Mario Del Pero

La NSS di Donald Trump

È dal 1986 che le amministrazioni statunitensi sono chiamate a rendere pubblica la loro strategia di sicurezza nazionale (National Security Strategy, NSS). Sono documenti che hanno una funzione primariamente pedagogica e politica: servono a illustrare obiettivi, principi e metodi dell’azione internazionale degli Usa e, nel farlo, a convincere le opinioni pubbliche interne e internazionali.
Con qualche eccezione, questi documenti tendono a essere anodini e vaghi. Sono dichiarazioni generiche e onnicomprensive, nelle quali gli esegeti della politica estera statunitense sono spesso chiamati a leggere fra le righe per trarre indicazioni utili alle loro analisi.
Resa pubblica due giorni fa, la NSS di Donald Trump rappresenta invece una chiara eccezione. Con un linguaggio secco, binario e non di rado schematico, essa prova a riassumere gli elementi centrali della visione trumpiana di quale sia il ruolo degli Usa nel mondo. Nel farlo, contesta apertamente alcuni degli assiomi fondamentali dell’internazionalismo statunitense, liberal o conservatore.
Proviamo, per chiarezza, a distinguere l’analisi presente nel documento dalle prescrizioni operative che essa indica. Questa prima NSS di Trump offre una visione del quadro internazionale, e adotta un lessico, scopertamente realisti (un principled realism, “un realismo fondato su principi”, si afferma a più riprese nel documento). Quello globale è un contesto anarchico e competitivo, si afferma, dove ogni Stato cerca di massimizzare i propri interessi e dove la difesa e promozione di questi costituiscono la bussola che orienta scelte, azioni e politiche. L’interesse nazionale è dato e oggettivo; va perseguito abbandonando l’illusione ideologica che la politica internazionale non sia, e non sia sempre stata, una “competizione per il potere”. Una competizione, questa, nella quale due sarebbero oggi i grandi avversari degli Stati Uniti: la Russia e la Cina. Alle due, il documento dedica numerosi passaggi, nei quali si descrive l’abilità e la spregiudicatezza di Mosca e Pechino, oltre che la loro possibilità di agire senza gli scrupoli e le costrizioni cui deve invece sottostare la politica estera di una democrazia come quella americana. Un gradino più sotto, nella gerarchia dei nemici degli Usa, si collocano invece Iran e Corea del Nord – per il quale il documento riesuma una categoria, quella dei rogue states (“stati canaglia”, nella bizzarra traduzione nostrana), da tempo rigettata e screditata – e il terrorismo di matrice islamica.
Le minacce e i pericoli, asserisce il documento, sono totali e assoluti. Anche perché autocompiacimento, inettitudine, ingenuità e pavidità hanno fatto sì che altri approfittassero dell’ordine internazionale liberale costruito e guidato dagli Usa negli ultimi 70 anni. Le prescrizioni operative sono quindi inequivoche. Non una separazione e un isolamento impraticabili e controproducenti. Ma nemmeno una politica di coinvolgimento collaborativo e multilaterale dimostratasi naïve e perdente. Quello che Trump propone è invece una politica di potenza, fondata sul riarmo, la riacquisizione di un’incontestata superiorità militare, la negoziazione di accordi commerciali bilaterali, la riacquisizione di una piena sovranità, troppo spesso sacrificata sull’altare della collaborazione diplomatica e dell’integrazione globale. In un passaggio emblematico, che rigetta alcune delle fondamenta del discorso internazionalista statunitense, si giunge addirittura ad affermare che si deve essere realisti nel “comprendere come l’American way of life non possa essere imposto agli altri, né costituisca la culminazione inevitabile del progresso”.
I cortocircuiti, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, sono in realtà molteplici e in taluni passaggi del documento assai visibili. Ma il messaggio che Trump intende dare – dentro e fuori l’America– risulta chiaro e preciso. È un messaggio pericoloso, potenzialmente destabilizzante e, paradossalmente, assai poco realistico. Che richiede però al resto del mondo, a partire dalla stessa Europa, un surplus di attenzione e responsabilità.

Il Giornale di Brescia, 21 dicembre 2017