Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2017

La NSS di Donald Trump

È dal 1986 che le amministrazioni statunitensi sono chiamate a rendere pubblica la loro strategia di sicurezza nazionale (National Security Strategy, NSS). Sono documenti che hanno una funzione primariamente pedagogica e politica: servono a illustrare obiettivi, principi e metodi dell’azione internazionale degli Usa e, nel farlo, a convincere le opinioni pubbliche interne e internazionali.
Con qualche eccezione, questi documenti tendono a essere anodini e vaghi. Sono dichiarazioni generiche e onnicomprensive, nelle quali gli esegeti della politica estera statunitense sono spesso chiamati a leggere fra le righe per trarre indicazioni utili alle loro analisi.
Resa pubblica due giorni fa, la NSS di Donald Trump rappresenta invece una chiara eccezione. Con un linguaggio secco, binario e non di rado schematico, essa prova a riassumere gli elementi centrali della visione trumpiana di quale sia il ruolo degli Usa nel mondo. Nel farlo, contesta apertamente alcuni degli assiomi fondamentali dell’internazionalismo statunitense, liberal o conservatore.
Proviamo, per chiarezza, a distinguere l’analisi presente nel documento dalle prescrizioni operative che essa indica. Questa prima NSS di Trump offre una visione del quadro internazionale, e adotta un lessico, scopertamente realisti (un principled realism, “un realismo fondato su principi”, si afferma a più riprese nel documento). Quello globale è un contesto anarchico e competitivo, si afferma, dove ogni Stato cerca di massimizzare i propri interessi e dove la difesa e promozione di questi costituiscono la bussola che orienta scelte, azioni e politiche. L’interesse nazionale è dato e oggettivo; va perseguito abbandonando l’illusione ideologica che la politica internazionale non sia, e non sia sempre stata, una “competizione per il potere”. Una competizione, questa, nella quale due sarebbero oggi i grandi avversari degli Stati Uniti: la Russia e la Cina. Alle due, il documento dedica numerosi passaggi, nei quali si descrive l’abilità e la spregiudicatezza di Mosca e Pechino, oltre che la loro possibilità di agire senza gli scrupoli e le costrizioni cui deve invece sottostare la politica estera di una democrazia come quella americana. Un gradino più sotto, nella gerarchia dei nemici degli Usa, si collocano invece Iran e Corea del Nord – per il quale il documento riesuma una categoria, quella dei rogue states (“stati canaglia”, nella bizzarra traduzione nostrana), da tempo rigettata e screditata – e il terrorismo di matrice islamica.
Le minacce e i pericoli, asserisce il documento, sono totali e assoluti. Anche perché autocompiacimento, inettitudine, ingenuità e pavidità hanno fatto sì che altri approfittassero dell’ordine internazionale liberale costruito e guidato dagli Usa negli ultimi 70 anni. Le prescrizioni operative sono quindi inequivoche. Non una separazione e un isolamento impraticabili e controproducenti. Ma nemmeno una politica di coinvolgimento collaborativo e multilaterale dimostratasi naïve e perdente. Quello che Trump propone è invece una politica di potenza, fondata sul riarmo, la riacquisizione di un’incontestata superiorità militare, la negoziazione di accordi commerciali bilaterali, la riacquisizione di una piena sovranità, troppo spesso sacrificata sull’altare della collaborazione diplomatica e dell’integrazione globale. In un passaggio emblematico, che rigetta alcune delle fondamenta del discorso internazionalista statunitense, si giunge addirittura ad affermare che si deve essere realisti nel “comprendere come l’American way of life non possa essere imposto agli altri, né costituisca la culminazione inevitabile del progresso”.
I cortocircuiti, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, sono in realtà molteplici e in taluni passaggi del documento assai visibili. Ma il messaggio che Trump intende dare – dentro e fuori l’America– risulta chiaro e preciso. È un messaggio pericoloso, potenzialmente destabilizzante e, paradossalmente, assai poco realistico. Che richiede però al resto del mondo, a partire dalla stessa Europa, un surplus di attenzione e responsabilità.

