Mario Del Pero

ISTRUZIONE GRATUITA?

 

Tra i tanti consumi a debito degli americani esplosi nell’ultimo quarantennio vi è anche quello dell’istruzione universitaria. Che si è fatta di suo sempre più costosa; e che continua a offrire la garanzia di poter ottenere un lavoro più rapidamente e meglio retribuito. Gli ultimi dati offerti dal Bureau of Labor Statistics sono al riguardo emblematici (fig.1): chi ha un dottorato di ricerca percepisce uno stipendio tre volte superiore a chi non ha terminato gli studi superiori; il tasso di disoccupazione è dell’1.5% per i primi e del 6.5% per i secondi. L’istruzione costa però sempre di più (fig.2): nelle università private (no-profit), le tuition&fees (costi d’iscrizione ai corsi + spese amministrative; escluso quindi vitto e alloggio) si collocano, in media, attorno ai 35mila dollari annui; in quelle pubbliche sono ca.10mila [e anche per questo si spiega lo straordinario successo che i master di SciencesPo, soprattutto quelli PSIA, stanno avendo con gli studenti americani…]. E quindi è cresciuta la propensione a indebitarsi. Sono circa 45milioni oggi gli americani che pagano un interesse su un debito contratto per studiare all’università; il totale di tale debito ammonta a circa 1.5 miliardi di dollari; più del 10% è moroso (non paga da più di 90 gg, ma secondo alcuni studi la percentuale di default potrebbe raggiungere nel 2023 addirittura il 40%; cfr. https://www.brookings.edu/…/the-looming-student-loan-defau…/ ); la classe di diplomati “graduate” (master e dottorati) del 2017, ha terminato gli studi con un debito medio pro-capite di 39,400 dollari. Soluzioni semplici ovviamente non ve ne sono, anche se con Obama si cercò d’introdurre dei meccanismi di aiuto, in particolare lo Student Loan Forgiveness Program, che avrebbe rimodulato tempi e durata del debito sulla base del reddito (Trump e la controversa segretaria dell’Istruzione Betsy DeVos non hanno ancora azzerato il programma, mi par di capire, ma hanno posto vari paletti sulla sua attuazione). Al solito, la risposta può venire (ovvero viene) dal basso: a livello statale e municipale. Ed è di questi giorni la notizia che la città di Nashville ha deciso d’integrare i finanziamenti di un programma statale (Tennessee Promise) e di garantire così un’istruzione totalmente gratuita in due college della città (Nashville State Community College and TCAT Nashville) (https://eu.tennessean.com/…/nashville-mayor-dav…/2206524002/). Una goccia, se vogliamo, ma non l’unica, che programmi simili sono stati lanciati anche in altre città. E che, in un processo emulativo e nel mutato contesto odierno, potrebbe rovesciare tendenze e dinamiche che a lungo sono apparse irreversibili

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Guerre commerciali? Non ancora

A una temporanea tregua si è infine giunti. Nell’ultima giornata del G-20 di Buenos Aires, Donald Trump e Xi Jinping si sono accordati per evitare, o quantomeno posticipare, l’esplosione di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che minaccia di destabilizzare l’intera economia mondiale. Gli Usa sospendono l’imminente passaggio dal 10 al 25% delle tariffe su una serie di prodotti cinesi del valore di 200 miliardi di dollari. Pechino, da parte sua, s’impegna a una crescita “sostanziale” delle importazioni di prodotti agricoli, industriali ed energetici statunitensi. Con un gesto dall’alta valenza simbolica, la Cina promette inoltre controlli più severi sul traffico di fentanyl, uno degli oppioidi che stanno devastando tante comunità americane. Le due parti si danno tempo tre mesi per sostanziare questi impegni con accordi più dettagliati ed esaustivi.

A indietreggiare sembra essere stato soprattutto Donald Trump, che accetta di congelare una decisione già presa e annunciata con grande fanfara. È evidente, però, come entrambe le parti abbiano cercato di guadagnare del tempo per evitare una pericolosa escalation. E questo ci dice molto sia della profondità dell’interdipendenza sino-statunitense sia di quanto demagogiche siano tante proposte trumpiane. Che si debba cercare d’intervenire su alcuni squilibri macroscopici delle relazioni tra Cina e Usa è evidente; pensare di poterlo fare in modo unilaterale o scatenando guerre commerciali è invece velleitario e irresponsabile. Soprattutto, rischia di generare cortocircuiti ineludibili per gli Stati Uniti medesimi.

