Mario Del Pero

Generale

L’amministrazione Trump

Chi pensava che dopo il voto Donald Trump si sarebbe prontamente riposizionato al centro è chiamato a un brusco risveglio. La prima nomina, quella a capo di gabinetto di Reince Priebus, il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, sembrava rispondere a una logica mediana e conciliatrice, sia per il ruolo istituzionale rivestito da Priebus sia per la sua vicinanza a Paul Ryan, lo speaker della Camera con il quale Trump è più volte entrato in rotta di collisione. Le decisioni successive sembrano però andare in tutt’altra direzione. Come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha scelto l’ex Generale dell’Esercito Michael Flynn, a lungo registrato come democratico, e che nel 2014 Obama sollevò dall’incarico di Direttore dell’intelligence del dipartimento della Difesa. Flynn ha un passato operativo nelle forze speciali in Afghanistan e Iraq, è stato molto critico nei confronti della politica mediorientale di Obama e ha in più occasioni esplicitato il suo convincimento che il nemico sia l’Islam in quanto tale (a queste posizioni islamofobe si è aggiunto, durante la campagna elettorale, un brutto scivolone antisemita per il quale si è dovuto scusare). Flynn ritiene inoltre che la collaborazione con la Russia di Putin sia non solo auspicabile ma necessaria. Alla giustizia va il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, un passato lontano da procuratore caratterizzato da diversi scontri con associazioni per i diritti civili; e un passato recente durante il quale ha sostenuto posizioni draconiane in materia d’immigrazione illegale ed è stato tra i pochi membri del Congresso a non schierarsi contro le pratiche aggressive d’interrogatorio di sospetti terroristi (si legga uso della tortura) utilizzate con Bush. Per guidare la CIA è stato scelto il deputato del Kansas ed ex ufficiale dell’Esercito, Mike Pompeo; un membro del Tea Party che si è distinto per il suo ruolo durante l’inchiesta relativa all’assassinio nel 2012 dell’ambasciatore in Libia Christopher Stevens (Pompeo e un altro deputato hanno presentato una relazione di minoranza, molto più critica nei confronti dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, rispetto a quella approvata dai loro colleghi di partito). Anche Pompeo ha difeso l’uso della tortura, posizione, questa, abbracciata dallo stesso Trump durante la campagna elettorale. Infine – decisione forse più controversa di tutte – il futuro Presidente ha nominato suo consigliere speciale Steve Bannon, l’ex Presidente del sito d’informazioni della “destra alternative” (alt-right) “Breitbart News”. Bannon – che già aveva coordinato l’ultima fase della campagna elettorale di Trump – è campione di un nazionalismo estremo, anti-establishment e anti-globalizzazione. Che sia anche un antisemita o un suprematista bianco è più difficile a dirsi. Di certo Breitbart offre un modello d’informazione urlata, aggressiva e quasi violenta.
Rispetto a queste nomine, tre considerazioni possono essere fatte. La prima è che la lealtà dei pochi che hanno apertamente sostenuto Trump è stata immediatamente ricompensata. Sessions e Flynn, in particolare, si sono schierati con il miliardario newyorchese quando la sua sembrava una sfida impossibile. È probabile che queste nomine siano poi bilanciate da altre più moderate, tanto che si parla addirittura di una possibile inclusione nella squadra di governo di Mitt Romney, il candidato del 2012 che nei mesi scorsi ha attaccato in più occasioni Trump, apostrofandolo addirittura come “truffatore”. Il messaggio che Trump dà è però inequivoco oltre che in una certa misura corretto nell’interpretazione del voto: la vittoria è stata sua e suo è di conseguenza, in questo momento, il partito, che lo deve seguire e non ha i mezzi, e la legittimità, per contrastarlo o anche solo per negoziare alla pari. La seconda considerazione è relativa all’alta valenza simbolica e politica di queste scelte. Trump va allo scontro con quel pezzo di paese che gli ha votato contro e nel farlo soddisfa le posizioni non tanto dell’elettorato repubblicano nel suo complesso, quanto di quella parte d’America che lo ha trascinato alla nomination prima e sostenuto nella lunga, difficile campagna elettorale poi. Terzo e ultimo: tutto ciò si rifletterà, almeno in una prima fase, anche sulle politiche. Sessions alla guida di un dipartimento chiave come quello della Giustizia, in particolare, indica che su temi nodali come l’immigrazione e le tutele delle minoranze si può attendere un cambio di rotta radicale.
L’azzardo è però evidente e il rischio politico, una volta superata la sbornia post-elettorale, assai elevato. Trump sembra comportarsi come se avesse ottenuto un ampio e inequivoco mandato. Non è ovviamente così, visto che si è trattato di un’elezione risolta per pochissimi voti e con un paese spaccato a metà. Dentro il partito repubblicano sono ancora ben rappresentate posizioni diverse se non opposte (il fronte anti-russo, guidato dal senatore McCain, rimane ad esempio influente). Per la conferma delle nomine presidenziali basta oggi la maggioranza semplice del voto al Senato: una misura, questa, paradossalmente voluta dai democratici nel 2013 per aggirare l’ostruzionismo repubblicano contro Obama. I senatori democratici sono però 47/48: sufficienti per costruire maggioranze contingenti con pochi transfughi repubblicani o, ancor più, per attuare un’azione sistematica e implacabile di ostruzionismo (ci vogliono 60 senatori per chiudere una discussione e portare una misura al voto).
Trump ha insomma rilanciato subito. Forse è nella natura del personaggio. Forse è coerente con quello che la sua base gli chiede. Di certo è un rischio che prelude a una fase di ulteriore, preoccupante scontro politico.