Il Giornale di Brescia, 21 dicembre 2017

Giocare col fuoco

In modo anche più netto e brusco di quanto non si prevedesse, Donald Trump ha annunciato la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele e di procedere al trasferimento dell’ambasciata statunitense che si trova ancora a Tel Aviv. Le proteste sono state immediate, soprattutto in Medio Oriente e nel mondo arabo. L’Iran, per bocca della sua guida suprema – l’ayatollah Khamenei – ha denunciato la presa di posizione statunitense rispetto a quella che ha definito la “capitale occupata della Palestina”; Hamas ha chiamato a una nuova Intifada; gli alleati storici degli Usa, come Egitto e Arabia Saudita, con i quali Trump sembrava aver costruito un nuovo asse dopo le difficili relazioni degli anni di Obama, hanno preso le distanze. Violenze, inevitabilmente, seguiranno in Medio Oriente come forse negli stessi Stati Uniti.
Trump gioca col fuoco, dicono giustamente in molti. Lo fa, però, perché di quel fuoco ha in fondo un disperato bisogno politico. Con questa decisione su Gerusalemme, il Presidente spera infatti di ottenere tre risultati strettamente intrecciati. Il primo è di soddisfare e tenere mobilitata una base conservatrice che ancora lo appoggia e presso la quale, anzi, il tasso di approvazione del suo operato è addirittura cresciuto nelle ultime settimane. Una base, questa, dove fortemente rappresentato è un mondo evangelico che da almeno quattro decadi costituisce uno dei più forti sostenitori d’Israele negli Usa. E una base che offre la migliore polizza possibile a Trump contro il rischio che una parte della rappresentanza repubblicana al Congresso lo possa scaricare al procedere dell’inchiesta, e delle rivelazioni, sulle collusioni tra l’entourage del Presidente e la Russia.
Il secondo obiettivo è di scatenare la risposta estrema dell’Islam radicale per riproporre quella logica, binaria e manichea, dello scontro di civiltà che è da sempre al centro della retorica trumpiana. Si tratta, in questo caso, della declinazione tutta occidentalista di una logica amico/nemico che finisce per legittimare Trump medesimo, in particolare di fronte a un’opinione pubblica repubblicana nella quale diffusa – e sovradimensionata rispetto al resto del paese – è una marcata islamofobia (secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, ad esempio, il 65% degli elettori registrati come repubblicani ritiene che vi sia una naturale incompatibilità tra Islam e democrazia; una percentuale che scende invece al 30% tra gli elettori democratici).
Terzo e ultimo, il quadro mediorientale. Dove questa decisione riaccende lo scontro con l’Iran, come Trump vuole e auspica. Per fare leva sulla profonda avversione a Teheran che è ancora largamente diffusa negli Usa; e per porre le premesse per lo smantellamento dell’accordo sul nucleare iraniano, inviso al Presidente così come a gran parte del mondo repubblicano.
Col fuoco si può però scottare: se stessi e gli altri. Quello di Trump è un pericoloso e cinico azzardo, che rischia di scatenare una spirale di violenza potenzialmente incontrollabile, che rende ancor più difficile sbloccare lo stallo del processo di pace israelo-palestinese e che appare, anche, del tutto incongruente con la strategia perseguita finora dalla sua amministrazione in Medio Oriente, basata sul ripristino di un tradizionale sistema di alleanze centrato sulla triade Israele, Egitto e Arabia Saudita. Ma la coerenza, politica e strategica, non sembra davvero albergare in questa Casa Bianca.

