Mario Del Pero

Iran, Stati Uniti e il controllo delle escalation

Tutti gli attori coinvolti in questa ultima escalation della crisi iraniana hanno interesse ad alzare la soglia della tensione. Nessuno – con la parziale eccezione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – vuole che essa degeneri in un vero e proprio conflitto militare. Ed è su questo sottile crinale che ci si muove, in una situazione di altissimo rischio dove – la storia ci è sempre da monito – un passo falso o un malinteso possono far saltare il precario equilibrio e provocare una guerra.

Da tempo Trump cercava di scatenare una crisi. Una reazione scomposta da parte di Teheran gli avrebbe permesso di rivendicare la bontà della decisione di uscire dall’accordo del 2015 e di sollecitare gli alleati europei a seguire la sua linea. A questo capitale diplomatico si sarebbe aggiunto quello politico-elettorale. L’Iran, a volte lo si scorda, è forse lo stato più inviso all’opinione pubblica americana: un nemico esistenziale, in alcune caricaturali rappresentazioni, del quale secondo Gallup più dell’80% degli americani dà un giudizio totalmente negativo. Nei circoli conservatori washingtoniani permane infine il sogno di un possibile cambiamento di regime: l’idea che esercitando una massima pressione economica e militare il regime iraniano potrebbe infine collassare. E che anche sopravvivendo sarebbe costretto a moderare la sua azione in altri teatri di crisi, a partire da quello siriano.

È una scommessa ad alto rischio, quella dell’amministrazione statunitense. Gli Usa si trovano vieppiù isolati internazionalmente e da più parti li si accusa di avere deliberatamente (e dolosamente) esasperato le tensioni. L’ostilità all’Iran dell’elettorato è pareggiata dalla sua avversione a nuove interventi militari in Medio Oriente, che pochi negli Usa davvero desiderano. Tra quei pochi vi è, questo vero, quel John Bolton che Trump ha voluto alla guida del Consiglio di Sicurezza Nazionale e con il quale sembra essere oggi in rotta di collisione. Il Presidente ha cavalcato, condiviso e sfruttato elettoralmente questo diffuso anti-interventismo; ha interesse ad alzare la soglia dello scontro, lo si è detto, non a perderne il controllo. Non vuole, insomma, la guerra che da tempo Bolton e molti neoconservatori sollecitano.

Una guerra che di certo non voglio nemmeno a Teheran, dove si è pienamente consapevoli di quanto devastante sarebbe un’azione statunitense. Ma ad acuire l’escalation ha contribuito anche l’Iran. Non sappiamo davvero chi sia responsabile dei recenti attentati alle petroliere in transito nello stretto di Hormuz, anche se le immediate ricostruzioni offerte da Washington soffrono del pesante deficit di credibilità dell’intelligence statunitense e di questa amministrazione. Di certo, però, una crisi sempre più pericolosa e ingestibile obbliga gli altri attori della comunità internazionale a intervenire, offrendo proposte di mediazione che passano inevitabilmente per la richiesta iraniana di trovare il modo di attenuare gli effetti della pesante politica di sanzioni imposta da Trump. Anche all’Iran, in altre parole un’escalation controllata può fare gioco.

Controllare le escalation è però spesso più semplice a dirsi che a farsi, a maggior ragione quando la credibilità della principale potenza è in gioco e soggetti terzi, a partire dal cruciale alleato saudita, spingono per trascinarla in una contesa che va avanti da tempo. Ci si muove insomma su di un filo, sottile e pericolosissimo. E considerando chi sul quel filo vi cammina, da una parte come dall’altra, tranquilli non si può davvero stare.

GALEOTTI E VOTO

 

