Mario Del Pero

Un colpo solo

Limitato; circoscritto; nelle promesse (e negli auspici, che di vittime civili ne avrà inevitabilmente causate) “chirurgico”. Questo è stato il raid franco-britannico-statunitense sulla Siria di ieri notte. “Un colpo solo” – un “one-time shot” – ha dichiarato l’austero segretario della difesa James Mattis. “Un attacco selettivo e delimitato che non mira a provocare un cambiamento di regime” gli ha fatto eco il premier britannico Theresa May. Un’azione concentrata solo “sulle capacità del regime siriano di produrre e utilizzare armi chimiche”, ha chiosato il Presidente francese Emmanuel Macron.
A cosa è servito allora questo “colpo solo”? Quali obiettivi si sono posti Stati Uniti, Francia e Regno Unito? Cosa potrà seguire e quali rischi vi sono oggi?
Proviamo a mettere ordine tra i fattori, strategici e politici, che hanno indotto Washington, Londra e Parigi ad agire prima di esaminare le possibili conseguenze di quest’azione. Pur non escludendo altri raid nei giorni e nelle settimane a venire, è evidente come nessuno creda alla possibilità di alterare il corso della guerra civile siriana o speri ancora di poter rovesciare Assad. Il bombardamento di ieri non è quindi propedeutico a cambiamenti di regime che, auspicati e addirittura previsti agli albori di questo tragico conflitto, sono stati oggi riposti definitivamente nel cassetto. Si tratta invece di un’azione punitiva e in una certa misura preventiva nella quale centrale è la valenza simbolica. Serve a comunicare, ad Assad e ai suoi alleati (Iran e Russia), che il loro controllo non è né può essere assoluto; che la Siria non deve diventare la base da cui Mosca e Teheran possono pensare di estendere ulteriormente la loro influenza nella regione; che gli Usa e i loro alleati posseggono gli strumenti, la tecnologia e l’intelligence per alterare il corso del conflitto o rendere assai più difficili le operazioni di Assad e dei suoi alleati sul campo. È uno sfoggio di forza, in altre parole, che serve a dimostrare come l’interesse occidentale non sia terminato una volta sconfitto l’ISIS. Ed è, infine, uno sfoggio di forza indirizzato anche a Putin. Al quale un Occidente nuovamente compatto sembra voler dare un messaggio inequivoco. Perché quest’azione è chiaramente collegata alla vicenda Skripal, l’ex agente russo avvelenato in Gran Bretagna alcune settimane fa. Oggi sono Francia e Gran Bretagna a seguire gli Stati Uniti, laddove allora furono questi ultimi ad accettare la linea unitaria invocata da Londra con l’espulsione di decine di diplomatici russi in vari paesi occidentali.
La matrice politica dell’intervento è altresì evidente. Fin troppo evidente, nella sua patente strumentalità. Un’azione a basso costo e alta visibilità, appoggiata da chiare maggioranze delle opinioni pubbliche statunitense e britannica, aiuta due leader in difficoltà come Trump e May. Macron, di suo, può dare sostanza a una pretesa di leadership europea chiaramente velleitaria e irrealistica, ma che può sfruttare quella strumentazione militare che rende ancor oggi la Francia potenza diversa e superiore dentro l’UE.
La premessa di queste logiche è che i rischi siano bassi e contenibili. Su questo però si rischiano pericolosissimi corto-circuiti. La storia insegna come le nebbie della guerra – anche delle guerre limitate nelle intenzioni e negli obiettivi – possano provocare in ultimo escalation incontrollabili. La polveriera siriana, con molteplici attori sul campo e vari fronti di conflitto, non fa eccezione e il “colpo solo” di ieri rischia di aggiungere un altro tassello in un paese prostrato da colpi – convenzionali e non, “chirurgici” o meno – ai quali assiste quotidianamente da anni.

Il Giornale di Brescia, 15 aprile 2018

Altri 60 Tomahawk?