Trump usa infatti le bilance commerciali – gli attivi e i deficit – come indicatore fondamentale dello stato delle relazioni internazionali: come parametro indicante chi vince e chi perde nel sistema globale odierno. Quel che ne consegue, però, è una visione al meglio strabica e al peggio mistificatoria, che rischia di essere nociva per gli interessi americani. Questo per almeno tre motivi. Il primo è che il mercato statunitense – la capacità degli Usa di trainare la crescita globale per il tramite dei loro consumi – ha rappresentato nell’ultimo mezzo secolo una fondamentale risorsa egemonica: uno strumento attraverso il quale Washington, riaffermando la propria assoluta necessità per il resto del mondo, ha rilanciato la propria primazia nell’ordine globale. Il secondo è che le merci prodotte in Cina e importate negli Usa a costi stabili (ossia garantendo bassa inflazione) hanno permesso un modello di consumi a debito che ha costituito il vero architrave del sistema statunitense in un’epoca di diseguaglianze crescenti e tagli al welfare. I consumi sono stati (e continuano a essere) fondamentale ammortizzatore sociale e politico, capace di operare solo grazie alle dinamiche d’integrazione globale che Trump ora denuncia e pretende di smantellare. Terzo e ultimo: si è creata nel tempo un’influente rete d’interessi comuni tra le due parti, che i profitti del deficit con la Cina vanno spesso a imprenditori e azionisti statunitensi e lo stesso mercato cinese si è progressivamente aperto a esportatori americani (con una crescita di quasi il 600% dal 2001 – quando Pechino entrò nel WTO – a oggi). Non è un caso come dentro la stessa amministrazione Trump vi siano voci moderate, che hanno spinto per questo accordo temporaneo: nell’auspicio, si presume, che anche su questo come su altri dossier permanga e divenga permanente il marcato scarto tra la grossolana retorica del Presidente e le scelte concrete della sua amministrazione.

Il Giornale di Brescia, 3 dicembre 2018

George Herbert Walker Bush

Con la morte di George Herbert Walker Bush se ne va, forse per sempre, un pezzo d’America e della sua storia. Un’America conservatrice, patrizia, autoreferenziale, competente e fortemente internazionalista, che nell’era di Trump non sembra davvero trovare più posto. Bush Sr. le tante, contraddittorie dimensioni di quell’America le ha incarnate come pochi altri. Nipote di un industriale dell’acciaio e figlio di un ricco banchiere del Connecticut, Prescott Bush, che fu senatore negli anni Cinquanta, George H. Bush seguì solo in parte le orme paterne. Come per il nonno e il padre, la sua storia personale riassume però quella della classe dirigente del paese che, alla fine degli anni Ottanta, Bush Sr. avrebbe finito per guidare. Fu eroe di guerra: il più giovane pilota della Marina nel Secondo Conflitto Mondiale, durante il quale si distinse in varie operazioni sul fronte del Pacifico. Sposò poco più che ventenne Barbara Pierce, la figlia del presidente della McCall Corporation, una casa editrice di grande successo. Studiò, come il padre e i figli, alla prestigiosa università di Yale. Dopo la laurea si trasferì in Texas per cercare fortuna in un settore, quello petrolifero, allora in fortissima espansione. Sfruttando le connessioni familiari e la possibilità di ottenere facilmente dei finanziamenti, ebbe un discreto successo imprenditoriale.

E fu in Texas che iniziò la sua carriera politica dentro un partito repubblicano che stava mutando pelle, nel contesto di un riallineamento dove l’elettorato bianco del sud abbandonava i democratici, ormai schierati a livello nazionale nella battaglia contro la segregazione razziale. Bush Sr. quel cambiamento cercò di cavalcarlo, facendo propria la tradizionale rivendicazione sudista del primato dei diritti degli Stati contro l’invasivo potere federale. Nel 1966 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, uno dei due deputati repubblicani (su 23) in quella tornata, aprendo una svolta che si sarebbe poi consolidata negli anni successivi e avrebbe trasformato il Texas in un solido bastione repubblicano. La sua rapida scalata politica parve interrompersi nel 1970, quando cercò senza successo di conquistare uno dei due seggi del Texas al Senato. Aveva però maturato un credito politico presso l’amministrazione Nixon e offriva una biografia che sembrava poter portare a sintesi le diverse anime di un partito repubblicano il cui baricentro si spostava sempre più a sud, in quella Sunbelt – la “cintura del sole” che dalle due Caroline a est giunge fino alla California – in forte espansione economica e demografica e, di riflesso, sempre più influente politicamente. In questa rappresentazione, Bush era la realtà patrizia del New England trapiantata nel Texas; l’ottimo studente di Yale fattosi spregiudicato petroliere; la combinazione tra il tradizionale liberalismo repubblicano del nord-est e la nuova frontiera politica ed economica del sud-ovest suburbano e bianco. Nel corso degli anni Settanta, Bush fu nominato in rapida successione ambasciatore alle Nazioni Unite, presidente del Comitato Elettorale Repubblicano, rappresentante in Cina (con la quale gli Usa non avevano ancora formali rapporti diplomatici) e direttore della CIA. Un cursus, questo, chiaramente pre-presidenziale. E nel 1980, Bush appariva a tutti gli effetti come uno dei favoriti alla nomination repubblicana. Trovò però sulla sua strada l’ex governatore della California Ronald Reagan, il cui programma politico fatto di tagli alle tasse, radicale liberismo, anticomunismo e orgoglioso nazionalismo meglio rappresentava la nuova cultura politica repubblicana. Bush reagì accusando Reagan di offrire, con le sue ricette fiscalmente irresponsabili, una “economia del voodoo”. Aveva ragione da vendere e gli anni Ottanta videro gli Usa precipitare nella spirale di conti pubblici sempre più disastrati. Ma non era quello il messaggio che un’America prostrata dalle tante crisi del decennio precedente voleva sentirsi offrire. Reagan fu eletto e divenne il volto della rinascita dell’America degli anni Ottanta. Bush si accodò lealmente, fu nominato vice-Presidente ed attese con pazienza che giungesse il suo turno. Nel 1988 fu eletto Presidente da un elettorato che auspicava una sorta di terzo mandato reaganiano. Così non fu. Del suo predecessore non aveva il carisma ma nemmeno l’approssimazione e la superficialità. Venendo meno ai suoi impegni elettorali, e consapevole dei problemi del paese, aumentò le tasse facendo infuriare molti elettori repubblicani. Gestì con attenzione ed efficacia – ma senza eccessiva enfasi trionfalistica – la fine della Guerra Fredda, la riunificazione tedesca e l’implosione dell’Urss. Offrì un messaggio internazionalista, culminato nella prima Guerra del Golfo del 1991, quando la liberazione del Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein fu guidata dagli Usa con un’azione militare autorizzata dall’Onu, che coinvolse un’amplissima coalizione di stati (fu in quell’occasione che Bush celebrò ottimisticamente, e irrealisticamente, l’avvento di “nuovo ordine mondiale” centrato sul primato del diritto e la rinnovata centralità delle Nazione Unite). Con il suo segretario di Stato, James Baker, promosse una mediazione attenta e imparziale nel conflitto israelo-palestinese, che gli valse le ire feroci del mondo conservatore e filo-israeliano. Nella campagna elettorale del 1992 poco poté nel contrastare l’ascesa di uno straordinario leader e comunicatore come Bill Clinton. Colpisce, nel riguardare i dibattiti televisivi di quella campagna, il distacco algido e quasi cerebrale di Bush: il suo sguardo di malcelata e irritata sufficienza nei confronti di un parvenu come Clinton. Quella campagna segnalava la fine di un’epoca. Con una generazione, quella formatasi nella Seconda Guerra Mondiale, che usciva di scena; con uno scontro politico e culturale che si faceva più radicale ed estremo; con un partito repubblicano lontano ormai anni luce da quello elitario dei Bush del Connecticut. Come hanno poi dimostrato la sciagurata esperienza presidenziale del primogenito George W. (“mio figlio è così”, pare aver chiosato la madre Barbara pochi giorni prima di morire, “perché ho fumato e bevuto quando ero incinta di lui”) e la fallimentare campagna elettorale del secondo figlio, Jeb Bush, nelle primarie repubblicane del 2016 poi vinte da Trump. In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche prima della morte, George H.W. Bush ha definito quest’ultimo uno “sbruffone”. Uno “sbruffone” per il quale, a quanto pare, nessun Bush ha votato nel 2016, ma che oggi rappresenta quel che è ed è diventato il partito repubblicano.