Il Mattino, 20 novembre 2016

Perché Barack Obama è stato un buon Presidente

Barack Obama è stato un buon Presidente. Forse addirittura un grande Presidente, anche se per dirlo avremmo bisogno di quelle fonti e quel distacco che solo la prospettiva storica ci garantisce. È importante e utile ricordarlo, nel momento in cui si preannuncia il prossimo, certo rovesciamento di alcuni dei più importanti risultati della sua azione di governo, in particolare sull’ambiente e sulla sanità.
Obama è stato un buon Presidente per diverse ragioni. Innanzitutto perché ha dovuto governare con avversari, e con un pezzo di paese, pregiudizialmente ostili e pronti davvero a tutto per impedirglielo. Pochi avrebbero immaginato, dopo la sua vittoria nel 2008, una simile reazione di una parte di America all’elezione del suo primo Presidente nero. Al Congresso ha trovato un fronte repubblicano ostile, che da minoranza ha usato lo strumento dell’ostruzionismo al Senato come mai prima di allora e, una volta conquistata la Camera con le elezioni di mid-term del 2010, ha di fatto paralizzato l’attività legislativa. Nel paese, ha dovuto fronteggiare un’azione atta da subito a delegittimarlo, che ha raggiunto il suo picco di bassezza nel tentativo – guidato tra gli altri da Donald Trump – di dimostrare che il luogo di nascita di Obama non si trovasse negli Usa: che fosse, in sostanza, occupante abusivo della Casa Bianca. Se otto anni più tardi i sondaggi ci dicono che quasi la metà degli elettori repubblicani ancora crede a questa bufala, o pensa che Obama sia segretamente mussulmano, allora vuol dire che questa azione è stata condotta senza tregua, con una virulenza e una spregiudicatezza di cui forse mai un Presidente in carica è stato vittima.
Nonostante questo, Obama ha conseguito risultati di non poco conto. Ha promosso una riforma del sistema sanitario che, per quanto esplicitamente ispirata da modelli conservatori (su tutti quello adottato dall’allora governatore del Massachusetts Mitt Romney, nel 2006), non ha ottenuto il sostegno di alcun parlamentare repubblicano. Una trasformazione complessa e macchinosa di un sistema al tempo stesso inefficiente e immensamente oneroso, che da solo costa tra il 15 e il 20% del PIL. Una riforma che ha certo i suoi problemi, anche perché l’ostruzionismo repubblicano ha impedito l’adozione dei necessari correttivi, ma che ha portato quasi a un dimezzamento del numero di persone prive di qualsiasi copertura sanitaria nel paese (dal 16 al 9%, da 48 a 29 milioni).
Ha dovuto inoltre gestire, Obama, una drammatica crisi economica, secondi taluni la peggiore dopo quella del 1929. Di nuovo lo ha fatto senza alcuna disponibilità alla collaborazione di una controparte, quella repubblicana, che pure aveva avallato il modello di economia dei balocchi che aveva portato all’intreccio, catastrofico, tra bolla immobiliare e bolla finanziaria. Nella narrazione conservatrice, la crisi che Obama ha ereditato e dovuto gestire è diventata la crisi che egli avrebbe causato. Nonostante questo è riuscito a far passare un piano di stimolo che ha rimesso in careggiata l’economia statunitense, e quella mondiale con essa, e a promuovere meccanismi, per quanto parziali e insufficienti, di regolamentazione di un settore finanziario e bancario da tempo fuori giri e controllo. Al termine dei suoi due mandati, gli Stati Uniti si trovano con una disoccupazione dimezzata (dal 10 al 4.9%) e con una parziale ancorché insufficiente correzione dei macroscopici livelli di diseguaglianza di reddito (nell’ultimo anno, ad esempio, vi è stata una diminuzione del tasso di povertà dell’1.2%, stimabile in tre milioni e mezzo di persone, il risultato più significativo dal 1999 a oggi).
Molte critiche si sono concentrate sulla sua politica estera e di sicurezza. Errori non sono mancati e l’utilizzo senza precedenti dei droni in un’azione selettiva di eliminazione di sospetti terroristi pone problemi politici, etici e legali di non poco conto. Eppure è difficile dire che la posizione degli Usa nel sistema globale sia oggi più fragile e vulnerabile rispetto a otto anni fa. Piace, a tanti sedicenti esperti di relazioni internazionali, contrapporre la presunta ingenuità di Obama al cinico realismo di chi, come il Vladimir Putin di turno, saprebbe maneggiare con ben altra abilità le crude logiche della politica di potenza. Bene: si contrappongano alcuni fondamentali russi (PIL, crescita, valuta, alleati) a quelli statunitensi e si provi poi a vedere chi sta meglio e chi sta peggio rispetto a otto anni fa. La politica estera include anche l’impegno – promosso attraverso una fondamentale convergenza con Pechino – verso un’azione multilaterale contro il cambiamento climatico, che ha poi portato al fondamentale accordo di Parigi del dicembre scorso. Lo si compari, questo sforzo, con lo sconcertante negazionismo scientifico di chi lo ha preceduto e di chi lo seguirà e, ancora una volta, si valuti di conseguenza.
Tanti altri esempi potrebbero essere aggiunti, a partire dai progressi sui diritti degli omosessuali, che rappresentano l’ultima frontiera dei diritti civili, o all’impegno per correggere una delle più inaccettabili discriminazioni ancora esistenti, in virtù della quale a parità di mansioni il lavoro femminile è retribuito molto meno di quello maschile.
Tutto ciò è avvenuto preservando una dignità assoluta di fronte ad attacchi feroci e, non di rado, volgari. Ripristinando, anzi, il decoro di un ufficio presidenziale violato in modi diversi dai suoi due predecessori, George Bush e Bill Clinton.
Sì, Obama è stato un buon presidente, come una maggioranza di americani (e, secondo i sondaggi, gran parte del mondo) oggi riconoscono. Un presidente del quale sarà difficile non sentire la mancanza.