Una decisione, ferma e risolutiva, entro 24-48. Questo ha promesso Donald Trump in risposta alle nuove atrocità perpetrate dal regime di Bashar al-Assad – l’“animale Assad” nell’ennesimo tweet trumpiano – incluso a quanto pare l’uso di armi chimiche in un sobborgo di Damasco. E però i margini di manovra per gli Usa sono limitati e il rischio d’infilarsi in un vicolo cieco altissimo. Come altissima è la possibilità che la risposta promessa dal Presidente statunitense si limiti a gesti ad alta valenza simbolica e a basso rischio, come fu esattamente un anno fa, quando una sessantina di missili Tomahawk furono lanciati contro una base siriana in risposta a un altro attacco con armi chimiche del regime.
All’epoca la decisione fu celebrata da molti negli Usa come la dimostrazione che dopo anni di dolosa assenza la superpotenza americana era pronta finalmente ad assumersi le proprie responsabilità. Che costituiva il momento – asserì allora il famoso commentatore della CNN Fareed Zakaria – in cui “Donald Trump diventava Presidente”. Quel gesto fu in realtà isolato e senza conseguenze. Ed è probabile che qualcosa di simile avvenga nei giorni a venire. Perché Trump, come prima di lui Obama, deve fare i conti con contraddizioni oggettive e problemi strutturali che limitano tanto le possibilità quanto gl’interessi degli Usa in Siria e nella regione.
Questo per almeno tre fattori. Il primo è di natura precipuamente interna. Negli Usa prevale oggi, come due anni, una decisa ostilità a qualsiasi nuova avventura militare in Medio Oriente. Certo, nella rappresentazione mediatica Assad è divenuto l’ultimo dei “barbari” nemici dell’America e della civiltà. E azioni a basso costo e alta visibilità, come quella dell’anno scorso, riscuotono facilmente un consenso ampio e trasversale. Fare di più non è però contemplabile. Tutti i sondaggi di un anno fa indicavano chiaramente questo stato di cose: apprezzamento per il bombardamento; amplissima avversione a qualsiasi escalation. Una posizione, questa, che incide ancor di più oggi all’avvicinarsi del cruciale voto di mid-term dell’autunno 2018. Di Trump si possono dire molte cose, ma non che non conosca e sappia sfruttare gli umori e le pulsioni del suo elettorato di riferimento. Non è un caso, dunque, che avesse annunciato solo pochi giorni prima di quest’ultima crisi la sua intenzione di procedere al ritiro dei circa 2mila soldati statunitensi oggi presenti in Siria. Un’intenzione criticata da alcuni militari e dai suoi storici avversari dentro il partito repubblicano, a partire dal senatore McCain che oggi lo accusa addirittura di avere “incoraggiato”, con le sue incaute parole, Assad ad agire.
Il secondo aspetto è il contesto regionale e le dinamiche internazionali che lo condizionano e ne vengono condizionate. Dal gioco siriano gli Usa sembrano essere in larga parte esclusi e da più parti si rimarca come gli attori cruciali siano ormai Iran, Turchia e Russia. Eppure, una volta marginalizzata la minaccia dell’ISIS, quel che si va profilando nel teatro siriano è un equilibrio non necessariamente svantaggioso per gli Usa. Il quadro rimane instabile, Russia e Iran sono chiamate a puntellare costantemente Assad con oneri e sacrifici non marginali, gli alleati degli Stati Uniti – Arabia Saudita e Israele – si vedono obbligati a quell’assunzione di responsabilità che Washington da tempo chiede loro, il coinvolgimento di Teheran aiuta a giustificare la richiesta dell’amministrazione statunitense di rivedere (o di abbandonare) l’accordo sul nucleare iraniano. La Siria è stata, ed è, una tragedia umanitaria che, con l’ISIS e il dramma dei profughi, ha creato un contesto straordinariamente minaccioso per l’Europa. Se misurata in termini di cruda sicurezza questa minaccia è però stata minore, se non quasi inesistente, per gli Usa.
E questo ci porta al terzo e ultimo aspetto: un Medio Oriente che, a dispetto di tutto, è oggi meno importante per gli Stati Uniti e la loro politica estera. Col suo tentativo di ripristinare la tradizionale politica regionale di alleanze, la sua roboante retorica anti-iraniana e le sue dichiarazioni incoerenti e contraddittorie, Trump ha fatto spesso credere il contrario. E il rischio di azioni sconsiderate contro Teheran rimane alto, a maggior ragione dopo le nomine di falchi neoconservatori come Pompeo a segretario di Stato e di Bolton a consigliere per la sicurezza nazionale. Ma altri, a partire da quello cinese, sono oggi i dossier fondamentali sui quali si focalizza in realtà l’attenzione degli Usa e del loro erratico Presidente.

Il Mattino, 10 aprile 2018

E se Theresa May per una volta avesse ragione?

