Mario Del Pero

La presidente Clinton e l’Europa

È di un paio di settimane fa un sondaggio di Gallup International su come il resto del mondo voterebbe se fosse chiamato a scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton. Il risultato non è sorprendente: pur non avvicinandosi ai picchi di popolarità globale di Obama, la candidata democratica prevale in 44 dei 45 paesi in cui si è svolto il sondaggio. L’unica, scontata eccezione è la Russia, dove Trump ottiene ben 23 punti percentuali in più. Secondo questa rilevazione, lo scarto è particolarmente ampio all’interno dei principali paesi dell’Unione Europea: Clinton vince 77 a 8 in Germania, 72 a 10 in Francia, 73 a 16 in Italia, 70 a 4 in Spagna.
Incide, ovviamente, l’immagine straordinariamente negativa di Trump e il convincimento – che le sue parole peraltro ben motivano – che un successo del miliardario newyorchese avrebbe effetti destabilizzanti sull’ordine internazionale e sulle relazioni transatlantiche. Rispetto a queste ultime, Hillary Clinton sembra dare molte garanzie. Non solo una Presidenza Clinton agirebbe in continuità con molti aspetti della politica estera di Obama. L’ex segretario di Stato rappresenterebbe anche una figura più collocabile rispetto all’attuale Presidente entro quella rete di élites transatlantiche la cui influenza è grandemente decresciuta durante gli anni di Obama, contraddistinti da una politica estera Asia-centrica, che ha a lungo declassato l’Europa nella gerarchia degli interessi geopolitici di Washington.
Cosa può aspettarsi l’Europa da un’amministrazione Clinton? Nel prossimo quadriennio quali potrebbero essere i dossier nodali delle relazioni transatlantiche?
Per convenienza, potremo dividere la questione in tre categorie cruciali: l’ideologia, la sicurezza, l’economia. Laddove Obama era una figura globale e, come ha affermato lui stesso, il “primo Presidente americano del Pacifico”, la biografia politica di Hillary Clinton sta dentro schemi in cui la dimensione euro-americana sembra pesare maggiormente. Parla il lessico di un internazionalismo dove centrale è il comune denominatore democratico ed occidentalista; offre una retorica lontana dal cerebrale realismo obamiano, nella quale forte è l’eco di un interventismo umanitario sul quale parve formarsi negli anni Novanta una nuova convergenza tra liberal americani e sinistra democratica europea, poi travolta dagli attentati dell’11 settembre e da quel che ne è seguito. È un’atlantista, insomma. E lo è anche perché mossa da una visione delle relazioni internazionali dove l’elemento di potenza, e gli antagonismi che ne conseguono, sono riconosciuti e sottolineati.
Questo ci porta al secondo punto: la sicurezza. Ha fatto specie nell’ultimo dibattito televisivo tra i due candidati sentire la Clinton descrivere la Russia, e Vladimir Putin, con toni che sembravano riecheggiare quelli della Guerra Fredda. Incidono certamente le rivelazioni ultime di Wikileaks, dietro le quali paiono esservi hackers e servizi russi. Ma l’ostilità alla Russia della Clinton predata quest‘ultimo episodio. E alcuni degli intellettuali e dei diplomatici statunitensi che più si esposero a sostegno dei manifestanti anti-russi in Ucraina, su tutti l’allora vice-Segretario di Stato per gli Affari Europei Victoria Nuland, erano e sono assai vicini alla candidata democratica. Da una presidenza Clinton è quindi plausibile aspettarsi un’accentuazione dell’importanza strategica dell’Europa orientale, centrata però su un paradigma anti-russo potenzialmente pericoloso e rispetto al quale i principali paesi europei, a partire dalla Germania, saranno chiamati a un cruciale compito di mediazione, che peraltro stanno già in parte svolgendo.
L’economia, infine. Hillary Clinton ha sempre sostenuto un’agenda di liberalizzazione commerciale globale, solo temporaneamente abbandonata in questo ultimo anno, per ovvie ragioni di convenienza elettorale. Gli Stati Uniti sono un partner fondamentale dell’Europa, con cui hanno un deficit delle partite correnti significativo ancorché meno marcato rispetto a quello con la Cina. Passata la buriana elettorale, è scontato che la Clinton cercherà di rivitalizzare quell’accordo commerciale transatlantico che oggi giace semi-moribondo, vittima di un clima dove dominano su entrambe le sponde dell’Atlantico parole d’ordine protezionistiche, alimentate anche dall’onda lunga della crisi del 2007-8. È probabile pertanto che il negoziato riparta in forme silenziose e il più lontano possibile dai riflettori. E che la sua sorte sia destinata a essere legata a quella dell’accordo transpacifico, firmato ma non ancora ratificato da Washington (e oggi formalmente osteggiato dalla Clinton, che da segretario di Stato contribuì però a negoziarlo). A dimostrazione, in ultimo, di un’interdipendenza globale della quale l’Europa e le relazioni transatlantiche continuano a costituire elementi fondamentali.

