo invasivo che estendeva senza remore il ruolo della mano pubblica e del potere federale. Alla prova dei fatti, però, questa promessa si è rivelata vuota e irrealistica. Due sono i percorsi che ora si prospettano. Il primo è fare poco o nulla, alimentando quell’incertezza che ha indotto molti gruppi assicurativi a uscire dai mercati locali, rendendo più difficile l’obiettivo primario di Obamacare di creare un mercato ampio di polizze tra le quali i “consumatori di sanità” possano scegliere. Il secondo è di rilanciare un dialogo bipartisan attraverso cui emendare la riforma di Obama, per sanare almeno alcune delle sue criticità. Una revisione, questa, sollecitata a suo tempo dai democratici che si infranse però sugli scogli del rigido ostruzionismo repubblicano.
Come si spiega questo fallimento del partito di Trump e quale potrà essere il suo impatto politico?
Tre sono le cause fondamentali della débâcle repubblicana al Senato. La prima, “di sistema”, consegue sia alla polarizzazione del sistema politico statunitense sia all’estrema radicalizzazione della Destra. In un simile contesto – che premia la demagogia urlata, l’intransigenza dogmatica e l’ostruzionismo a oltranza – è molto più sempice fare opposizione che governare. È molto più facile, insomma, fare ciò che i repubblicani hanno fatto durante gli anni di Obama alla Casa Bianca: rifiutare qualsiasi mediazione e compromesso, evitare di sporcarsi le mani e preservare assoluta purezza ideologica. Tra il 2010 e il 2014 la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana ha votato innumerevoli risoluzioni con le quali ci s’impegnava ad abrogare Obamacare. Risoluzioni puramente simboliche, queste, visto che mancava il voto del Senato e il Presidente avrebbe comunque posto il veto. Ma risoluzioni che hanno poi posto un cappio al collo degli avversari di Obama, vincolandoli all’impegno una volta conquistata la Presidenza con Trump e preservato la maggioranza nei due rami del Congresso.
La seconda spiegazione è rappresentata dai risultati della riforma. Che ha quasi dimezzato il numero di persone prive di copertura sanitaria (riducendole di circa 20 milioni), posto termine a pratiche inaccettabili per un paese civile (come quella di rifiutarsi di assicurare chi aveva dei problemi cronici di salute) ed esteso l’accesso alla sanità pubblica con il programma Medicaid. Una volta garantiti determinati diritti è difficile, se non impossibile, rovesciarli, come la crescente popolarità di Obamacare – anche in stati solidamente conservatori – ben evidenzia.
Terzo e ultimo, l’assenza di alternative alla riforma. Ovvero l’assenza di alternative di destra, ché una di sinistra – un sistema con un erogatore unico e pubblico di servizi medici simile a quelli europei – ovviamente esiste. Obamacare s’ispira infatti a progetti avanzati inizialmente da think tank conservatrici e adottati nel 2006 dal governo repubblicano del Massachusetts, guidato allora da Mitt Romney, avversario poi di Obama nel 2012.
Entrambe le soluzioni disponibili oggi – cercare di provocare l’eutanasia di Obamacare per via dell’inazione o riformarla e migliorarla attraverso una collaborazione bipartisan – rischiano di presentare un conto elettorale assai salato ai Repubblicani alle elezioni di medio-termine del 2018. E ci rivelano, una volta ancora, come la riforma sanitaria di Obama costituisca uno dei lasciti più importanti e profondi della sua Presidenza.

