Mario Del Pero

Ordine e Cambiamento

Il discorso inaugurale di Obama ha seguito un copione in
larga misura atteso. Non è stato il più alto o il più immaginifico tra gli
interventi pubblici del neo-Presidente; la retorica è rimasta contenuta e
sobria. Non poteva essere altrimenti, vista l’occasione. Vi è però un passaggio
del discorso, destinato a essere meno sottolineato di altri, che ci dice molto
di Obama e di cosa egli rappresenti per l’America oggi. È il passaggio in cui
Obama ha sollecitato a mettere da parte “piccoli rancori e false promesse, le
recriminazioni e i dogmi consunti” che hanno “strangolato” la politica
statunitense”. L’America – ha proclamato Obama – “ha scelto la speranza sulla
paura, l’unità d’intenti sul conflitto e la discordia”. Questo passaggio racchiude
infatti alcuni fondamentali elementi che Obama è riuscito a fare propri e a
simboleggiare nel corso del cammino che l’ha portato alla Casa Bianca.
Secondo alcuni recenti sondaggi, tra il 70% e l’80% degli
americani dà oggi un giudizio positivo di Obama. I tassi di popolarità del
nuovo presidente sono di molto superiori a quelli di cui godevano Bill Clinton
nel 1992 e George W. Bush nel 2000. In una recente rilevazione Gallup, più di
un terzo degli intervistati ha definito il discorso inaugurale di oggi come il
più importante nella storia degli Stati Uniti; quasi l’80% lo ha collocato, più
sobriamente, tra “i più importanti”. Questo consenso interno si combina con
quello internazionale. Se il mondo avesse potuto votare lo avrebbe fatto per
Obama (con maggioranze schiaccianti in tutti i continenti, secondo un sondaggio
Foreig Policy/Gallup di pochi giorni antecedente il voto).
Come si spiega questa fascinazione collettiva per Obama? Che
cosa chiedono l’America e il mondo a un Presidente che essi osservano ammirati
se non ipnotizzati? Cosa c’è di nuovo e di diverso oggi per alimentare simili
aspettative e, anche, per produrre un culto della personalità quale da tempo
non si vedeva?
Varie risposte possono essere date: la profondità di una
crisi che richiede politiche straordinarie e, con esse, figure straordinarie
capaci di immaginare tali politiche e di metterle in atto; l’esigenza di
voltare pagina, di segnare, anche simbolicamente, una discontinuità forte,
avviando quel “cambiamento” che ha rappresentato la parola d’ordine e il
principale slogan del lungo ciclo elettorale; il desiderio di vedere
ripristinati l’immagine pesantemente danneggiata degli Stati Uniti e il mito di
un’America sempre in grado di rinascere e risollevarsi.
Da qualsiasi parte la si voglia osservare, l’elezione di
Obama ha avuto un effetto catartico. L’America è tornata a rappresentarsi e a venire
rappresentata come un modello, unico ma universale nel suo essere (e porsi) a
disposizione di tutti. Obama è divenuto l’incarnazione del cambiamento, della
diversità, del dinamismo di un’America che ancora una volta si trasforma e si
rinnova. L’improbabile biografia cosmopolita di Obama; la sua storia meticcia,
qualsiasi sia il parametro utilizzato per esaminarla e narrarla (razziale,
sociale, culturale); il suo essere testimonianza vivente che alla fine negli
Usa si premia il merito, il lavoro, la capacità e la tenacia sopra ogni altra
cosa. Questi e altri elementi hanno fatto di Obama il simbolo e la
personificazione di un’America sempre più complessa, diversa e composita; di
un’America che a dispetto di tutto non cessa di cambiare e di farsi mondo;
dell’America delle opportunità e della libertà.
Il discorso del cambiamento e della vitalità giustamente
soffonde la retorica che accompagna l’insediamento di Obama. C’è però qualcosa
di altro e di più che spiega l’emozionata partecipazione collettiva che
accompagna questo evento, che già fu visibile in occasione delle elezioni di
novembre e che è ritornata con forza nel discorso inaugurale di Obama.
L’America che si ritrova oggi a Washington, in alcuni dei suoi luoghi
simbolicamente più importanti – il Lincoln Memorial, il Mall – è un’America che
vuole credere nelle proprie istituzioni e che chiede ne vengano ripristinati il
ruolo e la dignità. È un’America che invoca appunto non solo cambiamento, ma
anche ordine. Per la quale, anzi, cambiamento significa ristabilire compostezza
e sobrietà, laddove sono prevalsi negli ultimi anni ideologia ed eccessi: alcuni
di quei “dogmi consunti” cui ha fatto riferimento Obama nel suo intervento.
Obama e la sua elezione simboleggiano oggi anche questo: la vittoria del rigore,
della preparazione, della serietà e della moderazione. Obama comunica agli
americani complessità e non semplicità. Ha aperto con essi in questi mesi un
dibattito intellettuale, prima ancora che politico. La sua elezione ripristina
l’immagine del Presidente, che torna ad essere una figura da ammirare, e
rispettare:; torna a elevare la competenza a criterio discriminante della
politica. I milioni di americani che hanno osservato il discorso di Obama, le
centinaia di migliaia di persone che hanno invaso Washington, tutti coloro,
dentro e fuori gli Stati Uniti, che hanno rivolto i propri occhi all’America,
lo hanno fatto con l’auspicio e la convinzione che alla Casa Bianca si stia
insediando una persona seria e capace. Sapendo che Obama – a dispetto della
straordinaria forza iconica della sua immagine – non è il Messia, come lui
stesso si è premurato più volte di ricordare; che non ci si possono attendere
miracoli. Chiedendo però quella serietà e quella preparazione, quell’impegno e
quell’attenzione, che la politica, ogni buona politica dovrebbe offrire e
garantire.

(Il Mattino, 21 gennaio 2009)