Il Mattino/Il Messaggero, 21 ottobre 2016

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Renzi e Obama

Cercato e probabilmente sollecitato, l’appoggio di Obama a Renzi è giunto in forme significative e per nulla scontate. L’invito al premier italiano a quella che è stata l’ultima cena di Stato del Presidente statunitense già costituiva un segnale rilevante. La calorosa accoglienza e, infine, il cenno da parte di Obama all’importanza di una vittoria del Sì al referendum ci dicono che di più, Renzi, non poteva proprio chiedere a questo viaggio americano. Inevitabili, sono già partite le proteste per le ingerenze nella politica italiana. È chiaro, però, che il premier e il suo entourage ritengono utile una simile presa di posizione degli Usa e del loro Presidente, i cui tassi di popolarità in Italia sono sempre stati molto alti.
Perché Obama si è esposto così? Come può essere letto questo schierarsi tanto apertamente a sostegno di Renzi? Varie spiegazioni possono essere offerte, anche se una duplice premessa è necessaria. La prima è che dentro una relazione inevitabilmente squilibrata e asimmetrica quale è quella tra Italia e Stati Uniti, questi eventi contano molto più per la parte italiana che per quella statunitense. Lo mostra bene la copertura mediatica che negli Usa è stata pressoché inesistente, a parte qualche bizzarro articolo di costume – dietro il quale molti hanno intravisto l’abile mano di Jim Messina, l’ex spin doctor di Obama chiamato da Renzi ad aiutare la Campagna per il Sì – che comparava il nostro Premier con quello canadese Justin Trudeau (ahimè, il marcato gap di sex appeal e pettorali tra i due tende a minare a monte la credibilità del paragone). Ne consegue, quindi, che il potenziale costo (e rischio) politico di un simile sostegno è per Obama prossimo allo zero. La seconda premessa è che è difficile pensare che Obama abbia usato il suo prezioso tempo per leggere l’articolo 70 della costituzione italiana o che si sia fatto un’idea precisa di cosa contenga la riforma che ha invitato ad approvare. La sua è una posizione tutta politica: è un appoggio, come detto significativo e affatto scontato, a Matteo Renzi e al suo governo.
Un appoggio motivato da tre ragioni, che legano in una certa misura il quadro interno italiano con quello europeo e internazionale. La prima è la posizione assunta dall’Italia rispetto alle politiche economiche adottate nella UE: a una linea dettata dalla Germania, sovente criticata a Washington e ora apertamente sfidata da Renzi. È un ruolo non nuovo, questo, per l’Italia che però Renzi ha rilanciato con un vigore chiaramente apprezzato dall’amministrazione Obama. Anche perché si combina con la sostanziale convergenza italo-statunitense su alcuni dossier nodali, a partire ovviamente da quello libico. Italia e Stati Uniti sostengono una linea congiunta che invece altri partner della Comunità Atlantica, la Francia su tutti, contestano e cercano di correggere se non addirittura di boicottare. L’Italia di Renzi – come peraltro prima di essa quelle di Letta e Monti – ha visto crescere il suo peso in quanto alleato di una superpotenza deliberatamente intenta a delegare responsabilità e ruoli ai suoi partner per poter così ridurre la propria esposizione e i propri impegni. Terzo e ultimo: il quadro politico italiano ed europeo. La paura evidente, già manifestata dall’irrituale intervento a favore del Si dell’ambasciatore Phillips, è che una sconfitta di Renzi sul referendum possa portare a una caduta del governo con conseguenze, e riverberi in Europa, assai pericolosi. Renzi rappresenta per gli Usa uno degli argini al populismo che rischia di travolgere il progetto europeo e destabilizzare le relazioni transatlantiche. Un argine da puntellare e sostenere, quindi, come da tempo un Presidente statunitense aveva smesso di fare.