Il Mattino, 12 novembre 2016

Una riflessione sul voto

No, un anno fa non lo avrebbe immaginato davvero nessuno. Donald Trump Presidente degli Stati Uniti non lo quotavano nemmeno i bookmakers. E una volta conquistata la nomination repubblicana, la vera questione parve essere la prossima implosione del suo partito e non come sconfiggere un’avversaria esperta, competente, con più risorse e, soprattutto, capace di intercettare meglio i voti di un’America sempre più diversa e meno bianca. La mappa elettorale sembrava conferire un ulteriore, strutturale vantaggio alla Clinton, che aveva una pluralità di opzioni per giungere ai fatidici 270 grandi elettori, laddove il suo avversario non poteva permettersi passi falsi: doveva vincere swing states nodali, come la Florida e l’Ohio, e sottrarre ai democratici stati del midwest postindustriale, dal Michigan alla Pennsylvania.
E invece l’impensabile è accaduto. Il firewall clintoniano – quel muro di stati che avrebbero dovuto permettere alla Clinton di contenere eventuali sconfitte inattese – ha subito mostrato delle crepe. Quando l’Indiana, che chiude prima le urne, è stata assegnata a Trump si è capito che le cose non si mettevano bene per l’ex segretario di Stato. Obama aveva vinto lo stato a sorpresa nel 2008, perdendolo poi di dieci punti nel 2012. Essere sconfitti di venti, come è stato per la Clinton, voleva però dire che si stava manifestando la dinamica più temuta dai democratici: una piena mobilitazione del voto bianco e una contestuale minor attivazione della loro composita base elettorale. Ed è da questa prima disaggregazione del voto che si deve partire per provare a capire cosa sia avvenuto la notte scorsa. Gli exit poll e i risultati delle contee ci consegnano infatti un quadro che, seppur ancora incompleto, offre delle prime, importanti indicazioni. Su scala nazionale il voto bianco non ispanico (corrispondente a circa il 70% di quello totale) è andato al 58% a Trump e al 37% a Clinton. È uno scarto di 21 punti. Erano stati 12 nel 2008. Soprattutto erano stati bilanciati dall’ampio sostegno delle minoranze nera e ispanica a Obama. Che invece è calato, in particolare nel caso degli afroamericani.
Prima considerazione, quindi: dentro una situazione di grande equilibrio, si conferma e rafforza la tendenza dei repubblicani ad aumentare i consensi tra l’elettorato bianco, ma non quella dei democratici a bilanciare ciò con un loro parallelo ampliamento negli altri segmenti della popolazione. A ciò va aggiunto un secondo fattore: la partecipazione elettorale. Su questo i dati di cui disponiamo rimangono assai incompleti e qualsiasi considerazione è ancora parziale, se non impressionistica. Un dato centrale nei due successi elettorali di Obama era stato non solo di ottenere il voto delle minoranze, ma anche di portarle massicciamente a votare. Cosa che non sembra essere invece avvenuta con la Clinton. Prendiamo ad esempio le contee d’importanti città di Wisconsin e Ohio, come Milwaukee e Cleveland. Aree metropolitane, queste, dove ampiamente sovra-rappresentata è la popolazione di colore, che nel 2008 e nel 2012 svolse un ruolo fondamentale nel bilanciare le ampie vittorie repubblicane nella gran parte delle contee non urbane o rurali dei due stati. Ebbene, il calo dei voti per i democratici rispetto a quattro anni fa è stato a dir poco impressionante. Sia a Cleveland sia a Milwaukee, Trump non ha ottenuto più voti rispetto al candidato repubblicano del 2012, Mitt Romney; la Clinton ha fatto però decisamente peggio rispetto a Obama. È questa la seconda chiave di lettura, da testarsi su un campione più ampio ma che appare già ora piuttosto solida: non solo la Clinton ottiene una percentuale minore del voto delle minoranze, ma fallisce anche nell’attivarle; vede cioè un calo della partecipazione al voto di pezzi vitali della grande coalizione democratica, laddove il suo avversario invece mobilita appieno la propria base.
Se questa è una prima, possibile analisi, va compreso perché ciò sia accaduto e cosa ci dica dell’America oggi. Di un paese, cioè, dove il voto maschile bianco (che è circa un terzo del totale) va 63 a 31 a Trump, con uno scarto addirittura di cinquanta punti (72 a 23) tra gli uomini bianchi privi di una qualche istruzione post-secondaria.
Rispetto a questo, tre spiegazioni – intrecciate e interdipendenti – possono essere avanzate. La prima è quella che per convenienza potremmo definire identitaria. Vi è un’America bianca (e cristiana) che in questi anni ha assistito preoccupata, se non sgomenta, alla trasfigurazione di quello che considera essere il suo paese. All’agire di dinamiche demografiche che sembravano proiettarla verso una situazione di minoranza futura. A flussi migratori che accentuavano queste tendenze. A trasformazioni culturali che mettevano in discussione certezze e ruoli sociali consolidati. L’America liberal, multirazziale, plurilinguistica e cosmopolita che il Presidente nero eletto nel 2008 incarnava e simboleggiava è un paese che quest’altra America trovava alieno e irriconoscibile. Si trattava di una battaglia, normativa e prescrittiva, su cosa gli Stati Uniti siano e debbano essere. Nella quale veniva frequentemente invocata un’America delle origini – essenziale e perenne – da contrapporsi a quella del cambiamento costante, graduale ma inarrestabile così centrale nella retorica e nella stessa filosofia di Barack Obama. Al vento trasformatore della storia si contrapponeva la fissa solidità di un’altra storia, dalla quale erano espunte impurità e contraddizioni. Inclusa quella, terribile, di una divisione razziale che aveva permesso schiavitù prima e segregazione poi. Questa battaglia identitaria è stata condotta e cavalcata con spregiudicatezza estrema da Donald Trump. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti – è necessario ricordarlo – ha promosso alcuni anni fa una campagna spregevole contro Barack Obama atta a dimostrare che il suo predecessore non fosse davvero nato negli Stati Uniti e non avesse pertanto il diritto di risiedere alla Casa Bianca.
Il fattore identitario s’intreccia con quello securitario. L’America cui Trump si rivolge è un paese incattivito, spaventato e preoccupato. I dati ci dicono che la criminalità è in calo netto: il numero di omicidi si è dimezzato tra i primi anni Novanta a oggi, anche se vi è stata una lieve crescita negli ultimi anni. Chiunque abbia un minimo di familiarità con le città statunitensi sa bene quanto più sicure esse siano rispetto a 20/30 anni fa. Questa però non è però la percezione di gran parte degli elettori di Trump e dello stesso neo-Presidente. Che durante la campagna elettorale ha rappresentato con toni apocalittici un paese travolto dalla criminalità e da violenze spesso descritte con toni implicitamente razziali (a dispetto delle statistiche, Trump ha sovente collegato l’immaginario aumento dei crimini all’incontrollata immigrazione illegale). Un messaggio centrato sulla necessità di ripristinare legge e ordine – incarnato da uno degli uomini più fidati di Trump, il vecchio sindaco della “tolleranza zero” di New York Rudy Giuliani – si è rivelato una volta ancora vincente. È riuscito a offrire una narrazione fatta di nemici precisi e soluzioni semplici, capace in una certa misura di sedare ansie e paure.
Ansie e paure, queste, cui ha contribuito anche un contesto economico complesso e, per una parte non marginale degli elettori di Trump, oggi assai difficile. Se usate come esclusiva spiegazione, come talora accade, le letture deterministiche che interpretano l’ascesa dell’imprenditore newyorchese come conseguenza della ribellione di un’America bianca, impoverita in conseguenza della globalizzazione, rischiano di essere mistificatorie. La Clinton ha in fondo vinto largamente (53 a 41) tra gli elettori con un reddito inferiore ai trentamila dollari annui (la fascia più povera tra quelle considerate dagli exit poll). Tra gli elettori di Trump vi sono molti percettori di redditi alti e altissimi, attratti dalla sua promessa di ridurre drasticamente il carico fiscale. E però i risultati delle primarie così come i primi dati di queste elezioni ci mostrano come il nuovo Presidente sia riuscito a ottenere l’appoggio, e i voti, di pezzi di elettorato bianco impoverito, particolarmente importanti in alcuni stati del Midwest post-industriale. Elettori che non di rado avevano disertato le urne nelle ultime tornate presidenziali e che hanno costituito la spina dorsale del movimento che ha portato Trump a conquistare la nomination repubblicana prima e la Casa Bianca poi. Sarebbero, secondo alcune caricature, “i perdenti della globalizzazione”: coloro maggiormente colpiti dalla scomparsa di posti di lavoro in un settore industriale che almeno fino agli anni Settanta offriva occupazioni ben retribuite, tutele sindacali e possibilità di (limitata) ascesa sociale. Uomini e donne spesso culturalmente conservatori, che imputano ai democratici di parlare oggi un linguaggio dei diritti selettivo, elitario e distante, e che invocano una qualche protezione contro gli effetti destabilizzanti dell’integrazione globale. A essi Trump ha offerto un messaggio scopertamente nazionalista, protettivo e rassicurante. Un messaggio, questo, che si nutre di anti-politica e al contempo la alimenta: che fa leva su una diffusa ostilità a un establishment delegittimato e auto-referenziale.
Un establishment plasticamente incarnato dalla sua avversaria. È questo l’elemento aggiuntivo – più specifico e contingente – che aiuta a comprendere quanto accaduto. Era difficile, infatti, immaginare nell’attuale contesto storico una candidata più sbagliata di Hillary Clinton. Incapace di rinnovare l’entusiasmo generato da Barack Obama; additata da molti, a torto o ragione, come incarnazione emblematica della corrotta politica washingtoniana; figura divisiva senza essere mobilitante. L’inflazione di sondaggi cui siamo stati sottoposti in questi mesi, anche dei tanti che la davano come certa vincitrice, hanno sottolineato costantemente la poca, pochissima fiducia di una maggioranza di americani nei confronti di Hillary Clinton. E in un’elezione comunque stretta e combattuta – nella quale la candidata democratica potrebbe addirittura prevalere nel voto popolare – questo fattore ha avuto un impatto che non può essere sottostimato.
Cosa seguirà ora è difficile dirlo, soprattutto per quanto concerne la politica estera, rispetto alla quale Trump potrebbe rivelarsi più pragmatico di quanto non si creda. Sul piano interno – con un Congresso a sua volta in pieno controllo repubblicano – è probabile che parta subito l’assalto a smantellare pezzi della riforma sanitaria di Obama; così come possibile è un’azione di tagli alle tasse per la quale sembra esservi una chiara comunanza di vedute tra il neo-Presidente e i suoi stessi avversari nel partito, a cominciare dallo speaker della Camera Paul Ryan. L’impatto su conti pubblici già in sofferenza potrebbe essere devastante. Ma questa è solo una delle tante, preoccupanti incognite che ci attendono nei mesi a venire.