Il Mattino, 2 dicembre 2018

Trump e l’Arabia Saudita

È difficile, davvero molto difficile non provare profondo imbarazzo nel leggere la dichiarazione con la quale Donald Trump ha riaffermato il suo pieno sostegno all’Arabia Saudita e al principe Mohammed bin Salman. Trump – che evidentemente non ha voluto l’intervento dei suoi speechwriters – scrive in una forma che il giornalista dell’Atlantic Graeme Wood non esita a definire “mortificantemente semi-illetterata”: ripetizioni, frasi sconclusionate, punti esclamativi come se piovesse (“America First!”, “Il mondo è un luogo pericoloso!”, “vogliamo eliminare il terrorismo!”). Il tutto per ribadire la centralità strategica dell’alleato saudita e l’intenzione di non attivare misure punitive nei suoi confronti per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi avvenuto nel consolato saudita d’Istanbul. “È certo possibile” che Mohammed bin Salman “fosse a conoscenza di questo tragico evento; forse ne era a conoscenza – o forse no!” afferma Trump in un passaggio del documento che sarebbe comico se non si parlasse di un terribile omicidio.

Superato lo sconcerto per la forma grottesca di questo documento presidenziale, rimane da spiegare cosa muova il Presidente e quali saranno le possibili conseguenze della vicenda Khashoggi sui rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una relazione centrale e speciale per Washington, che Trump ha fatto di tutto per rilanciare dopo le difficoltà degli anni di Obama, quando la Casa Bianca – pur continuando a trasferire high-tech militare a Riad – cercò di modificare la tradizionale politica di alleanze degli Usa in Medio Oriente. Per l’attuale amministrazione, un mix di vecchi e nuovi fattori fanno dell’Arabia Saudita un alleato strategicamente vitale. In primo luogo vi è, ovviamente, il petrolio. Riad non ha più la centralità del passato come attore capace di moderarne il prezzo e garantirne gli approvvigionamenti e la dipendenza statunitense dal petrolio mediorientale si è negli anni di molto attenuata (le importazioni dall’Arabia Saudita sono più che dimezzate tra il 2005 e il 2017). Ma Riad rimane soggetto fondamentale nel limitare oscillazioni eccessive, e potenzialmente destabilizzanti, di costi e flussi di quella che rimane la fonte energetica primaria dell’economia globale. Il secondo fattore è rappresentato dal baratto tra la sicurezza fornita dagli Usa – in forma di protezione e di trasferimento di tecnologia bellica – e le risorse offerte in cambio dall’Arabia Saudita: non solo petrolio, ma anche investimenti, prestiti e importazioni. Le cifre che Trump offre spesso a casaccio – nel summenzionato documento parla addirittura di “450 miliardi di dollari” che l’Arabia Saudita avrebbe “concordato di spendere e investire” negli Stati Uniti – non hanno alcun ancoraggio nella realtà. Da più di 40 anni, Riad trasferisce però negli Usa una quantità ingente di petrodollari e contribuisce a puntellare il debito statunitense. Terzo e ultimo: la lotta al terrorismo e il quadro geopolitico del Medio Oriente. Su questo la discontinuità tra Obama e Trump è particolarmente acuta. Per il secondo, l’Arabia Saudita è partner vitale di una strategia chiaramente, e primariamente, anti-iraniana. L’ostilità a Teheran costituisce infatti la variabile principale e in larga misura indipendente della politica mediorientale di questa amministrazione. Un’ostilità peraltro ampiamente condivisa all’interno del partito repubblicano. Dentro il quale si sono levate voci critiche, che chiedono misure punitive nei confronti dell’Arabia Saudita e di Mohammed bin Salman. Voci che rientreranno però rapidamente nei ranghi, silenziate non tanto dalla improbabile prosa di questo Presidente quanto da visioni strategiche comuni a gran parte della destra americana.