Il Giornale di Brescia, 19 luglio 2017

Senza egemoni

È immaginabile un ordine internazionale privo di un soggetto egemone capace d’imporre regole e norme? Capace cioè di far accettare, con un attento mix di coercizione e consenso, un’architettura essenziale che permetta di governare le complesse dinamiche del mondo d’oggi? Se la storia ci offre una bussola, questa ci mostra come l’assenza di tale soggetto abbia spesso avuto effetti destabilizzanti se non addirittura disgregatori.
Il G-20 di Amburgo e il viaggio centro-europeo di Donald Trump sembrano indicare come gli Usa non siano in grado di svolgere più questo ruolo. Ma ci dicono anche che sostituti non esistono per un paese ancor oggi nettamente superiore a tutti gli altri in termini di forza militare, dominio monetario, dinamismo economico (oltre che per la capacità di consumo del loro mercato interno, da cui continua a dipendere la crescita globale). Non può ambirvi ancora la Cina, che ama presentarsi come nuova custode dell’ordine liberale contemporaneo, ma che quell’ordine sta contribuendo a scardinare con le sue aggressive politiche commerciali, il suo rigido controllo della propria valuta, le sue sottaciute volontà di primato strategico in Estremo Oriente. Non può esserlo la Germania di Angela Merkel, rinchiusa dentro il suo spazio europeo, ancor oggi nano militare e, soprattutto, dipendente da politiche economiche centrate su strutturali, amplissimi surplus commerciali. E di certo non può esserlo la Russia putiniana, dove ai muscoli perennemente flessi del suo Presidente corrispondono dati economici imbarazzanti, propri di un paese sottosviluppato più che della potenza che Mosca pretenderebbe di essere (Il PIL pro-capite russo è circa il 15% di quello statunitense, ad esempio).
Restano quindi gli Usa. Che dai due mandati di Obama sono usciti in realtà rafforzati, con una disoccupazione al 4.4%, un PIL tornato ad aumentare come percentuale di quello globale, tassi di crescita per i quali noi europei faremmo la firma. Ma gli Stati Uniti sembrano avere scelto un’altra strada. Anzi, la natura ideologica di questa amministrazione e le sue necessità politiche immediate la spingono in una direzione che verrebbe voglia di definire come strutturalmente non-egemonica. Lo hanno crudamente rivelato le parole pronunciate da Donald Trump durante il discorso tenuto a Varsavia prima del vertice tedesco. Il lessico virulentemente occidentalista e i suoi cupi moniti – “la questione fondamentale della nostra epoca è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere”, ha affermato il Presidente – sono assai distanti dai codici di quell’universalismo inclusivo che ha contraddistinto il discorso di tutti i presidenti statunitensi del dopoguerra. L’ostentato unilateralismo, simboleggiato dalla decisione di abbandonare l’accordo di Parigi sul clima, rappresenta il controcanto diplomatico di questo discorso fondato sull’idea – statica e per tanti aspetti a-storica – di un inevitabile conflitto tra civiltà immutabili e impermeabili le une alle altre.
Le contraddizioni sono plurime. E nel rivendicare una presunta essenza cristiana e bianca della nazione statunitense, Trump di fatto pone un pezzo non marginale della sua stessa popolazione fuori dal perimetro che definirebbe cosa siano e debbano essere gli Stati Uniti. Le matrici politiche sono evidenti, perché la forza del Presidente dipende dalla perenne mobilitazione del suo elettorato di riferimento. Gli effetti sono però devastanti per gli Usa e, potenzialmente, per il resto del mondo, come l’ultimo, ricco sondaggio del Pew Center – che indica come il tasso di fiducia nel Presidente fuori dagli Usa sia sceso, nel passaggio da Obama a Trump, dal 64 al 22% – in fondo ben ci mostra.

