Mario Del Pero

Endorsements

Il peso effettivo degli endorsement, e la loro capacità di
spostare blocchi di elettori, sono chiaramente sopravvalutati. Nel 2004
l’endorsement di Gore a Dean fu il preludio della successiva, rapida implosione
della corsa alla presidenza del secondo. Il tanto pubblicizzato endorsement di
Ted Kennedy non ha permesso a Obama di evitare una pesante sconfitta in
Massachusetts. Ecco perché l’endorsement del governatore del New Mexico, Bill
Richardson, a Obama è importante non per ciò che determinerà, ma per quel che
rappresenta. Non sposterà voti, nemmeno nella comunità ispanica, della quale
Richardson è una delle figure politiche più celebri e influenti. Non altererà
il computo dei delegati, anche perché in New Mexico si è già votato. Ma dà un
segnale assai rilevante. Blandito da entrambi i campi, l’ex ambasciatore alle
Nazioni Unite e Segretario dell’Energia di Bill Clinton sceglie Obama. “Un tradimento”,
afferma il guru clintonista James Carville, 
giunto proprio nello stesso giorno “in cui Giuda si vendette per trenta
denari d’argento”. Un modo caricaturale, e certo assai poco corretto, di  presentare quello che è invece un atto di
realismo da parte di uno tra i più accreditati candidati a fare da vice in
un  ticket presidenziale sia di Obama sia di Hillary Clinton.

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Obama e la biografia della nazione

Discorso abile, furbo e certamente non facile, quello tenuto da Obama oggi a Filadelfia sulla questione razziale e sulle controverse dichiarazioni del pastore della sua chiesa di Chicago (la Trinity United Church of Christ), Jeremiah A. Wright Jr.. Il testo del discorso lo trovate qui.
Obama critica le dichiarazioni di Wright, ma non rinnega il suo legame con lui e con la sua chiesa; una volta ancora, fa della sua biografia la possibile biografia della nazione (di cui egli diventa quindi incarnazione ultima e presidente inevitabile); rivendica il coraggio di parlare esplicitamente del problema razziale, senza in realtà farlo. Ne esce, rimodulato per l’occasione, un discorso inclusivo, sincretico, ecumenico e straordinariamente patriottico. Abile, per l’appunto, in quanto vecchio quanto gli Stati Uniti stessi. Perché dietro la patina del nuovismo obamiano, sta una retorica antica: quella di un’ennesima, perenne rinascita che solo negli Stati Uniti è possibile. Topos contraddittorio e ambiguo quanto volete, questo, ma la cui forza politica e retorica rimane ancor oggi straordinaria.

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Game over, then

Sette dei quattordici delegati conquistati da Edwards nei
caucus dell’Iowa hanno annunciato ieri che sosterranno Obama alla convention di
Denver. Quasi il doppio dei delegati (quattro) recuperati da Hillary Clinton
con la sua vittoria in Texas. I numeri rivelano una verità difficilmente
contestabile. Senza contare i superdelegati, molti dei quali stanno però
annunciando il loro sostegno a Obama, il senatore dell’Illinois ha un vantaggio
ora di 170 delegati. Clinton può sperare di recuperarne la metà o poco più,
stravincendo in Pennsylvania (ma perderà di lì a poco in North Carolina) e
tornando a votare in Florida e nel Michigan. La partita è in altre parole
chiusa. Ci vorrebbe davvero un bizzarro colpo di mano per riaprirla. Un colpo
di mano che spaccherebbe i democratici e avvantaggerebbe ancor più McCain, già
in rimonta nei sondaggi grazie alla guerra fratricida tra Clinton e Obama. La
politica sa essere implacabile. Perde probabilmente la candidata più preparata
e quella che su alcune questioni nodali – riforma sanitaria su tutte – ha
assunto posizioni più coraggiose e progressiste. Ma il voto è stato un altro e
avremo tempo di rifletterci sopra assieme. Game Over, then. Prima i
clintonistas lo riconoscono, meglio è per tutti. Anche per noi europei.

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