Mario Del Pero

Pistole fumanti?

L’ha gestita con indubbia maestria, Donald Trump. Ha fatto quel che qualsiasi altro Presidente avrebbe fatto (e dovuto fare): rendere pubblici, alla scadenza prevista dei 25 anni, migliaia di documenti ancora secretati (in parte o totalmente) relativi all’assassinio di John Kennedy, accettando però la richiesta degli apparati d’intelligence di mantenere una proroga di altri sei mesi per alcuni materiali particolarmente sensibili. Accompagnando il processo con i suoi tweet conditi dagli immancabili punti esclamativi, Trump ha celebrato questo momento di “grande trasparenza” e l’abbattimento degli spessi diaframmi che ancora esistono tra potere e popolo, eletti e loro rappresentanti.
Poco può, però, il populismo trumpiano contro l’inevitabile delusione di chi sperava di trovare in questi documenti risposte se non definitive almeno rivelatrici. In grado, cioè, di sollevare alcune delle tante opacità che ancora circondano la vicenda.
Nessuna pistola fumante, insomma. Nessun aiuto a comprendere se Oswald, l’assassinio di Kennedy, abbia quantomeno goduto di una rete di appoggi e aiuti; o se vi fosse qualcuno dietro Jack Ruby, il proprietario di nightclub che uccise Oswald due giorni più tardi. È probabile, anzi certo, che quelle pistole fumanti non vi siano nemmeno nei documenti rimasti secretati. Perché non esistono; o perché, se mai fossero davvero esistite, è difficile credere che non siano state distrutte.
Allo storico, di suo diffidente verso i complotti e le teorie cospirative, restano però migliaia di documenti che si aggiungono ai tanti già esistenti. Documenti che non permettono di smentire la tesi ufficiale sull’uccisione di JFK. Ma che aiutano a capire meglio il clima dell’epoca, la pervasività della guerra fredda tra Usa e Urss, il suo impatto politico, culturale e sociale dentro gli Stati Uniti, l’ossessione americana per la “perdita” di Cuba, il peso della questione razziale e l’odio del sud segregazionista verso un Presidente, Kennedy, che sui diritti civili aveva in realtà fatto assai poco.
Tre, in particolare, sembrano essere le indicazioni principali offerte da queste nuove fonti. La prima è l’assoluta centralità di Cuba e di Fidel Castro, destinata a protrarsi ben oltre la crisi dei missili dell’ottobre 1962 e lo stesso assassinio di Kennedy. Uno stato filosovietico a pochi chilometri dalle coste statunitensi minacciava di alterare gli equilibri strategici e costituiva un pericoloso precedente in tutto l’emisfero. Soprattutto, rappresentava un’umiliazione che si riverberava politicamente dentro gli stessi Stati Uniti, con una comunità di esuli anti-castristi destinata a svolgere un importante ruolo in uno stato cruciale come la Florida e uno scontro, durato fino ad oggi, su quale linea tenere nei confronti de L’Avana. I documenti non aggiungono nulla di particolarmente piccante a quanto non rivelarono già le commissioni d’inchiesta del Congresso negli anni Settanta (e, in altra salsa, le storie della muta da sub avvelenata da regalare a un ignaro Castro o le conchiglie esplosive da deporre nel mare dove nuotava il leader cubano erano già note). Ma ci ricordano il peso politico e simbolico spropositato avuto da Cuba e dalla sfida del castrismo.
Il secondo elemento evidenzia come i paraocchi ideologici della Guerra Fredda potessero generare pericolosi fraintendimenti dei comportamenti e degli obiettivi degli avversari. Stando agli informatori dell’FBI, in Unione Sovietica si temette che l’eliminazione di Kennedy fosse parte di un golpe promosso dalla ultra-destra contraria a qualsiasi accomodamento con Mosca e pronta a invadere Cuba (una lettura non dissimile, sappiamo, fu data in occasione dell’attentato a Reagan nel marzo del 1981). Uno stato di allerta estrema ne seguì con tutti i rischi del caso.
Terzo e ultimo: le torbide interazioni tra politica, malavita e spettacolo, sulle quali si gettò con invariabile voracità l’FBI di Edgar Hoover. L’America kennediana – raccontano molti di questi documenti – è un’America di gangster, attori, ballerine; di escort che dichiarano all’FBI di essere state contattate per partecipare a festini con John Kennedy, Frank Sinatra e Sammy Davis Jr. o di manoscritti inediti che rivelano nuovi dettagli su presunte storie tra Marilyn e Bobby Kennedy, il fratello minore di John (oltre che suo ministro della Giustizia). Un’America, insomma, dove la possibilità che ci fossero altri dietro Oswald non è probabilmente vera, ma non può non apparire verosimile.

Il Mattino, 28 ottobre 2017