Il Giornale di Brescia, 19 ottobre 2016

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Trump e i repubblicani

I partiti, negli Stati Uniti, sono apparati leggeri e decentrati, contraddistinti da profonde diversità tra stato e stato, permeabili ai condizionamenti di gruppi di pressione, obbligati a interagire con le macchine elettorali che i singoli candidati, a ogni livello, sono chiamati a costruire per realizzare le loro ambizioni elettorali. Svolgono in minima parte, e in misura decrescente, il ruolo del partito moderno inteso come struttura che promuove e gestisce il dibattito politico, elabora le conseguenti piattaforme programmatiche, forma, seleziona e legittima candidati e classi dirigenti. Anche negli Usa, però, i partiti garantiscono – o dovrebbero garantire – ordine e disciplina a un processo democratico sempre a rischio di deragliamento, ancor più in una fase storica come quella attuale, connotata da una fortissima personalizzazione della politica.
Questo ciclo elettorale ci mostra invece lo stato di estrema difficoltà in cui versano i partiti politici statunitensi: perché la debolezza, estrema, dei due candidati è specchio di quella assai meno contingente di repubblicani e democratici. Nel caso dei primi, l’implosione si sta fragorosamente manifestando nella candidatura, improponibile e suicida, di Donald Trump. Ma la sfiducia che larga parte d’America nutre nei confronti di Hillary Clinton ci dice che anche i secondi non versano in ottime condizioni di salute.
Tre fattori aiutano a spiegare sia questo stato di cose sia il suo impatto più radicale su un partito repubblicano che sta uscendo in mille pezzi da questa interminabile campagna elettorale. Il primo è rappresentato da una più generale crisi e delegittimazione di una politica che ai più appare ormai autoreferenziale, lontana e corrotta. Agisce su questo un evidente paradosso. Da un lato si tratta di una politica oggettivamente indebolita da processi e dinamiche globali che ne limitano la capacità d’azione ponendo vincoli e costrizioni forti al pieno esercizio della sovranità nazionale. Dall’altro si tratta di una politica cui si continua a chiedere molto, moltissimo in termini di tutela e sicurezza. L’elettore di Trump vuole simultaneamente meno tasse, meno Stato e più protezione: dalla competizione cinese così come dai lavoratori messicani o dai terroristi islamici. È una politica screditata, quindi, dalla quale si pretende troppo e da cui si ritiene di avere troppo poco. Tutto ciò si riverbera inevitabilmente anche sui partiti, con un altro paradossale corto-circuito: che per sopravvivere finiscono essi stessi per parlare la lingua dell’anti-politica; per ammiccare a quel populismo di cui sono il bersaglio preferito.
Un populismo, questo, che si alimenta di un discorso anti-elitario ormai trasversale, politicamente e culturalmente. Che colpisce ovviamente un’élite, quella politica, fatalmente vulnerabile stante la sua assoluta, e strutturale, esposizione pubblica e mediatica. La classe politica vive di riflettori sotto i quali, oggi, è assai più facile ricevere pomodori che applausi. Almeno di non spostarsi, spesso opportunisticamente, dalla parte del pubblico che grida e insulta; fingerne non solo di comprenderne le ragioni, ma di esserne pienamente parte.
E questo ci porta al terzo ultimo elemento, legato direttamente alla parabola di Trump e dei repubblicani. Che non si sono limitati a difendersi dal vento dell’anti-politica e dai suoi tanti eccessi, ma hanno pensato di poterli cavalcare nella loro campagna, tanto implacabile quanto pregiudiziale, contro Obama. Sono stati agevolati, in ciò, da una narrazione che storicamente si nutre della contrapposizione tra potere federale e potere locale, l’oppressivo centro washingtoniano e le libertà statali. Ma l’hanno estremizzata come non avveniva da tempo, creando le premesse per la scalata ostile infine lanciata da Donald Trump. A quel punto la slavina è partita e fermarla – con un buon 40% dell’elettorato saldamente schierato a sostegno del miliardario newyorchese – è parso impossibile. L’obiettivo è allora diventato quello di ripulire e normalizzare Trump, per sperare di conquistare la Casa Bianca o, almeno, di salvare il partito. Compito rivelatosi infine impossibile: per quel che Trump è e, come scopriamo ogni giorno, ancor più per quello che è stato. La slavina si è infine abbattuta sullo stesso partito repubblicano, travolgendolo e aprendo scenari e prospettive post-voto oggi assai difficili da prevedere.

Il Messaggero, 11 ottobre 2016

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Trumpismi

Un altro scivolone, forse il peggiore in un anno di campagna elettorale di suo scandito da gaffe, offese e volgarità assortite. Il Washington Post – il quotidiano che forse più di tutti ha mosso guerra in questi mesi a Donald Trump – ha pubblicato un video del 2005 nel quale il candidato repubblicano si lascia andare a un campionario di commenti e battute così sessisti e violenti da lasciare senza fiato. Eppure, è assai improbabile che Donald Trump si ritiri dalla corsa, come alcuni membri del suo partito ora chiedono. Mancano i tempi tecnici per procedere a una sostituzione; in alcuni dei trentasette stati che consentono il voto anticipato numerosi elettori hanno già compiuto il loro dovere (Trump, in altre parole, ha già ricevuto migliaia di voti, anche in stati che potrebbero essere decisivi come la Florida e la North Carolina); in altri è i impossibile registrare oggi una nuova candidatura. Soprattutto, il miliardario newyorchese non sembra avere alcuna intenzione di fare un passo indietro. È riuscito a uscire indenne da innumerevoli controversie, dopo aver preso in giro disabili, offeso donne e mancato di rispetto a veterani ed eroi di guerra. E a dispetto di tutto, si ritrova ancora testa a testa con Hillary Clinton nei sondaggi (l’ultima media delle rilevazioni indica un 44 a 41% su scala nazionale a favore della candidata democratica).
Ed è da questo elemento che è utile partire per provare a capire che cosa sia il trumpismo e cosa esso ci dica sugli Stati Uniti e, forse, sullo stato della stessa democrazia. Tre elementi meritano una riflessione. Il primo è la vera e propria delegittimazione delle élite politiche, di cui Hillary Clinton è esponente emblematica. È un populismo politicamente e culturalmente trasversale, quello che soffia oggi in America come in Europa. Che si nutre degli errori e dell’autoreferenzialità di un mondo politico ombelicale, sempre più scollegato da quella realtà che pretende di conoscere, rappresentare e governare. Ma che si alimenta anche del messaggio, facile e consolatorio, che esistano soluzioni semplici a problemi complessi; che mostra un’attrazione irresistibile per quelle chiavi di letture binarie e manichee che il demagogo di turno invariabilmente offre.
E questo ci porta al secondo elemento, che di nuovo sembra accomunare gli Stati Uniti all’Europa: questa retorica anti-establishment viene spesso ritorta anche contro conoscenza, preparazione e competenza. Il sapere – e nella fattispecie il sapere politico – viene rappresentato anch’esso come una forma di elitismo, da contestare e rigettare, approfittando ora di strumenti di accesso alle informazioni sempre più orizzontali e meno filtrate. Trump non è solo politicamente scorretto, misogino e violento. È anche un candidato alla carica elettiva più importante al mondo che prende in giro la preparazione della sua avversaria, rilancia falsità e acclarate leggende metropolitane, ostenta e dispensa orgogliosa ignoranza.
Nel farlo, sfrutta e inasprisce un confronto pubblico di suo abbruttito e incattivito. Prodotto di una polarizzazione politica, sociale e culturale di molta intensificatasi nell’ultimo ventennio. Che l’esperienza di Obama alla Casa Bianca ha finito ancor più per accentuare. È questo il terzo e ultimo elemento – prettamente statunitense – su cui ci si deve soffermare. Pochi di noi, nell’inebriante momento della vittoria di Obama nel 2008 avrebbero immaginato che una parte di America bianca – minoritaria, ma tutt’altro che marginale – avrebbe potuto rispondere con tanta, pregiudiziale ostilità all’elezione del suo primo presidente nero. Certo, in un pezzo di quest’America il rigetto di Obama era stato inequivoco (in alcuni stati del sud il voto bianco andò per l’85/90% al suo avversario sia nel 2008 sia nel 2012). Ma difficile era prevedere che questa metastasi si sarebbe diffusa nel paese e nel partito repubblicano. Stando ai sondaggi di cui disponiamo, il 60-65% dei sostenitori di Trump alle primarie credeva che Obama fosse mussulmano o non fosse nato negli Usa (e che quindi occupasse abusivamente la Presidenza). Di tutto ciò – di questi pregiudizi e della narrazione che essi informano – Donald Trump è il prodotto più che la causa. La sua ascesa è stata facilitata dalla opportunistica pavidità dei repubblicani, che queste dinamiche hanno cercato di cavalcare, e dalla sconcertante debolezza dei democratici, che hanno infine scelto la candidata meno idonea per questo ciclo elettorale. E se anche la Clinton dovesse vincere, come si auspica e prevede, l’America che uscirà dal voto sarà un paese ancor più diviso, avvelenato e prostrato.

