Mario Del Pero

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Si chiude una saga straordinaria

La sbornia passerà. E Obama erediterà una situazione a dir poco
complessa e difficile. Ma oggi è difficile non provare quella
sensazione di happy hangover che solo vittorie elettorali come quelle
di ieri sera riescono a provocare. Così come è difficile non guardare
con ammirazione al lungo, fin troppo lungo, percorso elettorale che ha
portato all’elezione di Obama. Elezione storica, e questo ormai lo
sappiamo. E percorso elettorale costellato di momenti davvero alti
e memorabili, dal discorso di Obama sulla questione razziale allo
splendido intervento di Hillary Clinton alla convention di Denver.
A essi è ora giusto aggiungere il concession speech di McCain di ieri sera: sobrio, dignitoso, corretto, da vecchio McCain. Un bel modo per tutti di chiudere una saga straordinaria. Una bella lezione anche per una parte della Destra repubblicana. 

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Difficile
credere che il lungo, splendido spot-documentario di Obama mandato ieri in
simultanea sui principali networks statunitensi possa spostare un voto. Era
programmato da tempo e serviva, una volta ancora, a rendere Obama presidente
credibile e sintesi perfetta della nazione che si candida a guidare. Le tante
Americhe – orgogliose, dignitose, tenaci e, anche, commoventi – che appaiono
nello spot vengono efficacemente abbinate ai passaggi e alle esperienze che hanno
segnato la vita di Obama, la sua formazione e la sua ascesa politica: la
dignità del lavoro, anche il più umile; l’importanza dell’educazione; i valori
della famiglia; la denuncia dell’inefficace e iniquo sistema sanitario.

Alcuni
commentatori della sinistra statunitense (come John Nichols di The Nation)
dicono che Obama ha fatto un passo indietro; che si è tolto, almeno in parte, dai
riflettori per raccontare e far parlare l’America e gli americani. Non è
ovviamente così – nello spot/documentario Obama non è un semplice narratore – e non potrebbe essere altrimenti, a 5 giorni delle elezioni. Quel che Obama e il regista dello
spot (Davis Guggenheim, lo stesso del documentario di Al Gore “An Inconvenient
Truth”) hanno fatto è di dare forma al messaggio – patriottico ed
eccezionalista, ancorché non convenzionale – che ha scandito la campagna elettorale:
che Obama è il presidente naturale del paese, perché lui e la sua storia sono
quel paese, ciò che esso è diventato e ciò che esso ancora oggi è in grado di
offrire e trasmettere. Retorica forte, ci mancherebbe; ma anche coinvolgente,
toccante e, speriamo, elettoralmente vincente.

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Spero di sbagliarmi, ma non credo che la vittoria di Obama
sarà così larga come preannunciato da molti sondaggi. Temo ci sarà da soffrire
e aspettare martedì notte, ché il vantaggio di Obama nei polls di alcuni stati
cruciali è troppo esiguo e già durante le primarie vi fu una discrepanza –
variamente interpretata – tra sondaggi e voti a sfavore di Obama, in
particolare nel Midwest (Ohio, Pennsylvania e West Virginia su tutti). Che poi
ci siamo tutti abituati all’idea che un afro-americano possa giungere alla Casa
Bianca dà un’idea di quanto sia cambiata l’America e di quanto abbia
contribuito la corsa di Obama a cambiarla.

