Mario Del Pero

FENTANYL E PENA DI MORTE

FENTANYL E PENA DI MORTE

La corte d’appello federale chiamata a giudicare il ricorso della casa farmaceutica tedesca che lo produce ha infine dato il via libera e il fentanyl – uno degli oppioidi sintetici più diffusi nella vera e propria “epidemia” che ha colpito gli Usa in questi ultimi anni – sarà usato per l’iniezione letale di un uomo, tale, Carey Dean Moore, condannato nel 1979 per l’omicidio di due tassisti (e quindi nel braccio della morte da quasi 40 anni; https://www.theguardian.com/…/nebraska-fentanyl-execution-f…). È la prima esecuzione capitale da 21 anni a questa parte in Nebraska. Perché negli Usa dagli anni Settanta in poi si è assistito a un vero e proprio paradosso sulla pena di morte. I suoi oppositori fecero una battaglia, che portò a varie moratorie, centrata primariamente sulla brutalità con cui le condanne capitali venivano eseguite e sull’incertezza d’indagini frettolose e spesso condizionate da pregiudizi razziali. Combinandosi con politiche di tolleranza zero e di legittimazione dell’uso del pugno duro contro il crimine, quel che ne seguì fu però uno sforzo di “professionalizzazione”, se possiamo usare il termine, affiancato da un tentativo di dare maggiori tutele legali ai sospettati/condannati. La conseguenza, e appunto il paradosso, è che ciò ha ridotto grandemente il numero di esecuzioni (fig1), prolungato di molto il periodo carcerario dei condannati a morte e i costi del processo (fig.2) e, soprattutto, rilegittimato la pena capitale, che mezzo secolo fa sembrava invece essere sul punto di scomparire (fig.3, anche se il mutamento degli ultimi anni, e le moratorie adottate da vari stati – Colorado, Washington, Pennsylvania, Oregon – è certo significativo). È un’altra, se vogliamo, delle grandi divergenze transatlantiche dell’ultimo mezzo secolo, ché a lungo parve inevitabile e naturale una convergenza abolizionista tra Europa e Stati Uniti che invece non vi è stata (ne parla il buon Moshik Temkin in questo lungo, bel saggio: https://www.hks.harvard.edu/…/great-divergence-death-penalt…). Accanto a questo, sembra evidente come anche sulla pena di morte vi sia una sorta di polarizzazione nel paese: delle quasi 1500 condanne capitali eseguite nell’ultimo mezzo secolo più di 1200 (ca. l’82%) sono nel Sud e 550 (quasi il 40%) in Texas

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Trump, le sanzioni contro l’Iran e la UE

Da alcuni giorni sono rientrate in vigore una serie di sanzioni economiche statunitensi nei confronti dell’Iran. Questa prima tranche – che consegue alla decisione di Trump del maggio scorso di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano del maggio 2015 e a cui ne seguirà una seconda in novembre – va a colpire alcuni settori industriali e, soprattutto, le transazioni finanziarie. Si tratta peraltro di sanzioni secondarie, sospese in seguito all’accordo. Sanzioni, cioè, che riguardano gruppi non statunitensi e, nella fattispecie, principalmente europei. Il commercio della UE con l’Iran è cresciuto esponenzialmente dopo il 2015 e anche se alcune delle speranze iniziali si sono rivelate eccessivamente ottimistiche, l’Unione Europea è presto diventata il terzo partner commerciale di Teheran, dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti. Nel 2017 le importazioni europee dall’Iran – per lo più di combustibili fossili – sono cresciute dell’80% e le esportazioni del 30%, con una bilancia commerciale in lieve attivo per l’UE. L’Italia – primo partner in assoluto di Teheran – ha fatto la parte del leone ed è ora tra i paesi che più rischiano di essere danneggiati. (fig.1 e 2 per i dati del 2017)