Il Mattino, 9 ottobre 2016

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Uragani e prevenzioni

Milioni di persone evacuate; centinai di migliaia destinate a rimanere per giorni senza elettricità; danni ingenti anche se, per il momento, pochissime vittime. È un quadro già visto, quello portato dall’uragano Matthew sulle coste di Florida, Georgia e South Carolina. Un quadro in sé rivelatore della forza e della fragilità degli Stati Uniti nel fronteggiare catastrofi naturali tanto ricorrenti – in un contesto climaticamente estremo quale sa essere quello americano – quanto, spesso, mal prevenute. Nel caso specifico è evidente come abbiano pesato le lezioni del passato recente: i terribili effetti dell’uragano Katrina su New Orleans nel 2005 e quelli, meno devastanti ma comunque rilevanti, che la tempesta Sandy inflisse a New York nel 2012. La propensione oggi è a eccedere in precauzioni, non ultimo per i danni politici che possono derivare dalla cattiva gestione di un’emergenza. Lo stesso Matthew è stato derubricato a tempesta di categoria 3 e ha finito per lambire più che altro le zone costiere.
Precauzione non è però prevenzione. La risposta efficace all’emergenza è, in America, spesso proporzionale al deficit di preparazione ad essa. Si avvale di una macchina securitaria imponente che può essere dispiegata con rapidità; e poggia, come abbiamo visto anche in questa occasione, su di un senso civico e una propensione all’auto-sufficienza – a farsi individualmente carico della risposta alle avversità – che rimangono forti e diffuse negli Usa: che non delegano passivamente alla mano pubblica il compito di tutelare e proteggere.
Lo fanno, però, anche perché questo pubblico ha nel tempo abdicato a molte delle proprie funzioni. Su tutte quella di investire nel potenziamento e ammodernamento di una rete infrastrutturale fattasi negli anni drammaticamente obsoleta in gran parte del paese. È questo uno dei tanti paradossi di uno stato all’avanguardia nella scoperta e nell’innovazione tecnologica, ma drammaticamente in ritardo in termini di infrastrutture pubbliche. Un paese nel quale gli ultimi grandi investimenti federali risalgono ormai a mezzo secolo fa; dove prima di attraversare alcuni ponti ci si fa il segno della croce; dove non vi è alta velocità ferroviaria nemmeno nei corridoi strategicamente nodali (la linea più moderna copre i 350 chilometri che separano Washington da New York in circa tre ore; il confronto con un TGV francese è imbarazzante). E dove due fiocchi di neve imprevisti possono mandare in tilt un sistema elettrico il cui simbolo più visibile, e in una certa misura iconico, sono ormai le decine di cavi – spesso di utilities non più operanti – che penzolano su pali e tralicci piegati dal loro peso.
È qualcosa di cui la classe dirigente più consapevole ha piena contezza. Obama ha cercato, con successo limitato, di rilanciare un vasto programma d’investimenti; influenti figure pubbliche chiedono a gran voce un intervento ambizioso e ampio (l’ultimo è stato l’ex segretario del Tesoro Robert Rubin sul “Washington Post”). Un contesto politico polarizzato e paralizzato, un sistema di potere decentrato e, anche, una ostilità all’iniziativa pubblica pregiudiziale se non ideologica rendono però tale azione assai complessa. Ed ecco che investimenti e risorse vengono destinate alla gestione ma non alla prevenzione. E se sulla prima – dall’America e ancor più dagli americani – abbiamo molto da imparare, sulla seconda, invece, gli Stati Uniti sembrano condividere con noi carenze e fragilità le cui conseguenze, lo sappiamo bene, possono risultare in ultimo devastanti.