Il Giornale di Brescia

Sette numeri sul Midterm

Sono molte le storie individuali di queste elezioni di mid-term che meriterebbero di essere raccontate (e che sono ovviamente raccontate: http://time.com/collection/firsts/4898550/ilhan-omar-firsts/). Sette dati tra i tanti ci raccontano però nella loro crudezza che America (e che Americhe) hanno rivelato queste urne:

a) I maschi bianchi sono ca. il 31/32% della popolazione statunitense, ma il 90% della delegazione repubblicana alla Camera e l’85% di quella al Senato (fig.1, la famosa foto dei nuovi eletti che mostra lo straordinario contrasto tra i due partiti). I deputati maschi bianchi del partito democratico sono invece il 38% (erano il 41% nella precedente legislatura)

b) Il numero di donne elette alla Camera è di 102, il più alto di sempre (erano 85 nella precedente legislatura). Di queste solo 13 sono repubblicane

c) Il tasso di partecipazione elettorale ha sfiorato il 50% (con una crescita di circa il 40% rispetto al 2014). Il più alto tasso di partecipazione elettorale dal 1966 (e secondi altri dati addirittura dal 1914). Fig.2 per alcuni esempi

d) Con 5 seggi ancora non assegnati, i democratici hanno sottratto ai repubblicani 37 seggi. La loro vittoria più larga dal 1974 a oggi.

e) Alla Camera i democratici hanno ottenuto 55/56 milioni di voti. Dieci milioni di voti in più rispetto a quelli ottenuti dai repubblicani nel loro grande successo del mid-term 2010

f) Secondo gli exit poll (dati quindi da prendere quindi con le molle), gli elettori under-30 avrebbero votato 67 a 32 democratico; quelli over-45, 50 a 49 repubblicano (fig.3)

g) Anche se vi è un calo rispetto al 2016, i 21 punti di vantaggio repubblicano tra i maschi bianchi (che diventano 34 tra quelli senza laurea) costituiscono un dato impressionante, anche perché parliamo comunque di un terzo dell’elettorato.

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MIDTERM

I DEMOCRATICI ALLA PROVA DEL MIDTERM

I sondaggisti una piccola rivincita se la sono presa, dopo la débâcle del 2016. Non mancano ovviamente alcune sorprese – i democratici che tornano a governare il Kansas; i repubblicani che conquistano con maggioranze ampie e inattese i seggi senatoriali in Missouri e Indiana – ma in termini generali l’esito del voto è in larga misura quello predetto: Senato ai repubblicani e Camera ai democratici, che riconquistano anche molti governatorati, sottraendone addirittura 7 ai repubblicani, oltre a numerose assemblee legislative statali. Partiamo da quest’ultimo punto, per provare a riflettere su cosa ci dica questo voto dello stato del partito democratico. Che, uscito letteralmente a pezzi dall’elezione di Trump, si è in parte ripreso, senza però conseguire un successo larghissimo o inequivoco. È, appunto, su scala locale che i democratici hanno ottenuto alcuni risultati particolarmente rilevanti. Certo, vi è molta delusione per le sconfitte di candidati progressisti (e neri) in Florida e Georgia, ma le vittorie sono numerose e significative anche perché avvengono spesso in quelle aree del Midwest post-industriale – Pennsylvania, Michigan e Wisconsin – dove Trump costruì il suo trionfo nel 2016. In termini generali la svolta non è da poco: i repubblicani passano da una superiorità (schiacciante) di 33 governatori a 16 a una di 26/27 governatori a 22/23. Perdono inoltre spesso il controllo assoluto – Governatore e Congresso – che avevano in più di una metà degli Stati: dato questo particolarmente importante, all’avvicinarsi del censimento del 2020 cui seguirà poi il ridisegno dei collegi della Camera del quale sono in larga maggioranza responsabili i Congressi statali. A ciò si aggiungono i numerosi successi democratici nelle elezioni municipali, che si sono tenute ieri e nell’ultimo anno (nelle trenta principali città statunitense sono appena 5 i sindaci repubblicani), a testimonianza che proprio a livello locale è emersa una incisiva risposta, politica e di governo, a Trump. Questo si somma al successo di una mobilitazione nazionale contro il Presidente particolarmente visibile nei risultati per il voto alla Camera. Dove i democratici portano un numero senza precedenti di donne (nel biennio prossimo le deputate dovrebbero essere 98, di cui ben 84 democratiche). Infine, il voto giovane – che in passato è spesso oscillato tra i due partiti – dimostra oggi di essere massicciamente democratico, mentre trasformazioni politiche e demografiche confermano il profondo mutamento in atto in alcune regioni: in Texas, ad esempio, è mancato davvero poco che uno degli astri nascenti del partito, il deputato Beto O’Rourke, sconfiggesse un peso massimo come il senatore Ted Cruz (che aveva vinto di 16 punti nel 2012 e appena di 2.5 ieri).