Nella decisione di Trump convergono una serie di elementi ideologici, strategici e politici a cui si accompagnano anche precisi calcoli elettorali. Agisce il convincimento che l’accordo del 2015 fosse sbagliato non per i suoi contenuti – gli Usa oggi sognerebbero di poterne firmare uno analogo con la Corea del Nord – ma per l’idea stessa di poter dialogare con un regime pericoloso e inaffidabile come quello iraniano. Vi è la volontà di tornare a costruire un solido asse col governo israeliano di Netanyahu, risolutamente ostile a ogni compromesso con l’Iran e all’auspicio che era stato invece di Obama di poter gradualmente reintegrare un attore fondamentale come quello iraniano nel complesso gioco diplomatico mediorientale. Pesa il ritorno con Trump a una strategia mediorientale centrata, oltre che sull’alleanza con Israele, sulle relazioni speciali con Egitto e Arabia Saudita. Opera l’auspicio, e forse l’illusione, di poter destabilizzare il regime attraverso un’azione di massima pressione economica. Incide, infine, il retaggio di quattro decadi di contrapposizione assoluta tra i due paesi: un lascito, questo, forte nel paese e, ancor più, tra i repubblicani e il loro elettorato di riferimento, poco propenso alle distinzioni e incline a rubricare la teocrazia iraniana come parte di una generica e indifferenziata minaccia islamica. I sondaggi ci dicono che ancor oggi una netta maggioranza degli americani – circa l’80% – giudica sfavorevolmente l’Iran; una percentuale, questa, che cresce tra l’elettorato conservatore. Non a caso, e diversamente da altri dossier di politica estera, la linea di Trump sull’Iran è ampiamente appoggiata a destra, anche da figure spesso molto critiche nei confronti del presidente come il senatore John McCain.

L’Europa prova a difendersi e a proteggere industrie pienamente consapevoli, però, che il mercato iraniano non vale le possibili sanzioni di Washington. Lo fa per ovvie ragioni d’interesse economico. Agisce però anche il convincimento – diffuso trasversalmente e condiviso da governi molto diversi come quelli britannico, tedesco e francese – che l’accordo del 2015 vada salvaguardato per evitare una pericolosissima escalation in un contesto fragile e volatile come quello mediorientale. Un convincimento che richiede unità e forza per essere difeso e riaffermato. Entrambe sembrano però mancare alla UE oggi, anche a causa dell’incoerenza di quei suoi membri – Italia su tutti – che su questo dossier come su altri sembrano oggi agire in contrasto con i loro stessi interessi.

 

Il Giornale di Brescia, 11 agosto 2018

Single Payer et sinistra democratica

Giornata di elezioni, oggi, in varie parti d’America. Le due forse più interessanti da seguire sono quelle per il 12° distretto dell’Ohio e le primarie democratiche da cui uscirà il candidato democratico alla carica di governatore in Michigan. Nel primo caso, va verificata la tenuta repubblicana in un distretto tendenzialmente conservatore – che Trump vinse con più di dieci punti di scarto nel 2016 e che i repubblicani controllano dagli anni 80 – ma nel quale è maggiormente rappresentato un elettorato bianco benestante e con alti livelli d’istruzione (ca. il 40% ha una laurea). In teoria – e, dati 2016 alla mano, non solo in teoria – si tratta di quel tipo di elettorato che il radicalismo di Trump ha più allontanato/irritato. In Michigan si ripropone invece la sfida tra sinistra e liberals, in un contesto però nel quale il campo stesso di gioco sembra essersi di molto spostato a sinistra (e la candidata liberal-obamiana Gretchen Whitmer ha in fondo solide credenziali progressiste). Fa sensazione, qui, il giovane candidato sandersiano, Abdul El-Sayed, che aspira ad essere il primo governatore mussulmano nella storia statunitense. El Sayed ha appena 33 anni e un cv davvero impressionante: studi a Michigan, Oxford (Rhodes Scholar), Columbia; giovane assistant prof di Public Health al dipartimento di epidemiologia di Columbia, responsabile per le questioni sanitarie (Health Director) a Chicago, il più giovane di sempre in una grande città statunitense. Corre con una piattaforma nella quale centrale è un elemento divenuto ormai quasi identitario per la sinistra democratica: un modello di sanità pubblica universale, “single payer”. Una proposta, questa, che pare ormai essere entrata nel DNA del partito e che lo stato di New York, ad esempio, sta vagliando seriamente. È di questi giorni la pubblicazione di uno studio della RAND, think tank che di certo non può essere accusata di faziosità partigiana, commissionato per verificare la fattibilità di un disegno di legge proposto dai democratici newyorchesi che introdurrebbe il single payer nello stato (https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR2424.html). Lo studio – pur riconoscendo l’inevitabile aleatorietà di molte stime e proiezioni – evidenzia tanto la fattibilità quanto i benefici, per gran parte degli abitanti dello stato, che deriverebbero dall’introduzione di un modello di sanità pubblica gratuita (cfr. fig 1 e 2, SQ sta per status quo, NYHA è l’acronimo della riforma – New York Health Act – in discussione). A una copertura assai più ampia corrisponderebbe una riduzione dei costi (stimata in addirittura in 15 miliardi di dollari nel 2031). Detto che ciò non è in contraddizione con Obamacare ma ne rappresenta per certi aspetti il naturale portato – l’estensione di Medicaid, il programma di sanità pubblica per famiglie e individui con redditi più bassi, previsto dalla riforma di Obama è uno degli elementi di suo maggior successo, come dimostra l’apprezzamento dell’opinione pubblica – la riforma in discussione a NY si confronta con una serie non marginale di problemi e ostacoli:

a) L’amministrazione Trump dovrebbe accettare che tutti i finanziamenti di Obamacare (Medicare, Medicaid, sussidi e detrazioni fiscali) vadano al programma di NY
b) Pur con tutti i risparmi previsti, Il programma andrebbe comunque finanziato con una significativa crescita dell’imposizione fiscale sui redditi alti e medio-alti (fig.3; tanto per intenderci una famiglia con un reddito attorno ai 150/200mila dollari annui – che a NY città difficilmente è considerabile come un reddito altissimo – vedrebbe triplicato il livello di tassazione statale, dal 6 al 18% annuo)
c) E questo – in un sistema federale come quello statunitense – problemi di fattibilità/sostenibilità potrebbe porne, che in fondo a trasferirsi in New Jersey non ci vuole poi molto, e Jersey City e Hoboken sono pure diventati posti assai piacevoli dove vivere…

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UBER & CO. A NEW YORK

 

Il consiglio comunale – City Council – di New York potrebbe presto porre un tetto al numero di taxi e auto con conducente che possono circolare nella città. È una misura chiaramente indirizzata contro Uber, Lyft e altre compagnie che negli ultimi anni – a NY come altrove – hanno conosciuto un boom rapido e ininterrotto (fig.1 e 2, Uber è arrivata a NY nel 2012; Lyft nel 2014), contribuendo a congestionare un traffico già in sofferenza e mettendo in crisi i tassisti, molti dei quali già pesantemente indebitati per acquistare le licenze (e a NY hanno fatto scalpore i sei suicidi di tassisti disperati e sul lastrico avvenuti nell’ultimo anno). Intendiamoci, come sa bene chi vive a Parigi o a Roma, le condizioni di monopolio in cui questi spesso operano, la compravendita di licenze il cui numero rimane invariato e tanto altro, rendono spesso difficile difendere i tassisti tradizionali. A NY si aggiunge pure l’acclarata propensione di molti taxi a discriminare sulla base della razza, rifiutandosi di accettare passeggeri neri. Ma è chiaro che a queste rigidità non si può rispondere con forme barbariche di deregulation e di sfruttamento della forza lavoro come quelle rappresentate da Uber (secondo vari parametri Lyft è lievemente – ma solo lievemente – meglio; la fig. 3 ci mostra peraltro come sia diventato vieppiù comune, e in una certa misura necessario, lavorare per più di una compagnia sola). Non è in caso che il cap sul numero di vetture che possono circolare è accompagnato anche da una discussione sulla possibilità d’introdurre un salario minimo per i conducenti. Una misura, questa, sostenuta anche dalla commissione municipale competente in materia (TLC, la City’s Taxy and Limousine Commission), ma che deve essere votata dal City Council. Un recente, ricco studio di due economisti (James Parrot e Michael Reich, http://www.centernyc.org/an-earnings-standard/) propone di fissare questo salario minimo a $17.22 netti all’ora, misura che farebbe aumentare i guadagni (del 20/25%, $6500 all’anno) di circa l’85% dei conducenti. Ma il report di Parrot e Reich dice altre cose molto interessanti e meno note, che contraddicono non di rado la propaganda di Uber & co. e le convinzioni/autogiustificazioni di chi usa il loro servizio senza porsi tanti scrupoli o problemi. Ad esempio:

– Per la grande maggioranza dei conducenti di vetture Uber, Lyft ecc a NY si tratta di un lavoro a tempo pieno e non di un modo per integrare altri redditi.
– Il 90% dei conducenti Uber/Lyft & co sono immigrati; solo 1 su 6 ha un titolo di studio universitario. L’80% ha comprato un’auto nuova espressamente per svolgere questo lavoro
– Nella gran parte dei casi sono la principale o sola fonte di reddito per la famiglia. Il 40% vive al limite o sotto la soglia della povertà e ha diritto a Medicaid (l’assistenza medica gratuita)

Ah:

a) Il top manager, dicono bravissimo, assunto da Uber nel 2017 per rimettere ordine dopo vari scandali e casini, Dara Khosrowshahi, prima di arrivare a Uber è riuscito a guadagnare in un anno quasi 100 milioni di dollari, tra salario e stock options (e si dice che Uber abbia dovuto pagarne circa il doppio a Expedia, con il quale sarebbe stato vincolato fino al 2020; d’altronde nelle compagnie della S&P500 il rapporto tra la retribuzione dei CEO e quella media dei dipendenti è passata da ca. 40 a 1 a inizio anni Ottanta al ca. 350 a 1 del 2016…)
b) Vediamo tutti di usare il più possibile i mezzi pubblici, per quanto Trenitalia faccia sempre del suo meglio per dissuaderci …

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INFOWARS

Molti dei re-tweet di Marcello Foa vengono, direttamente o indirettamente, da Infowars. Sito della destra americana più retriva e dietrologica, Infowars è guidato da Alex Jones, radio host che da anni diffonde senza scrupoli teorie cospirative di vario genere e che dal suo insediamento celebra con frequenza l’operato del governo lega-5 stelle (è un grande fan di Salvini, ça va sans dire..). Jones è ora sotto processo: denunciato dai genitori di uno dei bimbi di sei anni, Noah Pozner, morti nella terribile strage della scuola di Sandy Hook del dicembre 2012 (ne morirono 20, di bimbi, quel giorno, più sei dipendenti della scuola). Jones ha da subito affermato che la strage non fosse mai avvenuta: che fosse stata inventata dall’amministrazione Obama per poi imporre al paese una legislazione più restrittiva in materia di armi da fuoco. E ha sostenuto che i genitori di Noah fossero degli attori pagati da Obama. I genitori di Noah sono stati da allora oggetto di reiterate minacce, ritenute credibili dalla polizia e hanno dovuto cambiare abitazione sette volte. Esasperati, hanno infine denunciato Jones. Che ora chiede paghino loro le spese processuali ….

 

http://nymag.com/daily/intelligencer/2018/08/alex-jones-wants-sandy-hook-parents-to-pay-his-legal-fees.html

CORTOCIRCUITI TRUMPIANI

L’economia statunitense continua a correre. Il 4.1% di crescita del PIL su base annuale nel secondo trimestre del 2018 è un dato di tutto rispetto, soprattutto se comparato col risultato meno positivo del primo trimestre, quando l’aumento fu del 2%. Dall’insediamento di Trump, il PIL è cresciuto al ritmo medio annuo del 3%. Il tasso di disoccupazione (fig.1) sta attorno al 4%, anche se la percentuale quasi raddoppia se usiamo altri indicatori che includono forza lavoro sotto-utilizzata, part-time e chi è uscito dalla forza lavoro ossia non cerca più di rientrarvi (cfr. https://www.bls.gov/news.release/empsit.t15.htm). Trump ovviamente cavalca questi risultati e così fanno gran parte dei candidati repubblicani alle elezioni di mid-term, assai attenti ad evitare riferimenti a tagli alle tasse che favoriscono in maniera preponderante i redditi più alti (e che secondo tutti i sondaggi sono in realtà impopolari presso una parte assai ampia della stessa base elettorale repubblicana) o attacchi a Obamacare, i cui benefici – soprattutto per le famiglie con redditi più bassi, grazie all’estensione di Medicaid – sono ormai visibili e apprezzati (fig.2, come su altre questioni, le politiche di Obama raccolgono maggior apprezzamento ora che non è più alla Casa Bianca, a dimostrazione di quanto pregiudiziale fosse molta dell’opposizione nei suoi confronti).

