Mario Del Pero

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Dall’Alaska a Washington

La
scelta di Sarah Palin come candidato alla vice presidenza è davvero una
sorpresa. Dick Morris, il vecchio adviser di Bill Clinton ora trasformatosi in
un efficace commentatore politico conservatore, aveva sollecitato qualche giorno
fa i repubblicani a candidare una donna, per riaprire una ferita che nemmeno la
convention democratica avrebbe chiuso e per intercettare quel voto femminile,
tendenzialmente democratico ma non necessariamente liberal, deluso dalla
mancata candidatura di Hillary, se non alla presidenza quantomeno alla vice-presidenza.
È
questa la prima, ovvia spiegazione della inaspettata decisione di McCain. A un
ticket di due senatori uomini si contrappone quello di un uomo e una donna, di
un senatore della Sunbelt e di una governatrice del nord più profondo che ci sia,
del presidente potenzialmente più anziano nella storia del paese e della più
giovane guida che l’Alaska abbia mai avuto (oltre che della prima donna eletta
alla carica di governatore). Ma il riequilibrio non è solo anagrafico,
geografico e di genere. Palin porta in dote anche un importante capitale
politico e culturale: è membro della National Rifle Association, è schierata
contro l’aborto (e ha finora trovato il tempo per fare anche cinque figli),
sostiene le trivellazioni nella riserva artica. Bilancia in altre parole alcuni
di quegli elementi che in passato hanno portato McCain in rotta di collisione
con una parte della destra repubblicana. Li bilancia permettendo a McCain di
preservare, se non addirittura di rafforzare, la sua immagine di maverick
indipendente e coraggioso, capace di agire fuori dagli schemi e dalle
convenzioni. Perché scegliere una sconosciuta governatrice dell’Alaska, con
solo due anni di esperienza governativa alle spalle e con un magro diploma in
giornalismo alla University of Idhao nel suo palmares, è a tutti gli effetti
una scelta coraggiosa.
Coraggiosa
e ovviamente molto, molto rischiosa. Perché il vice-presidente è, e deve
essere, nei fatti e nelle percezioni il presidente in pectore. Deve essere credibilmente
presidenziale e pronto a subentrare in caso di necessità, come è peraltro avvenuto
più volte nella storia del paese (con Gerald Ford nel 1974, Lyndon Johnson nel
1963 e Harry Truman nel 1945, per menzionare gli esempi più recenti). Sarah
Palin potrebbe sorprendere tutti e rivelarsi candidata forte e carismatica. Ma
viene catapultata sulla scena politica nazionale senza esperienza alcuna che
non sia quella dell’Alaska e sarà costretta ad affrontare un confronto (e tre
dibattiti televisivi) con Joe Biden, che dell’esperienza e della competenza su
temi domestici e, ancor più, su quelli internazionali fa i suoi cavalli di
battaglia. Il rischio di gaffe, errori e scivoloni è alto e inevitabile. Non a
caso, alcuni leader democratici hanno subito paragonato Palin a uno dei più noti
gaffeur della recente storia statunitense: il vice-presidente di George Bush
Sr., Dan Quayle.
La scelta di Palin potrebbe inoltre rivelarsi controproducente per due
altre ragioni. La prima ha nuovamente a che fare con la sua inesperienza. Una
delle critiche più forti e incisive mosse finora dai repubblicani a Obama era
quella relativa alla sua mancanza d’esperienza governativa. Pochi anni al
senato dell’Illinois e a quello federale, si argomentava, non costituivano
titolo sufficiente per poter ambire alla più alta carica dello stato. Per la
quale si ritiene invece candidata plausibile una figura politica locale, che
guida da due anni uno degli stati meno popolati e politicamente influenti
dell’Unione. D’ora in poi i repubblicani dovranno rinunciare alla carta
dell’esperienza e, se possibile, questa carta passerà in mano ai democratici. La
scelta di Palin, la seconda donna dopo Geraldine Ferraro nel essere candidata alla vice-presidenza, finisce inoltre per togliere dai
riflettori Obama e per inserire nella contesa una figura terza, destinata a
sottrarre spazio ai due candidati presidenti. È probabile che questo fosse uno
degli obiettivi di McCain, come la tempistica della nomina mostra chiaramente. McCain
ha però tutto l’interesse a tenere Obama al centro della scena: a trasformare,
come ha fatto con successo in queste ultime settimane, le presidenziali in una
sorta di grande referendum, pro o contro Obama, evitando un confronto di merito
e, ancor più, una discussione sui fallimenti di Bush. Per questo un candidato
di basso profilo e una scelta convenzionale sarebbe potuta tornare utile. È di
Obama, della sua storia e delle sue vulnerabilità, presunte e reali, che si
deve parlare se i repubblicani vogliono vincere in novembre. Mentre da oggi si
parlerà, e molto, anche della sconosciuta Sarah Palin e del suo improbabile
viaggio dall’Alaska a Washington.

(“Europa”, 30 agosto 2008)