A uno sguardo più attento, questi dati rivelano però il loro doppio volto e mostrano alcune debolezze e fragilità dei democratici. Che non fosse immaginabile una loro riconquista del Senato era noto da tempo. Che i candidati repubblicani – con una retorica e una proposta pienamente trumpiane anche nella loro radicalità – vincessero tanto largamente in Indiana, in Missouri e in altri Stati sorprende e dice molto. Ci mostra, innanzitutto, come la mobilitazione democratica fatichi a estendersi dalle aree metropolitane a un mondo rurale dove il messaggio di Trump rimane straordinariamente popolare. Mondo, questo, che per come funziona il voto negli Usa è sovra-rappresentato, e quindi elettoralmente più pesante, nel voto sia per il Senato sia per la Presidenza. A fronte di un partito repubblicano assai coeso ed omogeneo nella sua piena trumpizzazione – un partito cioè primariamente bianco, maschile e non-giovane – i democratici contrappongono una realtà assai più composita ed eterogenea. Che può rappresentare una ricchezza, ci mancherebbe. Ma che tende a produrre un partito più frammentato (in primis lungo il cleavage liberal vs. sinistra), litigioso e indisciplinato. Lo si è visto nelle primarie; lo si sta già vedendo nella divisione sulla possibile conferma della leadership di Nancy Pelosi alla Camera; lo si vedrà, presumibilmente, nelle diverse posizioni su come sfruttare la ritrovata maggioranza alla Camera, con una parte incline a chiedere di dispiegare in modo aggressivo contro il Presidente i poteri d’investigazione di cui dispongono molte commissioni e un’altra più cauta, consapevole che da un’escalation dello scontro e della polarizzazione Trump rischia solo di beneficiare. Infine, questa tornata elettorale non ha operato da investitura di un vero leader nazionale, capace appunto di unire il partito e sfidare il Presidente. Potevano esserlo O’Rourke o il candidato a governatore della Florida Andrew Gillum, se avessero vinto. Così non è stato e a dispetto di tutto in prospettiva 2020 i democratici debbono ancora affidarsi a esponenti della vecchia guardia, a partire dall’ex vice-Presidente Joe Biden

Il Mattino, 8 novembre 2018

COSA DICE QUESTO VOTO DI MIDTERM

Vincono (e di riflesso perdono) un po’ tutti in questo voto di mid-term. Vince Trump laddove i repubblicani consolidano la loro maggioranza al Senato, istituzione cruciale per il progetto trumpiano – finora realizzato con efficacia – di modificare in profondità le corti, nominando giudici conservatori. Vincono i democratici, che ottengono una chiara maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e proseguono l’opera di modifica degli equilibri politici nel paese, sottraendo numerose assemblee legislative statali e ben 7 governatorati ai repubblicani (che passano così da una situazione di 33 governatori a 16 a una di 26/27 a 22/23). Vince la destra più estrema in taluni collegi, ma vincono anche forze fresche e nuove tra i democratici, che portano un numero senza precedenti di donne al Congresso (alla Camera dovrebbero essere 98, 84 delle quali democratiche).

Cosa ci dice questo voto e cosa lascia presagire per il biennio che seguirà? Due considerazioni sono possibili. In primo luogo, il mid-term 2018 evidenzia quanto profonda, e verrebbe voglia dire strutturale, sia la frattura politica esistente oggi negli Usa. La mobilità elettorale si è grandemente ridotta. E con essa si sono ancor più irrigiditi due campi, il cui perimetro è definito da una serie di fattori facilmente identificabili: l’anagrafe (i giovani votano in larga maggioranza democratico; gli over 50, soprattutto se bianchi, repubblicano); la geografia e la densità abitativa (le aree metropolitane sono roccaforti democratiche; quelle rurali saldamente repubblicane); la razza (il partito repubblicano è maggioritariamente bianco; le minoranze, a partire da quella afro-americana, costituiscono la spina dorsale dei democratici); il genere (il voto femminile va in larga maggioranza ai democratici, quello maschile ai repubblicani). Le linee di frattura sono plurime; l’esito è di acuire la contrapposizione politica e la polarizzazione elettorale. Il voto, secondo aspetto, ci mostra però anche come questa condizione offra una sorta di habitat ideale a Donald Trump: un Presidente che la Casa Bianca non ha in alcun modo moderato e le cui posizioni spesso estreme sono oggi egemoni e incontestate tra i repubblicani (oltre che in larga misura sdoganate nel discorso pubblico). Trump non esce affatto indebolito da questo voto, in altre parole. La quasi totalità degli eletti repubblicani ha offerto un messaggio pienamente trumpiano, nei contenuti e nella retorica. Nell’estremo bipolarismo odierno, un polo è a tutti gli effetti quello di Donald Trump.

