Mario Del Pero

I silenzi e i dilemmi di Obama

Alcuni
paesi europei, Gran Bretagna su tutti, condannano severamente la violenta
repressione delle manifestazioni di protesta in Iran. Altrettanto fanno negli
Usa il Senato e la Camera dei Rappresentanti, votando praticamente
all’unanimità due risoluzioni non vincolanti. Obama ha invece a lungo taciuto.
Quando ha parlato, anche nelle ultime due giornate, lo ha fatto con cautela e
attenzione, attirandosi le pesanti critiche non solo dei soliti noti
neoconservatori, ma anche di alcuni commentatori liberal, fino ad ora assai
simpatetici con il Presidente.
Come si
giustifica la circospezione di Obama e quali sono i rischi che sta correndo con
questa scelta? Le ragioni sono abbastanza facili da discernere e si spiegano
sia con l’approccio di politica estera di Obama sia con gli obiettivi che
l’amministrazione si propone di raggiungere in Medio Oriente. Innanzitutto,
Obama e i suoi consiglieri sono consapevoli che una posizione più severa ed
esplicita verso quanto sta accadendo in Iran potrebbe essere interpretata, e
denunciata, come una forma d’ingerenza degli Usa negli affari interni iraniani.
In una situazione che nell’ultima settimana è parsa spesso fluida e mutevole,
si è ritenuto opportuno astenersi  dal
criticare troppo severamente il regime iraniano, evitando di offrirgli appigli
e giustificazioni. Si attende quindi l’evolvere degli eventi, in un quadro che
rimane ancora poco chiaro, in cui è impossibile definire la natura e la portata
di brogli elettorali di cui tutti sono convinti, ma rispetto ai quali mancano
prove certe. La cautela di Obama è inoltre coerente con la filosofia e il
discorso di politica estera del nuovo Presidente. Da candidato e ancor più da
Presidente, Obama si è presentato come campione di pragmatismo e di
concretezza. Per scelta e per convenienza politico-elettorale ha fatto proprio,
e addirittura ostentato, un approccio realista, di cui l’America ha un
disperato bisogno dopo la grande sbronza ideologica degli anni di Bush.  Non a caso, la risposta di Obama alla crisi
iraniana è stata giudicata positivamente dal grande guru del realismo
statunitense, Henry Kissinger.
Infine,
cautela e pragmatismo si spiegano anche in relazione alla politica
mediorientale di Obama e, più nello specifico, alla volontà di  cambiare atteggiamento nei confronti
dell’Iran. In Medio Oriente, Obama punta a coinvolgere tutti i più importanti
soggetti regionali, e quindi anche l’Iran, in un’azione diplomatica che si pone
lo scopo ultimo di risolvere alcuni fronti di tensione, per poi concentrarsi
sulla questione fondamentale dello scontro israelo-palestinese, rispetto alla
quale la capacità d’influenza degli Usa è assai più limitata di quanto non si
creda. Nei confronti dell’Iran, opera la consapevolezza che il problema
fondamentale è un programma nucleare rispetto al quale le posizioni di Moussavi
non differiscono in alcun modo da quelle di Ahmadinejad.
Il
realismo obamiano è dunque comprensibile e finanche apprezzabile. Eppure lascia
irrisolti, e anzi rischia di esasperare, molti dilemmi. Come altri realismi del
passato, potrebbe essere paradossalmente poco “realistico” e minare alla base
quel doppio consenso, interno e internazionale, che Obama è riuscito a
costruire e che ha finora rappresentato una risorsa straordinaria per la sua
politica estera. Fuori dagli Usa, quella di Obama rischia di apparire a molti
una posizione cinica e spregiudicata, che appanna l’appeal globale della sua
figura e del suo messaggio. All’interno degli Stati Uniti, Obama si trova
improvvisamente sulla difensiva e vede una prima, piccola erosione del suo
capitale politico. Ha certamente ragione, il Presidente, quando ricorda che,
nel merito, trattare con Moussavi non sarà diverso dal farlo con Ahmadinejad. I
problemi sul tavolo saranno gli stessi, chiunque sia il vincitore delle
elezioni. Ma negoziare con un Ahmadinejad 
eletto con modalità dubbie e difeso per il tramite di un violento
soffocamento della protesta diventerebbe quasi impossibile per Obama.  Ogni giorno che passa, e ogni ulteriore
inasprimento della repressione, riduce le possibilità di aprire un serio
dialogo tra Iran e Stati Uniti. Obama si trova, come altre volte in questi
primi mesi di Presidenza, a operare su di un crinale sottile e scivoloso.
Rischia di bruciare una parte non marginale del consenso costruito fino ad oggi
e, qualora non cambiasse all’improvviso la situazione in Iran, si troverà
costretto ad assumere una posizione più netta, risolvendo alcune delle
ambiguità che ne hanno finora contraddistinto la risposta alla crisi iraniana.

[Il Mattino, 21 giugno 2009]