Era stato uno dei risultati più importanti dei tanti referendum statali tenutisi contestualmente al voto di mid-term del 2018: l’amendment 4 votato a larga maggioranza in Florida (64.5%) ripristinava il diritto di voto di chi, condannato, aveva scontato la propria sentenza incluso il periodo successivo di libertà condizionale/vigilata (Parole/Probation), con l’eccezione degli omicidi o delle violenze sessuali (https://ballotpedia.org/Florida_Amendment_4,_Voting_Rights_…). A beneficiarne sarebbero stati circa 1milione e 400mila di ex carcerati: la Florida aveva infatti una delle legislazioni statali più severe in assoluto, che di fatto toglieva a vita il diritto di voto a chiunque fosse stato condannato (l’unica possibilità era un intervento del governatore che ripristinava il diritto di voto perduto). Una condizione, questa, che l’accomunava ad altri 8 stati, anche se in molti di questi vi sono stati interventi legislativi ed esecutivi recenti che hanno creato eccezioni, spesso a seconda del tipo di reato commesso (https://felonvoting.procon.org/view.resource.php…). I due stati più “tolleranti” sono invece Maine e Vermont, dove si può votare anche in carcere (http://www.ncsl.org/…/elections-an…/felon-voting-rights.aspx). La Florida, si diceva: stato conteso e swing state presidenziale, come sappiamo bene, che decise (per 537 voti, lo 0.01%) le presidenziali del 2000, e che Trump ha vinto per 110mila voti nel 2016. Immettere 1milione e 400mila elettori, con un’ampia presenza di afroamericani (quasi il 50% degli attuali incarcerati nello Stato anche se sono il 17% della popolazione, fig.1), può sortire in prospettiva effetti elettorali rilevanti, anche se tutti gli esperti concordano che sul breve periodo (i.e.: Presidenziali 2020) l’impatto sarà limitato, visto i tempi lunghi di registrazione nelle liste elettorali, la notoria (e spesso grottesca) farraginosità del processo, ecc.. Sia come sia, l’assemblea legislativa dello Stato – a maggioranza repubblicana – è intervenuta, mettendo dei paletti ben precisi a questa riacquisizione del diritto di voto (https://www.nytimes.com/…/florida-felon-voting-amendment-4.…). Che sarà limitata a chi avrà saldato tutte le spese legali pregresse e pagato le sanzioni che hanno accompagnato la condanna. Cosa ovviamente quasi impossibile per la maggioranza degli ex detenuti….

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Mr. Salvini va a Washington 

 

Il tempo della storia sembra scorrere sempre più accelerato. Nel 2015 pochi leader politici europei avrebbero incontrato un faccendiere controverso e grossolano come Donald Trump, la cui popolarità era allora primariamente legata al suo brutale reality televisivo “The Apprentice” (l’apprendista). Neanche un anno più tardi, ed era invece il candidato presidenziale repubblicano a prendere le distanze dal giovane leader leghista, immortalato durante un fugace incontro col futuro Presidente: in una successiva intervista, Trump affermò di non aver voluto incontrare Salvini e di ritenere che non vi fosse un terreno comune con una forza come la Lega.

Passano altri tre anni, ed ecco che Salvini, non ancora premier ma certo uomo forte del Governo e della politica italiana, si reca negli Usa per incontrare il vice-Presidente Pence, il segretario di Stato, Pompeo e, forse, lo stesso Trump. Questi repentini cambiamenti sono ovviamente il prodotto di risultati elettorali e conseguenti sconvolgimenti politici. Cosa ci dicono, però, e come si spiega questo viaggio lampo in America del nostro Vicepresidente del Consiglio? Tre elementi meritano di essere qui i sottolineati.

Il primo è che il viaggio di Salvini s’inserisce dentro la storia dell’Italia e delle relazioni italo-statunitensi del post-Seconda Guerra Mondiale. Una storia nella quale la visita negli Usa ha spesso rappresentato per i politici italiani un momento di riconoscimento: una specie d’investitura da parte dell’alleato maggiore e della principale potenza mondiale. In forme e con esiti diversi, questa dimensione la vediamo nel famoso primo viaggio di Alcide De Gasperi nel gennaio 1947 come nelle visite a Obama di Renzi. Non sempre tutto ciò ha funzionato, ci mancherebbe. Ma è chiaro che Salvini, come molti prima di lui, si reca a Washington in cerca di una legittimazione americana da spendere poi politicamente in Italia.

Il secondo elemento mostra anch’esso elementi di continuità storica, anche se in questo caso il passato è un bel po’ più recente. Obama e il suo segretario del Tesoro, Timothy Geithner, cercarono in più riprese di costruire un asse speciale con l’Italia funzionale a contestare quell’austerity imposta dalla Germania merkeliana che Washington riteneva allora nociva per la ripresa globale e dannosa politicamente per l’amministrazione. Monti, Letta e Renzi furono in successione corteggiati con lo scopo di rafforzarli politicamente in Italia e di creare un contrappeso allo strapotere tedesco in Europa. Questa dimensione anti-tedesca è ovviamente ben visibile nel nuovo asse italo-statunitense odierno, anche se essa è ora declinata in modo assai diverso, che a essere presa di mira non è più l’austerity ma una UE germanocentrica con la quale gli Usa hanno un monumentale squilibrio commerciale e di cui Trump (e in una certa misura Salvini) auspicano la disgregazione.