Il Giornale di Brescia, 8.12.2017

Cinismo e spregiudicatezza

Era annunciato. Anzi, in linea con il lessico piuttosto essenziale di cui sembra disporre, Trump è stato anche più diretto e chiaro di quanto molti non prevedessero. “È giunto il momento di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele”, ha annunciato; “assumeremo architetti e ingegneri per costruire una nuova ambasciata che costituirà un magnifico tributo alla pace”.
In gran parte del mondo, quello di Trump appare come un vero e proprio azzardo, che rischia di scatenare una nuova spirale di violenza in Israele e nel Medio Oriente. Un azzardo che pare essere ispirato da due matrici e che si poggia su un assunto, ottimistico e discutibile.
Le cause, innanzitutto. Che sono tanto interne quanto internazionali. Trump strizza ancora una volta l’occhio a quel pezzo di opinione pubblica conservatrice che lo sostiene e, oggi, in una certa misura lo protegge. Vi è una destra cristiana che a partire dagli anni Settanta si è schierata sempre di più a difesa d’Israele. Vi è un mondo neoconservatore che considera quella israeliana una cittadella della democrazia occidentale assediata dalle forze dell’oscurantismo. E vi è, più in generale, un ampio sostegno pubblico a un paese con il quale gli Usa hanno maturato nel tempo una relazione davvero speciale e unica (secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, per esempio, tra gli americani il 54% afferma di simpatizzare più per Israele che per la Palestina contro il 19% che dichiara il contrario; un rapporto che si fa addirittura di 79 a 4 tra i repubblicani conservatori). Trump cerca insomma di capitalizzare politicamente su questo stato di cose. Sapendo bene che la sua forza politica, per certi aspetti la sua stessa sopravvivenza, dipende dal controllo di quella base repubblicana presso la quale continua a godere di un forte appoggio e che gli offre una polizza contro possibili insorgenze di senatori e deputati del suo partito.
Nel farlo, cerca di sfruttare un secondo elemento che si collega alle dinamiche mediorientali. Perché se Israele è un partner speciale, l’Iran rimane – nelle percezioni e nelle rappresentazioni – il male e il nemico assoluti. Un paese del quale, stando a uno storico sondaggio Gallup iniziato a fine anni Ottanta, oggi circa l’85% degli americani dà un giudizio fortemente negativo. Vedere la guida suprema di Teheran, l’ayatollah Khamenei, tuonare contro la decisione di dichiarare Gerusalemme “capitale della Palestina occupata” non può che far piacere al Presidente statunitense, che da un rinnovato scontro verbale con l’Iran può solo trarre vantaggi politici, tra i quali anche un sostegno maggiore alla sua eventuale decisione di sospendere l’accordo sul nucleare iraniano. Vantaggi politici ai quali può ovviamente contribuire anche l’escalation di violenza che inevitabilmente seguirà l’annuncio, soprattutto a Gaza, e che permetterà a Trump di riproporre, e sfruttare, sia una rappresentazione binaria delle responsabilità e delle ragioni dello scontro israelo-palestinese sia la diffusa islamofobia di una parte – minoritaria ma affatto marginale – della destra statunitense.
L’assunto da cui Trump muove è che le conseguenze di questa decisione, e del roboante annuncio che l’ha accompagnata, siano in una qualche misura gestibili e che essa anzi offra, in prospettiva, una leva alla quale gli Usa potranno attingere nel cercare di rilanciare un processo di pace che al momento appare definitivamente morto. È un assunto, questo, fondato sul convincimento secondo il quale sia già possibile monetizzare la svolta imposta alla politica mediorientale degli Stati Uniti dopo l’uscita di scena di Obama. Gli stati che oggi denunciano con forza la decisione del Presidente americano, a partire dall’Arabia Saudita, degli Stati Uniti hanno in fondo assoluto bisogno e con Obama hanno compreso come l’appoggio statunitense non vada più dato per scontato: che la politica di alleanze degli Usa in Medio Oriente può avere geometrie variabili e contingenti. È un assunto ottimista e non molto realista, quello trumpiano. Di un presidente che spesso, troppo spesso, sembra scambiare cinismo e spregiudicatezza per pragmatismo e determinazione.