Il Giornale di Brescia, 8 ottobre 2016

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Dibattiti e narrazioni

I sondaggi fatti a ridosso del primo dibattito televisivo e l’esito dei tanti focus group creati per valutarne l’impatto non sembrano lasciare adito a dubbi: Hillary Clinton ha vinto, e nettamente, questo primo confronto con Donald Trump. Lo scarto in termini di preparazione e competenza – di professionalità politica, in altre parole – è apparso ancor più marcato del previsto. Pur venendo costantemente interrotta dal suo avversario, la candidata democratica è stata attenta a non farsi trascinare in alcuna bagarre, anche a costo di risultare algida e poco appassionata. Con freddezza e cinismo ha denunciato – spesso in modo davvero aspro – il dilettantismo, il razzismo e la misoginia di Trump. Che ha perso progressivamente controllo e pazienza, dispensando un campionario di smorfie e battute che tutto lo facevano apparire fuorché presidenziale.
Con lo scorrere dei minuti Trump è divenuto sempre più il Trump che conosciamo. Il suo sforzo di moderazione e autocontrollo ha retto sì e no per il primo terzo della discussione. Una fase dove è stato talora incisivo, soprattutto quando ha riproposto le parole d’ordine di un protezionismo commerciale dalla dubbia praticabilità, ma capace di raccogliere consensi ampi e trasversali nell’elettorato. Di fronte all’incalzare della sua avversaria è però gradualmente imploso, salvato infine solamente dal gong che ha posto termine a questo primo round.
Trump ha evitato gaffe devastanti, anche se dichiarare, come ha fatto, che fosse normale per un uomo d’affari auspicare il crollo del mercato immobiliare nel 2006 (“si chiama business”, ha affermato in risposta alle critiche di Hillary) offre ai democratici uno spot che sarà utilizzato ad nauseam nelle prossime settimane. Di certo, Trump non ha convinto gl’indecisi. Che non sono molti, schiacciati tra due campi elettorali militarizzati e impermeabili l’uno all’altro. Ma che proprio per questo potrebbero risultare decisivi l’8 novembre.
La cattiva performance di Trump non si spiega però solo con i suoi limiti politici, fin troppo evidenti e conosciuti. È anche il portato di una tensione assai difficile da risolvere. Il messaggio radicale, scorretto ed estremo del miliardario newyorchese ha funzionato nel catalizzare la piena mobilitazione della base repubblicana. Da un lato, la rigida polarizzazione politica fa sì che anche i repubblicani più scettici convergano infine sul miliardario newyorchese pur di evitare una vittoria della Clinton. Dall’altro, Trump è riuscito a recuperare alla causa un pezzo di elettorato, bianco e disilluso, il cui astensionismo aveva contribuito alla sconfitta di Romney nel 2012. Nel farlo, però, ha allontanato ancor più sia le minoranze sia quegli elettori indipendenti, inclini a votare repubblicano che sono però spaventati dal suo radicalismo. Nelle ultime settimane Trump ha cercato di moderare il proprio messaggio, come si è visto bene in questo primo dibattito televisivo, quando ha ad esempio evitato di sollevare un tema divisivo, ancorché centrale per i suoi successi elettorali, come quello dell’immigrazione. La coperta appare però troppo corta, anche perché, dati alla mano, maggiori sembrano essere i margini di cui la Clinton ancora dispone per ampliare la propria base elettorale, tra giovani, donne e minoranze.
Difficile infine comprendere quale impatto possa avere questo primo confronto, e quelli che seguiranno, sull’esito ultimo del voto. Da più parti s’invita correttamente a non sopravvalutarne la rilevanza e gli effetti, come la storia recente ben evidenzia. In un contesto caratterizzato da forte polarizzazione e bassissima mobilità elettorale, un dibattito può cambiare assai poco. E però, quel che Hillary Clinton è riuscita ad alterare è stata una narrazione della sfida che l’ha vista costantemente sulla difensiva nelle ultime settimane. Una narrazione che per il momento torna a porre al suo centro la fragilità e impreparazione ultima di Trump e non le tante debolezze della sua avversaria.