E questo ci porta al terzo e ultimo punto. La visita di Salvini segue di pochi giorni quelle – ufficiali e di Stato – del premier ungherese Orban e del Presidente polacco Duda. Trump ha a più riprese fatto chiara la sua ostilità sia all’Unione Europea sia ad alleanze permanenti che vincolano e costringono la potenza statunitense. Da sostituirsi, queste ultime, con relazioni bilaterali contingenti, legate agli interessi americani e alla affinità politico-ideologica con il partner di turno. L’Italia di oggi e, ancor più, quella futuribile di Salvini sembrano rispondere perfettamente a queste condizioni, tanto che dall’Iran al Venezuela, il nostro Ministro dell’Interno ha in più occasioni ostentato la sua convergenza di vedute con Trump. E quello tra gli Usa di Trump e l’Italia sembra oggi essere, o poter diventare, un asse transatlantico e anti-europeo come non ve ne sono stati altri nella storia.

 

Il Giornale di Brescia, 17 giugno 2019

IL PRESIDENTE DEI DEBOLI?

Stiamo assistendo, in Italia forse più che altrove, a una sorta di rivalutazione di Donald Trump. Non sono solo i tanti commentatori conservatori che, fatta pace con una certa rozza inciviltà del Presidente statunitense, ne apprezzano le politiche fiscali, le nomine di giudici di destra alle corti federali e a quella Suprema, o l’atteggiamento su temi etici sensibili, a partire dall’aborto. Ora, Trump pare piacere molto anche a una certa sinistra intellettuale – l’ultimo in ordine di tempo è il celebre giornalista di “Repubblica” Federico Rampini – secondo la quale egli promuoverebbe politiche più attente a quei ceti popolari dolosamente abbandonati dai liberal statunitensi e dalla sinistra europea. A sostegno di questa tesi, i neo-trumpiani di casa nostra portano abitualmente una serie di luoghi comuni che il tempo sembra avere trasformato in verità acclarate. Trump, si dice, è riuscito a dar voce al malcontento di un’America impoverita che, mobilitatasi elettoralmente nel 2016, in particolare negli stati più industrializzati del Midwest, lo ha spinto alla vittoria; le sue ruvide politiche commerciali stanno rilanciando il paese e riportando posti di lavoro in quelle industrie decimate dalla competizione globale; il suo nazionalismo economico e culturale corregge finalmente livelli di diseguaglianza cresciuti in modo non più tollerabile e rimette al centro della scena quell’americano medio che nell’ultimo mezzo secolo non ha visto crescere il proprio reddito. A sostegno di queste tesi, si cita l’alto tasso di crescita del PIL, che quest’anno dovrebbe attestarsi attorno al 2.5, e una disoccupazione stabile attorno al 3.6%. Cifre ed esempi, a dire il vero, un bel po’ scarni per giustificare tali entusiasmi, a maggior ragione se consideriamo che per ottenerli Trump sta accettando una vera e propria esplosione del deficit che, a politiche immutate, è destinato a collocarsi tra il 4 e il 5% del PIL nel prossimo decennio.

