Mario Del Pero

Cinismo e spregiudicatezza

Era annunciato. Anzi, in linea con il lessico piuttosto essenziale di cui sembra disporre, Trump è stato anche più diretto e chiaro di quanto molti non prevedessero. “È giunto il momento di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele”, ha annunciato; “assumeremo architetti e ingegneri per costruire una nuova ambasciata che costituirà un magnifico tributo alla pace”.
In gran parte del mondo, quello di Trump appare come un vero e proprio azzardo, che rischia di scatenare una nuova spirale di violenza in Israele e nel Medio Oriente. Un azzardo che pare essere ispirato da due matrici e che si poggia su un assunto, ottimistico e discutibile.
Le cause, innanzitutto. Che sono tanto interne quanto internazionali. Trump strizza ancora una volta l’occhio a quel pezzo di opinione pubblica conservatrice che lo sostiene e, oggi, in una certa misura lo protegge. Vi è una destra cristiana che a partire dagli anni Settanta si è schierata sempre di più a difesa d’Israele. Vi è un mondo neoconservatore che considera quella israeliana una cittadella della democrazia occidentale assediata dalle forze dell’oscurantismo. E vi è, più in generale, un ampio sostegno pubblico a un paese con il quale gli Usa hanno maturato nel tempo una relazione davvero speciale e unica (secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, per esempio, tra gli americani il 54% afferma di simpatizzare più per Israele che per la Palestina contro il 19% che dichiara il contrario; un rapporto che si fa addirittura di 79 a 4 tra i repubblicani conservatori). Trump cerca insomma di capitalizzare politicamente su questo stato di cose. Sapendo bene che la sua forza politica, per certi aspetti la sua stessa sopravvivenza, dipende dal controllo di quella base repubblicana presso la quale continua a godere di un forte appoggio e che gli offre una polizza contro possibili insorgenze di senatori e deputati del suo partito.
Nel farlo, cerca di sfruttare un secondo elemento che si collega alle dinamiche mediorientali. Perché se Israele è un partner speciale, l’Iran rimane – nelle percezioni e nelle rappresentazioni – il male e il nemico assoluti. Un paese del quale, stando a uno storico sondaggio Gallup iniziato a fine anni Ottanta, oggi circa l’85% degli americani dà un giudizio fortemente negativo. Vedere la guida suprema di Teheran, l’ayatollah Khamenei, tuonare contro la decisione di dichiarare Gerusalemme “capitale della Palestina occupata” non può che far piacere al Presidente statunitense, che da un rinnovato scontro verbale con l’Iran può solo trarre vantaggi politici, tra i quali anche un sostegno maggiore alla sua eventuale decisione di sospendere l’accordo sul nucleare iraniano. Vantaggi politici ai quali può ovviamente contribuire anche l’escalation di violenza che inevitabilmente seguirà l’annuncio, soprattutto a Gaza, e che permetterà a Trump di riproporre, e sfruttare, sia una rappresentazione binaria delle responsabilità e delle ragioni dello scontro israelo-palestinese sia la diffusa islamofobia di una parte – minoritaria ma affatto marginale – della destra statunitense.
L’assunto da cui Trump muove è che le conseguenze di questa decisione, e del roboante annuncio che l’ha accompagnata, siano in una qualche misura gestibili e che essa anzi offra, in prospettiva, una leva alla quale gli Usa potranno attingere nel cercare di rilanciare un processo di pace che al momento appare definitivamente morto. È un assunto, questo, fondato sul convincimento secondo il quale sia già possibile monetizzare la svolta imposta alla politica mediorientale degli Stati Uniti dopo l’uscita di scena di Obama. Gli stati che oggi denunciano con forza la decisione del Presidente americano, a partire dall’Arabia Saudita, degli Stati Uniti hanno in fondo assoluto bisogno e con Obama hanno compreso come l’appoggio statunitense non vada più dato per scontato: che la politica di alleanze degli Usa in Medio Oriente può avere geometrie variabili e contingenti. È un assunto ottimista e non molto realista, quello trumpiano. Di un presidente che spesso, troppo spesso, sembra scambiare cinismo e spregiudicatezza per pragmatismo e determinazione.

Il Mattino, 7 dicembre 2017

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