Cosa attendersi allora? Nancy Pelosi, che quasi certamente tornerà a essere Presidente della Camera, ha teso la mano e promesso disponibilità alla collaborazione bipartisan. Difficile, anzi impossibile, che ciò avvenga. Da questo governo diviso, e da questo contesto polarizzato, è probabile attendersi una prosecuzione dello scontro e un contestuale stallo legislativo. I democratici sfrutteranno i poteri d’investigazione di cui dispongono molte commissioni della Camera per aprire inchieste sui tanti lati opachi del Presidente, dei suoi affari e della sua campagna del 2016. Trump continuerà a usare con spregiudicatezza la leva esecutiva, anche per compensare la quasi impossibilità di legiferare. Su scala locale, stati e municipalità democratici proseguiranno nella loro azione di contrasto alle iniziative del Presidente. Uno scontro politico senza quartiere, insomma, nel contesto di una campagna, quella per le Presidenziali del 2020, che si è di fatto aperta nel momento in cui si chiudevano le urne di questo voto di mid-term.

Il Giornale di Brescia, 8 novembre 2018

Voto

È il primo grande test elettorale dell’era Trump, il voto di mid-term di oggi. Gli americani sono chiamati a votare per il rinnovo di poco più di un terzo del senato (35 senatori su 100), l’intera Camera dei Rappresentanti, numerosi governatori e assemblee legislative statali. I sondaggi – da prendere ovviamente con cautela – indicano che l’esito più probabile sia un governo diviso, con i democratici capaci di riconquistare la Camera e i Repubblicani ancora in controllo del Senato. Il successo democratico dovrebbe estendersi anche su scala locale, alterando uno stato di cose che vede i repubblicani ancora dominanti (hanno oggi 33 governatorati contro i 16 dei democratici), ma spesso in difficoltà come si è visto in varie elezioni suppletive recenti. Un voto – quello negli stati – la cui importanza non va sottostimata, anche perché è lì, oltre che nelle grandi aree metropolitane, che è emersa in questi due anni l’opposizione più efficace alle politiche di Trump, dall’ambiente all’immigrazione.

In attesa di scoprire se le previsioni saranno confermate, due sembrano essere le principali indicazioni che questo voto offre. La prima è la piena nazionalizzazione – e in una certa misura “trumpizzazione” – della campagna elettorale. Divenuta ben presto un referendum sul Presidente e sul suo operato. Ovvero declinata in chiave di sostegno fideistico o di opposizione senza quartiere a Trump. Pesa qui l’azione e ancor più il lessico – violento e grossolano – di un Presidente che ostruisce qualsiasi mediazione, infiamma invariabilmente lo scontro e nutre una contrapposizione sempre più accesa. Incide la trasformazione del partito repubblicano ostaggio, anche nelle sue frange più moderate, del Presidente e di una base che è in larghissima maggioranza al suo fianco, pronta a punire, già nelle primarie, qualsiasi defezione. Ma opera anche l’incapacità democratica di sottrarsi a questa morsa micidiale: di evitare una costante rincorsa polemica con un Presidente radicale ed estremo come mai nella storia del paese, che riesce però continuamente a dettare temi e tempi della discussione.

Con un partito e un elettorato repubblicani ormai pienamente trumpiani, si accentua un dato caratterizzante la democrazia statunitense: una polarizzazione in due campi sempre più impermeabili, con un evidente effetto nocivo sulla governabilità del paese. È questa la seconda indicazione che emerge dal voto. Trump è per tanti aspetti il portato di questa polarizzazione: della radicalizzazione che essa genera e del contestuale imbarbarimento del confronto politico. Ma è anche agente altamente tossico, che dal pulpito presidenziale irrora la società statunitense con la sua retorica volgare, spregiudicata e talora esplicitamente razzista. Qualsiasi sia l’esito del voto, è difficile se non impossibile credere vi possa essere una ricomposizione a breve della frattura. Una Camera controllata dai democratici, oltre a paralizzare il processo legislativo, si trasformerà inevitabilmente in una sorta di tribunale dal quale i democratici, facendo leva sui poteri congressuali d’inchiesta (a partire da quelli della Commissione Intelligence), lanceranno le loro indagini su Trump, i suoi affari torbidi, i suoi mille conflitti d’interesse e, soprattutto, le ingerenze russe nella campagna del 2016. Una vittoria di Trump legittimerà molte delle degenerazioni in atto, lasciando campo aperto a un Presidente il cui deficit di cultura e sensibilità democratiche si manifesta ormai quotidianamente in forma quasi caricaturale.