Che vi siano calcoli politici, finanche spregiudicati, dietro la dura presa di posizione europea e atlantica contro Mosca è palese. Ma soffermarsi solo su di essi rischia davvero di minimizzare le gravissime responsabilità russe, offrendo alibi che Putin oggi non merita. È chiaro come tutti i principali attori coinvolti agiscano cercando di capitalizzare su questa ennesima crisi tra Russia e Occidente. Teresa May vi scorge un modo per uscire dall’angolo in cui si è venuta a trovare per insipienza politica e impopolarità diffusa; nulla, in certe situazioni, aiuta di più di una crisi internazionale e di facili capri espiatori come Putin. Macron – sembra contro il parere di alcuni suoi stretti collaboratori – cavalca la vicenda nel suo velleitario tentativo di assumere le redini di un’Europa che a dispetto di tutto rimane Berlino-centrica. La Polonia e i paesi baltici cercano di alimentare e sfruttare critiche a Mosca che talora tracimano in vera e propria russofobia. Trump è ormai in balia dei falchi neoconservatori – come ben evidenziano le nomine di Pompeo a Segretario di Stato e di Bolton a Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che nella loro ostilità a Mosca convergono con larga parte dell’establishment di politica estera, liberal e conservatore, e con la quasi totalità dei parlamentari repubblicani, da sempre ostili alla linea della distensione con la Russia inizialmente fatta propria dal Presidente. Un Presidente che oggi, sotto la spada di Damocle dell’inchiesta sulle ingerenze russe nella campagna del 2016, ha tutto l’interesse a seguire la linea della fermezza nei confronti del Cremlino.
Tutto vero e tutto giusto. Limitarsi a questa sola variabile dell’equazione rischia però di generare analisi al meglio parziali e al peggio scorrette se non, addirittura, negazioniste. Che negano cioè le gravi e pesanti responsabilità della Russia e di chi la guida. Per quanto sia lecito essere scettici sull’assoluta affidabilità dell’intelligence prodotta nelle nostre capitali (un altro dei tanti effetti negativi della sciagurata avventura che nel 2002-3 portò all’intervento militare in Iraq), è difficile immaginare che una simile unità d’intenti dentro l’Europa e sull’asse transatlantico non sia stata ottenuta grazie a prove forti sulla responsabilità russa nell’avvelenamento, avvenuto il 4 marzo scorso nella cittadina inglese di Salisbury, dell’ex spia Sergei Skripal e della figlia. L’agente chimico utilizzato è di fabbricazione sovietica e abbiamo alcuni, eclatanti precedenti a partire dall’uccisione, in quella occasione col polonio-210, nel 2006 e sempre nel Regno Unito di un altro ex agente russo, Aleksandr Litvinenko. Skripal, è bene ricordarlo, era un cittadino britannico. E gli effetti collaterali avrebbero potuto essere ben peggiori, per quanto un poliziotto sia stato gravemente avvelenato e una quarantina di abitanti di Salisbury, dove Skripal risiedeva, siano rimasti intossicati.
Se fosse confermata la responsabilità russa, si tratterebbe di un atto inaudito per protervia e spregiudicatezza. Inaudito, ma non del tutto sorprendente. E questo ci porta al secondo punto che spiega la risposta unitaria e dura di questo rinnovato fronte transatlantico. Ossia la credibilità della tesi che dietro quanto avvenuto a Salisbury vi possa essere la lunga mano di Putin. Un’ipotesi plausibile, questa, perché tante e reiterate sono state negli ultimi anni le provocazioni russe. Perché Mosca ha in più occasioni promosso, e finanche esibito, azioni finalizzate a destabilizzare il contesto mondiale e quello europeo in particolare. Dalle ingerenze, ormai acclarate, nella campagna elettorale statunitense di due anni fa ai finanziamenti a forze politiche radicali e anti-EU al sostegno ad Assad in Siria, tante, troppe, sono stati le sfide di Putin. Le responsabilità non sono mai unilaterali e gli Usa e i loro alleati di errori ne hanno compiuti molti, dalla goffa gestione del dossier ucraino al macroscopico errore dell’intervento in Libia nel 2011, che tanto ha inciso nel condizionare le successive azioni russe. Ed è possibile che questa nuova risposta finisca per aiutare Putin, alimentando quella retorica nazionalista e vittimista che ne contraddistingue da tempo il discorso politico. Ma alternative forse non erano davvero più date. E che per una volta Europa e Comunità Atlantica riescano ad agire in modo così unitario e compatto non è per nulla disprezzabile.

Il Mattino, 28 marzo 2018

La Russia e la ritrovata unità atlantica

Un’ondata di espulsioni di diplomatici russi in tutti i più importanti paesi della Comunità Atlantica e dell’Unione Europea, Italia inclusa. Addirittura sessanta nei soli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha anche deciso di chiudere la rappresentanza consolare di Mosca a Seattle. Le tensioni tra la Russia e quello che un tempo avremmo definito il blocco occidentale raggiungono un nuovo picco. Il fattore scatenante è stato l’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia avvenuto nella cittadina britannica di Salisbury il 4 marzo scorso. Ma quell’episodio, per quanto drammatico ed estremo, ha rappresentato il picco di un’escalation che durava da tempo.
Che obiettivi si pongono Europa, Canada e Stati Uniti con questa eclatante azione? Cosa è intervenuto per mettere la sordina a quelle voci più caute che, negli Usa e ancor più in molti paesi europei (a partire dalla Francia), invitavano alla moderazione e al dialogo?
Tre ipotesi possono essere avanzate. La prima, la più banale, è che l’intelligence raccolta sul caso Skripal, e condivisa tra i membri dell’Alleanza Atlantica, non lasci adito a dubbi sulla responsabilità ultime del Cremlino. Se così fosse si tratterebbe di un atto straordinario per spregiudicatezza e protervia. Un attacco condotto sul suolo britannico utilizzando armi chimiche che non solo ha lasciato in fin da vita l’ex spia e la figlia, ma seriamente avvelenato un poliziotto locale non può essere lasciato impunito. Anche perché costituisce un pericolosissimo precedente cui altri potrebbero seguire.
E questo ci porta alla seconda, possibile spiegazione. La cui valenza è politica e simbolica. È un messaggio forte, fortissimo, quello che quest’asse transatlantico invia a Vladimir Putin. Un messaggio di unità e compattezza ritrovate, dopo che sul dossier russo molte erano state le divisioni dentro l’Europa e tra quest’ultima e gli Stati Uniti. E un messaggio che si estende alla più generale disinvoltura dell’azione internazionale di Mosca. Dalle ingerenze nella campagna elettorale statunitense al sostegno a forze politiche anti-EU in Europa alle azioni unilaterali in Siria, la Russia è parsa voler destabilizzare un quadro di suo già molto fragile e volatile. Queste espulsioni, che nel caso degli Usa seguono di pochi giorni una nuova serie di sanzioni economiche contro soggetti russi, paiono insomma costituire un monito, l’ennesimo, inviato a Putin e al suo entourage.
Terzo e ultimo: gli Stati Uniti. Che rimangono il soggetto egemone dentro la Comunità Atlantica. E dove l’iniziale progetto di Trump di abbandonare l’ostracismo anti-russo è stato ormai riposto nel cassetto. Osteggiata da gran parte dell’establishment di politica estera e invisa a un’ampia maggioranza dei membri repubblicani del Congresso, questa svolta geopolitica è morta sul nascere, affondata tanto dalle sue contraddizioni strategiche quanto dall’inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 e le possibili collusioni con la campagna di Trump. Oggi che con le nomine di John Bolton a Consigliere per la Sicurezza Nazionale e di Mike Pompeo a Segretario di Stato i falchi neoconservatori tornano a occupare posizioni centrali nell’amministrazione, la linea della distensione con Mosca appare definitivamente morta.
I rischi sono molti. Su tutti quello di sortire un effetto opposto a quello auspicato, rafforzando ancora di più Putin e alimentando una rappresentazione vittimista, quella di una Russia ingiustamente accerchiata e minacciata, che il Presidente russo da tempo cavalca e sfrutta. Ma forse non vi erano alternative e, laddove le responsabilità del Cremlino rispetto alla vicenda di Salisbury fossero confermate, il bicchiere ormai davvero colmo.