Il Giornale di Brescia, 10 luglio 2017

Il G-20 di Amburgo

Vertici come quelli del G-20 svolgono tre diverse funzioni. La prima, riconosciuta e importante, è quella di promuovere una collaborazione multilaterale finalizzata a rafforzare (o creare) forme di governance globale ancora parziali. Il G-20 serve insomma per dare risposte concordate e incisive a crisi di vasta portata, per ampliare i beni pubblici offerti dalla comunità mondiale e per estendere una rete di norme e regole che disciplinino e facilitino le interazioni tra i soggetti di tale comunità. La seconda funzione, spesso sottaciuta e nondimeno visibile, è quella di operare come forum di confronto e scontro tra grandi potenze. Qui è la dimensione terrena e brutale della competizione di potenza che prevale; il multilaterale – per dirla con uno slogan – lascia il campo al multipolare. Terzo e ultimo, il G-20 – come tanti altri fora internazionali – è un palco dal quale i leader dei paesi partecipanti parlano all’opinione pubblica mondiale e, ancor più, a quella interna, dalla quale dipendono in molti casi le loro sorti politiche e la loro stessa legittimità.
Al di là dei generici comunicati finali, dell’ennesimo impegno russo-statunitense a collaborare in Siria e delle frasi di circostanza, è evidente come ad Amburgo abbiano prevalso decisamente la seconda e terza dimensione, perché non solo oggi è impossibile rivedere e potenziare l’architettura della governance mondiale, ma anche quella esistente appare sempre più fragile e contestata.
La partita multipolare si è giocata attorno al triangolo composto da Usa, Cina e un’Europa che, per buona pace di Macron, è ancora Berlino-centrica (la Russia, a dispetto dei muscoli perennemente flessi del suo Presidente, è soggetto marginale e in difficoltà, come evidenziano in modo impietoso i dati sulla sua economia). È un tripolarismo in parte fittizio, questo. L’Europa è attore oggettivamente più debole e le interdipendenze tra Washington e Pechino rimangono assai più profonde (e pericolose) di quelle dell’UE con i due giganti dell’ordine mondiale. Ma è un’Europa – quella a guida tedesca – che nell’attuale congiuntura pensa di avere un’opportunità per uscire dalla crisi degli ultimi anni e iniziare a pensarsi anch’essa come potenza, capace di affrancarsi parzialmente dalla dipendenza securitaria verso gli Stati Uniti.
Se letto in chiave di competizione multipolare, cosa ci dice questo G-20 amburghese? Quali sono le matrici di questa competizione? Le risorse e le possibilità di cui dispongono Europa e Stati Uniti?
Due risposte, generali e intrecciate, possono essere offerte. La prima è che i processi d’integrazione globale degli ultimi decenni hanno prodotto forme d’interdipendenza tanto profonde quanto diseguali. Questa interdipendenza asimmetrica è visibile in molteplici ambiti: dai monumentali squilibri della bilancia commerciale statunitense contro i quali si scaglia Trump a un gap militare tra Usa, Cina e resto del mondo accentuatosi ancor più nell’ultimo ventennio; da un’egemonia del dollaro che rimane incontestata a una gestione dei flussi migratori globali che ricade ora primariamente sull’Europa (e, come ben sappiamo, su alcuni paesi europei in particolare). Se l’interdipendenza da virtuosa si fa viziosa – se invece di generare crescita, ricchezza e scambio alimenta pericoli e tensioni – allora viene meno l’interesse a coltivarla e approfondirla; prevalgono cioè tentazioni unilaterali come quelle cui stiamo assistendo, che sono particolarmente visibili nel caso degli Usa di Trump, ma che non mancano anche alla Germania di Angela Merkel.
Una seconda ragione, tutta politica, va però aggiunta. I leader mondiali parlano a un pubblico che è sia globale sia nazionale. Dal secondo non possono prescindere soprattutto se, come nel caso della Merkel, il momento elettorale si avvicina. Secondo un sondaggio recente, e assai affidabile, del Pew Reseach Center, appena l’11% dei tedeschi dichiara oggi di avere fiducia nel Presidente statunitense; un anno fa, con Obama, questo indicatore era all’86%. Cavalcare l’onda di un anti-trumpismo alimentato dalla poca presentabilità dell’inquilino della Casa Bianca può insomma garantire un ottimo dividendo elettorale e addirittura rafforzare la leadership continentale di Berlino. Il potenziale egemonico tedesco si ferma nondimeno sulla soglia di un unilateralismo commerciale che le politiche della Merkel non solo non contrastano, ma finiscono per acuire. Lo stesso vale però per Trump, il cui lessico rozzamente occidentalista mobilita sì quel pezzo di opinione pubblica interna da cui dipendono le sorti della sua amministrazione, ma rende assai più debole e contestato il messaggio offerto al resto del mondo.
Il combinato disposto di due egemoni fragili e contradditori e di questa rivolta contro l’interdipendenza rischia in ultimo di innescare e accelerare pericolosissimi processi di disgregazione dell’ordine internazionale corrente, facilitando in realtà chi – la Cina di Xi Jinping – queste interdipendenze asimmetriche più di tutte ha sfruttato e alimentato.

Il Messaggero/Il Mattino, 9 luglio 2017