Il Messaggero/Il Mattino, 10.11.2016

Fratture americane

Al termine di una delle campagne elettorali più brutte della storia, l’America si ritrova con due candidati straordinariamente impopolari. Secondo un recente sondaggio del Washington Post, sia Donald Trump sia Hillary Clinton hanno un passivo netto di circa venti punti tra chi li giudica positivamente e chi invece ne ha un’opinione negativa. Quattro anni fa, Obama e il suo avversario Romney avevano invece un saldo positivo del 4/5%. L’America si appresta a votare per qualcuno che non ama e di cui spesso diffida apertamente. Lo fa, in larga parte, perché l’alternativa appare peggiore se non addirittura terrificante. È questo, anzi, il fattore primario nella mobilitazione dei due elettorati: la paura della controparte.
Incide ovviamente la violenza di una campagna elettorale dove è volato fango come raramente nella storia recente. Pesa il profilo di due candidati controversi: per gli eccessi, la rozzezza e la violenza verbale di uno; per il cinismo e la spregiudicatezza dell’altra. Agisce il rigetto diffuso di una politica che delegittima preventivamente chi la pratica e, come la Clinton, ne ha fatto la professione della vita.
Ciò cui assistiamo è però anche il frutto di dinamiche di lungo periodo: di processi strettamente intrecciati che pre-datano (ma aiutano a spiegare) questo ciclo elettorale. Il primo è rappresentato da una polarizzazione politica fattasi sempre più intensa negli ultimi vent’anni. La mobilità elettorale si è progressivamente contratta e il peso dello stesso, mitico, elettorato indipendente appare oggi meno rilevante, vuoi perché percentualmente basso vuoi perché su temi specifici molti presunti “indipendenti” hanno in realtà posizioni assai nette e in linea con quelle di uno dei due campi. Le conseguenze sono state la radicalizzazione della proposta politica, particolarmente visibile nel caso dei repubblicani, e la propensione a mobilitare la propria base con un messaggio negativo, che delegittima e sovente demonizza l’avversario. Di nuovo, questo fenomeno è stato più marcato nel partito repubblicano, come si è ben visto in questi ultimi otto anni, quando Obama è stato oggetto di attacchi pregiudiziali reiterati e i suoi avversari hanno promosso un’azione di ostruzionismo al Congresso che ha quasi paralizzato l’attività legislativa. Secondo sondaggi fatti durante le primarie repubblicane, tra il 60 e il 70% degli elettori di Trump ritenevano ad esempio che Obama non fosse nato negli Stati Uniti, e quindi risiedesse abusivamente alla Casa Bianca, o fosse segretamente mussulmano.
E questo ci porta al secondo fattore: quello razziale. La razza è tornata in questi anni a dividere l’America. A lacerare il paese e ad ampliare il solco tra i due partiti, con le minoranze sovra-rappresentate da una parte (quella democratica) e quasi assenti dall’altra. Dentro un partito, quello repubblicano, sempre più bianco il fattore del risentimento razziale è divenuto più marcato e visibile e ha costituito un elemento fondamentale nel catalizzare l’ascesa di Donald Trump. Agisce qui una matrice scopertamente nazionalista ed essenzialista: l’idea che vi sia un’America delle origini, a-storica e perenne, oggi soggetta all’assedio concentrico delle forze della globalizzazione cosmopolita, dell’immigrazione, della contaminazione multirazziale e plurilinguistica. Dentro una simile rappresentazione, la battaglia politica da confronto tra progetti e idee di governo diversi si trasforma in conflitto identitario: scontro di civiltà inconciliabili che non può conoscere mediazioni e compromessi. È questo il terzo e ultimo aspetto: la persistenza, o il ritorno, di alcune delle faglie che hanno caratterizzato le “guerre culturali” statunitensi dell’ultimo mezzo secolo. Se su alcuni temi, come i diritti dei gay, la partita sembra essersi finalmente chiusa, su altri – l’aborto, ad esempio, ma anche la più generale interpretazione della costituzione – essa rimane invece aperta e divisiva, finendo per definire identità partitiche che si percepiscono e rappresentano come antagonistiche e incompatibili. Dentro questo schema binario e polarizzato, perdere un’elezione vuol dire consegnare il paese a chi lo vuole affondare: a un soggetto – un nemico – politicamente illegittimo. Ed il rischio grossissimo – che Trump ha già esplicitato con i suoi frequenti cenni alla possibilità di non riconoscere l’esito del voto – è che le scorie di questa lunga campagna persistano ben oltre l’8 novembre. Che a quella data non segua alcuna riconciliazione e che essa, più che segnare un nuovo inizio, diventi un altro passaggio di uno scontro paralizzante e non ricomponibile.