Il Giornale di Brescia, 27 marzo 2018

La fine del “Dialogo” sino-statunitense?

L’annuncio dell’intenzione di Trump d’interrompere il “Dialogo economico onnicomprensivo sino-statunitense” non giunge del tutto inatteso. Creato al termine dell’amministrazione Bush, e poi potenziato con Obama, questo forum bilaterale di confronto e discussione su questioni tanto strategiche quanto economiche ha visto gradualmente venir meno la ragione, precipuamente simbolica e politica, che ne aveva determinato in prima istanza la creazione. Esso serviva tanto a Washington quanto a Pechino per rimarcare l’oggettiva convergenza d’interessi tra i due paesi e la reciproca volontà di gestire in modo cooperativo e consensuale i tanti dossier che legano Cina e Stati Uniti. Era, in altre parole, un modo per istituzionalizzare l’interdipendenza sino-statunitense: una sorta di formalizzazione di quel G-2 che costituisce il cuore delle relazioni internazionali contemporanee. Gli Usa comunicavano la loro volontà d’integrare la Cina nell’ordine internazionale liberale a leadership statunitense, riconoscendone lo status di grande potenza e i diritti che ne derivano. La Cina esprimeva la sua intenzione di divenire partner responsabile di tale ordine, accettando gli obblighi e le responsabilità che ne conseguono.
Oggi Cina e, soprattutto, Stati Uniti altro, ben altro, vogliono affermare. E in quella miscela, complessa e potenzialmente assai pericolosa, di collaborazione e antagonismo che contraddistingue il rapporto tra Washington e Pechino è la seconda dimensione, quella competitiva, che sembra qualificare la narrazione dominante di tale rapporto, in particolare negli Stati Uniti.
Perché proprio oggi e cosa può scaturire da questa decisione statunitense?
Due risposte possono essere offerte a ognuna di queste domande. Trump agisce ora, e cerca di massimizzare il valore politico di questa scelta, perché si trova in chiara difficoltà. Alzare la soglia della contrapposizione con la Cina serve per rafforzare l’immagine di un Presidente decisionista, capace di liberarsi finalmente di quei vincoli che gli hanno finora impedito di dare corso alla svolta unilateralista e protezionista promessa in campagna elettorale e ancora lontana dall’essere realizzata. Tra questa decisione, il rimpasto permanente dentro l’amministrazione e i dazi recentemente imposti su alluminio e acciaio vi è un legame strettissimo. Con le elezioni di medio-termine alle porte, l’inchiesta del procuratore Mueller sulle ingerenze russe nella campagna del 2016 che si avvicina pericolosamente alla famiglia Trump e ai suoi affari opachi, e la forte inquietudine di una rappresentanza repubblicana al Congresso che ha ottenuto ciò stava più a cuore ad essa e ai suoi finanziatori (i tagli alle tasse), Trump prova a rilanciare per non trovarsi in un angolo. Lo fa su un tema, la Cina e le sue spregiudicate pratiche economiche, rispetto al quale esiste negli Usa un fronte critico ampio e politicamente trasversale. E questo ci porta alla seconda spiegazione, che si lega al convincimento che Pechino abbia beneficiato di un trattamento preferenziale non più giustificato. Che la crescita della potenza, economica e militare, cinese imponga oggi di non chiudere più gli occhi su brevetti non rispettati, un mercato interno che discrimina produttori stranieri, e una politica di sussidi e sostegno pubblico che viola le regole della concorrenza. Dentro, appunto, una rappresentazione che enfatizza la natura antagonistica della relazione tra Cina e Stati Uniti, questi elementi oggettivi e non contestabili non solo non possono essere più occultati, ma finiscono per diventare centrali se non dominanti.
Le conseguenze sono però fortemente destabilizzanti. Molteplici variabili concorrono a determinare l’inestricabile mutua dipendenza tra le due grandi potenze dell’ordine mondiale corrente. Lo si è visto bene nella crisi del 2008 e in quel che ne è seguito, quando sono state le politiche espansive cinesi e statunitensi a trascinare il mondo fuori dalle secche della recessione globale. Scorciatoie unilaterali come quelle rozzamente proposte da Trump non esistono, almeno che non si voglia scatenare una spirale pericolosissima.
È probabile, però, che quella spirale non la voglia nemmeno Trump. Che la simbologia, di questo come di altri atti, sia più importante dei contenuti e il buon senso in ultimo prevalga. Anche perché proprio sugli squilibri che il Presidente denuncia, a partire dal monumentale deficit statunitense nella bilancia commerciale bilaterale, si fondano alcuni dei pilastri fondamentali del modello di società costruito negli Usa nell’ultimo quarantennio. Su tutti, quei consumi individuali e familiari che hanno rappresentato, e continuano a rappresentare, un ammortizzatore sociale cruciale in un paese a welfare debole e fortemente privatistico. E senza la Cina, e i suoi prodotti – è importante ricordarlo – quegli Usa “impero dei consumi”, come ebbe a definirli il grande storico Charles Maier, non potrebbero (e non sarebbero mai potuti ) esistere.