Tre considerazioni su questi risultati economici:

a) è ovvio che, nonostante quanto dica Trump, la crescita non deriva da politiche protezionistiche e di sostegno al manifatturiero che per il momento sono solo abbozzate e rimangono allo stato di dichiarazioni. Bisognerà attendere qualche mese per vedere come la crescita di questo trimestre si divida per settore (per dati sui primi 5 trimestri “trumpiani” che evidenziano la sostanziale continuità con Obama rispetto alla ripresa del manifatturiero si veda la fig.3). Molti commentatori sottolineano il peso di fattori contingenti e, paradossalmente, la propensione di acquirenti stranieri a comprare di più dagli Usa ora per anticipare gli effetti delle possibili future tariffe trumpiane (cfr. https://www.ft.com/con…/fe50168c-9197-11e8-b639-7680cedcc421). Più importante pare invece essere lo stimolo dei tagli alle tasse approvati con Trump: una forma di sostegno alla crescita che dal 2011 in poi i repubblicani al Congresso impedirono a Obama in nome di una responsabilità fiscale che, come da tradizione repubblicana da Reagan in poi, è stata prontamente abbandonata dopo le elezioni del 2016.

b) L’impatto sui conti pubblici è evidente, come mostrano le fig.4 e 5. La crescita non si traduce in abbassamento di debito e deficit. Anzi, il Congressional Budget Office – agenzia bipartisan alle cui stime si affidano storicamente entrambi i partiti – offre delle proiezioni di deficit stabilmente al 5% negli anni a venire (https://www.cbo.gov/publication/54052)

c) È una crescita trainata ancora una volta primariamente dai consumi a debito. Le fig. 6 e 7 ci mostrano la percentuale dei risparmi sul reddito famigliare e sulla ricchezza nazionale. Percentuale che è precipitata a livelli pre-crisi e che, quindi, sembra riproporre alcune delle dinamiche che quella crisi la provocarono, a maggior ragione in una fase di rinnovata deregulation finanziaria quale è quella attuale. Va da sé che ciò ripropone tutte le contraddizioni dell’impero statunitense dei consumi. E su questo Trump entra in pieno cortocircuito, che i suoi slogan protezionistici e il consumo a debito (di beni primariamente importati) compatibili non sono. E la fig.8, sul deficit della bilancia commerciale statunitense, ci dice che mai gli Usa hanno avuto nei primi 5 mesi dell’anno un passivo così ampio

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Utili idioti?

È una relazione speciale, quella tra Italia e Stati Uniti, hanno ribadito ieri il premier Conte e Donald Trump al termine di questo primo viaggio americano del nostro Presidente del Consiglio. Tale, in realtà, lo è già da alcuni anni, come prima di Conte ebbero modo di sperimentare Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Ai cui governi, quando Obama fu alla Casa Bianca, gli Usa chiesero spesso di offrire una sponda, in Europa e nella NATO. Per contribuire, come l’Italia fa da tempo, a missioni cruciali per gli Usa, quella afgana su tutte; per bilanciare lo strapotere tedesco dentro la UE, attenuando la politica dell’austerity che ostacolava una ripresa globale trainata primariamente da Cina e Stati Uniti; per contribuire a stabilizzare un contesto, quello libico, rispetto al quale Obama avrebbe ben presto fatto autocritica dopo avere avallato, tra mille tentennamenti, il rovesciamento di Gheddafi nel 2011; per sostenere la linea della fermezza nei confronti della Russia, che altri governi europei avrebbero preferito abbandonare o quanto meno attenuare.