Il Mattino, 2 novembre 2016

Una settimana al voto

Pare che una percentuale non marginale di americani dichiari in questi giorni di soffrire da “stress elettorale”. Di non poterne più, in altre parole. C’è da capirli. La lunga campagna del 2016 passerà alla storia come una delle più brutte di sempre. Volgarità, colpi bassi, fango, un candidato (Trump) di molto al di sotto della soglia minima della decenza e presentabilità, tre dibattiti televisivi dove quasi mai si è parlato di contenuti: sarà difficile rimpiangere questo ciclo elettorale e, prospettiva ancor più preoccupante, è probabile che i suoi residui tossici siano destinati a condizionare a lungo il confronto politico e l’azione di governo.
Quale punto si può fare oggi? Quali previsioni?
La prima considerazione è sull’altissimo tasso di polarizzazione politica. A fronteggiarsi sono due campi contrapposti e sostanzialmente impermeabili l’uno all’altro. Bassa, storicamente bassissima, è la mobilità dei voti. Questo aiuta a spiegare perché Trump, a dispetto di tutto, non scenda di molto nei sondaggi: abbia una soglia di resistenza attorno al 38-40%. Ha insultato eroi di guerra, donne, minoranze, disabili, il miliardario newyorchese. Eppure, tra l’80 e il 90% degli elettori registrati come repubblicani dichiarano che voteranno per lui. Mal che vada, otterrà tra i 55 e i 60milioni di voti. Aiutato in questo da una mobilitazione i cui vettori si fanno sempre più negativi: da una scelta nella quale è preponderante l’ostilità (spesso assoluta e pregiudiziale) verso l’avversario/a. Mai da quando vengono fatti questi sondaggi, due aspiranti presidenti sono stati tanto invisi agli elettori della controparte. In uno stato elettoralmente cruciale come la Florida, ad esempio, l’84% degli elettori repubblicani dichiara di ritenere che la Clinton dovrebbe essere in carcere; per un altro 40% è una figura “demoniaca”. La media dei sondaggi fatta da un sito credibile come “RealClearPolitics” ci dice che lo scarto tra chi giudica Trump positivamente e chi lo giudica negativamente è ancora di meno venti punti; il candidato repubblicano del 2012, Mitt Romney, giunse al voto con +5% in questo indicatore fondamentale.
Si mobilita demonizzando l’avversario, in altre parole. Lo si fa su scala nazionale, per il traino che essa garantisce, ma con un impegno ormai concentrato sui pochi stati che decideranno la partita. Trump risale nei sondaggi, riportando all’ovile repubblicano consensi che una piccola e temporanea diaspora aveva dirottato verso il terzo candidato, il libertarian Gary Johnson. La sua rimane però una corsa ad handicap. In 48 stati su 50 vige la regola del vincitore pigliatutto: chi prevale ottiene tutti i grandi elettori (in numero eguale a senatori più deputati di quello stato). La mappa elettorale conferisce un vantaggio strutturale alla Clinton. Le opzioni per Trump sono limitate: deve vincere Ohio, Florida, North Carolina, forse addirittura Pennsylvania o, senza questa, una combinazione assai improbabile che include il New Hampshire e il Maine. Difficile sia realizzabile. Ma difficile, anche, via sia la larga vittoria di Clinton e dei democratici preconizzata solo qualche settimana fa. Una vittoria che dalla Presidenza si sarebbe dovuta riverberare anche sul Congresso. Che quasi certamente rimarrà in mano repubblicana, in particolare la Camera dei Rappresentanti. Ed è questa la previsione, realistica e preoccupante, che si può avanzare oggi: la prosecuzione ben oltre il voto della spaccatura politica che questo ciclo elettorale ha amplificato.