Il Mattino, 19 marzo 2018

Verso Mid-Term

C’è un legame tra il brusco allontanamento del segretario di Stato, Rex Tillerson, e l’esito dell’elezione suppletiva per un seggio della Camera tenutasi in Pennsylvania e conclusasi con la sorprendente vittoria del candidato democratico, Conor Lamb. Ed è rappresentato dal fatto che entrambi evidenziano la palpabile debolezza di Trump e del partito repubblicano. Una debolezza tanto acuta quanto rilevante in prospettiva del voto del novembre prossimo, con il quale si rinnoverà l’intera camera dei deputati e poco più di un terzo del Senato.
Trump procede all’ennesima sostituzione di un importante membro del gabinetto, in un tourbillon di scandali, licenziamenti e dimissioni che non ha precedenti nella storia recente. Rimpiazzando Tillerson con il direttore della Cia, Mike Pompeo, Trump cerca di sfoggiare fermezza e decisionismo, rimovendo un segretario di Stato con il quale era da tempo in rotta di collisione. In realtà, quel che emerge è la disfunzionalità estrema di un’amministrazione che in poco più di un anno ha cambiato capo di gabinetto, Consigliere per la sicurezza nazionale e, appunto, Segretario di Stato, che non ha ancora nominato centinaia di funzionari governativi (con uno scarto del 30/40% rispetto a Obama a Bush Jr.). E che si appresta al vertice con la Corea del Nord senza aver ancora designato un ambasciatore a Seul o un responsabile di primo livello per le questioni coreane al dipartimento di Stato.
A questo caos nell’amministrazione fa da controcanto l’evidente difficoltà in cui versano i repubblicani, pesantemente danneggiati dall’immagine di un Presidente inviso a un’ampia maggioranza degli americani. Un Presidente, soprattutto, che con la sua volgarità, la sua ostentata impreparazione e i suoi imbarazzanti tweet notturni finisce per galvanizzare l’elettorato democratico, come evidenziato anche dal numero record di candidature femminili per le elezioni federali e statali dell’autunno prossimo. Numeri, questi, particolarmente significativi, in considerazione del fatto che il voto delle donne è maggioritario nel paese e fu già decisivo nelle vittorie di Obama del 2008 e 2012.
Il successo di un candidato democratico nel collegio sud-occidentale della Pennsylvania in cui si è votato ieri è di suo assai rilevante. In quel collegio, Trump vinse con uno scarto di venti punti nel 2016; nella stessa tornata elettorale i democratici rinunciarono a presentare un candidato contro il deputato in carica, Tim Murphy, poi travolto dall’ennesimo scandalo (anti-abortista convinto, si è poi scoperto che aveva costretto ad abortire una donna con la quale aveva una relazione extraconiugale). Il partito repubblicano ha investito ingenti risorse in questa elezione. Nel collegio, dove i bianchi costituiscono il 96% della popolazione complessiva, sono sovra-rappresentati settori industriali – energia e industria estrattiva – che Trump si è sempre impegnato a sostenere e proteggere. Infine, il collegio rappresenta un esempio macroscopico di quella pratica, largamente abusata da tante amministrazioni statali repubblicane, nota come “gerrymandering”: è stato cioè disegnato a tavolino in modo da massimizzare i vantaggi per i repubblicani, al punto tale che le singole strade di alcune cittadine sono state divise e attribuite a collegi distinti. Eppure tutto ciò non è bastato.
I repubblicani, va detto, conservano un vantaggio non marginale: 238 deputati a 193 alla Camera; 51 a 49 al Senato, dove però i democratici devono difendere ben 26 dei 35 seggi in palio in novembre. Il “gerrymandering” e una più inefficiente distribuzione dell’elettorato democratico, che si concentra eccessivamente nelle aree metropolitane, avvantaggiano a loro volta il partito repubblicano. Non è certo, però, che tutto ciò sia sufficiente per compensare il pesantissimo danno elettorale che consegue al trovarsi con un simile inquilino alla Casa Bianca.