Il Messaggero, 28 settembre 2016

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Terrorismo ed elezioni

In attesa di saperne di più sull’attentato di sabato sera a New York, è possibile provare a fare qualche riflessione sul suo potenziale impatto in una corsa alla Presidenza che, stando agli ultimi sondaggi, pare essere divenuta assai meno scontata di quanto non si credesse solo qualche settimana fa. La prima considerazione è che una chiusura di campagna elettorale dominata dalla questione sicurezza, e da una rinnovata minaccia terroristica, presenta rischi e opportunità tanto per Hillary Clinton quanto per Donald Trump.
La candidata democratica potrebbe ovviamente far leva sulla credibilità che le deriva dalla sua esperienza di statista, della quale vi è un surplus di bisogno in momenti di crisi per la sicurezza nazionale. Gran parte della campagna della Clinton su questo ha puntato: sulla riconosciuta competenza governativa dell’ex segretario di Stato, costantemente contrapposta all’approssimazione e al dilettantismo del suo avversario. Sondaggi alla mano, infatti, non è quasi mai la preparazione della Clinton a essere messa in discussione da chi è in dubbio se votarla o meno, quanto la sua onestà e trasparenza (di cui dubiterebbero almeno il 60/70% degli americani). E però la candidata democratica ha anche molto da perdere in una sfida dominata dai temi della sicurezza. Una recrudescenza della paura nei confronti del terrorismo rischia infatti di legittimare le proposte e le parole d’ordine, estreme e scorrette, del suo avversario. Che sulla paura di un pezzo d’America, non maggioritario ma certo rilevante, ha costruito le sue fortune elettorali e che quella paura ha dimostrato di saperla cavalcare e strumentalizzare. Gli attacchi di Trump a immigrati illegali e mussulmani da essa hanno in fondo origine: offrono bersagli semplici e consolatori; garantiscono soluzioni tanto draconiane quanto efficaci; promettono risposte certe e chiare. Stanno insomma dentro un discorso binario e semplicistico – fondato sullo schema essenziale amico-nemico – che funziona bene in tempi di emergenza per la sicurezza del paese e dei suoi cittadini, reale o esagerata tale emergenza sia. Un discorso, questo, che nello specifico contesto odierno può attingere anche alla più generale insoddisfazione dell’opinione pubblica verso la politica estera statunitense e la campagna infinita contro un terrorismo che sembra, una volta di più, un’Idra dalle teste infinite e replicabili. L’effetto, in altre parole, potrebbe essere opposto a quello auspicato dalla Clinton e favorire un avversario che, è ben ricordarlo, continua a non piacere a una larga maggioranza degli americani, con uno scarto – storicamente altissimo – di circa venti punti tra chi ne dà un giudizio positivo (il 35/40%) e chi ne dà uno negativo (il 55/60%).
Questi dati vanno letti nel contesto di una polarizzazione politica di molto accentuatasi nell’ultimo ventennio. I due campi elettorali – repubblicano e democratico – si sono cioè fatti assai meno mobili, laddove le barriere tra i due sono divenute assai più rigide. È un aspetto, questo, paradossalmente rivelato dai buoni risultati nei sondaggi dei “candidati terzi” di queste presidenziali, il libertarian Gary Johnson e la verde Jill Stein. Che certo sottolineano l’affaticamento di un modello bipartitico il quale, presentandosi coi volti della Clinton e di Trump, ha perso molta credibilità, soprattutto con gli elettori più giovani. Ma che mostrano anche quanto difficile sia oggi per un simpatizzante repubblicano o democratico votare per l’altra parte. Lo evidenzia lo scarsissimo successo del gruppo d’intellettuali repubblicani che hanno invitato a sostenere la Clinton. Lo rivelano i dati delle ultime tornate presidenziali, contraddistinte dalla limitatissima mobilità del voto, con un 90% o più di elettori che hanno scelto candidati dello stesso partito per la Presidenza e il Congresso (20/30 punti percentuali in più rispetto a qualche decennio fa).
Come può incidere un ritorno del terrorismo su questa situazione di elettorati “militarizzati” e sostanzialmente impermeabili? Anche in questo caso, due risposte antitetiche possono essere offerte. La prima è che, trattandosi appunto di due fronti contrapposti e inscalfibili, l’effetto sia limitato: gli elettori della Clinton troverebbero un motivo aggiuntivo per preferirla e altrettanto farebbero quelli di Trump. La seconda lettura, invece, enfatizza come in una competizione così serrata, anche un limitato spostamento di consensi – quale quello generato da una risposta più o meno convincente alla sfida del terrorismo – potrebbe risultare dirimente. Sapendo però anche che con due candidati deboli, molto deboli, come quelli di questo ciclo elettorale, a determinare finora spostamenti significativi nelle intenzioni di voto sono stati gli errori di una parte o dell’altra più che le rispettive proposte: l’avere, come entrambi hanno spesso fatto, parlato troppo più che troppo poco. E forse, la soluzione migliore per Clinton e Trump è attendere che sia l’avversario a fare la prima mossa e, appunto, a sbagliare per primo.

Il Mattino, 19 settembre 2016

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I corpi dei candidati (e delle candidate)

Da quando le competizioni elettorali statunitensi sono diventate fenomeni pienamente mediatici – da quando cioè lo strumento primario della loro rappresentazione è quello audiovisivo – i corpi dei candidati e delle candidate hanno occupato e riempito la scena di questa rappresentazione. Corpi che devono rispondere a canoni estetici tanto basilari quanto stringenti (l’ultimo presidente calvo ad essere eletto, ad esempio, fu Dwight Eisenhower, che non a caso chiuse la lunga era pre-televisiva). Corpi spesso esibiti: come sfoggio di forza e mascolinità (l’altissimo e possente Lyndon Johnson che si chinava minaccioso sui suoi avversari); per occultare fragilità e infermità (il bel volto giovanile di Kennedy); per accentuare dinamismo e giovinezza (l’improbabile jogging mattutino di Clinton); per enfatizzare una capacità di empatia con il mondo (la sinuosa camminata di Obama). E corpi inevitabilmente scrutati e vagliati, poiché il vigore fisico – la virilità, insomma – è attributo richiesto ai presidenti, che essi hanno ostentato in un’arena, quella politica, non di rado rappresentata come gladiatoria: come un luogo dove solo i più forti si affermano.
Dentro una narrazione ad alto tasso di testosterone, una donna parte inevitabilmente svantaggiata. O riesce a rovesciarla, questa narrazione; o cerca di mascolinizzarsi essa stessa: di dimostrare di poter competere e sconfiggere l’avversario sul piano proprio della virilità. Che è quanto alcune candidate recenti hanno cercato di fare. Come Sarah Palin, la vice di McCain nel ticket repubblicano del 2008, di cui si ricorda l’affermazione secondo la quale l’unica differenza tra una “mamma di giocatori di hockey” (a hockey mom) e un “pitbull” fosse il rossetto. Non le giovò granché questo rappresentarsi come un “pitbull con il rossetto”, ma il messaggio era chiaro. Ed è un messaggio che Hillary Clinton ha in più occasioni fatto proprio. Costruendo un’immagine di donna tenace e inflessibile, capace di reggere ritmi di lavoro che sfiancano anche i suoi collaboratori più giovani. Questa candidatura – alla soglia dei 70 anni, dopo la durissima sconfitta del 2008 contro Obama, le umiliazioni subite da First Lady, l’esperienza da senatrice e segretario di Stato – si colloca in fondo entro questa narrazione: quella di una donna che non molla mai. E che alla fine è a più a suo agio in mimetica, tra quei generali dai quali – narrano le cronache – è amata e riverita, che nei cocktail washingtoniani dove imperano giornalisti dei quali invece diffida apertamente.
E però, per reggere questo gioco – per rendere credibile, appunto, questa narrazione – è chiamata a uno sforzo ben superiore rispetto alla controparte maschile. In quanto donna le si applicano standard assai più severi, come ben si è visto in questa campagna elettorale quando già prima della polmonite i suoi avversari hanno frequentemente avanzato insinuazioni sul suo stato di salute – sulla sua intrinseca fragilità di donna quasi settantenne – che difficilmente si sarebbero permessi con un uomo. Improbabile vi siano conseguenze elettorali, a maggior ragione se di rapida polmonite davvero si tratta. I due elettorati, polarizzati e in una certa misura militarizzati, sono già ben definiti e la mobilità dall’uno all’altro è davvero ridottissima. La Clinton resta favorita e si fatica a vedere una possibile via alla Presidenza per Trump, al di là delle evidenti debolezze della sua avversaria. Tra le quali c’è, appunto, anche la vulnerabilità di un corpo femminile costretto ad agire dentro un discorso politico che continua a essere maschile e, non di rado, volgarmente misogino.