Il Giornale di Brescia, 1 novembre 2016

La presidente Clinton e l’Europa

È di un paio di settimane fa un sondaggio di Gallup International su come il resto del mondo voterebbe se fosse chiamato a scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton. Il risultato non è sorprendente: pur non avvicinandosi ai picchi di popolarità globale di Obama, la candidata democratica prevale in 44 dei 45 paesi in cui si è svolto il sondaggio. L’unica, scontata eccezione è la Russia, dove Trump ottiene ben 23 punti percentuali in più. Secondo questa rilevazione, lo scarto è particolarmente ampio all’interno dei principali paesi dell’Unione Europea: Clinton vince 77 a 8 in Germania, 72 a 10 in Francia, 73 a 16 in Italia, 70 a 4 in Spagna.
Incide, ovviamente, l’immagine straordinariamente negativa di Trump e il convincimento – che le sue parole peraltro ben motivano – che un successo del miliardario newyorchese avrebbe effetti destabilizzanti sull’ordine internazionale e sulle relazioni transatlantiche. Rispetto a queste ultime, Hillary Clinton sembra dare molte garanzie. Non solo una Presidenza Clinton agirebbe in continuità con molti aspetti della politica estera di Obama. L’ex segretario di Stato rappresenterebbe anche una figura più collocabile rispetto all’attuale Presidente entro quella rete di élites transatlantiche la cui influenza è grandemente decresciuta durante gli anni di Obama, contraddistinti da una politica estera Asia-centrica, che ha a lungo declassato l’Europa nella gerarchia degli interessi geopolitici di Washington.
Cosa può aspettarsi l’Europa da un’amministrazione Clinton? Nel prossimo quadriennio quali potrebbero essere i dossier nodali delle relazioni transatlantiche?
Per convenienza, potremo dividere la questione in tre categorie cruciali: l’ideologia, la sicurezza, l’economia. Laddove Obama era una figura globale e, come ha affermato lui stesso, il “primo Presidente americano del Pacifico”, la biografia politica di Hillary Clinton sta dentro schemi in cui la dimensione euro-americana sembra pesare maggiormente. Parla il lessico di un internazionalismo dove centrale è il comune denominatore democratico ed occidentalista; offre una retorica lontana dal cerebrale realismo obamiano, nella quale forte è l’eco di un interventismo umanitario sul quale parve formarsi negli anni Novanta una nuova convergenza tra liberal americani e sinistra democratica europea, poi travolta dagli attentati dell’11 settembre e da quel che ne è seguito. È un’atlantista, insomma. E lo è anche perché mossa da una visione delle relazioni internazionali dove l’elemento di potenza, e gli antagonismi che ne conseguono, sono riconosciuti e sottolineati.
Questo ci porta al secondo punto: la sicurezza. Ha fatto specie nell’ultimo dibattito televisivo tra i due candidati sentire la Clinton descrivere la Russia, e Vladimir Putin, con toni che sembravano riecheggiare quelli della Guerra Fredda. Incidono certamente le rivelazioni ultime di Wikileaks, dietro le quali paiono esservi hackers e servizi russi. Ma l’ostilità alla Russia della Clinton predata quest‘ultimo episodio. E alcuni degli intellettuali e dei diplomatici statunitensi che più si esposero a sostegno dei manifestanti anti-russi in Ucraina, su tutti l’allora vice-Segretario di Stato per gli Affari Europei Victoria Nuland, erano e sono assai vicini alla candidata democratica. Da una presidenza Clinton è quindi plausibile aspettarsi un’accentuazione dell’importanza strategica dell’Europa orientale, centrata però su un paradigma anti-russo potenzialmente pericoloso e rispetto al quale i principali paesi europei, a partire dalla Germania, saranno chiamati a un cruciale compito di mediazione, che peraltro stanno già in parte svolgendo.
L’economia, infine. Hillary Clinton ha sempre sostenuto un’agenda di liberalizzazione commerciale globale, solo temporaneamente abbandonata in questo ultimo anno, per ovvie ragioni di convenienza elettorale. Gli Stati Uniti sono un partner fondamentale dell’Europa, con cui hanno un deficit delle partite correnti significativo ancorché meno marcato rispetto a quello con la Cina. Passata la buriana elettorale, è scontato che la Clinton cercherà di rivitalizzare quell’accordo commerciale transatlantico che oggi giace semi-moribondo, vittima di un clima dove dominano su entrambe le sponde dell’Atlantico parole d’ordine protezionistiche, alimentate anche dall’onda lunga della crisi del 2007-8. È probabile pertanto che il negoziato riparta in forme silenziose e il più lontano possibile dai riflettori. E che la sua sorte sia destinata a essere legata a quella dell’accordo transpacifico, firmato ma non ancora ratificato da Washington (e oggi formalmente osteggiato dalla Clinton, che da segretario di Stato contribuì però a negoziarlo). A dimostrazione, in ultimo, di un’interdipendenza globale della quale l’Europa e le relazioni transatlantiche continuano a costituire elementi fondamentali.

Il Mattino/Il Messaggero, 21 ottobre 2016

Renzi e Obama

Cercato e probabilmente sollecitato, l’appoggio di Obama a Renzi è giunto in forme significative e per nulla scontate. L’invito al premier italiano a quella che è stata l’ultima cena di Stato del Presidente statunitense già costituiva un segnale rilevante. La calorosa accoglienza e, infine, il cenno da parte di Obama all’importanza di una vittoria del Sì al referendum ci dicono che di più, Renzi, non poteva proprio chiedere a questo viaggio americano. Inevitabili, sono già partite le proteste per le ingerenze nella politica italiana. È chiaro, però, che il premier e il suo entourage ritengono utile una simile presa di posizione degli Usa e del loro Presidente, i cui tassi di popolarità in Italia sono sempre stati molto alti.
Perché Obama si è esposto così? Come può essere letto questo schierarsi tanto apertamente a sostegno di Renzi? Varie spiegazioni possono essere offerte, anche se una duplice premessa è necessaria. La prima è che dentro una relazione inevitabilmente squilibrata e asimmetrica quale è quella tra Italia e Stati Uniti, questi eventi contano molto più per la parte italiana che per quella statunitense. Lo mostra bene la copertura mediatica che negli Usa è stata pressoché inesistente, a parte qualche bizzarro articolo di costume – dietro il quale molti hanno intravisto l’abile mano di Jim Messina, l’ex spin doctor di Obama chiamato da Renzi ad aiutare la Campagna per il Sì – che comparava il nostro Premier con quello canadese Justin Trudeau (ahimè, il marcato gap di sex appeal e pettorali tra i due tende a minare a monte la credibilità del paragone). Ne consegue, quindi, che il potenziale costo (e rischio) politico di un simile sostegno è per Obama prossimo allo zero. La seconda premessa è che è difficile pensare che Obama abbia usato il suo prezioso tempo per leggere l’articolo 70 della costituzione italiana o che si sia fatto un’idea precisa di cosa contenga la riforma che ha invitato ad approvare. La sua è una posizione tutta politica: è un appoggio, come detto significativo e affatto scontato, a Matteo Renzi e al suo governo.
Un appoggio motivato da tre ragioni, che legano in una certa misura il quadro interno italiano con quello europeo e internazionale. La prima è la posizione assunta dall’Italia rispetto alle politiche economiche adottate nella UE: a una linea dettata dalla Germania, sovente criticata a Washington e ora apertamente sfidata da Renzi. È un ruolo non nuovo, questo, per l’Italia che però Renzi ha rilanciato con un vigore chiaramente apprezzato dall’amministrazione Obama. Anche perché si combina con la sostanziale convergenza italo-statunitense su alcuni dossier nodali, a partire ovviamente da quello libico. Italia e Stati Uniti sostengono una linea congiunta che invece altri partner della Comunità Atlantica, la Francia su tutti, contestano e cercano di correggere se non addirittura di boicottare. L’Italia di Renzi – come peraltro prima di essa quelle di Letta e Monti – ha visto crescere il suo peso in quanto alleato di una superpotenza deliberatamente intenta a delegare responsabilità e ruoli ai suoi partner per poter così ridurre la propria esposizione e i propri impegni. Terzo e ultimo: il quadro politico italiano ed europeo. La paura evidente, già manifestata dall’irrituale intervento a favore del Si dell’ambasciatore Phillips, è che una sconfitta di Renzi sul referendum possa portare a una caduta del governo con conseguenze, e riverberi in Europa, assai pericolosi. Renzi rappresenta per gli Usa uno degli argini al populismo che rischia di travolgere il progetto europeo e destabilizzare le relazioni transatlantiche. Un argine da puntellare e sostenere, quindi, come da tempo un Presidente statunitense aveva smesso di fare.