Il Giornale di Brescia, 15 marzo 2018

Dazi, guerre commerciali e “vere Americhe”

Dopo un anno in cui la retorica protezionista non sembrava destinata a concretarsi in azione, Trump ha infine deciso che sia giunto il momento di dare corso alle sue promesse elettorali. L’annuncio della prossima imposizione di dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio ha colto molti di sorpresa. Dentro l’amministrazione pare che i più fossero contrari e vi sono state le ennesime dimissioni di un importante membro della squadra di governo, in questo caso il principale consigliere economico del Presidente, Gary Cohn. In uno dei rari momenti di dissenso con Trump, voci critiche si sono levate all’interno dello stesso Partito Repubblicano, con lo speaker della Camera Paul Ryan a lanciare un monito sulle possibili “conseguenze impreviste” della decisione e a chiedere un approccio più mirato e “chirurgico”. Gli alleati di Washington denunciano la violazione delle regole, prospettano ricorsi all’Organizzazione Mondiale del Commercio e, in attesa dei tempi lunghi delle risoluzioni di quest’ultima, affilano le armi, preparando adeguate rappresaglie contro prodotti statunitensi. Una guerra commerciale rischia di avere un effetto maggiore sui prezzi in un paese come gli Usa che ha un passivo così ampio nella sua bilancia commerciale; i riverberi sarebbero inevitabili anche sui tassi d’interesse, con un pesante danno per consumatori e imprenditori statunitensi. Infine, a pagare letteralmente dazio potrebbero essere tanti altri settori dell’economia americana, a partire da quello automobilistico, che sono ben più importanti – in termini di occupati e fatturato – delle due industrie coinvolte (secondo alcune stime, gli occupati nella produzione di acciaio e alluminio negli Usa non superano oggi le 140mila unità; quelli in settori manifatturieri che sarebbero danneggiati dall’aumento dei prezzi dei due prodotti sarebbero invece circa 4milioni).
È probabile che nei mesi a venire si assista a una marcia indietro non dissimile da quella di Bush del 2002-3, quando le tariffe sull’acciaio imposte allora – addirittura del 30% – rimasero in vigore per poco più di un anno. Anzi, una parziale ritirata sembra esservi già stata, con la decisione di non estendere il provvedimento a una serie d’importanti partner commerciali di Washington, quali Canada, Messico e, ora, anche Australia.
Che si tratti, in termini strettamente economici, di una decisione al meglio ineffettuale e demagogica e al peggio pericolosa e controproducente è probabilmente chiaro al Presidente stesso o quanto meno ai suoi più stretti consiglieri. Non è però la dimensione economica quella che conta e che spiega questa scelta, bensì quella strettamente simbolica e quindi politica. Porre alti dazi su prodotti che pesano in realtà per il 2% delle importazioni complessive degli Stati Uniti serve per conferire credibilità e forza a quella narrazione sovranista e nazionalista che rappresenta la cifra distintiva del messaggio trumpiano. Sempre più marginali in termini di occupazione e ricchezza generata, i settori coinvolti rimangono emblematicamente “americani” nell’immaginario di un pezzo di Stati Uniti: nella narrazione ancor oggi egemone presso quell’America bianca, spaventata e arrabbiata dove Trump ha costruito le sue fortune elettorali e dalla quale dipende in fondo il suo futuro politico. I primi sondaggi ci dicono che in quest’America – ad esempio tra gli elettori più conservatori o tra quelli bianchi privi di titolo di studio universitario – il tasso di approvazione della decisione di Trump è significativamente più alto. Ed è a questa America, e solo a questa America, che ancora una volta il Presidente ha scelto di rivolgersi.

