Mario Del Pero

Un anno dopo

È stato un anno turbolento, quello appena trascorso da quando l’America scioccò il mondo scegliendo come suo Presidente Donald Trump. Forse anche più turbolento delle aspettative.
Un anno al termine del quale gli Stati Uniti si trovano ancor più divisi e polarizzati, Trump non si è fatto nemmeno un po’ più “presidenziale”, la disaffezione verso la politica e le istituzioni rimane forte ed estesa nel paese e scandali potenzialmente rilevanti minacciano un’amministrazione che in questi pochi mesi ha visto ha visto un turnover di personale senza precedenti.
Qualsiasi bilancio non può che essere provvisorio e parziale. Eppure è possibile cercare d’individuare una serie di successi e fallimenti dell’amministrazione repubblicana. Tra i primi ve ne sono almeno cinque, a partire dal banale fatto che Trump non è oggi più debole politicamente di quanto non fosse già in gennaio. I tassi di approvazione del suo operato erano e rimangono straordinariamente bassi, i più bassi di sempre: il 45%, secondo Gallup, in gennaio; il 38% ora. La variazione – il 7% – è però assai contenuta e da tempo stabile; nello stesso periodo, Obama scese dal 67 al 49%. Soprattutto, il persistente, solido sostegno della base elettorale repubblicana (addirittura sopra l’80%) costituisce ancora la variabile dirimente nel determinare le sorti del Presidente e nel proteggerlo da possibili iniziative del Congresso. Un secondo successo di Trump è rappresentato dall’efficace opera di svuotamento per via amministrativa di una parte del lascito obamiano, soprattutto in materia di politiche ambientali. Anzi, il Presidente sembra seguire proprio la linea tracciata dal suo predecessore nel fare ampio uso dello strumento delle indicazioni attuative alle burocrazie competenti per surrogare quella semiparalisi legislativa che pare costituire la cifra distintiva della moderna democrazia statunitense. Terzo successo: l’economia. Sulla quale incide ovviamente l’onda lunga dei buoni risultati ottenuti dalla Presidenza Obama, ma che vede il PIL crescere di più del 3% nel 2017, una disoccupazione saldamente sotto il 4.5% e la borsa che torna a correre e, forse, surriscaldarsi (l’indice Dow Jones segna un +18% da gennaio a oggi). Quarto: la stabilizzazione di un’amministrazione che inizialmente ha perso vari, importanti pezzi – il Consigliere della Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, addirittura dopo sole tre settimane – ma che oggi sembra avere trovato una sua quadratura e nel quale centrale è il ruolo di militari che, anche per la straordinaria popolarità delle forze armate, garantiscono una copertura politica e di consenso al Presidente. Infine, quinto e ultimo, la nomina di un giudice conservatore alla Corte Suprema, Neil Gorsuch, e la possibilità quindi di alterare a lungo gli equilibri in questa fondamentale istituzione.
Gli insuccessi sono però parimenti rilevanti e, forse, anche più pesanti. A dispetto delle aspettative e degli auspici, Trump continua a rivelare uno sconcertante deficit di “presidenzialità”: i suoi tweet, la sua impreparazione, la frequente volgarità delle sue dichiarazioni concorrono a un degrado del discorso pubblico e politico dal quale si fatica a intravedere una via d’uscita. Come ben evidenziano i successi democratici nelle recenti elezioni dei governatori di New Jersey e Virginia, questi comportamenti alimentano una mobilitazione ostile al Presidente che pare offrire la principale risorsa a un partito democratico di suo diviso e in difficoltà. Non positiva all’interno degli Usa, l’immagine di Trump è ampiamente negativa in gran parte del mondo, a partire dall’Europa, dove i livelli d’impopolarità del Presidente superano addirittura quelli di George Bush Jr. al termine del suo mandato nel 2008. Un anno di Trump, insomma, ha indebolito ancor più la credibilità globale degli Stati Uniti. Sotto questa nuova guida, infatti, gli Usa appaiono essere un ulteriore elemento di turbamento di un ordine internazionale di suo fragile e vulnerabile. Per quanto non realizzate, dall’ambiente al commercio alla sicurezza, le parole d’ordine trumpiane sembrano scardinare la fragile architettura della governance mondiale senza offrire credibili alternative. Anche perché il presunto pilastro di una nuova strategia statunitense – l’asse con la Russia putiniana – è ben presto caduto vittima di uno scandalo, quello delle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016, che potrebbe davvero travolgere l’amministrazione. E mentre permane il mistero su un possibile incontro odierno tra il Presidente statunitense e quello russo, l’ombra di questo scandalo continua ad aleggiare torva sul presente e il futuro di Donald Trump.

Il Mattino, 10 novembre 2017