Mario Del Pero

Giocare col fuoco

In modo anche più netto e brusco di quanto non si prevedesse, Donald Trump ha annunciato la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele e di procedere al trasferimento dell’ambasciata statunitense che si trova ancora a Tel Aviv. Le proteste sono state immediate, soprattutto in Medio Oriente e nel mondo arabo. L’Iran, per bocca della sua guida suprema – l’ayatollah Khamenei – ha denunciato la presa di posizione statunitense rispetto a quella che ha definito la “capitale occupata della Palestina”; Hamas ha chiamato a una nuova Intifada; gli alleati storici degli Usa, come Egitto e Arabia Saudita, con i quali Trump sembrava aver costruito un nuovo asse dopo le difficili relazioni degli anni di Obama, hanno preso le distanze. Violenze, inevitabilmente, seguiranno in Medio Oriente come forse negli stessi Stati Uniti.
Trump gioca col fuoco, dicono giustamente in molti. Lo fa, però, perché di quel fuoco ha in fondo un disperato bisogno politico. Con questa decisione su Gerusalemme, il Presidente spera infatti di ottenere tre risultati strettamente intrecciati. Il primo è di soddisfare e tenere mobilitata una base conservatrice che ancora lo appoggia e presso la quale, anzi, il tasso di approvazione del suo operato è addirittura cresciuto nelle ultime settimane. Una base, questa, dove fortemente rappresentato è un mondo evangelico che da almeno quattro decadi costituisce uno dei più forti sostenitori d’Israele negli Usa. E una base che offre la migliore polizza possibile a Trump contro il rischio che una parte della rappresentanza repubblicana al Congresso lo possa scaricare al procedere dell’inchiesta, e delle rivelazioni, sulle collusioni tra l’entourage del Presidente e la Russia.
Il secondo obiettivo è di scatenare la risposta estrema dell’Islam radicale per riproporre quella logica, binaria e manichea, dello scontro di civiltà che è da sempre al centro della retorica trumpiana. Si tratta, in questo caso, della declinazione tutta occidentalista di una logica amico/nemico che finisce per legittimare Trump medesimo, in particolare di fronte a un’opinione pubblica repubblicana nella quale diffusa – e sovradimensionata rispetto al resto del paese – è una marcata islamofobia (secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, ad esempio, il 65% degli elettori registrati come repubblicani ritiene che vi sia una naturale incompatibilità tra Islam e democrazia; una percentuale che scende invece al 30% tra gli elettori democratici).
Terzo e ultimo, il quadro mediorientale. Dove questa decisione riaccende lo scontro con l’Iran, come Trump vuole e auspica. Per fare leva sulla profonda avversione a Teheran che è ancora largamente diffusa negli Usa; e per porre le premesse per lo smantellamento dell’accordo sul nucleare iraniano, inviso al Presidente così come a gran parte del mondo repubblicano.
Col fuoco si può però scottare: se stessi e gli altri. Quello di Trump è un pericoloso e cinico azzardo, che rischia di scatenare una spirale di violenza potenzialmente incontrollabile, che rende ancor più difficile sbloccare lo stallo del processo di pace israelo-palestinese e che appare, anche, del tutto incongruente con la strategia perseguita finora dalla sua amministrazione in Medio Oriente, basata sul ripristino di un tradizionale sistema di alleanze centrato sulla triade Israele, Egitto e Arabia Saudita. Ma la coerenza, politica e strategica, non sembra davvero albergare in questa Casa Bianca.

Il Giornale di Brescia, 8.12.2017

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