Ma è un po’ tutto l’impianto teorico e fattuale di questo italianissimo trumpismo a non reggere: a rivelare come esso sia spesso una proiezione di commentatori non molto informati e preparati, a uso e consumo di dibattiti e polemiche italiani che poco o nulla hanno a che fare con la realtà statunitense. Nessuna mobilitazione dei ceti popolari e della mitica working class del Midwest ha portato Trump alla Casa Bianca nel 2016, come oggi mille studi e analisi dimostrano. Anzi, in quegli stati e nelle loro contee più industriali Trump ha perso centinaia di migliaia di voti (spesso il 25-30%) rispetto a quelli di Obama del 2008-12; a perdere, in altre parole, sono stati la Clinton e i democratici, abbandonati da elettori delusi che non si sono però affatto lanciati su Trump (e lo hanno poi punito severamente alle elezioni di mid-term del 2018). Nessuna re-industrializzazione è in corso; la curva degli occupati nel settore industriale – che, a volte lo si dimentica, corrispondono appena all’8/9% del totale – non ha conosciuto alcuna impennata dopo l’elezione di Trump ed è in (lenta) crescita almeno dal 2010. Per quanto riguarda le tasse, la riforma del 2017 ha aumentato la regressività del sistema, tagliando l’aliquota sui redditi più alti e riducendo drasticamente quella su imprese che già beneficiano di mille sgravi ed esenzioni. La difesa dei più poveri? Trump non ha fatto nulla per aumentare un salario minimo che, a livello federale, è sceso del 40% in 50 anni. E ha cercato in tutti i modi di rovesciare la riforma sanitaria di Obama, congelando ad esempio i finanziamenti destinati all’estensione del programma pubblico Medicaid. Mille altri esempi potrebbero essere offerti, dall’ambiente alla tutela dei consumatori di prodotti finanziari. A dimostrare che Trump può essere davvero tante cose, ma non il Presidente dei deboli.

 

 

Trump e la working class

Qualche dato e sondaggio per quelli che no – razzismo, pregiudizio e disinformazione – non c’entrano nulla col fenomeno Trump, catalizzato invece dal legittimo malcontento di una working class impoverita dalle dinamiche d’integrazione globale dell’ultimo mezzo secolo (che c’è, figuriamoci, ma è una variabile elettorale assai meno importante di quanto non si creda) :
 
– ll sondaggio più recente di cui disponiamo (dicembre 2017, più di un anno dopo l’elezione di Trump) ci dice che il 51% dei repubblicani registrati crede che Obama sia nato in Kenya. La percentuale sale al 57% di chi ha votato Trump alle presidenziali del 2016 (https://www.newsweek.com/trump-birther-obama-poll-republicans-kenya-744195)
 
– Secondo un sondaggio del maggio 2016, il 72% dei repubblicani dubitava del fatto che Obama fosse nato negli Usa. Solo il 27% si dichiarava sicuro che fosse così (https://thehill.com/blogs/ballot-box/presidential-races/291059-poll-majority-of-republicans-still-doubt-obamas)
 
– Il 67% di chi aveva votato Trump alle primarie si dichiarava convinto che Obama fosse segretamente mussulmano; una percentuale che scendeva al 43% per tutti i repubblicani (https://www.publicpolicypolling.com/polls/gop-quickly-unifies-around-trump-clinton-still-has-modest-lead/ e https://thehill.com/blogs/blog-briefing-room/news/253515-poll-43-percent-of-republicans-believe-obama-is-a-muslim)
 
– Nel 2016 Trump ha vinto il voto bianco 54 a 39. Quello bianco maschile addirittura 62 a 32 (Vhttps://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/). Vi sono differenze sostanziali in questo voto se misurato sulle fasce di reddito ? Più è basso questo reddito più si vota per Trump ? Assolutamente no. E distribuito omogeneamente attraverso le diverse fasce ; Anzi, studi recenti (https://www.prri.org/research/white-working-class-attitudes-economy-trade-immigration-election-donald-trump/) sembrano indicare che chi, nella working class bianca più povera, metteva le matrici economiche come catalizzatore di voto più di immigrazione, conservatorismo culturale et al, ha votato più Clinton di Trump (dinamica che poi abbiamo visto bene al successivo voto di mid-term)

GUANTANAMO E LA NOTTE DELLA RAGIONE

La Corte Suprema torna ad occuparsi del carcere speciale di Guantanamo (Gitmo) ovvero rifiuta di farlo, non prendendo in considerazione l’appello di uno dei 40 prigionieri ancora incarcerati, Moath Hamza Ahmed al-Alwi, l’artista del carcere (qui alcune sue opere: https://www.artfromguantanamo.com/moath-alalwi)
 