Il Terzo Dibattito

Non vi sono state grandi sorprese nell’ultimo dei tre faccia a faccia televisivi
tra Obama e McCain. Il dibattito è stato sobrio e corretto, tanto apprezzabile
per il rigore con cui i due candidati si sono confrontati sui contenuti delle
loro proposte quanto soporifero nell’assenza di colpi di scena o di momenti (e
frasi) memorabili. In conseguenza di ciò, vi sono almeno due buone ragioni –
oltre ai dati dei primi polls – per ritenere che il vincitore del confronto sia
stato nuovamente Obama.
La
prima ha a che fare con la natura stessa di questi dibattiti. Raramente essi
risultano decisivi. I candidati vi giungono preparatissimi. Sanno cosa
aspettarsi dalla controparte: cosa dire e, ancor più, cosa non dire.
Soprattutto devono cercare di apparire credibilmente presidenziali: di proiettare
un’aura – austera, moderata e quasi regale – di “presidenzialità”. Ciò
avvantaggia inevitabilmente chi sta avanti nei sondaggi. Che – come mostrano
alcuni dati recenti su Obama – è automaticamente percepito come più
presidenziale dell’avversario, grazie a un effetto domino che, una volta
innescatosi, diventa difficilmente reversibile. Il candidato in vantaggio può quindi
permettersi quella cautela e quella moderazione che cessano invece di essere
opzioni a disposizione di chi insegue, il quale si trova inevitabilmente costretto
ad alzare il tono della polemica e degli attacchi, con il rischio di una
perdita ulteriore di credibilità.
La
seconda ragione è più contingente e si lega all’attuale quadro politico oltre
che alla figura stessa di McCain. L’impopolarità di Bush e la difficile
situazione economica hanno accentuato una tendenza già in atto dal 2004, ossia
uno spostamento degli equilibri politici a favore del partito democratico. Il
numero di elettori registrati come democratici è oggi decisamente
superiore  a quello di elettori
registrati come repubblicani (lo scarto sarebbe tra i dieci e quindici punti,
secondo alcune rilevazioni). Il voto indipendente – per quanto complesso ed
eterogeneo – rimane potenzialmente determinante, soprattutto in alcuni stati
che decideranno le elezioni. McCain, infine, è un candidato repubblicano sui
generis, a dispetto dei suoi numerosi indietreggiamenti degli ultimi anni. Il dilemma
con cui McCain si è trovato (e si trova) a fare i conti è quindi quello di mobilitare
appieno il proprio elettorato, radicalizzando ulteriormente le sue posizioni, e
sperare al contempo di intercettare una parte maggioritaria del voto
indipendente e una piccola fetta di quello democratico, conquistabili solo
attraverso parole d’ordine bipartisan e moderate. La scelta di Sarah Palin come
candidato vice-presidente aveva esattamente questa funzione: bilanciare il
ticket, coprendo il fianco destro di McCain, e permettergli così di
concentrarsi sulla caccia del voto indipendente. Si tratta però di obiettivi –
la piena mobilitazione della destra e la conquista di una larga maggioranza
degli indipendenti – tra loro non complementari. Stando ai sondaggi di cui
disponiamo, l’inasprimento della campagna elettorale repubblicana di queste
ultime settimane si è rivelata un boomerang per i repubblicani, anche perché
l’elettorato non schierato chiede risposte a problemi concreti e non crociate
ideologiche come quelle lanciate da Palin. Questo lo si è visto anche nel
dibattito di ieri. McCain ha cercato di attaccare Obama sull’aborto o sul suo
legame con l’ex terrorista William Ayers, ma ha rinunciato ad eccedere su
questi temi nella consapevolezza che essi non gli avrebbero giovato
elettoralmente. Una scelta e una cautela, quelle di McCain, che hanno
scontentato molti commentatori conservatori (l’intellettuale neoconservatore
Charles Krauthammer è stato particolarmente severo su questo), ma che
difficilmente gli ha portato voti democratici e/o indipendenti. Obama esce pertanto
non solo illeso, ma addirittura rafforzato dai tre dibattiti televisivi. E alla
luce di quanto è accaduto nelle ultime settimane la vera sorpresa è che il suo
vantaggio nei sondaggi non sia ancora maggiore.