Il Giornale di Brescia, 14 settembre 2016

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Candidati deboli

La polmonite d’Hillary introduce un’ulteriore variabile in questo strano ciclo elettorale. Una variabile che, come molte altre, segnala la vulnerabilità di entrambi i candidati. È questo un dato difficilmente oppugnabile oggi: a fronteggiarsi sono due contendenti fragili, che non a caso hanno impostato una campagna principalmente negativa, centrata sulla sottolineatura delle reciproche debolezze. Misurabili, queste, attraverso diversi parametri. L’anagrafe, innanzitutto: i 68 anni di Hillary Clinton e i 70 di Donald Trump. Che se eletti sarebbero tra i più vecchi presidenti nella storia degli Stati Uniti (rispettivamente terza e primo, con il Ronald Reagan del 1980 nel mezzo). E che tutto trasmettono fuorché vitalità e dinamismo, come dimostrato dalle tante insinuazioni fatte circolare dalle due parti sullo stato di salute dell’avversario. L’anagrafe s’intreccia con un secondo, palese fattore: la straordinaria impopolarità di Clinton e Trump. Secondo gli ultimi sondaggi Gallup, un ampio numero di americani – attorno al 50% per Clinton, dieci punti in più per Trump – danno una valutazione negativa dei due candidati. Si tratta, nuovamente di numeri record. Che si accompagnano alla diffusa sfiducia sulla stessa integrità di Hillary Clinton e Donald Trump. In un recente sondaggio CNN coloro che dissentivano con l’affermazione secondo la quale la Clinton sarebbe “onesta e degna di fiducia” sfiorava il 70%; per Trump si attestava attorno a un comunque altissimo 55%. Come ha sottolineato l’analista di Gallup V. Lance Tarrance, quella a cui stiamo assistendo è una “battaglia epica tra due individui che non sono stati capaci di riabilitare la propria immagine presso il pubblico americano e che quindi puntano tutto sul rendere il più sgradevole possibile il proprio opponente”. Lo fanno anche per dare risposta a una terza e ultima debolezza: la loro limitata capacità di mobilitare appieno le proprie basi elettorali, come è vitale fare per poter ambire alla Presidenza. Tra l’establishment repubblicano sono sorti comitati a sostegno di Hillary e non passa giorno senza che appaia sui principali quotidiani statunitensi l’articolo di qualche conservatore che annuncia di non poter votare per Trump, vuoi per la sua politica estera isolazionista e protezionista vuoi per il suo passato libertino e filo-democratico. A sinistra e tra i giovani, la Clinton convince poco o nulla: per la sua moderazione; per una carriera marcata da svolte tanto repentine quanto opportunistiche; per il suo convinto sostegno a un interventismo centrato anche sull’uso dello strumento militare.
Ma come si è giunti a ciò? Come si spiega questa bizzarra sfida tra due candidati tanto impopolari? Due risposte possono essere offerte. La prima è comune a entrambi, anche se colpisce ovviamente di più la Clinton. Ed è l’avversione di un pezzo rilevante d’America verso una politica che appare lontana, delegittimata e priva di credibilità. La seconda spiegazione è invece diametralmente opposta per le due parti. Semplificando, si potrebbe dire che la selezione dei due candidati ha mostrato un establishment troppo debole tra i repubblicani e troppo forte tra i democratici. Il primo ha cercato di cavalcare spregiudicatamente il vento dell’antipolitica nella sua opposizione pregiudiziale e rigida a Obama, finendone però malamente disarcionato e ritrovandosi così con un candidato ingestibile e, anche, impresentabile. Il secondo ha invece preso in ostaggio il ciclo elettorale, dissuadendo altri possibili competitori e portando alla nomination una figura tanto preparata e competente quanto inadeguata a una fase storica, e a un umore politico, che ben altro richiedevano. Perché malattia o meno, Hillary Clinton è a tutti gli effetti la candidata sbagliata: l’esponente emblematica di una vecchia politica che l’America, a torto o ragione, oggi rigetta; la rappresentante di un approccio moderato e centrista in un contesto polarizzato che premia invece la radicalità; l’algida tecnocrate in un’era di demagogico populismo. L’avversaria ideale di Donald Trump, insomma, e forse una delle poche ragioni per le quali il miliardario newyorchese abbia ancora qualche chance di arrivare alla Casa Bianca.