Il Giornale di Brescia, 12 marzo 2018

Kim & Trump

Avvisaglie ve ne erano state, dal disgelo olimpico alla visita, qualche giorno fa, di un’importante delegazione sudcoreana a Pyongyang. Pochi potevano però immaginare questo straordinario coup de théâtre diplomatico: l’invito del dittatore nordcoreano Kim Jong-un ad un vertice a due e la pronta e positiva risposta del Presidente statunitense (presa, pare, senza informare in vertici stessi della sua diplomazia). L’annuncio è giunto inatteso, e imprevedibili non possono che esserne gli effetti. Cosa l’ha prodotto e quali possono essere le conseguenze, nelle relazioni tra i due paesi così come nei delicati equilibri dell’Asia-Pacifico?
Le matrici sono ovviamente plurime. In primo luogo, l’escalation cui abbiamo assistito nell’ultimo anno ha prodotto uno stallo simultaneamente immutabile e pericolosissimo. Kim e Trump si sono venuti a trovare in un angolo – in un conflitto totale ma non risolvibile – dal quale entrambi hanno un bisogno disperato di sottrarsi. E l’apertura di un negoziato diretto è probabilmente parsa come l’unica via percorribile. Non ultimo, e questo è un secondo aspetto, in virtù dei due protagonisti. Subordinate a letture che privilegiano spesso i fattori strutturali e le grandi strategie, le analisi delle crisi internazionali tendono a dimenticare quanto centrali possano essere le personalità: il ruolo attivo giocato da statisti e diplomatici. In termini di spregiudicatezza, brutalità e, anche, abilità Kim non ha mancato di sorprendere gli osservatori in questi anni; ed è possibile che la decisione di procedere in modo accelerato nello sviluppo dell’arsenale nucleare, perseguita con fermezza e costi rilevanti, lo abbia rafforzato all’interno, permettendogli di giocare ora questo azzardo. Al quale forse solo un Presidente come Trump poteva rispondere così rapidamente, che per un Barack Obama sarebbe stato politicamente molto più difficile. Un terzo elemento è costituito dal convincimento di entrambe le parti di trovarsi oggi in una condizione di vantaggio. Pyongyang dispone di un potenziale nucleare che gli garantisce una capacità deterrente rispetto a possibili tentazioni statunitensi di cercare una soluzione militare. L’amministrazione Trump è riuscita a determinare un ulteriore isolamento della Corea del Nord, attraverso un regime di sanzioni fattosi estremamente duro e invasivo; al contempo, la campagna contro il regime “canaglia” di Pyongyang lo ha reso ancor più inviso negli Usa, trasformandolo di fatto nel nuovo e totale nemico dell’America oltre che nella principale minaccia alla sua sicurezza (secondo i sondaggi Gallup più recenti, la Corea del Nord ha superato anche l’Iran nel ranking dei paesi meno popolari presso l’opinione pubblica statunitense). Una sicurezza, questa, che può però tornare a essere barattata con aiuti economici e l’impegno a facilitare la parziale integrazione della Corea del Nord nella rete d’interdipendenze commerciali asiatiche. È questa la quarta e ultima matrice che spiega la genesi del vertice. Il nucleare nordcoreano da un lato e le sanzioni internazionali dall’altro hanno acuito ancor più il reciproco bisogno di sicurezza (per gli Usa) e di aiuti allo sviluppo (per la Corea del Nord), riattivando così le variabili dirimenti del processo diplomatico dell’ultimo quarto di secolo.
Che da tutto ciò si possa passare a degli accordi di sostanza è lecito dubitare. Ed è forse Trump, oggi, a rischiare di più, anche in termini politici (un fallimento eclatante non gioverebbe alla sua immagine, già pesantemente danneggiata dall’improvvisazione e il dilettantismo manifestato su tanti altri dossier). La condizione che Washington pone a qualsivoglia accordo – la “denuclearizzazione”– non pare realistica, a maggior ragione quando quel nucleare sembra dimostrare tutto il suo peso diplomatico, portando il Presidente statunitense al tavolo dei negoziati ed evidenziando così il nuovo status di grande potenza regionale della Corea del Nord. Ovvero, quella condizione – la rinuncia di Pyongyang al suo arsenale atomico – è vincolata a concessioni non contemplabili da parte statunitense, su tutte il ritiro dei più di 23mila soldati americani dispiegati in Corea del Sud. Un processo è stato però attivato e la sua valenza simbolica non può in alcun modo essere sottostimata. Molti vertici fallimentari della storia recente – si pensi per esempio a quelli di Ginevra e Reikiavik, tra Reagan e Gorbaciov – posero le condizioni per successivi, inimmaginabili sviluppi. E l’auspicio è che dopo i tanti, bizzarri insulti che i due si sono scambiati nell’ultimo anno, ciò valga anche per questo futuro, improbabile summit tra Donald Trump e Kim Jong-un.

Il Mattino, 10 marzo 2018

Parigi o Varsavia? sovranismo ed europeismo nel voto di domani

Tra promesse mirabolanti, scontri di piazza, retorica grossolana e finanche volgare, rosari e bibbie, va terminando una campagna elettorale tra le meno nobili della storia repubblicana. Lo scarto tra l’importanza della posta in palio e la qualità del confronto politico è macroscopico e sotto gli occhi di tutti. Si è assistito in queste settimane a una corsa al ribasso cui pochi si sono sottratti, con l’eccezione di alcuni membri del governo, a partire dal suo dignitosissimo Presidente.
Ma importanti queste elezioni lo sono davvero, anche, se non soprattutto, laddove misurate sul terreno della politica internazionale: per i loro possibili riverberi europei e mondiali; e per le scelte di politica estera che il prossimo esecutivo sarà chiamato a compiere, a partire dalla questione vitale della gestione dei flussi migratori.
Rispetto al contesto, tre aspetti vanno sottolineati. Il primo è che quella che si sta giocando oggi in Italia è un’altra tappa di una partita in corso da anni tra chi rivendica improbabili recuperi della sovranità nazionale e chi, talora con eccessivi entusiasmi, ha abbracciato processi d’integrazione globale rivelatisi in ultimo ingestibili oltre che indigesti a una parte non marginale degli elettorati nazionali. Questo scontro tra i limiti palpabili del globalismo contemporaneo e il velleitarismo spesso violento del sovranismo predata le elezioni italiane e continuerà, ovviamente, anche dopo il voto di domenica. Ma la partita italiana è importante perché potrebbe confermare quel rilancio di parole d’ordine integrazioniste avvenuto con le elezioni francesi e, anche, tedesche oppure (e più probabilmente) dare nuovo fiato alle posizioni che prevalsero con la Brexit e l’elezione di Trump.
E questo ci porta al secondo punto, l’Europa. In questo ciclo elettorale le forze europeiste si sono trovate sulla difensiva come forse mai prima d’oggi. La disaffezione verso l’Unione Europea ha matrici plurime e, per alcuni aspetti, pure comprensibili. L’Italia si è fatta negli anni sempre meno eurofila, come ci mostra bene un recente sondaggio del Pew Research Centre secondo il quale la percentuale d’italiani favorevoli a un’uscita dalla UE, per quanto minoritaria, è comunque, assai più alta che negli altri principali paesi: il 35% contro il 22% della Francia, il 13% della Spagna e addirittura l’11% della Germania. Come sanno bene Macron e Merkel, qualsiasi rilancio e riforma della UE passano attraverso un coinvolgimento dell’Italia che ora appare meno certo.
Terzo e ultimo: l’economia. Con il nono PIL al mondo, un sostanzioso attivo nella sua bilancia delle partite correnti (cui contribuisce uno straordinario dinamismo imprenditoriale, ahimè circoscritto ad alcuni settori e regioni) e i suoi conti pubblici disastrati, l’Italia è attore importante, finanche cruciale, nella rete d’interdipendenze economiche dell’ordine mondiale corrente. Non è la Grecia, in altre parole. Irrealistiche e pericolose svolte protezionistiche o una nuova fase d’instabilità politica rischiano di alimentare turbolenze di equilibri economici globali ancora fragili e incerti. L’Italia ha beneficiato anch’essa di una ripresa mondiale cui ha contribuito un utilizzo espansivo della leva monetaria – con i bassi tassi e il quantitative easing della BCE – ora giunta al suo termine naturale. Priva di questo sostegno esterno, magari in una nuova fase di contrazione economica globale, senza governo o preda di politiche demagogiche, l’Italia rischia davvero di crollare e di trascinare con sé un ordine che – per buona pace dei sovranisti – rimane profondamente integrato e interdipendente.