La Libia, l’Unione Europea e i rapporti con la Germania, il dossier russo-ucraino sono ancor oggi temi caldi nella relazione italo-statunitense. E sono fattori sui quali le due parti contano di preservare e rafforzare questa relazione speciale. Diverso, molto diverso, è però il modo in cui questi dossier sono ora declinati. Evidente appare infatti il desiderio di Trump di scardinare il progetto europeo, con l’obiettivo d’indebolire quelli che Washington considera suoi antagonisti strategici primari: la UE e la Germania. Il sostegno all’Italia sulla Libia conferma, appunto, una linea che gli Usa hanno fatto propria da tempo; nel contesto corrente acquisisce però una valenza anti-francese e serve per indebolire quell’attore, Emmanuel Macron, che pur tra mille contraddizioni più ha cercato nell’ultimo anno di rilanciare il progetto europeo. La posizione quasi fobica di Trump nei confronti di Angela Merkel non scaturisce dalla critica nei confronti dell’ortodossia anti-inflazionista di Berlino, come fu con Obama, ma dal combinato disposto di un protezionismo commerciale che mira a riequilibrare i monumentali passivi nella bilancia bilaterale Usa-Germania e di un acuto livore ideologico verso il liberalismo globalista della Cancelliera. La volontà di superare lo scontro con Mosca e costruire un nuovo asse russo-americano ha a sua volta matrici plurime, e nel caso di Trump potenzialmente torbide, ma rimanda anche alla volontà di affrancare gli Usa dalla NATO e dalla partnership strategica con l’Europa.

L’Italia avrebbe tutto l’interesse a selezionare tra questi dossier quelli su cui è possibile e conveniente collaborare con gli Usa e quelli, invece, rispetto ai quali le sirene statunitensi sono pericolose e da evitare. Si dovrebbe, in altre parole, ragionare in termini d’interesse nazionale, nella consapevolezza che questo non può essere credibilmente perseguito fuori dalla cornice europea. Ahimè, a Palazzo Chigi e, ancor più, tra chi – Matteo Salvini – davvero comanda a Roma, sembrano prevalere invece altre logiche e idee. Predomina, cioè, un inebriamento prodotto sia dalla convergenza ideologica tra Italia e Stati Uniti, fondata su uno sbandierato sovranismo anti-globalista (e anti-europeo), sia dal convincimento che l’ostentato sostegno di Trump, e l’investitura di legittimità che ne consegue, offrano un imperdibile bonus politico. Se, come pare, saranno queste variabili a orientare l’atteggiamento italiano nei confronti del partner statunitense, la relazione speciale italo-statunitense ne uscirà forse ancor più rafforzata; sarà però una relazione basata primariamente sul ruolo di utile idiota che un’Italia accecata da ideologia e opportunismo e incapace di comprendere quali siano i suoi veri interessi sembra ora disposta a svolgere.

“Resistenza” a Trump?

Arrivano i dati dei finanziamenti raccolti nel secondo trimestre 2018 dai candidati alle elezioni di mid-term di novembre. E scopriamo che ben 70 sfidanti democratici hanno raccolto più fondi rispetto agli avversari repubblicani, tra i quali ben 56 incumbents (https://dccc.org/fundraising-roundup-70-democratic-challen…/). Anche in seggi nei quali le chance di vittoria sono quasi nulle. Nella quasi totalità dei casi ha pesato una mobilitazione “grassroot” – dal basso – fatta di piccole donazioni, capace finora di avere la meglio sulle super-PAC repubblicane. Il traino – va da sé – è l’opposizione a Donald Trump, il migliore fundraiser possibile di cui dispongano oggi i democratici. E questa mobilitazione è in una certa misura comparabile con quella anti-Obama del Tea Party del 2009-10 o, ancor più, con quella che spinse lo stesso Obama nel 2007-8. Eppure, di questa nuova “resistenza” – come la definisce uno dei migliori commentatori e blogger sul mercato, lo scienziato politico David Hopkins (http://www.honestgraft.com/) – si parla poco o nulla. Ovvero la si fa oscurare da fenomeni interessanti, ma ai quali si attribuisce erroneamente un valore paradigmatico, come quello della Ocasio-Cortez (sorry Mattia Diletti ho capito che per te è diventata una sorta di nuovo Totti ….). Perché i media se ne occupano poco limitando l’effetto domino/trascinamento che questa “resistenza” potrebbe ancor più generare? Tre sono le possibili risposte:

a) Perché il ciclo senza tregua delle news rimane dominato comunque da Trump, dai suoi imbarazzanti tweet, dalle sue dichiarazioni roboanti e dalle sue politiche radicali
b) Perché non è una resistenza omogenea, anche nella sua demagogia anti-politica e anti-establishment, come fu quella del Tea Party. È differenziata e variegata perché deve esserla, che le sfide democratiche debbono essere tarate allo specifico contesto politico locale e quel che funziona nel 14° distretto congressuale di NY funziona molto meno nel 9° dell’Arizona o nel 2° dell’Indiana
c) Perché una certa pigrizia intellettuale e, anche, la fascinazione per un certo telegenico leaderismo giovanilistico ci porta a concentrarci tutti sui fenomeni alla O-C e a osservare con molta meno attenzione il contesto

Tutto ciò ci indica ancora una volta quanto importante (e immensamente difficile) sia costruire una narrazione capace di contrastare quelle dominanti, incidere sul dibattito politico e rendere più efficace questa spontanea “resistenza”.

Sotto i risultati di un sondaggio nazionale (un “generic congressional ballot”), dal valore relativo ovviamente, ma indicativo della situazione corrente, anche se tra gerrymandering e distribuzione più inefficiente del loro elettorato, i democratici devono ottenere svariati punti percentuali in più su scala nazionale per poter riconquistare la Camera.

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Chi appoggi Trump e perché?

I rapporti del Census Bureau sullo stato di redditi e povertà negli Usa sono strumenti imprescindibili: miniere di dati e informazioni che spesso fanno giustizia di approssimazioni, pregiudizi e vere e proprie falsità. L’ultimo di cui disponiamo è quello del settembre 2017. Che conferma tendenze già visibili l’anno precedente, su tutte una ulteriore riduzione della percentuale di americani che vive sotto la soglia della povertà, riportata ai livelli pre-crisi 2007 (ca. 12.5%) e un aumento annuale significativo del reddito medio delle famiglie (+3.2%) con una contestuale lieve correzione dei livelli di diseguaglianza. Dati che confermano, a dispetto di tutto, i buoni risultati economici dell’amministrazione Obama, nonostante l’azione ostruzionistica repubblicana post-2011. Interessante, però, è soprattutto la distribuzione di questi redditi tra i diversi segmenti della popolazione per come questi sono definiti nel censimento decennale (fig.1). Il reddito medio per una famiglia bianca è di ca.65mila dollari; 47/48mila per una famiglia ispanica; 39/40mila per una nera. E questo ci porta alla questione di chi ha votato (e oggi sostiene) Trump e perché. Sulla base dei dati di cui disponiamo, e pur facendo la tara al margine di errore che vi è in statistiche fondate su exit polls (cfr. https://ropercenter.cornell.edu/…/how-gr…/groups-voted-2016/), la fascia di reddito che ha trainato Trump alla vittoria nel 2016 sarebbe stata quella che si colloca tra i 50 e 100mila dollari annui (Trump ha perso nettamente tra i redditi inferiori ai 50mila e ha sostanzialmente ottenuto gli stessi voti di Clinton tra i redditi superiori ai 100mila dollari; altri studi forniscono cifre più o meno analoghe, cfr. https://www.nytimes.com/…/us/polit…/election-exit-polls.html ). Bianchi con redditi medi/medio-bassi (e livelli d’istruzione correlati) sono primariamente i sostenitori del Presidente, se vogliamo brutalmente semplificare, omologando una realtà variegata e complessa sotto l’unico ombrello di “Trump Country” (per una critica: https://www.nytimes.com/…/trump-corporations-white-working-…). Le cause sono molte e non si escludono necessariamente tra loro, che sono anzi spesso intrecciate se non interdipendenti. Qui se ne possono menzionare quattro

a) Innanzitutto è questa la fascia di reddito i cui redditi sono rimasti stagnanti durante l’ultimo mezzo secolo, a dispetto della crescita rilevante della ricchezza nazionale (si veda la fig.2). Per offrire un paio di esempi, il 20% più ricco del paese ha visto il proprio reddito crescere del 95% tra il 1979 e il 2014. Nello stesso periodo il reddito dei tre quintili mediani è cresciuto di appena il 28%. Non menzioniamo nemmeno quello 0.1% più ricco che ha visto la propria quota di ricchezza nazionale passare dallo 7 al 22% tra la fine degli anni settanta e il 2012 (qui un update della famosa serie di Saez: https://academic.oup.com/qje/article/131/2/519/2607097)

