Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2017

Un anno dopo

È stato un anno turbolento, quello appena trascorso da quando l’America scioccò il mondo scegliendo come suo Presidente Donald Trump. Forse anche più turbolento delle aspettative.
Un anno al termine del quale gli Stati Uniti si trovano ancor più divisi e polarizzati, Trump non si è fatto nemmeno un po’ più “presidenziale”, la disaffezione verso la politica e le istituzioni rimane forte ed estesa nel paese e scandali potenzialmente rilevanti minacciano un’amministrazione che in questi pochi mesi ha visto ha visto un turnover di personale senza precedenti.
Qualsiasi bilancio non può che essere provvisorio e parziale. Eppure è possibile cercare d’individuare una serie di successi e fallimenti dell’amministrazione repubblicana. Tra i primi ve ne sono almeno cinque, a partire dal banale fatto che Trump non è oggi più debole politicamente di quanto non fosse già in gennaio. I tassi di approvazione del suo operato erano e rimangono straordinariamente bassi, i più bassi di sempre: il 45%, secondo Gallup, in gennaio; il 38% ora. La variazione – il 7% – è però assai contenuta e da tempo stabile; nello stesso periodo, Obama scese dal 67 al 49%. Soprattutto, il persistente, solido sostegno della base elettorale repubblicana (addirittura sopra l’80%) costituisce ancora la variabile dirimente nel determinare le sorti del Presidente e nel proteggerlo da possibili iniziative del Congresso. Un secondo successo di Trump è rappresentato dall’efficace opera di svuotamento per via amministrativa di una parte del lascito obamiano, soprattutto in materia di politiche ambientali. Anzi, il Presidente sembra seguire proprio la linea tracciata dal suo predecessore nel fare ampio uso dello strumento delle indicazioni attuative alle burocrazie competenti per surrogare quella semiparalisi legislativa che pare costituire la cifra distintiva della moderna democrazia statunitense. Terzo successo: l’economia. Sulla quale incide ovviamente l’onda lunga dei buoni risultati ottenuti dalla Presidenza Obama, ma che vede il PIL crescere di più del 3% nel 2017, una disoccupazione saldamente sotto il 4.5% e la borsa che torna a correre e, forse, surriscaldarsi (l’indice Dow Jones segna un +18% da gennaio a oggi). Quarto: la stabilizzazione di un’amministrazione che inizialmente ha perso vari, importanti pezzi – il Consigliere della Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, addirittura dopo sole tre settimane – ma che oggi sembra avere trovato una sua quadratura e nel quale centrale è il ruolo di militari che, anche per la straordinaria popolarità delle forze armate, garantiscono una copertura politica e di consenso al Presidente. Infine, quinto e ultimo, la nomina di un giudice conservatore alla Corte Suprema, Neil Gorsuch, e la possibilità quindi di alterare a lungo gli equilibri in questa fondamentale istituzione.
Gli insuccessi sono però parimenti rilevanti e, forse, anche più pesanti. A dispetto delle aspettative e degli auspici, Trump continua a rivelare uno sconcertante deficit di “presidenzialità”: i suoi tweet, la sua impreparazione, la frequente volgarità delle sue dichiarazioni concorrono a un degrado del discorso pubblico e politico dal quale si fatica a intravedere una via d’uscita. Come ben evidenziano i successi democratici nelle recenti elezioni dei governatori di New Jersey e Virginia, questi comportamenti alimentano una mobilitazione ostile al Presidente che pare offrire la principale risorsa a un partito democratico di suo diviso e in difficoltà. Non positiva all’interno degli Usa, l’immagine di Trump è ampiamente negativa in gran parte del mondo, a partire dall’Europa, dove i livelli d’impopolarità del Presidente superano addirittura quelli di George Bush Jr. al termine del suo mandato nel 2008. Un anno di Trump, insomma, ha indebolito ancor più la credibilità globale degli Stati Uniti. Sotto questa nuova guida, infatti, gli Usa appaiono essere un ulteriore elemento di turbamento di un ordine internazionale di suo fragile e vulnerabile. Per quanto non realizzate, dall’ambiente al commercio alla sicurezza, le parole d’ordine trumpiane sembrano scardinare la fragile architettura della governance mondiale senza offrire credibili alternative. Anche perché il presunto pilastro di una nuova strategia statunitense – l’asse con la Russia putiniana – è ben presto caduto vittima di uno scandalo, quello delle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016, che potrebbe davvero travolgere l’amministrazione. E mentre permane il mistero su un possibile incontro odierno tra il Presidente statunitense e quello russo, l’ombra di questo scandalo continua ad aleggiare torva sul presente e il futuro di Donald Trump.