L’appello di Moath al-Alwi era diverso da quelli di altri prigionieri, quasi sempre centrati sulla contestazione dell’aver effettivamente fatto parte di Al-Qaeda (la gran parte degli incarcerati sono stati catturati attraverso un sistema di taglie: venduti agli americani, non di rado con prove assai flebili se non inesistenti). Catturato in Afghanistan nel 2001 e trasferito a Guantanamo nel 2002, Moath al-Alwi non contesta (né ammette) di aver fatto parte di una milizia legata a Al-Qaeda che combatteva contro l’Alleanza del Nord. Mette però in discussione la validità delle basi legali con cui è stato giustificato il suo incarceramento: i provvedimenti adottati dopo l’11 settembre 2001, lo stato di guerra che ne è conseguito, la decisione iniziale di non applicare la convenzione di Ginevra per gli “unlawful enemy combatants” contro cui combattevano gli Usa, le sentenze della Corte Suprema che seguirono, il fallimentare sistema di tribunali militari che avrebbe dovuto processare i prigionieri, e il bordello legale che ne è seguito (qui due utili sintesi: https://www.cairn.info/revue-interdisciplinaire-d-etudes-juridiques-2016-1-page-211.htm#
e https://www.bu.edu/today/2013/gitmo-the-legal-mess-behind-the-ethical-mess/). In sintesi, Moath al-Alwi dice di rischiare di passare il resto dei suoi giorni a Guantanamo (possibilità concreta) come prigioniero di un conflitto che non c’è più. Uno dei 4 giudici più liberal – e su queste vicende verrebbe voglia di dire “assennati” – della Corte, Stephen Breyer, sembra essere d’accordo. In una dichiarazione contestuale al rifiuto della Corte di accogliere l’appello di Moath al-Alwi, Breyer sottolinea come i conflitti attuali nei quali sono impegnati gli Usa siano diversi da quelli che determinarono, e giustificarono, la creazione di Gitmo: Moath al-Alwi rischia di “passare la sua vita in detenzione sulla base del suo status di nemico combattente (enemy combatant) di una generazione fa”, scrive Breyer.
 
La vicenda ci mostra una volta di più quali follie furono prodotte dalla notte della ragione che seguì l’11 settembre 2019. Una notte della ragione che ha piantato radici profonde e mai recise: con il suo consueto lessico da bullo di 2a media, Trump promise di tornare a “riempire Guantanamo di tipacci” (“to load it up with some bad dudes”), ma in realtà, come chi l’ha preceduto, non sa come gestire neanche i 40 prigionieri rimasti. Obama s’impegnò a chiuderlo quel carcere, ma il piano si arenò sugli scogli del Congresso e di un’opinione pubblica interna che, diversamente da quella internazionale, di Gitmo non dà un giudizio negativo e fu – e rimase fino alla fine del suo mandato – risolutamente contraria a chiuderlo, trasferendo un paio di dozzine di prigionieri in un carcere di massima sicurezza negli Usa (https://edition.cnn.com/2016/03/04/politics/guantanamo-bay-poll-north-korea/index.html). I tribunali militari creati ad hoc non hanno funzionato: a fronte di costi elevatissimi, in 17 anni hanno prodotto 8 condanne, di cui 6 patteggiate e tre in seguito annullate, contro i 600 terroristi processati (e condannati) attraverso un regolare processo nelle corte federali (https://www.lawfareblog.com/its-time-admit-military-commissions-have-failed). Prima Bush e poi Obama hanno svuotato il carcere primariamente attraverso accordi bilaterali con paesi che hanno accettato di prendere a carico dei prigionieri (la stessa Italia a quanto pare se ne è presa tre; fecero scalpore a suo tempo i sei spediti in Uruguay…: https://www.nytimes.com/interactive/projects/guantanamo/transfer-countries). Degli attuali 40 prigionieri, 5 sono in attesa di essere liberati, dopo essere stati prosciolti da tutte le accuse e ben 26 rimangono in un limbo, e la possibilità che restino a vita a Guantanamo è assai alta: sono considerati pericolosi, ma non vi sono prove certe nei loro confronti o quelle ottenute non possono essere utilizzate nemmeno nelle corti messe in piedi per Gitmo, spesso in quanto ottenute attraverso la tortura (altra disarmante conseguenza del 9 settembre). Una notte della ragione, si diceva. E i numeri dell’American Civil Liberties Union (https://www.aclu.org/issues/national-security/detention/guantanamo-numbers, cfr. sotto), ormai non più aggiornati, sono lì a ricordarcelo:
 