Il Giornale di Brescia, 19 ottobre 2016

Trump e i repubblicani

I partiti, negli Stati Uniti, sono apparati leggeri e decentrati, contraddistinti da profonde diversità tra stato e stato, permeabili ai condizionamenti di gruppi di pressione, obbligati a interagire con le macchine elettorali che i singoli candidati, a ogni livello, sono chiamati a costruire per realizzare le loro ambizioni elettorali. Svolgono in minima parte, e in misura decrescente, il ruolo del partito moderno inteso come struttura che promuove e gestisce il dibattito politico, elabora le conseguenti piattaforme programmatiche, forma, seleziona e legittima candidati e classi dirigenti. Anche negli Usa, però, i partiti garantiscono – o dovrebbero garantire – ordine e disciplina a un processo democratico sempre a rischio di deragliamento, ancor più in una fase storica come quella attuale, connotata da una fortissima personalizzazione della politica.
Questo ciclo elettorale ci mostra invece lo stato di estrema difficoltà in cui versano i partiti politici statunitensi: perché la debolezza, estrema, dei due candidati è specchio di quella assai meno contingente di repubblicani e democratici. Nel caso dei primi, l’implosione si sta fragorosamente manifestando nella candidatura, improponibile e suicida, di Donald Trump. Ma la sfiducia che larga parte d’America nutre nei confronti di Hillary Clinton ci dice che anche i secondi non versano in ottime condizioni di salute.
Tre fattori aiutano a spiegare sia questo stato di cose sia il suo impatto più radicale su un partito repubblicano che sta uscendo in mille pezzi da questa interminabile campagna elettorale. Il primo è rappresentato da una più generale crisi e delegittimazione di una politica che ai più appare ormai autoreferenziale, lontana e corrotta. Agisce su questo un evidente paradosso. Da un lato si tratta di una politica oggettivamente indebolita da processi e dinamiche globali che ne limitano la capacità d’azione ponendo vincoli e costrizioni forti al pieno esercizio della sovranità nazionale. Dall’altro si tratta di una politica cui si continua a chiedere molto, moltissimo in termini di tutela e sicurezza. L’elettore di Trump vuole simultaneamente meno tasse, meno Stato e più protezione: dalla competizione cinese così come dai lavoratori messicani o dai terroristi islamici. È una politica screditata, quindi, dalla quale si pretende troppo e da cui si ritiene di avere troppo poco. Tutto ciò si riverbera inevitabilmente anche sui partiti, con un altro paradossale corto-circuito: che per sopravvivere finiscono essi stessi per parlare la lingua dell’anti-politica; per ammiccare a quel populismo di cui sono il bersaglio preferito.
Un populismo, questo, che si alimenta di un discorso anti-elitario ormai trasversale, politicamente e culturalmente. Che colpisce ovviamente un’élite, quella politica, fatalmente vulnerabile stante la sua assoluta, e strutturale, esposizione pubblica e mediatica. La classe politica vive di riflettori sotto i quali, oggi, è assai più facile ricevere pomodori che applausi. Almeno di non spostarsi, spesso opportunisticamente, dalla parte del pubblico che grida e insulta; fingerne non solo di comprenderne le ragioni, ma di esserne pienamente parte.
E questo ci porta al terzo ultimo elemento, legato direttamente alla parabola di Trump e dei repubblicani. Che non si sono limitati a difendersi dal vento dell’anti-politica e dai suoi tanti eccessi, ma hanno pensato di poterli cavalcare nella loro campagna, tanto implacabile quanto pregiudiziale, contro Obama. Sono stati agevolati, in ciò, da una narrazione che storicamente si nutre della contrapposizione tra potere federale e potere locale, l’oppressivo centro washingtoniano e le libertà statali. Ma l’hanno estremizzata come non avveniva da tempo, creando le premesse per la scalata ostile infine lanciata da Donald Trump. A quel punto la slavina è partita e fermarla – con un buon 40% dell’elettorato saldamente schierato a sostegno del miliardario newyorchese – è parso impossibile. L’obiettivo è allora diventato quello di ripulire e normalizzare Trump, per sperare di conquistare la Casa Bianca o, almeno, di salvare il partito. Compito rivelatosi infine impossibile: per quel che Trump è e, come scopriamo ogni giorno, ancor più per quello che è stato. La slavina si è infine abbattuta sullo stesso partito repubblicano, travolgendolo e aprendo scenari e prospettive post-voto oggi assai difficili da prevedere.