Il Mattino, 10 novembre 2017

Trump in Asia

È un viaggio davvero importante, verrebbe voglia di definirlo cruciale, quello che Donald Trump sta compiendo in Asia e che dopo il Giappone lo porterà in Corea del Sud, Cina, Vietnam e Filippine. Perché è sulle rotte asiatiche e transpacifiche che corrono – complesse, contradditorie e minacciose – alcune delle interdipendenze più significative dell’ordine internazionale corrente.
Tre, in particolare, sono i dossier fondamentali. Il primo è rappresentato dalla relazione tra Cina e Stati Uniti. Che si caratterizza per la compresenza di collaborazione e rivalità, forme oggettive di convergenza e finanche integrazione (in particolare in ambito economico) e tentazioni competitive potenzialmente molto pericolose. Direttamente legato a questo primo elemento vi è il secondo dossier, costituito da un’architettura di sicurezza regionale fragile e parziale. Che rimane americano-centrica, laddove gli Stati Uniti continuano a costituire il principale fornitore di sicurezza attraverso una serie di accordi bilaterali con cui gli Usa estendono la loro protezione militare a vari soggetti regionali, a partire da quello giapponese. Ma che non è organizzata e istituzionalizzata come sullo spazio nord-atlantico, grazie alla Nato. E che è oggi soggetta a varie sfide: quella della Cina, che cerca di estendere la sua presa, alzando la soglia della tensione con i vicini (Giappone e Vietnam su tutti) e investendo pesantemente in difesa (un +7% nel 2017); quella della Corea del Nord, che non solo si dota di un deterrente nucleare, ma, con i suoi atti minacciosi e le sue dichiarazioni roboanti, rischia di scatenare una corsa regionale agli armamenti che esaspererebbe le relazioni tra i soggetti dell’area e scardinerebbe definitivamente il fragile ordine regionale; quella, infine, degli stessi alleati degli Usa, che anche per ragioni di politica interna sembrano sempre più attratti da soluzioni unilaterali con cui affrancarsi dalla dipendenza strategica nei confronti di Washington.
Terzo e ultimo: il commercio. Con la Cina che è diventata il soggetto egemone in termini di scambi e investimenti. Con molti stati asiatici preoccupati da ciò e dalle sue implicazioni per la loro sicurezza e sovranità. E con gli Stati Uniti di Trump incapaci di mettere in asse il loro primato strategico con la loro decrescente centralità commerciale, anche a causa del definitivo affondamento del Trattato di Libero Scambio Transpacifico (TPP) che tra le altre cose doveva permettere di bilanciare questo primato cinese.
Ci vorrebbe una mano cauta, attenta, competente e, anche, fortunata per gestire un simile, complicatissimo intreccio. Ahimè, quella mano non sembra oggi risiedere alla Casa Bianca, come queste prime tappe del viaggio di Trump hanno ben rivelato. Il discorso rozzo e semplificato del Presidente sembra anzi acuire i problemi e infiammare le tensioni sia con la Cina sia con gli alleati degli Usa. Trump, è ovvio, parla a quella pancia conservatrice della sua opinione pubblica interna dal cui sostegno dipendono in ultimo le sue sorti politiche. Lo fa accusando il Giappone per surplus commerciali che però derivano dalla maggiore competitività di Tokyo più che da pratiche scorrette o svalutazioni competitive; minacciando la Nord Corea e promettendo soluzioni militari difficilmente praticabili; sfidando, infine, una Cina della cui collaborazione gli Usa hanno in realtà molto bisogno. Agendo, in altre parole, come fattore di destabilizzazione di un ordine asiatico di suo immensamente delicato e complesso.

Giornale di Brescia, 8 novembre 2017