Il Giornale di Brescia, 3.3.2018

Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata

“L’unica cosa che può fermare un uomo malvagio con una pistola è un uomo buono con la pistola”. No, non è Clinton Eastwood in un qualche vecchio film di Sergio Leone a parlare, ma l’allora vice-presidente della National Rifle Association (NRA), la potente lobby statunitense delle armi, che nel dicembre del 2012 rispose così alle polemiche seguite all’ennesima strage in una scuola americana, quella di Sandy Hook in Connecticut, quando furono uccisi sei adulti e venti bambini dell’età di 6 e 7 anni.
È stato calcolato che tra quel dramma e il massacro avvenuto l’altro ieri a Parkland, nel sud della Florida costato la morte a 17 persone, vi sono stati più di 1500 “mass shooting” (sparatorie contro gruppi di persone, soprattutto in spazi pubblici come quelli scolastici). Le vittime sono state circa 2mila. Nell’ultimo trentennio, di fronte a un significativo calo del numero di omicidi e di reati con armi da fuoco, sono aumentati, e di molto, le stragi come quelle di Sandy Hook e Parkland. Per i giovani tra i 15 e 19 anni, le armi sono la seconda causa di morte dopo gl’incidenti stradali, con un tasso di rischio che è stato calcolato essere di ottanta volte superiore a quello degli altri paesi più ricchi.
È una vera e propria emergenza sociale, questa, alla quale non si risponde con misure tanto banali quanto concrete, ma, appunto, proponendo di armare le “persone buone” – addirittura bidelli e insegnanti nelle scuole – per permetter loro di reagire al fuoco di quelle “malvagie”. Dopo la strage di Sandy Hook, Obama e il suo vice Biden cercarono di far approvare dal Congresso una serie di provvedimenti di elementare buon senso: limiti sulla vendita di armi d’assalto e sulla capacità dei caricatori; controlli retroattivi; monitoraggio più severo degli scambi tra privati, soprattutto alle fiere, dove verifiche e tracciabilità sono spesso eluse. Non servì a nulla e il pacchetto fu affondato dal voto compatto dei repubblicani a cui si aggiunse quello di molti democratici. Eppure, sarebbero bastate alcune di queste misure per rendere meno tragico un atto di follia – quello compiuto a Parkland da un 19enne mentalmente instabile – trasformato in strage grazie alla possibilità di usare armi semi-automatiche (un fucile A-15).
Come si spiega tutto ciò? Perché è così difficile fare scelte in fondo tanto semplici? Per quale ragione l’ampio sostegno popolare, indicato dai sondaggi, ai provvedimenti proposti a suo tempo da Obama non si traduce in azione politica e legislativa?
Il combinato disposto d’ideologia e interessi ci offre una prima, essenziale risposta. Il secondo emendamento costituzionale del 1791 è spesso invocato per giustificare l’attuale stato di cose. Solo negli Usa, si afferma, il diritto di portare armi è costituzionalmente sancito. È una lettura testuale e grottescamente a-storica, questa, che però è divenuta ideologicamente egemone. Basta leggerlo, quell’emendamento, per comprenderlo: il diritto si lega a una precisa condizione storica e alla necessità, per un paese giovane, militarmente debole e dalla sicurezza fragile di potersi mobilitare rapidamente, armando il suo popolo (“Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata”, recita l’emendamento, “non sarà violato il diritto del popolo di tenere e portare armi”). Che abbia prevalso una lettura sì dogmatica ci dice molto della forza degli interessi e delle lobby di possessori e produttori di armi da fuoco. Che sono divenuti dagli anni Settanta in poi uno dei più potenti e spregiudicati gruppi di pressione del paese. Capaci di controllare un pezzo di Congresso e il Partito Repubblicano nella sua interezza. E capaci di far credere che in questa America solo i “buoni” con le pistole possano in fondo contrapporsi ai tanti “malvagi” che la popolano.

Il Giornale di Brescia, 16.2.2018