Mario Del Pero

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Si chiude una saga straordinaria

La sbornia passerà. E Obama erediterà una situazione a dir poco
complessa e difficile. Ma oggi è difficile non provare quella
sensazione di happy hangover che solo vittorie elettorali come quelle
di ieri sera riescono a provocare. Così come è difficile non guardare
con ammirazione al lungo, fin troppo lungo, percorso elettorale che ha
portato all’elezione di Obama. Elezione storica, e questo ormai lo
sappiamo. E percorso elettorale costellato di momenti davvero alti
e memorabili, dal discorso di Obama sulla questione razziale allo
splendido intervento di Hillary Clinton alla convention di Denver.
A essi è ora giusto aggiungere il concession speech di McCain di ieri sera: sobrio, dignitoso, corretto, da vecchio McCain. Un bel modo per tutti di chiudere una saga straordinaria. Una bella lezione anche per una parte della Destra repubblicana. 

Dall’Alaska a Washington

La
scelta di Sarah Palin come candidato alla vice presidenza è davvero una
sorpresa. Dick Morris, il vecchio adviser di Bill Clinton ora trasformatosi in
un efficace commentatore politico conservatore, aveva sollecitato qualche giorno
fa i repubblicani a candidare una donna, per riaprire una ferita che nemmeno la
convention democratica avrebbe chiuso e per intercettare quel voto femminile,
tendenzialmente democratico ma non necessariamente liberal, deluso dalla
mancata candidatura di Hillary, se non alla presidenza quantomeno alla vice-presidenza.
È
questa la prima, ovvia spiegazione della inaspettata decisione di McCain. A un
ticket di due senatori uomini si contrappone quello di un uomo e una donna, di
un senatore della Sunbelt e di una governatrice del nord più profondo che ci sia,
del presidente potenzialmente più anziano nella storia del paese e della più
giovane guida che l’Alaska abbia mai avuto (oltre che della prima donna eletta
alla carica di governatore). Ma il riequilibrio non è solo anagrafico,
geografico e di genere. Palin porta in dote anche un importante capitale
politico e culturale: è membro della National Rifle Association, è schierata
contro l’aborto (e ha finora trovato il tempo per fare anche cinque figli),
sostiene le trivellazioni nella riserva artica. Bilancia in altre parole alcuni
di quegli elementi che in passato hanno portato McCain in rotta di collisione
con una parte della destra repubblicana. Li bilancia permettendo a McCain di
preservare, se non addirittura di rafforzare, la sua immagine di maverick
indipendente e coraggioso, capace di agire fuori dagli schemi e dalle
convenzioni. Perché scegliere una sconosciuta governatrice dell’Alaska, con
solo due anni di esperienza governativa alle spalle e con un magro diploma in
giornalismo alla University of Idhao nel suo palmares, è a tutti gli effetti
una scelta coraggiosa.
Coraggiosa
e ovviamente molto, molto rischiosa. Perché il vice-presidente è, e deve
essere, nei fatti e nelle percezioni il presidente in pectore. Deve essere credibilmente
presidenziale e pronto a subentrare in caso di necessità, come è peraltro avvenuto
più volte nella storia del paese (con Gerald Ford nel 1974, Lyndon Johnson nel
1963 e Harry Truman nel 1945, per menzionare gli esempi più recenti). Sarah
Palin potrebbe sorprendere tutti e rivelarsi candidata forte e carismatica. Ma
viene catapultata sulla scena politica nazionale senza esperienza alcuna che
non sia quella dell’Alaska e sarà costretta ad affrontare un confronto (e tre
dibattiti televisivi) con Joe Biden, che dell’esperienza e della competenza su
temi domestici e, ancor più, su quelli internazionali fa i suoi cavalli di
battaglia. Il rischio di gaffe, errori e scivoloni è alto e inevitabile. Non a
caso, alcuni leader democratici hanno subito paragonato Palin a uno dei più noti
gaffeur della recente storia statunitense: il vice-presidente di George Bush
Sr., Dan Quayle.
La scelta di Palin potrebbe inoltre rivelarsi controproducente per due
altre ragioni. La prima ha nuovamente a che fare con la sua inesperienza. Una
delle critiche più forti e incisive mosse finora dai repubblicani a Obama era
quella relativa alla sua mancanza d’esperienza governativa. Pochi anni al
senato dell’Illinois e a quello federale, si argomentava, non costituivano
titolo sufficiente per poter ambire alla più alta carica dello stato. Per la
quale si ritiene invece candidata plausibile una figura politica locale, che
guida da due anni uno degli stati meno popolati e politicamente influenti
dell’Unione. D’ora in poi i repubblicani dovranno rinunciare alla carta
dell’esperienza e, se possibile, questa carta passerà in mano ai democratici. La
scelta di Palin, la seconda donna dopo Geraldine Ferraro nel essere candidata alla vice-presidenza, finisce inoltre per togliere dai
riflettori Obama e per inserire nella contesa una figura terza, destinata a
sottrarre spazio ai due candidati presidenti. È probabile che questo fosse uno
degli obiettivi di McCain, come la tempistica della nomina mostra chiaramente. McCain
ha però tutto l’interesse a tenere Obama al centro della scena: a trasformare,
come ha fatto con successo in queste ultime settimane, le presidenziali in una
sorta di grande referendum, pro o contro Obama, evitando un confronto di merito
e, ancor più, una discussione sui fallimenti di Bush. Per questo un candidato
di basso profilo e una scelta convenzionale sarebbe potuta tornare utile. È di
Obama, della sua storia e delle sue vulnerabilità, presunte e reali, che si
deve parlare se i repubblicani vogliono vincere in novembre. Mentre da oggi si
parlerà, e molto, anche della sconosciuta Sarah Palin e del suo improbabile
viaggio dall’Alaska a Washington.

