Mario Del Pero

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Pennsylvania

Mancano 3 giorni a un altro passaggio nodale di queste
infinite primarie democratiche. Un passaggio decisivo se in Pennsylvania Obama vince o perde di misura. La
gran parte dei sondaggi e delle previsioni danno però Hillary Clinton avanti con
margini che variano tra i 3 e i 14 punti (Rasmussen, tra i più affidabili
finora, dice tre punti; LA Times/Bloomberg cinque; Quinnipiac sei). Margini
insufficienti per riaprire una contesa che è, matematicamente, chiusa, ma bastanti
per trascinarla per altre settimane, in attesa della prossima tornata importante,
nella quale voteranno Indiana e North Carolina (il 6 maggio). A dispetto delle
recenti gaffe e leggerezze di Obama, il numero di superdelegati schierati al
suo fianco continua a crescere. Alcuni seniores del partito (Robert Reich e l’ex
senatore della Georgia Sam Nunn) hanno dato il loro endorsement a Obama,
denunciando la campagna, sempre più negativa e scorretta, della Clinton (si
veda ad esempio questo ad televisivo che circola in Pennsylvania). Molti esperti (Judis, Teixeira, Cost, VandenHei, et al.) sottolineano invece come Obama sia vulnerabile presso settori importanti
del partito democratico (blue-collar bianchi, ebrei, ispanici), che saranno
fondamentali in alcuni swing states di novembre, tra i quali Florida, Ohio,
Pennsylvania e New Mexico. La grande coalizione costruita da Obama, e centrata
sui giovani, gli afro-americani e una parte maggioritaria dell’elettorato con
istruzione universitaria –  affermano – non ha i numeri per vincere ed è assai
meno nuova di quanto non si dica: alcuni commentatori la presentano addirittura
come una replica del 1972. Vi è un elemento di verità in tutto ciò. Ma è una
verità parziale, che omette alcuni altri importanti elementi, su tutti la
dimostrata capacità di Obama di intercettare una parte rilevante del voto
indipendente, di aumentare la base potenziale del voto e di rimettere potenzialmente
in gioco alcuni stati del sud che i democratici hanno perso nettamente sia nel
2000 sia nel 2004 (e rendere competitivi nuovi stati obbliga comunque l’avversario
a destinarvi tempo, energie e risorse, sottratti così ad altri teatri). Come ho
scritto più volte, l’auspicio sarebbe che la contesa si chiudesse il prima
possibile con la vittoria di Obama. Ciò permetterebbe di concentrarsi
finalmente sulle presidenziali e di sfruttare le tante debolezze di McCain, che
giusto ieri, davanti a un’America sfiduciata e impaurita, ha dato un giudizio
positivo delle politiche economiche di Bush. E chiuderla con le primarie, permetterebbe,
tra le altre cose, di non dover più vedere Hillary Clinton trangugiare un
bicchiere di whisky, in uno show di supposta virilità che rimarrà tra i momenti più
imbarazzanti di questa campagna elettorale.

Bitter America Part II

Se qualcuno si chiede perché la Clinton, a dispetto di
programmi e preparazione, si è resa insopportabile a molti elettori democratici
consiglio di guardare qui.

Se qualcuno non si spiega ancora il fascino che i sermoni di
Obama riescono a esercitare si guardi qui.

Se qualcuno ancora s’interroga su quanto il prolungamento delle
primarie stia nocendo ai democratici, li guardi entrambi.

Obama e la biografia della nazione

Discorso abile, furbo e certamente non facile, quello tenuto da Obama oggi a Filadelfia sulla questione razziale e sulle controverse dichiarazioni del pastore della sua chiesa di Chicago (la Trinity United Church of Christ), Jeremiah A. Wright Jr.. Il testo del discorso lo trovate qui.
Obama critica le dichiarazioni di Wright, ma non rinnega il suo legame con lui e con la sua chiesa; una volta ancora, fa della sua biografia la possibile biografia della nazione (di cui egli diventa quindi incarnazione ultima e presidente inevitabile); rivendica il coraggio di parlare esplicitamente del problema razziale, senza in realtà farlo. Ne esce, rimodulato per l’occasione, un discorso inclusivo, sincretico, ecumenico e straordinariamente patriottico. Abile, per l’appunto, in quanto vecchio quanto gli Stati Uniti stessi. Perché dietro la patina del nuovismo obamiano, sta una retorica antica: quella di un’ennesima, perenne rinascita che solo negli Stati Uniti è possibile. Topos contraddittorio e ambiguo quanto volete, questo, ma la cui forza politica e retorica rimane ancor oggi straordinaria.

Game over, then

Sette dei quattordici delegati conquistati da Edwards nei
caucus dell’Iowa hanno annunciato ieri che sosterranno Obama alla convention di
Denver. Quasi il doppio dei delegati (quattro) recuperati da Hillary Clinton
con la sua vittoria in Texas. I numeri rivelano una verità difficilmente
contestabile. Senza contare i superdelegati, molti dei quali stanno però
annunciando il loro sostegno a Obama, il senatore dell’Illinois ha un vantaggio
ora di 170 delegati. Clinton può sperare di recuperarne la metà o poco più,
stravincendo in Pennsylvania (ma perderà di lì a poco in North Carolina) e
tornando a votare in Florida e nel Michigan. La partita è in altre parole
chiusa. Ci vorrebbe davvero un bizzarro colpo di mano per riaprirla. Un colpo
di mano che spaccherebbe i democratici e avvantaggerebbe ancor più McCain, già
in rimonta nei sondaggi grazie alla guerra fratricida tra Clinton e Obama. La
politica sa essere implacabile. Perde probabilmente la candidata più preparata
e quella che su alcune questioni nodali – riforma sanitaria su tutte – ha
assunto posizioni più coraggiose e progressiste. Ma il voto è stato un altro e
avremo tempo di rifletterci sopra assieme. Game Over, then. Prima i
clintonistas lo riconoscono, meglio è per tutti. Anche per noi europei.