Il Giornale di Brescia, 6 novembre 2018

POLITICA E GUERRA

I media danno oggi ampio risalto alla notizia della tragica morte in Afghanistan del maggiore Brent Taylor (https://www.nytimes.com/…/afghanistan-us-soldier-killed.html). Taylor era sindaco della cittadina di North Ogden, una sessantina di chilometri a nord di Salt Lake City, nello Utah. Riservista, aveva preso un congedo per andare in Afghanistan con la guardia nazionale dello stato. Di casi simili ve ne sono molti, il più noto – di cui si è già parlato qui (https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/south-bend-india…/) è il famoso sindaco di South Bend Pete Buttigieg. Nel mentre, alle elezioni di mid-term di martedì prossimo partecipa un numero record di veterani e veterane, soprattutto delle ultime guerre in Iraq e Afghanistan: più di 170 secondo alcune stime, in maggioranza – circa 110 a 60 – repubblicani, anche se tutte le donne con l’eccezione di una corrono per i democratici (https://www.militarytimes.com/…/here-are-the-172-veterans-…/; cifre in parte diverse sono invece fornite dahttps://www.axios.com/2018-midterms-military-veterans-runni…). A questo intreccio tra politica e forze armate concorrono molteplici fattori: la tradizione, mai venuta meno, di un ethos repubblicano che si sublima nella figura del cittadino-soldato, del servitore pubblico sempre pronto al sacrifico estremo; il discredito della politica e di tante altre istituzioni e la contestuale popolarità delle forze armate, oggi riverite come nessun altro nel paese (fig.1 per i dati Gallup); il tragico fallimento delle guerre americane del XXI secolo, che come in passato ha – e in parte comprensibilmente – alimentato l’idea che la responsabilità sia stata primariamente di una politica opportunistica, incompetente e auto-referenziale, che la guerra non la conosce e la utilizza con incoscienza e spregiudicatezza. Ma vi è anche il paradosso – che lo storico Andrew Bacevich ha illustrato magistralmente soprattutto in “The New American Militarism” (https://global.oup.com/…/the-new-american-militarism-978019…&) – di un paese e di un ceto politico sedotti dalla guerra e dalla possibilità di dispiegare l’impareggiabile superiorità di potenza militare di cui gli Usa dispongono, ma che da quella guerra – dalle sue pratiche, dai suoi effetti, dalla sua conduzione – sono sempre più distanti e separati. Bacevich è studioso conservatore, colonnello e veterano del Vietnam che – dopo aver letteralmente scoperto alcuni classici della storiografia progressista e revisionista, Charles Beard e l’amato William Appleman Williams su tutti – ha denunciato, talora in modo un bel po’ binario va detto, tutte le guerre statunitensi del dopo guerra fredda, liberal e conservatrici, democratiche e repubblicane. Che ha rubricato come parte di un’inarrestabile militarizzazione della politica statunitense, del lessico che la informa e della simbologia che l’accompagna. Di un paese, insomma, infatuato della guerra perché la guerra non la conosce; che celebra i suoi soldati (tra i quali numerosi immigrati che attraverso il servizio militare ottengono una via più rapida alla cittadinanza), ma li sottopaga (fig.2) e non garantisce loro adeguate cure mediche, come i numerosi scandali di questi anni hanno una volta ancora rivelato; che la guerra la osserva da lontano, facendo inizialmente il tifo come fosse allo stadio o dimenticandola rapidamente. Per Bacevich una soluzione sarebbe il ritorno alla leva obbligatoria e universale: utile perché la figura del cittadino-soldato torni a essere una realtà, perché renderebbe tutti gli americani più consapevoli delle conseguenze della guerra e meno inclini a intraprenderla con leggerezza e, infine, perché contrasterebbe la degenerazione di una repubblica sempre più iniqua del distribuire responsabilità, oneri e sacrifici. Il primo figlio di Bacevich, Andrew Jr., ha seguito alla lettera la lezione del padre; volontario, è stato ucciso in Iraq nel 2007.

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Mid-Term

35 senatori su 100; l’intera Camera dei Rappresentanti; 12 governatori; numerosi sindaci e consigli comunali; vari referendum statali, che spaziano dal salario minimo alla legalizzazione della cannabis. E un giudizio su Trump e la sua Presidenza. Gli americani saranno chiamati a esprimersi su tutto ciò il 6 novembre prossimo. I sondaggi ci dicono che il Senato quasi certamente resterà in mano ai repubblicani e che la Camera dovrebbe invece passare ai democratici. Ma sono sondaggi volatili, nel contesto di un dibattito i cui termini sono quotidianamente modificati dagli eventi, come ben abbiamo visto in questi giorni quando la discussione è stata dominata prima dalla carovana di migranti centro-americani diretti al confine tra Usa e Messico (e ciò favoriva i repubblicani) e poi dai pacchi bomba spediti da un sostenitore di Trump a vari avversari del Presidente (e ciò aiuta i democratici).

È un’America spaccata, quella che si reca alle prime elezioni nazionali dell’era Trump. E tale polarizzazione costituisce il primo dei tre aspetti sui quali è necessario soffermarsi per meglio comprendere questo ciclo elettorale. La divisione ha matrici plurime e di lungo periodo. Che l’elezione del 2016 ha però ulteriormente acuito. La percentuale di elettori che considera l’altro partito non solo un avversario ma un vero e proprio pericolo per la democrazia è cresciuta a dismisura; di riflesso, è scesa a livelli bassissimi la mobilità elettorale: la disponibilità a scegliere candidati di partiti diversi a seconda delle cariche o del ciclo elettorale. Si hanno, cioè, due basi di militanti e di votanti sempre più impermeabili e pienamente mobilitate l’una contro l’altra.

La conseguenza – e questo è il secondo aspetto – è un evidente imbarbarimento del confronto politico. Di fronte ad avversari che in quanto tali sono illegittimi, qualsiasi arma diviene lecita e la discussione scivola molto facilmente verso escalation di accuse, colpi bassi e diffamazioni. Il limine che separa tutto ciò dalla violenza si fa quindi molto sottile, come abbiamo potuto vedere nei recenti episodi di cronaca.