(“Europa”, 30 agosto 2008)

Keep goin’ Hillary

Intervento davvero alto, quello di Hillary Clinton ieri sera alla
convention (cfr. qui). Intelligente e corretto, per il futuro politico suo e
del partito. Ma soprattutto appassionato e di sinistra come è raro sentire di
questi tempi. Intriso di eccezionalismo progressista e orgoglio democratico. Verrebbe voglia di dire “rooseveltiano” nei toni efficacemente populisti, nell’invocazione ad ampliare la rete di protezioni sociali e a confrontarsi con ineludibili sfide globali. Tante delle scelte e dei comportamenti della Clinton di questo
ultimo anno sono stati censurabili. Ma di fronte al discorso di ieri sera ci si
può solo togliere il cappello.

Centrismi

Anche rispetto all’Iraq Obama comincia a fare qualche passo
indietro rispetto alle promesse della campagna elettorale (cfr. qui). Che i tempi promessi
per il ritiro delle truppe fossero irrealistici, soprattutto dopo il cambio di
strategia dell’ultimo biennio, lo si sapeva da tempo. Ma la sinistra della
blogosfera tuona contro l’ennesima dimostrazione della supposta svolta
centrista obamiana. “Supposta” perché il profilo politico e la stessa biografia di Obama sono, a dispetto di tutto, quelli di un uomo “slightly left of center”, almeno
nell’accezione tradizionale della categorie di destra e sinistra. Lo sono sui temi
sociali e non solo (si pensi alle differenze tra le proposte sue e quelle di
Hillary Clinton in materia di sanità). Si può anzi dire che fino ad ora uno degli elementi
di forza di Obama sia stato proprio quello di saper coniugare la moderazione politica e una retorica,
quella del cambiamento e della discontinuità, centrata più sulla denuncia delle pratiche della politica che sui suoi contenuti. Ne è uscito un
discorso talora contraddittorio, ma straordinariamente inclusivo e popolare. E non poteva
essere altrimenti visto che l’80% degli americani si dichiara insoddisfatto
dell’attuale stato di cose, ma parole d’ordine radicali rimangono ancor oggi
minoritarie e marginali.

Il problema per Obama è preservare questo equilibrio tra
proposta moderata e promessa di rottura nel contesto di un’elezione, quella presidenziale, che impone
giocoforza un surplus di moderazione rispetto alle primarie. Perché il 2000 e
il 2004 hanno dimostrato che non si vince con la sola moderazione, che il
proprio elettorato va mobilitato fino in fondo e che non si può correre il
rischio di essere accusati di opportunismo. Ma con il 70/80% degli americani
critici verso l’attuale amministrazione repubblicana, un avversario come John
McCain e una destra radicale ancora così rumorosa, il margine di tolleranza è per Obama forse maggiore che in passato.