Il Mattino, 13 settembre 2016

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15 anni dopo

È un’America orgogliosa e fiera quella che si ritrova a celebrare questo ennesimo anniversario dell’11 settembre. Che nel ricordare i morti di quella orribile giornata fa sfoggio di compattezza e unità. Che mostra, a se stessa e al mondo, come sulle ceneri del World Trade Center abbia voluto edificare nuovi simboli della sua tenacia e resilienza, della sua grandezza e potenza: lo splendido memoriale da un lato; la possente (e un po’ pacchiana) Freedom Tower dall’altro.
Dietro le apparenze e il fervore patriottico del momento si celano però delle fragilità che gli attacchi terroristici del 2001 hanno in parte causato e in parte accentuato. Tre parole chiave ci aiutano a comprenderle e sintetizzarle. La prima è divisione. La mobilitazione successiva agli attentati, il logico raccogliersi del paese attorno a un Presidente, George Bush, poi destinato a rivelarsi del tutto inadeguato, e lo stato di guerra permanente in cui il paese si trovò produssero inizialmente un senso di unità nazionale tanto sovraccarico quanto effimero. Sottotraccia, occultate dalle contingenze ma potenti, correvano dinamiche che stavano frammentando il paese e minando la sua coesione. Si assisteva a un’accentuazione di processi demografici che stravolgevano il volto dell’America per come lo si conosceva e portavano la sua componente bianca e cristiana verso una condizione di minoranza che essa avrebbe fatto (e fa) molta fatica ad accettare. Un quarantennio di “guerre culturali” – sui curricula scolastici e la bandiera, sull’aborto e l’omosessualità – si sarebbe infine concluso con vari successi del fronte liberal, ma avrebbe lasciato ferite profonde e mai del tutto cicatrizzate. Lo scontro politico ne sarebbe stato a sua volta influenzato, con un inarrestabile imbarbarimento del confronto pubblico e una polarizzazione partitica senza precedenti nella storia recente del paese, con le due parti incapaci di trovare punti di convergenza e uno stato di sostanziale militarizzazione delle rispettive basi (come dimostrato dai livelli bassissimi di mobilità elettorale dell’ultimo decennio, con un 90/95% di votanti che sceglie sempre e solo una parte: alle presidenziali, così come alle elezioni per il Congresso e a quelle statali). Queste spaccature sono state per molti aspetti esacerbate dalle scelte post-11 settembre 2001. Una politica estera ideologica e fallimentare ha alienato un pezzo di paese. Soprattutto, ha finito per accentuare il risentimento e la diffidenza dell’opinione pubblica verso un establishment politico (e, dopo la crisi del 2007-8, economico) autoreferenziale e inetto. Le radici del populismo che ha prodotto il fenomeno Trump stanno insomma anche nelle scelte compiute 15 anni fa.
La seconda parola chiave è paura. Una paura che con l’11 settembre si è fatta in qualche modo strutturale e con la quale solo più tardi noi europei abbiamo imparato a convivere. Questa paura il potere politico ha pensato di poterla cavalcare, finendone però disarcionato. Ed è stata questa paura che ha giustificato scelte securitarie estreme e draconiane, dal carcere di Guantanamo all’uso della tortura, dall’utilizzo invasivo e spregiudicato degli strumenti di spionaggio alla piena legittimazione di una politica di assassini mirati di sospetti terroristi quale non si vedeva dai tempi più bui della Guerra Fredda.
E questo ci porta alla terza e ultima parola chiave: isolamento. Come la coesione nazionale post-11 settembre sarebbe rapidamente evaporata così la solidarietà internazionale con gli Stati Uniti – simboleggiata da quel “siamo tutti americani” con cui il direttore di Le Monde Jean-Marie Colombani titolò il suo editoriale del 12 settembre 2001 – non sopravvisse né alle ipocrisie e ambiguità di tale solidarietà né alle scelte unilaterali e radicali della politica estera e di sicurezza di Bush. Anche in questo caso, gli effetti sarebbero stati di lungo periodo, con una maggioranza di americani che ancor oggi rivendicano la necessità, ed efficacia, di molte delle misure più controverse adottate allora e gran parte del mondo che osserva perplessa se non inorridita.
L’elezione di Obama è parsa poter rovesciare questo processo. In fondo, tutto il discorso politico dell’ultimo Presidente è stato centrato sulla necessità di ricostruire l’unità interna perduta, riportare il paese in quel mondo dal quale si era dolosamente distaccato, superare una paura che non ha ragioni d’essere in assenza di minacce “esistenziali” alla sua sicurezza (nemmeno l’ISIS lo sarebbe, ha spesso affermato Obama). I suoi successi sono stati però al meglio parziali. E l’America celebra questo anniversario nel mezzo di un confronto elettorale abbruttito e finanche violento, dal quale rischia di uscire ancor più divisa, isolata e spaventata.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2016

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