(Il Mattino, 17 ottobre 2008)

Il secondo dibattito

Obama
non è mai stato un grande debater. Manca dei tempi e, forse, anche della
cattiveria necessaria negli aspri scambi della discussione. Tanto è abile nell’offrire
sermoni dotti e straordinariamente raffinati per gli standard del discorso
politico statunitense quanto è lento e, spesso, impacciato nell’articolare
risposte secche e pungenti nei dibattiti dai tempi assai stretti della
televisione. Il modello townhall della discussione di ieri sera, invocato e
chiesto da McCain, avrebbe dovuto amplificare questa debolezza. Non è stato invece
così e quella di ieri è stata probabilmente la migliore performance televisiva
di Obama. Lo è stata nel merito ossia nella precisione e nel dettaglio delle
risposte di Obama, particolarmente stridente se confrontata con la pleonastica
e sloganistica retorica di McCain. E lo è stato nella simbologia. Il dibattito ha
visto contrapposti un Obama sicuro, giovane e decisamente a suo agio nella
piccola, ancorché asettica, townhall della Belmont University e un McCain
decisamente più impacciato e rigido, costretto a confrontarsi con una townhall
popolata non dai suoi soliti fan repubblicani, sempre pronti a commuoversi ed
entusiasmarsi per la sua storia di eroe del Vietnam. I sondaggi sembrano
premiare Obama. Contano però poco, ché negli stati cruciali il margine di
vantaggio di Obama su McCain è ancora troppo stretto (su questo ritornerò in un
prossimi post). Per potere vincere, McCain e Palin devono però riuscire in
un duplice, e potenzialmente contraddittorio, compito: mobilitare appieno la
base repubblicana, conquistando al contempo una maggioranza del voto
indipendente e una piccola fetta di quello democratico. Queste ultime settimane
saranno pertanto caratterizzate da un’ulteriore escalation degli attacchi
personali a Obama, al suo passato e alle sue conoscenze. Il lavoro sporco lo
farà (e lo sta già facendo) Sarah Palin, mentre McCain continuerà a
sottolineare la sua moderazione e il suo impegno alla collaborazione bipartisan,
come ha stancamente sottolineato più volte ieri. Dopo le due convention, i tre
dibattiti televisivi e gli sconquassi di questa ultima settimana i democratici
si trovano però in una posizione decisamente migliore di quanto non fosse solo
poche settimane orsono.

Michigan

Forse ci stiamo davvero trovando a un momento di svolta nella
campagna elettorale. La Palin sarà pure sopravvissuta al dibattito con Biden, dopo aver
imparato a memoria (e diligentemente recitato) almeno 50/60 risposte a possibili domande
e beneficiato della scelta democratica di non correre rischio alcuno. Una
scelta, però, che deriva dalla consapevolezza che il vantaggio di Obama-Biden si
sta consolidando e che non è il caso di correre di rischi. È di ieri, infatti,
la notizia che McCain ha deciso di chiudere la campagna in Michigan, dove aveva
investito molto e dove ormai ritiene di non avere più chance di vittoria. Un
pezzo di Midwest e 17 grandi elettori se ne vanno così a Obama. E questa, ben
più della Palin che per una volta non fa gaffe, è la vera notizia della
giornata

Perché Obama rimane favorito

I sondaggi indicano un graduale recupero di Obama in questi
ultimi giorni. Significa poco, come significava poco il rimbalzo
post-convention di McCain. Potrebbero succedere molte cose nelle settimane a
venire, ma tutto lascia prevedere che si tratterrà di un testa a testa, magari
non stretto come nel 2000 e nel 2004, ma comunque un testa a testa. Dal quale
ha più probabilità di uscire vincitore Obama, che rimane a dispetto di tutto
favorito. Di poco, ma favorito. Questo per le seguenti ragioni:

a)     
l’economia e il terremoto di questi ultimi mesi.
McCain ha fatto del proprio meglio per articolare un messaggio populista. Ma
rimane inestricabilmente legato a Bush e al suo lascito.

b)     
La scelta dei candidati vice-presidenti.
Difficile credere che la Palin-mania possa durare ed estendersi. L’entourage
di McCain sta facendo di tutto per tenerla in naftalina, non farla parlare se
non con uno script sotto gli occhi, evitarle interviste difficili e spontanee. Ma
questo controllo non può essere spinto oltre un certo limite e la prima
intervista alla ABC si è rivelata a dir poco imbarazzante. Al contempo, i media
cominciano ad esaminare e scoprire il passato politico di Palin e il profilo che
ne è emerge è assai diverso da quello della riformatrice incorruttibile presentato inizialmente. Per finire, e questo è forse il dato più
importante, Palin mobilita la base repubblicana, copre McCain a destra e,
probabilmente, conquista il voto di qualche soccer (o hockey) mom. Ma rischia
davvero di alienare quella parte del voto indipendente che McCain deve
assolutamente conquistare se vuole vincere (ora come ora i registrati democratici sono
infatti molti di più di quelli repubblicani)