Il Messaggero, 11 ottobre 2016

Trumpismi

Un altro scivolone, forse il peggiore in un anno di campagna elettorale di suo scandito da gaffe, offese e volgarità assortite. Il Washington Post – il quotidiano che forse più di tutti ha mosso guerra in questi mesi a Donald Trump – ha pubblicato un video del 2005 nel quale il candidato repubblicano si lascia andare a un campionario di commenti e battute così sessisti e violenti da lasciare senza fiato. Eppure, è assai improbabile che Donald Trump si ritiri dalla corsa, come alcuni membri del suo partito ora chiedono. Mancano i tempi tecnici per procedere a una sostituzione; in alcuni dei trentasette stati che consentono il voto anticipato numerosi elettori hanno già compiuto il loro dovere (Trump, in altre parole, ha già ricevuto migliaia di voti, anche in stati che potrebbero essere decisivi come la Florida e la North Carolina); in altri è i impossibile registrare oggi una nuova candidatura. Soprattutto, il miliardario newyorchese non sembra avere alcuna intenzione di fare un passo indietro. È riuscito a uscire indenne da innumerevoli controversie, dopo aver preso in giro disabili, offeso donne e mancato di rispetto a veterani ed eroi di guerra. E a dispetto di tutto, si ritrova ancora testa a testa con Hillary Clinton nei sondaggi (l’ultima media delle rilevazioni indica un 44 a 41% su scala nazionale a favore della candidata democratica).
Ed è da questo elemento che è utile partire per provare a capire che cosa sia il trumpismo e cosa esso ci dica sugli Stati Uniti e, forse, sullo stato della stessa democrazia. Tre elementi meritano una riflessione. Il primo è la vera e propria delegittimazione delle élite politiche, di cui Hillary Clinton è esponente emblematica. È un populismo politicamente e culturalmente trasversale, quello che soffia oggi in America come in Europa. Che si nutre degli errori e dell’autoreferenzialità di un mondo politico ombelicale, sempre più scollegato da quella realtà che pretende di conoscere, rappresentare e governare. Ma che si alimenta anche del messaggio, facile e consolatorio, che esistano soluzioni semplici a problemi complessi; che mostra un’attrazione irresistibile per quelle chiavi di letture binarie e manichee che il demagogo di turno invariabilmente offre.
E questo ci porta al secondo elemento, che di nuovo sembra accomunare gli Stati Uniti all’Europa: questa retorica anti-establishment viene spesso ritorta anche contro conoscenza, preparazione e competenza. Il sapere – e nella fattispecie il sapere politico – viene rappresentato anch’esso come una forma di elitismo, da contestare e rigettare, approfittando ora di strumenti di accesso alle informazioni sempre più orizzontali e meno filtrate. Trump non è solo politicamente scorretto, misogino e violento. È anche un candidato alla carica elettiva più importante al mondo che prende in giro la preparazione della sua avversaria, rilancia falsità e acclarate leggende metropolitane, ostenta e dispensa orgogliosa ignoranza.
Nel farlo, sfrutta e inasprisce un confronto pubblico di suo abbruttito e incattivito. Prodotto di una polarizzazione politica, sociale e culturale di molta intensificatasi nell’ultimo ventennio. Che l’esperienza di Obama alla Casa Bianca ha finito ancor più per accentuare. È questo il terzo e ultimo elemento – prettamente statunitense – su cui ci si deve soffermare. Pochi di noi, nell’inebriante momento della vittoria di Obama nel 2008 avrebbero immaginato che una parte di America bianca – minoritaria, ma tutt’altro che marginale – avrebbe potuto rispondere con tanta, pregiudiziale ostilità all’elezione del suo primo presidente nero. Certo, in un pezzo di quest’America il rigetto di Obama era stato inequivoco (in alcuni stati del sud il voto bianco andò per l’85/90% al suo avversario sia nel 2008 sia nel 2012). Ma difficile era prevedere che questa metastasi si sarebbe diffusa nel paese e nel partito repubblicano. Stando ai sondaggi di cui disponiamo, il 60-65% dei sostenitori di Trump alle primarie credeva che Obama fosse mussulmano o non fosse nato negli Usa (e che quindi occupasse abusivamente la Presidenza). Di tutto ciò – di questi pregiudizi e della narrazione che essi informano – Donald Trump è il prodotto più che la causa. La sua ascesa è stata facilitata dalla opportunistica pavidità dei repubblicani, che queste dinamiche hanno cercato di cavalcare, e dalla sconcertante debolezza dei democratici, che hanno infine scelto la candidata meno idonea per questo ciclo elettorale. E se anche la Clinton dovesse vincere, come si auspica e prevede, l’America che uscirà dal voto sarà un paese ancor più diviso, avvelenato e prostrato.

Il Mattino, 9 ottobre 2016

Uragani e prevenzioni

Milioni di persone evacuate; centinai di migliaia destinate a rimanere per giorni senza elettricità; danni ingenti anche se, per il momento, pochissime vittime. È un quadro già visto, quello portato dall’uragano Matthew sulle coste di Florida, Georgia e South Carolina. Un quadro in sé rivelatore della forza e della fragilità degli Stati Uniti nel fronteggiare catastrofi naturali tanto ricorrenti – in un contesto climaticamente estremo quale sa essere quello americano – quanto, spesso, mal prevenute. Nel caso specifico è evidente come abbiano pesato le lezioni del passato recente: i terribili effetti dell’uragano Katrina su New Orleans nel 2005 e quelli, meno devastanti ma comunque rilevanti, che la tempesta Sandy inflisse a New York nel 2012. La propensione oggi è a eccedere in precauzioni, non ultimo per i danni politici che possono derivare dalla cattiva gestione di un’emergenza. Lo stesso Matthew è stato derubricato a tempesta di categoria 3 e ha finito per lambire più che altro le zone costiere.
Precauzione non è però prevenzione. La risposta efficace all’emergenza è, in America, spesso proporzionale al deficit di preparazione ad essa. Si avvale di una macchina securitaria imponente che può essere dispiegata con rapidità; e poggia, come abbiamo visto anche in questa occasione, su di un senso civico e una propensione all’auto-sufficienza – a farsi individualmente carico della risposta alle avversità – che rimangono forti e diffuse negli Usa: che non delegano passivamente alla mano pubblica il compito di tutelare e proteggere.
Lo fanno, però, anche perché questo pubblico ha nel tempo abdicato a molte delle proprie funzioni. Su tutte quella di investire nel potenziamento e ammodernamento di una rete infrastrutturale fattasi negli anni drammaticamente obsoleta in gran parte del paese. È questo uno dei tanti paradossi di uno stato all’avanguardia nella scoperta e nell’innovazione tecnologica, ma drammaticamente in ritardo in termini di infrastrutture pubbliche. Un paese nel quale gli ultimi grandi investimenti federali risalgono ormai a mezzo secolo fa; dove prima di attraversare alcuni ponti ci si fa il segno della croce; dove non vi è alta velocità ferroviaria nemmeno nei corridoi strategicamente nodali (la linea più moderna copre i 350 chilometri che separano Washington da New York in circa tre ore; il confronto con un TGV francese è imbarazzante). E dove due fiocchi di neve imprevisti possono mandare in tilt un sistema elettrico il cui simbolo più visibile, e in una certa misura iconico, sono ormai le decine di cavi – spesso di utilities non più operanti – che penzolano su pali e tralicci piegati dal loro peso.
È qualcosa di cui la classe dirigente più consapevole ha piena contezza. Obama ha cercato, con successo limitato, di rilanciare un vasto programma d’investimenti; influenti figure pubbliche chiedono a gran voce un intervento ambizioso e ampio (l’ultimo è stato l’ex segretario del Tesoro Robert Rubin sul “Washington Post”). Un contesto politico polarizzato e paralizzato, un sistema di potere decentrato e, anche, una ostilità all’iniziativa pubblica pregiudiziale se non ideologica rendono però tale azione assai complessa. Ed ecco che investimenti e risorse vengono destinate alla gestione ma non alla prevenzione. E se sulla prima – dall’America e ancor più dagli americani – abbiamo molto da imparare, sulla seconda, invece, gli Stati Uniti sembrano condividere con noi carenze e fragilità le cui conseguenze, lo sappiamo bene, possono risultare in ultimo devastanti.

Il Giornale di Brescia, 8 ottobre 2016