– 779 incarcerati, di cui appena il 5% catturati dall’esercito statunitense e ben l’86% venduti dietro una ricompensa (bounty)
– 9 i prigionieri morti in carcere, 7 per suicidio. Il più giovane aveva 21 anni al momento del suicidio ed era stato catturato 16enne
– 21 i minori portati nel carcere. Il più giovane aveva 13 anni. Il prigioniero più anziano aveva 89 anni
– più di 200 i funzionari del FBI che hanno denunciato “abusive treatments” nel carcere

PRIMARIES

 

A fine mese vi saranno i primi dibattiti tra i candidati alle primarie democratiche. Saranno divisi su due serate, con dieci candidati in ciascuna serata (4 per il momento restano esclusi; http://nymag.com/…/2020-democratic-debates-which-candidates…). Il Comitato Nazionale Democratico (DNC) aveva imposto delle regole – fissando delle soglie minime nei sondaggi e/o nei finanziamenti – per evitare un sovraffollamento che comunque vi è stato. Anche per questo, le regole sono state modificate e rese più rigide : per essere ammessi ai dibattiti autunnali si dovrà avere ottenuto più di 130mila finanziamenti individuali in almeno 20 stati e superare il 2% in almeno 4 sondaggi qualificanti tra quelli, nazionali o statali, individuati dal DNC (https://www.nytimes.com/…/poli…/democratic-debate-rules.html). Allo stato attuale si possono fare due considerazioni preliminari.

La prima è che Biden ha deciso di promuovere una campagna diversa che sembra voler deliberatamente sfidare l’assunto – consolidato ma non sempre dimostrato – secondo il quale ci si deve spostare molto a sinistra per intercettare l’elettorato delle primarie. Intendiamoci, in termini di proposta politica anche Biden fa oggi propri – dalla sanità ai diritti civili – temi e proposte che sono decisamente più radicali rispetto a qualche anno fa. E però Biden rivendica, per molti aspetti a ragione, il lascito decisamente progressista delle due presidenze Obama (e si appropria così del retaggio e dell’immagine di un Presidente che tra nella base democratica rimane straordinariamente popolare: qualche mese fa Pew pubblicò un sondaggio secondo il quale per una maggioranza degli americani – nettissima tra i dems – Obama è stato il miglior Presidente della loro vita, cfr. fig.1 e 2). Biden fa inoltre leva su alcuni dati che a volte dimentichiamo e che sembrano tracciare un solco tra l’elettorato reale e la blog/twitter/facebook–sfera alquanto referenziale e non poco DC-centrica: secondo diversi sondaggi l’elettore medio dei democratici è assai più anziano, moderato e con un livello d’istruzione meno alto di quanto non si pensi comunemente (https://www.catalist.us/news-inn…/the-democratic-electorate/). Alle elezioni di mid-term del 2018 – quelle della Ocasio-Cortez e della grande mobilitazione dei giovani – gli over 50 hanno costituito ben il 56% dei votanti democratici contro l’appena 29% degli under-40. Prendete il voto ai caucus democratici dell’Iowa del 2016: ben due terzi dei votanti erano over 45, la metà non aveva un college degree, solo il 28% si definiva “very liberal”, la stessa percentuale di chi si definiva invece “moderate” (https://www.washingtonpost.com/…/primar…/iowa-entrance-poll/?).