c)     
Obama ha una macchina organizzativa, e un numero
di volontari sul campo, decisamente superiore. Potrebbe rivelarsi decisiva
nella conquista del voto degli indecisi e potrebbe aiutare ad intercettare quel
voto giovane, spesso elettoralmente apatico, ma che sembra preferire il
candidato democratico e che potrebbe essere decisivo in questa tornata.

d)     
La mappa elettorale favorisce Obama. Due o tre
vittorie all’interno di un gruppo di stati conquistati da Bush nel 2004 – Colorado,
New Mexico, New Hamsphire, Virginia, Nevada, Iowa – potrebbero compensare una
sconfitta in uno degli stati della Rustbelt.

Di nuovo, tutto può accadere, ma ora come ora Obama rimane favorito, una
cosa che in queste ultime settimane molti sembrano avere dimenticato

Dall’Alaska a Washington

La
scelta di Sarah Palin come candidato alla vice presidenza è davvero una
sorpresa. Dick Morris, il vecchio adviser di Bill Clinton ora trasformatosi in
un efficace commentatore politico conservatore, aveva sollecitato qualche giorno
fa i repubblicani a candidare una donna, per riaprire una ferita che nemmeno la
convention democratica avrebbe chiuso e per intercettare quel voto femminile,
tendenzialmente democratico ma non necessariamente liberal, deluso dalla
mancata candidatura di Hillary, se non alla presidenza quantomeno alla vice-presidenza.
È
questa la prima, ovvia spiegazione della inaspettata decisione di McCain. A un
ticket di due senatori uomini si contrappone quello di un uomo e una donna, di
un senatore della Sunbelt e di una governatrice del nord più profondo che ci sia,
del presidente potenzialmente più anziano nella storia del paese e della più
giovane guida che l’Alaska abbia mai avuto (oltre che della prima donna eletta
alla carica di governatore). Ma il riequilibrio non è solo anagrafico,
geografico e di genere. Palin porta in dote anche un importante capitale
politico e culturale: è membro della National Rifle Association, è schierata
contro l’aborto (e ha finora trovato il tempo per fare anche cinque figli),
sostiene le trivellazioni nella riserva artica. Bilancia in altre parole alcuni
di quegli elementi che in passato hanno portato McCain in rotta di collisione
con una parte della destra repubblicana. Li bilancia permettendo a McCain di
preservare, se non addirittura di rafforzare, la sua immagine di maverick
indipendente e coraggioso, capace di agire fuori dagli schemi e dalle
convenzioni. Perché scegliere una sconosciuta governatrice dell’Alaska, con
solo due anni di esperienza governativa alle spalle e con un magro diploma in
giornalismo alla University of Idhao nel suo palmares, è a tutti gli effetti
una scelta coraggiosa.
Coraggiosa
e ovviamente molto, molto rischiosa. Perché il vice-presidente è, e deve
essere, nei fatti e nelle percezioni il presidente in pectore. Deve essere credibilmente
presidenziale e pronto a subentrare in caso di necessità, come è peraltro avvenuto
più volte nella storia del paese (con Gerald Ford nel 1974, Lyndon Johnson nel
1963 e Harry Truman nel 1945, per menzionare gli esempi più recenti). Sarah
Palin potrebbe sorprendere tutti e rivelarsi candidata forte e carismatica. Ma
viene catapultata sulla scena politica nazionale senza esperienza alcuna che
non sia quella dell’Alaska e sarà costretta ad affrontare un confronto (e tre
dibattiti televisivi) con Joe Biden, che dell’esperienza e della competenza su
temi domestici e, ancor più, su quelli internazionali fa i suoi cavalli di
battaglia. Il rischio di gaffe, errori e scivoloni è alto e inevitabile. Non a
caso, alcuni leader democratici hanno subito paragonato Palin a uno dei più noti
gaffeur della recente storia statunitense: il vice-presidente di George Bush
Sr., Dan Quayle.
La scelta di Palin potrebbe inoltre rivelarsi controproducente per due
altre ragioni. La prima ha nuovamente a che fare con la sua inesperienza. Una
delle critiche più forti e incisive mosse finora dai repubblicani a Obama era
quella relativa alla sua mancanza d’esperienza governativa. Pochi anni al
senato dell’Illinois e a quello federale, si argomentava, non costituivano
titolo sufficiente per poter ambire alla più alta carica dello stato. Per la
quale si ritiene invece candidata plausibile una figura politica locale, che
guida da due anni uno degli stati meno popolati e politicamente influenti
dell’Unione. D’ora in poi i repubblicani dovranno rinunciare alla carta
dell’esperienza e, se possibile, questa carta passerà in mano ai democratici. La
scelta di Palin, la seconda donna dopo Geraldine Ferraro nel essere candidata alla vice-presidenza, finisce inoltre per togliere dai
riflettori Obama e per inserire nella contesa una figura terza, destinata a
sottrarre spazio ai due candidati presidenti. È probabile che questo fosse uno
degli obiettivi di McCain, come la tempistica della nomina mostra chiaramente. McCain
ha però tutto l’interesse a tenere Obama al centro della scena: a trasformare,
come ha fatto con successo in queste ultime settimane, le presidenziali in una
sorta di grande referendum, pro o contro Obama, evitando un confronto di merito
e, ancor più, una discussione sui fallimenti di Bush. Per questo un candidato
di basso profilo e una scelta convenzionale sarebbe potuta tornare utile. È di
Obama, della sua storia e delle sue vulnerabilità, presunte e reali, che si
deve parlare se i repubblicani vogliono vincere in novembre. Mentre da oggi si
parlerà, e molto, anche della sconosciuta Sarah Palin e del suo improbabile
viaggio dall’Alaska a Washington.