Pennsylvania

Mancano 3 giorni a un altro passaggio nodale di queste
infinite primarie democratiche. Un passaggio decisivo se in Pennsylvania Obama vince o perde di misura. La
gran parte dei sondaggi e delle previsioni danno però Hillary Clinton avanti con
margini che variano tra i 3 e i 14 punti (Rasmussen, tra i più affidabili
finora, dice tre punti; LA Times/Bloomberg cinque; Quinnipiac sei). Margini
insufficienti per riaprire una contesa che è, matematicamente, chiusa, ma bastanti
per trascinarla per altre settimane, in attesa della prossima tornata importante,
nella quale voteranno Indiana e North Carolina (il 6 maggio). A dispetto delle
recenti gaffe e leggerezze di Obama, il numero di superdelegati schierati al
suo fianco continua a crescere. Alcuni seniores del partito (Robert Reich e l’ex
senatore della Georgia Sam Nunn) hanno dato il loro endorsement a Obama,
denunciando la campagna, sempre più negativa e scorretta, della Clinton (si
veda ad esempio questo ad televisivo che circola in Pennsylvania). Molti esperti (Judis, Teixeira, Cost, VandenHei, et al.) sottolineano invece come Obama sia vulnerabile presso settori importanti
del partito democratico (blue-collar bianchi, ebrei, ispanici), che saranno
fondamentali in alcuni swing states di novembre, tra i quali Florida, Ohio,
Pennsylvania e New Mexico. La grande coalizione costruita da Obama, e centrata
sui giovani, gli afro-americani e una parte maggioritaria dell’elettorato con
istruzione universitaria –  affermano – non ha i numeri per vincere ed è assai
meno nuova di quanto non si dica: alcuni commentatori la presentano addirittura
come una replica del 1972. Vi è un elemento di verità in tutto ciò. Ma è una
verità parziale, che omette alcuni altri importanti elementi, su tutti la
dimostrata capacità di Obama di intercettare una parte rilevante del voto
indipendente, di aumentare la base potenziale del voto e di rimettere potenzialmente
in gioco alcuni stati del sud che i democratici hanno perso nettamente sia nel
2000 sia nel 2004 (e rendere competitivi nuovi stati obbliga comunque l’avversario
a destinarvi tempo, energie e risorse, sottratti così ad altri teatri). Come ho
scritto più volte, l’auspicio sarebbe che la contesa si chiudesse il prima
possibile con la vittoria di Obama. Ciò permetterebbe di concentrarsi
finalmente sulle presidenziali e di sfruttare le tante debolezze di McCain, che
giusto ieri, davanti a un’America sfiduciata e impaurita, ha dato un giudizio
positivo delle politiche economiche di Bush. E chiuderla con le primarie, permetterebbe,
tra le altre cose, di non dover più vedere Hillary Clinton trangugiare un
bicchiere di whisky, in uno show di supposta virilità che rimarrà tra i momenti più
imbarazzanti di questa campagna elettorale.

Bitter America Part II

Se qualcuno si chiede perché la Clinton, a dispetto di
programmi e preparazione, si è resa insopportabile a molti elettori democratici
consiglio di guardare qui.

Se qualcuno non si spiega ancora il fascino che i sermoni di
Obama riescono a esercitare si guardi qui.

Se qualcuno ancora s’interroga su quanto il prolungamento delle
primarie stia nocendo ai democratici, li guardi entrambi.

Game over, then

Sette dei quattordici delegati conquistati da Edwards nei
caucus dell’Iowa hanno annunciato ieri che sosterranno Obama alla convention di
Denver. Quasi il doppio dei delegati (quattro) recuperati da Hillary Clinton
con la sua vittoria in Texas. I numeri rivelano una verità difficilmente
contestabile. Senza contare i superdelegati, molti dei quali stanno però
annunciando il loro sostegno a Obama, il senatore dell’Illinois ha un vantaggio
ora di 170 delegati. Clinton può sperare di recuperarne la metà o poco più,
stravincendo in Pennsylvania (ma perderà di lì a poco in North Carolina) e
tornando a votare in Florida e nel Michigan. La partita è in altre parole
chiusa. Ci vorrebbe davvero un bizzarro colpo di mano per riaprirla. Un colpo
di mano che spaccherebbe i democratici e avvantaggerebbe ancor più McCain, già
in rimonta nei sondaggi grazie alla guerra fratricida tra Clinton e Obama. La
politica sa essere implacabile. Perde probabilmente la candidata più preparata
e quella che su alcune questioni nodali – riforma sanitaria su tutte – ha
assunto posizioni più coraggiose e progressiste. Ma il voto è stato un altro e
avremo tempo di rifletterci sopra assieme. Game Over, then. Prima i
clintonistas lo riconoscono, meglio è per tutti. Anche per noi europei.