Il Mattino, 7 dicembre 2017

Tra Russiagate e riforme fiscali

Nel giorno in cui Donald Trump ottiene forse il suo primo vero successo legislativo, l’ombra del Russiagate si staglia sull’amministrazione e su alcuni dei più stretti collaboratori del Presidente, a partire dal genero Jared Kushner. Mentre il Senato approvava una radicale revisione della fiscalità, con forti tagli soprattutto alle aliquote sui profitti delle imprese, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn confessava di aver mentito all’FBI in merito a incontri avuti con l’ambasciatore russo durante il periodo di transizione dall’amministrazione Obama a quella Trump. Le ammissioni di Flynn, e l’evidente tentativo di patteggiamento che vi sottostà, costituiscono un chiaro salto di qualità nell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sulle collusioni tra l’entourage di Trump e la Russia durante la campagna elettorale e nei mesi successivi. Flynn è stato uno dei consiglieri più ascoltati e influenti del Presidente; Trump si è più volte esposto a sua difesa e prima di licenziarlo ha addirittura cercato di convincere l’allora direttore dell’FBI, James Comey, a non procedere nelle indagini nei confronti dell’ex militare.
Nella vicenda e nell’inchiesta sembrano convergere tante dinamiche diverse: la dilettantesca spregiudicatezza di Trump e dei suoi; la reazione di un establishment di politica estera e di sicurezza che, per convenienza e convinzione, spera di poter condizionare o addirittura far cadere questa amministrazione; la pavidità di un partito repubblicano che ha giocato col fuoco di un populismo demagogico e violento e che ora – con Trump alla Casa Bianca e una base che ancora lo sostiene e appoggia – ne è di fatto ostaggio.
Difficile immaginare che il cerchio non sia destinato a stringersi. Che le confessioni di Flynn non alimentino ancora di più la slavina partita già alcune settimane fa con l’arresto del primo manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort. Che, insomma, in qualche modo anche Trump non sarà infine coinvolto. Se, o meglio quando, ciò accadrà la possibilità di un impeachment e di una fine prematura della Presidenza diventeranno assai più concrete.
Cosa ne seguirà e quali scenari si possono prospettare? Due, in estrema sintesi, sono le ipotesi realistiche.
A indicarci la prima è proprio la riforma fiscale votata dal Senato e che ora andrà conciliata col testo, in parte diverso, licenziato invece dalla Camera. Una riforma, questa, radicale ed estrema nella filosofia supply side che la ispira e nelle conseguenze che presumibilmente avrà sui conti pubblici, di loro già in sofferenza, del paese. E una riforma totalmente partigiana, frutto di compromessi e mediazioni tutti interni al partito repubblicano, ottenuta senza un singolo voto democratico (33 democratici su 45 votarono ad esempio per i tagli voluti da Reagan nel 1986 e 12 su 42 quelli di Bush Jr nel 2001). Una riforma, insomma, che esprime in modo paradigmatico sia la radicalizzazione del partito repubblicano sia la polarizzazione di un sistema politico incapace di produrre moderazione e generare compromessi. Due elementi, radicalizzazione e polarizzazione, che potrebbero proteggere Trump, come in fondo è avvenuto finora. Soprattutto se la base, militante e conservatrice, del partito continuerà a stare dalla parte del Presidente, offrendogli una sorta di polizza contro possibili defezioni e sfide (e stando alle rivelazioni Gallup il tasso di approvazione dell’operato di Trump tra i repubblicani è addirittura cresciuto dall’estate a oggi). E allora il primo scenario è quello di uno scollegamento tra le scoperte dell’inchiesta e i suoi effetti politici, che potrebbero ridursi a vedere rotolare alcune teste oltre a quelle già cadute e, magari, a un Congresso che infine salva il Presidente da un impeachment di suo complicato da raggiungere (l’approvazione richiederebbe infatti un voto a maggioranza semplice della Camera e uno a maggioranza qualificata di due terzi del Senato).
La seconda ipotesi, invece, è quella di una slavina capace di acquisire una forza tale da divenire irresistibile, a maggior ragione se i numeri al Congresso dovessero farsi più sfavorevoli al Presidente in conseguenza delle elezioni di mid-term del novembre prossimo. Ulteriori rivelazioni sulle collusioni con Mosca e sulle ingerenze di quest’ultima nella vita politica statunitense potrebbero generare una reazione (e una mobilitazione) non più contenibili. E allora l’impeachment potrebbe essere qualcosa di meno improbabile. Con scenari ed esiti difficili però da immaginare, a partire dalla reazione del Presidente e di una base trumpiana difficilmente disposti ad accettarne le conseguenze.

Il Mattino, 3 dicembre 2017