Mario Del Pero

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Il Terzo Dibattito

Non vi sono state grandi sorprese nell’ultimo dei tre faccia a faccia televisivi
tra Obama e McCain. Il dibattito è stato sobrio e corretto, tanto apprezzabile
per il rigore con cui i due candidati si sono confrontati sui contenuti delle
loro proposte quanto soporifero nell’assenza di colpi di scena o di momenti (e
frasi) memorabili. In conseguenza di ciò, vi sono almeno due buone ragioni –
oltre ai dati dei primi polls – per ritenere che il vincitore del confronto sia
stato nuovamente Obama.
La
prima ha a che fare con la natura stessa di questi dibattiti. Raramente essi
risultano decisivi. I candidati vi giungono preparatissimi. Sanno cosa
aspettarsi dalla controparte: cosa dire e, ancor più, cosa non dire.
Soprattutto devono cercare di apparire credibilmente presidenziali: di proiettare
un’aura – austera, moderata e quasi regale – di “presidenzialità”. Ciò
avvantaggia inevitabilmente chi sta avanti nei sondaggi. Che – come mostrano
alcuni dati recenti su Obama – è automaticamente percepito come più
presidenziale dell’avversario, grazie a un effetto domino che, una volta
innescatosi, diventa difficilmente reversibile. Il candidato in vantaggio può quindi
permettersi quella cautela e quella moderazione che cessano invece di essere
opzioni a disposizione di chi insegue, il quale si trova inevitabilmente costretto
ad alzare il tono della polemica e degli attacchi, con il rischio di una
perdita ulteriore di credibilità.
La
seconda ragione è più contingente e si lega all’attuale quadro politico oltre
che alla figura stessa di McCain. L’impopolarità di Bush e la difficile
situazione economica hanno accentuato una tendenza già in atto dal 2004, ossia
uno spostamento degli equilibri politici a favore del partito democratico. Il
numero di elettori registrati come democratici è oggi decisamente
superiore  a quello di elettori
registrati come repubblicani (lo scarto sarebbe tra i dieci e quindici punti,
secondo alcune rilevazioni). Il voto indipendente – per quanto complesso ed
eterogeneo – rimane potenzialmente determinante, soprattutto in alcuni stati
che decideranno le elezioni. McCain, infine, è un candidato repubblicano sui
generis, a dispetto dei suoi numerosi indietreggiamenti degli ultimi anni. Il dilemma
con cui McCain si è trovato (e si trova) a fare i conti è quindi quello di mobilitare
appieno il proprio elettorato, radicalizzando ulteriormente le sue posizioni, e
sperare al contempo di intercettare una parte maggioritaria del voto
indipendente e una piccola fetta di quello democratico, conquistabili solo
attraverso parole d’ordine bipartisan e moderate. La scelta di Sarah Palin come
candidato vice-presidente aveva esattamente questa funzione: bilanciare il
ticket, coprendo il fianco destro di McCain, e permettergli così di
concentrarsi sulla caccia del voto indipendente. Si tratta però di obiettivi –
la piena mobilitazione della destra e la conquista di una larga maggioranza
degli indipendenti – tra loro non complementari. Stando ai sondaggi di cui
disponiamo, l’inasprimento della campagna elettorale repubblicana di queste
ultime settimane si è rivelata un boomerang per i repubblicani, anche perché
l’elettorato non schierato chiede risposte a problemi concreti e non crociate
ideologiche come quelle lanciate da Palin. Questo lo si è visto anche nel
dibattito di ieri. McCain ha cercato di attaccare Obama sull’aborto o sul suo
legame con l’ex terrorista William Ayers, ma ha rinunciato ad eccedere su
questi temi nella consapevolezza che essi non gli avrebbero giovato
elettoralmente. Una scelta e una cautela, quelle di McCain, che hanno
scontentato molti commentatori conservatori (l’intellettuale neoconservatore
Charles Krauthammer è stato particolarmente severo su questo), ma che
difficilmente gli ha portato voti democratici e/o indipendenti. Obama esce pertanto
non solo illeso, ma addirittura rafforzato dai tre dibattiti televisivi. E alla
luce di quanto è accaduto nelle ultime settimane la vera sorpresa è che il suo
vantaggio nei sondaggi non sia ancora maggiore.

(Il Mattino, 17 ottobre 2008)

Il secondo dibattito

Obama
non è mai stato un grande debater. Manca dei tempi e, forse, anche della
cattiveria necessaria negli aspri scambi della discussione. Tanto è abile nell’offrire
sermoni dotti e straordinariamente raffinati per gli standard del discorso
politico statunitense quanto è lento e, spesso, impacciato nell’articolare
risposte secche e pungenti nei dibattiti dai tempi assai stretti della
televisione. Il modello townhall della discussione di ieri sera, invocato e
chiesto da McCain, avrebbe dovuto amplificare questa debolezza. Non è stato invece
così e quella di ieri è stata probabilmente la migliore performance televisiva
di Obama. Lo è stata nel merito ossia nella precisione e nel dettaglio delle
risposte di Obama, particolarmente stridente se confrontata con la pleonastica
e sloganistica retorica di McCain. E lo è stato nella simbologia. Il dibattito ha
visto contrapposti un Obama sicuro, giovane e decisamente a suo agio nella
piccola, ancorché asettica, townhall della Belmont University e un McCain
decisamente più impacciato e rigido, costretto a confrontarsi con una townhall
popolata non dai suoi soliti fan repubblicani, sempre pronti a commuoversi ed
entusiasmarsi per la sua storia di eroe del Vietnam. I sondaggi sembrano
premiare Obama. Contano però poco, ché negli stati cruciali il margine di
vantaggio di Obama su McCain è ancora troppo stretto (su questo ritornerò in un
prossimi post). Per potere vincere, McCain e Palin devono però riuscire in
un duplice, e potenzialmente contraddittorio, compito: mobilitare appieno la
base repubblicana, conquistando al contempo una maggioranza del voto
indipendente e una piccola fetta di quello democratico. Queste ultime settimane
saranno pertanto caratterizzate da un’ulteriore escalation degli attacchi
personali a Obama, al suo passato e alle sue conoscenze. Il lavoro sporco lo
farà (e lo sta già facendo) Sarah Palin, mentre McCain continuerà a
sottolineare la sua moderazione e il suo impegno alla collaborazione bipartisan,
come ha stancamente sottolineato più volte ieri. Dopo le due convention, i tre
dibattiti televisivi e gli sconquassi di questa ultima settimana i democratici
si trovano però in una posizione decisamente migliore di quanto non fosse solo
poche settimane orsono.