Ma – terzo e ultimo aspetto – le responsabilità di questo degrado, per quanto diffuse, non possono essere distribuite in egual misura alle due parti. Gravi e maggiori sono quelle dei repubblicani e del Presidente. Il contrasto tra Obama e Trump nell’utilizzo del pulpito presidenziale è quasi caricaturale. Tanto il primo cercò di contrastarlo, tale degrado, quanto il secondo lo ha cavalcato, alimentato e acuito. Trump ha presentato normali manifestazioni di protesta come pericolosi attacchi alla democrazia di folle violente e anti-democratiche. Ha strumentalizzato il caso di poche migliaia di migranti centro-americani, annunciando di voler inviare l’esercito al confine (da cui la carovana dista ancora circa 2mila chilometri) e denunciando senza prova alcuna la presenza nel gruppo di pericolosi “mediorientali”. Ha, come suo solito, insultato e dileggiato. E ha avallato l’azione di alcuni governi statali a guida repubblicana – Kansas e Georgia su tutti – tesi a ridurre la possibilità di accesso al voto di elettori ispanici e neri. Se i repubblicani, contro tutte le previsioni, dovessero preservare la loro maggioranza alla Camera, queste e altre azioni contro la democrazia statunitense potrebbero addirittura intensificarsi. Se così non fosse, dalle urne uscirà un paese ancor più incline allo scontro e alla contrapposizione. In una notte della ragione dalla quale – anche a causa della piena trumpizzazione del partito repubblicano – si fatica davvero a intravedere una via d’uscita.

Il Giornale di Brescia, 28 ottobre 2018

IL DIRITTO DI VOTARE

È uno dei problemi storici della democrazia americana, la “voter suppression”: rendere più difficile o impedire del tutto l’accesso al voto a pezzi dell’elettorato, soprattutto quelle minoranze che avrebbero potuto sfidare il sistema di segregazione razziale o che oggi votano in larghissima maggioranza democratico. La competenza è statale e le leggi variano quindi in modo significativo. Lo vediamo bene, ad esempio, per il diritto di voto dei carcerati (tra quali, si sa, sono largamente sovra-rappresentati gli afro-americani) . In due stati molto progressive (Maine e Vermont) non lo perdono nemmeno mentre scontano la condanna; in 14 vi è un recupero automatico del diritto di voto una volta terminato il periodo in carcere; negli altri vi è una finestra più o meno lunga di attesa o, per certi crimini, la perdita definitiva del diritto di voto (“A person convicted of murder, rape, bribery, theft, arson, obtaining money or goods under false pretense, perjury, forgery, embezzlement or bigamy » cessa di essere « a qualified elector” recita ad esempio la costituzione del Mississippi). Ma a vedere limitato il proprio diritto di voto non sono solo i carcerati. Richieste di documenti d’identificazione di cui molti elettori non dispongono, spesso giustificate da presunte (o grandemente esagerate) frodi elettorali; gerrymandering e creazione di collegi elettorali che rendono praticamente superfluo il votare; ostacoli di vario tipo, inclusa la riduzione del numero di seggi in giornate elettorali che sono anche lavorative: gli strumenti sono diversi e ampiamente utilizzati. Ha fatto scalpore in queste settimane il caso della Georgia, uno stato che non ha mai avuto un governatore nero, e dove la candidata democratica Stacey Abrams ha la concreta possibilità di essere la prima donna eletta alla carica oltre che la prima donna afroamericana a conquistare un governatorato. Il suo avversario, Brian Kemp, è l’attuale segretario di Stato: ossia la persona responsabile per la gestione delle operazioni elettorali (posizione, a dispetto di un evidente conflitto d’interessi, dalla quale si è rifiutato di dimettersi). Un ruolo che pare stia svolgendo con grande zelo e che ha indotto numerose associazioni per i diritti civili a mobilitarsi e a denunciare Kemp, in particolare dopo la scoperta che la registrazione elettorale di più di 50mila elettori è stata congelata per discrepanze tra i moduli presentati e i registri statali (a quanto pare si tratta in taluni casi di discrepanze minime, un trattino mancante in un cognome, ad esempio, o un secondo nome non inserito). Il 70% di questi elettori sono neri e concentrati nelle dieci contee più urbane dello Stato o nei sobborghi di Atlanta (https://www.citylab.com/…/where-voters-color-are-su…/573367/ e fig.1). La Georgia non è però un caso isolato e oggi il Times dà conto della sconcertante vicenda di Dodge City, Kansas, città dove il 60% della popolazione è ispanica (https://www.nytimes.com/…/26/us/dodge-city-kansas-voting.ht…). E dove per il voto del 6 novembre prossimo è previsto un solo seggio, fuori dai confini municipali, difficilmente raggiungibile per quella parte della popolazione che usa principalmente mezzi pubblici (a quanto pare Lyft si sta attivando per fornire un servizio gratuito quel giorno, è in una certa misura ironico che i ricchi neoliberal di San Francisco diventino i salvatori della democrazia americana ma tant’è …). Anche qui abbiamo un segretario di Stato, Kris Kobach, candidato governatore. Un avversario storico dell’ACLU e delle principali organizzazioni per i diritti civili, il buon Kobach. Da tempo impegnato nella campagna contro le frodi elettorali oltre che architetto (e vice-presidente) della commissione istituita da Trump in seguito alle sue denunce sui presunti milioni di voti irregolari ottenuti dalla Clinton nel 2016. La commissione ha avuto vita breve e non ha prodotto evidenza alcuna. In Kansas, Korbach ha lanciato una sua azione parallela contro il voto di persone non autorizzate, che dopo mesi d’inchiesta ha portato a individuare nove casi sospetti e ottenere una condanna…-

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