Mario Del Pero

Russiagate: è partita la slavina?

La slavina era lì, che attendeva da tempo di essere innescata. Perché se è vero che sono tante le commissioni congressuali che hanno aperto delle inchieste sulle presunte ingerenze russe nella campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca è altresì vero che l’indagine più importante, che può davvero far cadere questo Presidente, è quella condotta, su nomina del dipartimento della Giustizia, dall’ex direttore dell’FBI Robert Mueller. Ieri Mueller ha proceduto a mettere in stato d’accusa l’ex manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, e il suo partner in affari, Rick Gates. Separatamente, un altro ex consigliere di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito in merito a un suo incontro avvenuto nell’aprile del 2016 con un emissario russo che prometteva di offrire informazioni compromettenti su Hillary Clinton.
Manafort e Gates sono accusati per fatti non direttamente collegati alle elezioni dell’anno scorso. I capi di accusa – riciclaggio, evasione fiscale, mancato rispetto delle leggi in materia di lobbying all’estero – si riferiscono alle attività di consulenza svolta da Manafort per il governo ucraino filo-Putin (e, in seguito, per l’opposizione al nuovo esecutivo di Kiev formatosi nel 2014). La strategia di Mueller appare però chiara: stringere il cerchio attorno ad alcuni di coloro che furono i più stretti collaboratori di Trump per individuare legami con le ingerenze di Mosca e, ancor più, costringerli a cercare un qualche patteggiamento in cambio d’informazioni che permettano di fare luce su tali ingerenze. Altre indagini parallele sono in corso di svolgimento, a partire da quella sull’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, il generale Michael Flynn, rimasto in carica solo pochi giorni prima che venissero rivelate sia le suo menzogne sugli incontri con l’ambasciatore russo sia le sue consulenze, retribuite e non riportate, per il governo turco.
È una storia torbida e di difficile decrittazione, quella su cui sta indagando Mueller. Nella quale convergono ovviamente varie dinamiche: l’atteggiamento spregiudicato della famiglia Trump rispetto a un conflitto d’interessi – tra il loro impero immobiliare e il loro ruolo politico – non gestito e forse non gestibile; le possibili, dirette collusioni, tra una potenza straniera, la Russia, desiderosa d’impedire una vittoria della Clinton, e un candidato pronto a tutto e privo, come ha più volte dimostrato, di qualsiasi, elementare senso delle istituzioni; un establishment washingtoniano, di cui anche i vertici dell’intelligence fanno parte, pronto a usare qualsiasi mezzo contro un Presidente ritenuto pericoloso, per il paese e, anche, per i propri privilegi.
E lo scontro in atto sembra essere anche questo: l’azione di un’élite ostile a Trump per ragioni nobili (la difesa delle istituzioni, appunto, e la tutela di una sicurezza nazionale che, se fossero confermate le accuse, sarebbe stata violata dalle ingerenze russe) e meno nobili (l’autodifesa corporativa contro l’assalto mosso dal populismo trumpiano). L’altra partita si gioca però tutta all’interno del partito repubblicano. Perché il lungo e tortuoso percorso che potrebbe eventualmente portare all’impeachment del Presidente è un processo politico realizzabile solo laddove una maggioranza dei repubblicani al Congresso scaricassero Trump. Ovvero quando questa opzione divenisse politicamente (ed elettoralmente) vantaggiosa se non addirittura necessaria. A quello stadio non si è ancora giunti. Anzi, a oggi Trump preserva un ampio sostegno tra una base repubblicana che, sondaggi alla base, continua a minimizzare o negare la rilevanza dello scandalo russo anche laddove esso fosse confermato dall’inchiesta di Mueller. Ovviamente, nuove scoperte e rivelazioni potrebbero modificare questo stato di cose, alterando gli umori di un’opinione pubblica conservatrice finora schierata senza remore dalla parte del Presidente. Una svolta, però, che cozza contro forme di polarizzazione politica ed elettorale che sembrano costituire la vera cifra distintiva degli Usa oggi. Di un paese, cioè, diviso in due campi sempre più distanti e incapaci di comunicare. Dove il fattore primario di mobilitazione diventa l’ostilità alla controparte. E dove qualcuno come Donald Trump può non solo diventare Presidente, ma addirittura rischiare di rimanere al suo posto anche laddove fossero scoperte sue collusioni con uno stato estero quali quelle su cui sta indagando Mueller.

Il Mattino, 31 ottobre 2017