E però quella di Biden è una bella scommessa, come ricorda anche il Politico in un articolo di un paio di giorni fa (https://www.politico.com/…/joe-biden-democrats-2020-strateg…). Perché punta in fondo su una campagna giocata tutta sulla difensiva, come evidenziato anche dalla decisione di Biden di non partecipare ai primi eventi che coinvolgono i candidati, in Iowa e altrove. E perché rischia di creare condizioni “clintoniane” nella eventuale successiva corsa alla Presidenza. I sondaggi gli danno per il momento ragione e dopo l’annuncio che avrebbe participato alle primarie ha addirittura aumentato il suo vantaggio sugli altri (https://www.realclearpolitics.com/epolls/latest_polls/). Ma sono dati che lasciano oggi il tempo che trovano, ovviamente. Quel che ci dicono è che superata l’estate e i primi dibattiti, il numero di candidati davvero competitivi si ridurrà drasticamente. Un po’ è in realtà già avvenuto: se osserviamo i sondaggi di Iowa e New Hampshire (Fig. 3 e 4), vediamo un pattern abbastanza coerente: c’è un frontrunner, Biden, con delle evidenti debolezze, non ultimo legate all’anagrafe (queste campagne ammazzano un toro e Biden ha pur i suoi 76 anni); un primo inseguitore a sua volta alquanto âgé, Sanders, che a volte sembra un po’ un disco rotto e che sembra soffrire una competizione nella quale non può più monopolizzare come nel 2016 il malcontento anti-establishment; seguono Elizabeth Warren che sta conoscendo una straordinaria metamorfosi (la campagna elettorale evidentemente le piace) da semplice, ancorché aggressiva, tecnocrate/policy wonk di sinistra a candidata trascinante e non poco carismatica, e Pete Buttigieg, con la sua competente ed efficace pacatezza e con un messaggio che riesce al tempo stesso a essere colto e diretto (pure Jennifer Rubin sul Post ha riconosciuto i meriti di Warren e Buttigieg, che a dire il vero farebbero davvero un ticket notevole:https://www.washingtonpost.com/…/why-buttigieg-warren-are…/…). Gli altri sembrano già staccati, anche se Harris e O’Rourke (più la prima a dire il vero) stanno cercando di rimanere nel pack e Booker, a quanto pare, ha costruito una macchina elettorale forte in Iowa. Certo è che comparando Warren a Harris o Buttigieg a O’Rourke sembrano davvero esserci due mondi, in termini di capacità comunicativa, sofisticatezza retorica, sostanza politica e precisione d’analisi.

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Occupazione, Deficit e Presidenti del Popolo

Escono i dati sull’occupazione negli Usa per il mese di maggio e i nostri media – ormai innamorati della narrazione del Trump, magari un po’ zotico e incivile, ma efficace difensore dei ceti più deboli – si guardano bene dal menzionarli. Il numero di occupati nei settori non agricoli cresce di appena 75,000 unità. Gli stessi dati dei mesi precedenti vengono rivisti al ribasso. La crescita su base annua dovrebbe essere di 164mila unità contro i 223mila dell’anno precedente. Cifre leggermente superiori a quelle degli ultimi anni di Obama (fig.1). Il PIL con Trump cresce un po’ di più (è previsto un 2.6 quest’anno e un 2% il prossimo), con deficit però che tornano a crescere (fig.2) – dal 2.5 dell’ultimo biennio obamiano al 3.8 del 2018 – e proiezioni del Congressional Budget office che li colloca tra il 4 e il 5% del PIL nel prossimo decennio (https://www.cbo.gov/publication/55151). A questo va aggiunta l’aggressivo smantellamento dell’apparato regolamentatore introdotto da Obama sulle questioni ambientali, per via esecutiva o, ancor più, burocratico-amministrativa. Il bravissimo Andy Rudalevidge parlò allora di una “presidenza amministrativa”, per certi aspetti inevitabile visto l’ostruzionismo repubblicana e lo stallo legislativo, ma destinata a lasciare un’eredità fragile e facilmente rovesciabile, come in ultimo è stato (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.1111/psq.12323). Deregulation e deficit alimentano una corsa che continua, ma che dà segni di fragilità e sofferenza – destinate a essere acuite da una piena escalation delle guerre commerciali – e che intensifica le pressioni sulla FED per tagliare nuovamente i tassi. Interessante, infine, è osservare i settori dove maggiore è stata la crescita di posti di lavoro: la rinata siderurgia del Midwest? L’industria estrattiva rilanciata dalla deregulation trumpiana? No, anche se il tentativo di salvare/sussidiare la seconda da solo spiega molto dei (pochi) posti in più creati sotto Trump rispetto a Obama (fig.3). Il manifatturiero cresce al ritmo modestissimo di 6mila posti all’anno e tra il 2010 e oggi non vi sono state discontinuità radicali (come abbiamo già visto la curva cresce in modo lineare, senza differenze o salti tra Obama e Trump, fig.4); l’edilizia ha avuto un maggio modesto, ma su base annua è un settore importante (che Trump vorrebbe a tutti i costi rilanciare, anche per ovvi motivi elettorali); una parte del pubblico (government) viene taglieggiato e fin qui ci siamo. Sono però i servizi – sanità, turismo, istruzione – quelli che contribuiscono di più di nuovo in linea con una tendenza di lungo corso che ancora una volta Trump non ha in alcun modo modificato (fig.5), caso mai qualcuno si fosse interrogato sul perché a Trump siano brillati gli occhi quando durante la sua visita nel Regno Unito si è prospettata la possibilità di una privatizzazione e apertura del NHS….