b) E però questa è stata anche una fascia di reddito spesso punita da una fiscalità regressiva che avvantaggia redditi più alti e da politiche di assistenza che portano trasferimenti verso quelli più bassi e chi sta sotto la soglia della povertà. Non abbastanza poveri per accedere a tale assistenza (e, prima di Obamacare, a forme di sanità pubblica come Medicaid); non abbastanza benestanti per beneficiare di politiche fiscali dove il livello di tassazione sui redditi più alti è passato dal 91% del 1963 al 37% di oggi (con in mezzo il 28 del secondo Reagan e il 35 di Bush Jr). Il primo elemento è, ovviamente, un cavallo di battaglia dei libertarian conservatori che denunciano una politica di redistribuzione che trasferisce risorse a poveri e poverissimi, erodendo ancor di più ricchezza e potere d’acquisto di una middle class vieppiù impoverita (il CATO su questo è in prima linea, cfr. https://www.cato.org/…/reassessing-facts-about-inequality-p…). E in effetti, alcuni dati – se non integrati con un analisi del secondo aspetto – risultano impressionanti: il quintile di redditi più bassi nel 2013 contò per il 2.2% complessivo, che al netto di fiscalità e assistenza divenne ca. il 13% (+10.7%) del reddito spendibile; il terzo quintile – la middle class – vide questa modifica tra reddito guadagnato e reddito spendibile limitarsi a un modestissimo 2.8% (dal 12.6 al 15.4)

c) Va da sé che nel primo quintile sono sovrappresentate le minoranze, soprattutto quella afroamericana, e nei quintili superiori cresce di molto la presenza di bianchi. E qui reddito e razza – per semplificare rozzamente – s’intrecciano inestricabilmente, alimentando la narrazione trumpiana (e, prima di lui, repubblicana) di una partizione tra America che lavora e America parassita, tra chi merita e chi non merita – deserving poors vs. undeserving poors – nella quale la matrice razzista è evidente e non di rado oggi esplicitata. Anche perché questo segmento della società statunitense – la middle class bianca – vede gradualmente diminuire il proprio peso relativo in conseguenza di trasformazioni demografiche che conosciamo bene e, appunto, della erosione del suo status economico e sociale.

d) Per finire, i consumi a debito. Cresciuti a dismisura, e andati sostanzialmente fuori controllo, nel decennio precedente la grande crisi del 2007-8. Sorta di ammortizzatore sociale primario proprio per questa middle class, oltre che di fattore compensativo per redditi stagnanti e diseguaglianza crescente. E sostanzialmente travolti dalla crisi e dall’impianto regolamentatore introdotto poi con Obama per evitare un suo ripetersi. Impianto regolatore che ora Trump e i repubblicani stanno smantellando, in primis per via amministrativa, anche per soddisfare questa base elettorale e di consenso da cui dipendono le sorti politiche del Presidente. E se andiamo a vedere i redditi e le caratteristiche delle vittime della speculazione immobiliare che portò alla crisi (ultima fig e analisi del 2011 della FED di St Louis – https://www.stlouisfed.org/…/the-foreclosure-crisis-in-2008…) – vediamo che le principali vittime di pignoramenti furono proprio nuclei familiari con redditi medi e medio-bassi. Anche qui, insomma, una sovrarappresentanza di una middle class primariamente bianca

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Ma conviene ai democratici concentrarsi così sulla Russia?

 sondaggi, si sa, vanno sempre presi con le pinze e misurati nel tempo. Ma:

a) Una prima rilevazione IPSOS/Reuters ci dice che il 71% degli elettori repubblicani giudica positivamente il modo in cui Trump sta gestendo i rapporti con la Russia;

b) Secondo il ranking dei sondaggi mensili Gallup sulle principali preoccupazioni degli americani, i rapporti con la Russia si collocano agli ultimissimi posti, più o meno a livello della “riforma elettorale” o del “comportamento dei 

 

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