(“Europa”, 30 agosto 2008)

Il viaggio di Obama

Bisognerà aspettare gli incontri di oggi con i leader
israeliani e palestinesi e, ancor più, l’atteso discorso di domani a Berlino.
Ma il viaggio di Obama ha finora raggiunto l’obiettivo che si era preposto: che
non era riformulare la sua strategia per Iraq, enfatizzare l’importanza dell’Afghanistan
o sedare le perplessità di molti elettori statunitensi rispetto alle sue
posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Il viaggio serviva prima di tutto
per proiettare un’aura di “presidenzialità” attorno a Obama: per renderlo
credibile come futuro presidente; per ridefinirne l’immagine da candidato di
rottura – fresco, giovane ma anche inesperto e ingenuo – in autorevole statista in fieri.
A metà del guado la mission sembra essere stata accomplished. Facilitata peraltro da un
McCain che continua a confondere le carte geografiche (due giorni fa ha
parlato di un confine tra Iraq e Paqistan, cfr qui) e che viene posto sulla
difensiva anche sui temi della politica estera e di sicurezza.

Presidenziali USA: Istruzioni per l’uso, Parte II

Sia Obama sia McCain rivendicano la
possibilità/necessità/capacità di modificare la mappa elettorale di quest’autunno,
alterando equilibri consolidati e ben in evidenza nel 2000 e nel 2004. Nulla
può essere escluso e dinamiche inattese potrebbero travolgere uno o l’altro
candidato. Oggi come oggi, però, è difficile non immaginare una competizione
stretta e serrata, destinata a essere decisa da pochi stati cruciali. Quali
sono gli swing states o, meglio, le swing regions di quest’autunno, sulle quali
McCain e Obama stanno già indirizzando le loro attenzione e, anche, le loro
risorse? Ne indico tre, in ordine decrescente d’importanza, riportando i dati
del 2004 come termine di paragone:

Il Midwest della Rustbelt


L’Illinois sarà ovviamente vinto da Obama. Secondo i
sondaggi, l’Indiana, vinta largamente da Bush nel 2000 e nel 2004, sarebbe
invece in gioco. Io faccio molta fatica a crederlo e suggerisco invece di
soffermarsi su 4 stati fondamentali: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin.
In totale fanno 68 grandi elettori. Kerry ne conquistò 48 nel 2004, perdendo
solo in Ohio (e la sconfitta gli fu fatale). Obama deve quantomeno ottenere un
risultato simile, in stati – Ohio, Pennsylvania  – dove ha subito pesanti sconfitte nelle primarie (e se si fosse votato in Michigan non sarebbe andata granché diversamente). La situazione oggi è
assi diversa rispetto al 2004 e l’impopolarità dei repubblicani elevatissima. Ma qui si
concentra una parte di quel voto bianco che sembra rifiutare non tanto la proposta di Obama, quanto la sua identità di afro-americano, giovane e colto. Non è detto che quel voto vada tutto ai
repubblicani (l’astensione rimane un’opzione) e non è detto che tutto quel voto
sia necessario (Kerry conquistò la Pennsylvania, anche se Bush ottenne il 10%
in più di voti tra gli elettori bianchi senza una laurea). I
sondaggi, per quel (poco) che contano oggi, sono abbastanza incoraggianti per
Obama. Questa è però la regione cruciale dove si potrebbe vincere o perdere in
autunno.

Il Primo Sud

 
Mi riferisco qui soprattutto a Virginia e North Carolina,
persi dai democratici nel 2000 e nel 2004 e che assieme portano 28 grandi
elettori (rispettivamente 13 e 15). Sono stati particolari, soprattutto la
Virginia, che combinano una popolazione afro-americana quasi doppia rispetto a
quella nazionale (ca il 21% di quella complessiva in Virginia e il 22% in North Carolina), con la
presenza di giovani e di bianchi con reddito alto ed educazione universitaria,
che gravitano su Washington (in Virginia) e sui distretti high tech e le
cittadelle universitarie (a partire da Duke e da UNC-Chapel Hill) nel caso
della North Carolina. Si tratta – giovani, neri e bianchi benestanti – del
nucleo della coalizione obamiana.

Mettere in gioco Virginia e North Carolina vorrebbe dire cambiare
la dinamica della competizione elettorale, obbligando McCain a dirottarvi soldi
e risorse e generando possibili, ancorché improbabili, riverberi nel resto del sud .
Non è un caso che il primo viaggio post-nomination di Obama sia iniziato
proprio in North Carolina. E non è un caso che i primi sondaggi diano una
situazione di virtuale parità in Virginia (Rasmussen, di cui mi fido di più,
dice tre punti per McCain ovvero nulla).
 

Il Sudovest


Tre sono gli stati in gioco: New Mexico, Nevada, Colorado. Insieme
fanno 19 grandi elettori. Uno meno dell’Ohio. Bush li vinse tutti nel 2004.
Improbabile McCain possa fare altrettanto questo autunno. Qui Obama non attiva
dinamiche nuove, ma può sfruttare processi già manifestatisi negli ultimi cicli
elettorali: la clamorosa conquista di un seggio al senato da parte di Ken
Salazar in Colorado nel 2004; la popolarità di Richardson in New
Mexico, dal 2003 tornato in mano ai democratici ; la forza del sindacato dei lavoratori nel settore dell’alberghiera e
della ristorazione (la Culinary Workers’ Union) in Nevada; soprattutto il peso
dell’elettorato ispanico. Al quale non piace granché Obama, ma che difficilmente
sceglierà McCain, alla luce delle posizioni dominanti tra i repubblicani sui
temi dell’immigrazione.

Vi sono poi alcuni altri singoli swing states, a partire dal New Hampshire (4 grandi elettori) e dal Missouri (11), importanti soprattutto
per la loro valenza simbolica, in particolare il Missouri, dove nell’ultimo secolo hanno vinto tutti i candidati eletti presidenti, con la sola eccezione del 1956, quando
Adlai Stevenson prevalse di misura su Eisenhower. Detto questo, la partita
sembra giocarsi per il momento altrove e l’unità dei democratici sarà
fondamentale per mantenere un equilibrio a loro vantaggio nella Rustbelt.