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YELLOW PERIL

 

Kiron Skinner è una studiosa piuttosto modesta di relazioni internazionali, docente a Carnegie Mellon, con al suo attivo la curatela di diario ed epistolario di Reagan e qualche pubblicazione minore. Trump l’ha nominata direttrice del Policy Planning del dipartimento di Stato (ruolo comparabile a quello che in passato fu ricoperto da George Kennan e Paul Nitze…). Me l’ero persa, ma qualche settimana fa la Skinner ha usato le lenti, grossolane e retrive, della guerra di civiltà per descrivere la competizione con la Cina: “è la prima volta che abbiamo una competizione di potenza con un avversario non caucasico”, ha detto (la Seconda Guerra Mondiale e il Giappone? Non pervenuti, ma per tanti “esperti” di IR quella è già archeologia, temo). L’Unione Sovietica e il suo marxismo facevano parte della “famiglia occidentale” ha continuato Skinner. “Questo è invece uno scontro contro una civiltà e un’ideologia differente” (https://www.inkstonenews.com/…/state-depart…/article/3008567
). Una versione aggiornata del “pericolo giallo”, insomma, come sottolinea con la consueta sagacia Martin Wolf (https://www.ft.com/co…/52b71928-85fd-11e9-a028-86cea8523dc2…). Ne parla oggi sul Times, in modo come sempre intelligente, Stephen Wertheim (https://www.nytimes.com/…/…/sunday/trump-china-cold-war.html). Certo è che rispetto all’interdipendenza nodale dell’ordine internazionale corrente, quella sino-statunitense, quest’amministrazione si sta movendo come un elefante in una cristalleria…

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MINIMUM WAGE E “PRESIDENTI DEL POPOLO”

 

In un paese (e in un sistema economico) caratterizzato da acute diseguaglianze – di istruzione, conoscenze e reddito – bassa sindacalizzazione e fiscalità regressiva, uno dei pochi, immediati strumenti di cui il legislatore disporrebbe per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori meno retribuiti è ovviamente il salario minimo, la minimum wage introdotta da con il Fair Labor Standards Act del 1938. Che è stata corretta 22 volte dalla sua introduzione, l’ultima nel 2009. Ferma da più di un decennio, a causa dell’opposizione dei repubblicani al Congresso, la minimum wage federale è fissata oggi a 7.25 dollari all’ora; indicizzata, quella del 1968 varrebbe ora 11 dollari e 55, quasi il 40% in più (fig.1). Nell’impossibilità di ottenere un voto del Congresso, Obama riuscì ad aumentarla per tutti i contractors federali (portandola a 10.10 dollari). Usando i poteri di cui dispongono, molti stati e municipalità – per la gran parte, ma non tutti, democratici – hanno aumentato la minimum wage e oggi più della metà degli stati sono sopra la soglia federale. Quella più alta, di 12 dollari, la si trova nel Maine e nello stato di Washington; 5 stati non hanno invece fissato alcuna soglia: Tennessee, South Carolina, Louisiana, Mississippi, Alabama (cfr. fig. 2 e 3). Tra le città è DC ad avere la MW più alta, con 13 dollari e 25 l’ora. È interessante notare come vi sia oggi un acuto scarto in termini di crescita di salari reali tra gli stati che hanno aumentato la MW e quelli che non lo hanno fatto (https://www.epi.org/publicati…/state-of-american-wages-2018/), pur in un contesto dove a guadagnare di più sono tornati ad essere i redditi più alti (fig.4 e 5). E il nostro “presidente del popolo” ? Sulla MW Trump è stato ondivago come sempre ed è probabile che anche su quello le sue posizioni siano state condizionate dall’ultima puntata di Fox & Friends che ha visto e dal tweet che ne è seguito. La figlia Ivanka si è pronunciata contro un aumento, affidandosi alla solita retorica conservatrice degli americani che non vorrebbero mance ma opportunità (https://thinkprogress.org/ivanka-trump-says-americans-dont…/). In soldoni, il “presidente del popolo” – e il suo partito – non hanno in due anni e mezzo fatto nulla di nulla in quell’ambito dove invece un intervento potrebbe avere un effetto immediato e forte sui redditi più bassi.

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