Mario Del Pero

Voti registrati, voti probabili

Tutti i sondaggi hanno evidenziato, e continuano a evidenziare, l’impatto del primo dibattito televisivo tra Obama e Romney. Il chiaro vantaggio di cui godeva il Presidente a livello nazionale è stato eroso e, in alcuni casi, colmato. Negli stati in bilico, che saranno cruciali il 6 novembre, la partita appare quanto mai aperta. Il dibattito ha ridato energia a una campagna, quella di Romney, che sembrava prossima ad implodere. Un dato che emerge da questi sondaggi ci rivela però l’effettivo significato di questa svolta ed è lo scarto tra gli elettori registrati (quelli che possono votare) e gli elettori probabili (quelli che quasi certamente voteranno). Tra i primi, stando alla media delle rilevazioni Gallup dell’ultima settimana, Obama preserva a livello nazionale un vantaggio di tre punti, 49 a 46; tra i secondi, Romney è avanti di due punti, 49 a 47. Dati simili sono offerti per lo stato, potenzialmente decisivo, dell’Ohio, dove tra gli elettori registrati Obama avrebbe un vantaggio di due punti che viene però rovesciato laddove il campione è circoscritto ai soli elettori probabili.

Sono, ovviamente, sondaggi da prendere con le pinze anche perché problematica risulta la stessa definizione della categoria di “elettori probabili”, solitamente costruita applicando determinati criteri (età, istruzione, precedenti storici) nel restringere la base campionata. Lo scarto è nondimeno troppo rilevante, e sostanzialmente uniforme nei diversi sondaggi, per non essere considerato. E ci mostra, questo scarto, perché la debolezza e l’impreparazione di Obama durante il dibattito abbiano avuto  effetti così rilevanti.

Una delle leggende delle elezioni americane, che tanto piacciono ad alcuni commentatori nostrani, è che esse si vincano spostandosi “al centro” per conquistare il mitico elettorato indipendente. Posto che una parte non marginale degli indipendenti non ha, su molti temi, posizioni centriste e moderate, le elezioni recenti ci mostrano come per vincere sia prima di tutto fondamentale mobilitare appieno il proprio elettorato, come fecero con successo sia Bush nel 2004 sia Obama nel 2008. Che si debba, in altre parole, colmare il più possibile nel proprio campo lo scarto tra chi ha il diritto di votare e chi questo diritto lo esercita.

Ed è questo, oggi, il problema di Obama, che il primo dibattito con Romney ha finito per acuire: la debole capacità di generare entusiasmo e coinvolgimento tra i suoi stessi elettori. L’imbarazzante performance televisiva del Presidente ha finito così per alterare la dinamica e la stessa narrazione della campagna. Ha ridato energia a quella, in difficoltà, di Romney; ha reso ancor meno propensi a recarsi alle urne i tanti elettori disillusi da Obama.

La sfida per i democratici è ora proprio questa: convincere i propri elettori potenziali, in particolare i giovani, a votare. Lo possono fare in due modi, come si è visto durante il recente confronto tra i candidati vice-presidenti, Joe Biden e Paul Ryan. Cercando di riattivare un entusiasmo che l’algido e distaccato Obama finora non si è mostrato in grado di catalizzare. E facendo leva su quella che è, oggi, la principale debolezza dei repubblicani: il loro radicalismo, ad altissimo contenuto ideologico, che su molti temi finisce per renderli davvero poco credibili. Vedere un politico stagionato, e certo non noto per la sua precisione e per il suo amore per i dettagli, come Biden tenere testa – sui fatti e sui numeri – al presidente della commissione Bilancio della Camera, Ryan, che ama presentarsi come tecnocrate solido e senza fronzoli, è stato davvero emblematico. Ed è anche su questo, sul presentarsi come partito della ragione e della razionalità, che i democratici dovranno cercare di far leva per non perdere la Casa Bianca in novembre.

Il Giornale di Brescia, 15 Ottobre, 2012