Mario Del Pero

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Il viaggio di Obama: un bilancio

Il bilancio del viaggio di Obama in Europa e Medio Oriente è in larga
misura positivo. Dalla reazione dei media e dai primi sondaggi sembra infatti
che sia stato raggiunto l’obiettivo di dare un’ulteriore segnale di discontinuità,
retorica e pratica, alla politica estera statunitense.
Obama si è trovato a parlare a una pluralità di soggetti: Israele, un
mondo arabo variegato e composito, gli alleati europei, l’opinione pubblica
statunitense, gli stessi fondamentalisti islamici. Soggetti che ovviamente
chiedono e si aspettano cose diverse, se non antitetiche. Come già in altre
occasioni – si pensi al suo importante discorso all’Università di Notre Dame –
Obama non si è sottratto alla discussione e al confronto con queste richieste.
Ha riconosciuto la validità, almeno parziale, delle posizioni di molti dei suoi
interlocutori, ha riaffermato le proprie ragioni e ha sempre cercato di trovare
una via mediana, con cui portare a sintesi le differenze, ricomporre le
fratture e, se possibile, risolvere le contraddizioni.
Uno sforzo, questo, suffuso in una prosa ecumenica e universale,
centrata su quattro categorie fondamentali. La prima è quella di pluralismo:
religioso, culturale e politico. Il dialogo e l’interazione – ha affermato Obama
– passano attraverso il riconoscimento dell’altro e della sua diversità. Attraverso
la conoscenza, lo scambio e il rispetto. 
Perché un mondo davvero globale è un mondo non omologato. Lo scarto con
l’universalismo bushiano è qui netto. Ed è uno scarto che, una volta di più,
Obama può giustificare grazie alla sua biografia: cosmopolita, sincretica,
improbabile. Una biografia diventata oggi non solo la biografia dell’America,
ma anche quella potenziale di un mondo che in Obama ha trovato simbolicamente un
leader globale.
La seconda categoria, centrale rispetto ai temi della sicurezza, è
quella d’interdipendenza. La sicurezza è collettiva – di tutti – o non è. Non
esistono scorciatoie unilaterali: nel nucleare, la cui proliferazione
rappresenta una minaccia da affrontare subito, o in Medio Oriente, dove la
nascita di uno stato palestinese è stata presentata nel discorso al Cairo come
“nell’interesse d’Israele, della Palestina, dell’America e del mondo” intero.
La terza categoria, questa sì scivolosa e rischiosa, è quella di
progresso. Obama si è soffermato sui temi dello sviluppo e della modernizzazione,
cercando di aggirare non senza ambiguità il dilemma che si pone oggi in Medio
Oriente. Parlare di “promozione della dignità”, di sostegno all’imprenditoria,
di educazione e volontariato permette infatti di sostituire lo slogan, ormai
screditato, dell’esportazione della democrazia senza rinunciare a quell’afflato
messianico che da sempre qualifica il discorso di politica estera statunitense.
La quarta e ultima categoria, utilizzata soprattutto nei disc0rsi
europei, è quella di memoria. La storia, con i suoi orrori e drammi, è stata
evocata per riaffermare l’indissolubilità del legame transatlantico e di quello
con Israele. E la stessa storia è stata brandita con forza nei confronti di
chi, come Ahmadinejad, la nega o crede non se ne debba tenere conto. In questa
chiave, la preservazione della memoria non solo non stride con l’enfasi sulla
discontinuità e il cambiamento, ma ne costituisce la condizione essenziale.
È un discorso, quello obamiano, alto, abile e, anche, furbo. Ma è un
discorso che lascia aperti dei problemi e in una certa misura ne apre di nuovi.
Obama alza ulteriormente la barra delle aspettative, soprattutto nel mondo
arabo. Se questa retorica e queste promesse non saranno sostanziate da
risultati concreti – a partire dal processo di pace israelo-palestinese,
rispetto al quale il margine d’azione degli Usa rimane peraltro limitato – la
disillusione potrebbe radicalizzare ulteriormente lo scontro. La sottolineatura
della natura speciale delle relazioni con l’Europa e con Israele stride
inevitabilmente con il messaggio globale ed ecumenico di Obama, che mette
deliberatamente da parte quella retorica e quelle categorie “occidentaliste” su
cui queste relazioni speciali si sono storicamente fondate. Più di tutto,
l’enfasi su modernizzazione e sviluppo apre una serie di dilemmi e in Medio
Oriente rischia davvero di far detonare quelle contraddizioni che Obama ha
cercato, almeno retoricamente, di sanare. Le linee di frattura – sociali,
religiose, politiche – rimangono plurime. Difficile immaginare esista una
figura capace quanto Obama d’incarnare il superamento di queste fratture.
Difficile, però, anche credere che oggi ciò possa bastare.

(Il Mattino, 8 giugno 2009)